Viaggj del Capitano Lemuel Gulliver in Diversi Paesi Lontani

Part 3

Chapter 33,547 wordsPublic domain

Furono frequenti le Consulte tenutesi dall’Imperadore per deliberare della mia persona: e seppi da poi da uno de’migliori amici che io abbia avuto in quel paese, uomo di primaria qualità, e che senz’altro potea aver mano negli affari: seppi, dico, che la Corte stavasene enormemente imbarazzata a mio riguardo. Vi si temeva che mi riuscisse spezzare una volta le mie catene; o che la mia voracità cagionasse una orribile carestia. Tal fiata vi si risolveva di lasciarmi morire di fame; ed altre, di ferirmi le mani, e la faccia con frecce vennate; il che, ben presto, tratto mi avrebbe di briga. Nessuno pero di tali divisamenti fu postò in esecuzione: riflettutosi che il puzzo d’un cadavero sì smisurato come il mio, avrebbe, senza alcun dubbio, infettata l’aria, e prodotta nella Dominante qualche contagiosa malattia che seguitamente si sarebbe dilatata per tutto il Regno. Nel forte di queste deliberazioni, furono alla porta della Sala del Consiglio molti Uffiziali delle Soldatesche, ed ottenutone l’ingresso due di loro, fecero il riferto del modo che io avea tenuto in proposito a’sei criminosi, di cui, non e guari che si è parlato. Non solo nell’animo del Monarca, ma eziandio di tutto il suo Senato produsse sì fatte impressioni il rapporto degli Uffiziali, che tutti i Villaggi fin alla distanza di novecento Verghe dalla Città, ebber ordine di somministrare cadaun giorno, sei buoi, quaranta castrati, ed alcune altre vittuaglie pel mio nutrimento; con pane, vino, ed altri liquori a proporzione. Il pagamento di tutto questo, era loro assegnato sull’Erario di Sua Maestà; essendo che questo Principe sussiste colle rendite de’suoi Dominj, non esigendo che molto di rado, e in congiunture eccessivamente strignenti, sussidj da’suoi Suggetti, quali, dal canto loro, sono obbligati a servire nelle guerre di lui, a proprie loro spese. Cogli stipendi Imperiali eran pagate secento persone scelte in miei domestici, e furon loro piantate delle tende a cadaun lato della mia porta. Comandossi pure che trecento Sarti travagliassero per mio servigio un compiuto assortimento di vestimenta alla foggia del Paese: Che sei de’primarj Letterati del Imperio avessero la cura d’ammaestrarmi nel loro idioma: e finalmente, che le Guardie dell’Imperadore; e stessamente i suoi Cavalli, e que’della Nobiltà, frequentemente mi passassero d’avanti, perchè si avvezzassero della mia vista. Furono eseguiti tutti questi ordini con la più esatta precisione; e nello spazio di tre settimane feci gran progressi nella lingua del Paese. Nel frattempo, parecchie volte mi onorò il Monarca di sue visite; e insino mi giuntò la grazia di mescolar sovente le sue instruzioni con quelle de miei Precettori. Cominciavamo già a strignere insieme una spezie di conversazione; e co’primi termini da me appresi, mi sforzai d’esprimere la brama che m’incalzava di conseguire la libertà, e ginocchione gliene ripeteva ogni giorno la supplica. Per quanto pote comprendere, ei rispondeva: che la mia dimanda esigeva tempo; e che senza il parere del suo Consiglio non era cosa neppur da badarvi: che prima di tutto, io doveva, _Lumos Kelmin pesso desmar lon Emposo_; cioè a dire, giurarli, che io vivrei in pace con esso lui, e con tutti i suoi sudditi: che frattanto, ben trattato io sarei. Consigliommi, per altro, a procurar di guadagnarmi la sua benevolenza, e quella de’suoi Suggetti, col mio sofferimento, e con la mia discretezza. Mi pregò non perdere in mala parte, se egli ingiugnesse ad alcuni de’suoi Uffiziali di far revisione alle mie tasche; poichè era verisile che io avessi sopra di me qualche arme, che al certo dovea straordinariamente pericolosa, se ella corrispondeva all’immensità della mia corporatura. Io replicai che Sua Maestà sarebbe ubbidita, e che io stava pronto ad ispogliarmi, e a rovesciare le mie saccocce; il che espressi a forza di contrassegni, mancandomi per allora i termini. Soggiunse l’Imperadore: che per le leggi del Regno, due Uffiziali dovevano visitarmi: che egli non ignorava che era impossibile il potersi ciò effettuare senza la mia cooperazione: che vantaggiosamente egli era prevenuto della mia generosità, e della mia giustizia, perchè affidar potesse nelle mie mani le persone loro: che tutto mi fosse stato tolto, mi sarebbe renduto al mio staccarmi dal Paese, oppur pagato secondo il prezzo che io medesimo tassato avessi. Presi dunque i due Ufficiali nelle mie mani, e a prima giunta gli messi nelle tasche del mio giubbone, e poscia in tutte l’altre; eccettuatine i due borsellini, e un’altra tasca ancora contenente alcune bagattelluzze, che solo valevano per lo speziale mio uso. In uno de’miei taschetti aveavi un oriuolo d’argento; e nell’altro alcune monete d’oro in una borsa. Que’Signorini che tenevano con esso loro carta, penna, ed inchiostro, formarono, di tutto ciò che vi rinvennero, un’inventario esattissimo; e compiuto il fatto loro mi pregarono di mettergli a terra, perchè all’Imperadore farne potessero il riferto. Tempo dopo trasportai in Inglese quest’Inventario; ed eccone parola per parola la traduzione. Primieramente; nella saccoccia a parte dritta del Giubbone del _grand’Uomo-Montagna_, (che così sembrami si abbiano a tradurre i vocaboli _Quibus Flestrim_,) dopo la più diligente visitazione, vi trovammo solamente un drappo di estensione sì enorme, che servir potrebbe di tappeto per la maggior Sala del Palazzo di Vostra Maestà. Nella tasca sinistra vi abbiani veduto un esorbitante forziere, tutto d’argento. Avendo chiesto fosse aperto, uno di noi vi entro, e sprofondovvisi per fino a mezza gamba in una sorta di polvere; parte di cui sparsasi nell’aria, molte volte ci fece stranutire. Nella saccoccia dritta della vesta di lui, visitammo un prodigioso volume, composto di molte bianchicce sostanze piegate l’une in sull’altre, della lunghezza all’incirca di tre uomini, strettamente serrate fra d’esse, e contrassegnate di figure nere: ci ha egli detto che son elleno scritture, onde cadauna lettera è tanto larga, quanto la metà della palma delle nostre mani. Nell’altra saccoccia a mano manca, aveavi una sorta di macchina composta di venti lunghe pertiche, che mai non assomigliavano al palizzato che regna dinanzi alla Corte di Vostra Maestà. Conghietturiamo che con cotale strumento _Uomo-Montagna_ si pettini la testa, mercechè non tutte le volte il tormentiamo con le nostre quistioni, durando noi un sommo stento per farci intendere. Nella dritta gran tasca del suo invoglio di mezzo, (che in questi termini io rendo i vocaboli _Ranfu Lo_, ond’essi disegnavano i miei Calzoni,) scorgemmo una colonna di ferro scavata, della lunghezza d’un uomo, e strettissimamente annessa a un pezzo di legno, ancor più grande della colonna. Sopra uno de’lati di questa macchina vi erano smisurati pezzi di ferro, per la cui bizzara figura noi non sappiamo che crederne. Uno strumento del tutto somigliante trovammo nella tasca manca. In un altra più piccola a parte destra, stavano molti pezzi d’un bianchiccio, e rossigno metallo, di differenti grandezze; ed alcuni de’pezzi bianchi, che ci parevano d’argento, erano sì larghi, e sì pesanti, che il mio camerata ed io, levargli appena potevamo. Due nere colonne, d’irregolare figura, ritrovammo nella saccoccia sinistra; e una d’esse stava coperta, e sembrava d’un solo pezze: ma nella parte superiore dell’altra, aveavi una spezie di rotonda, e bianchiccia sostanza: al doppio più grossa che le nostre teste: ognuna di queste macchine conteneva una prodigiosa lamina d’acciajo. A mostrarcele l’obbligammo; temendo noi che non fossero strumenti perniziosi. Ei levolle dalle loro nicchie; e ci fece avvertiti, che nel Paese di lui egli avea il costume di servirsi dell’una per radersi la barba; e per trinciare non so quali cibi, dell’altra. Egli ha due borse, in cui introdurci non potremmo, e le chiamava i suoi borsellini. Eran questi, due larghe fessure, tagliate nella parte superiore del suo invoglio di mezzo, ma rendute molto anguste per la pressione del ventre di lui. Al di fuori del dritto borsellino, pendeva una gran catena d’argento alla cui estremità stava attaccata una macchina la più singolare, che vertimo di cavar fuori ciò che teneva alla catena; ei lo fece; e mostrocci un globo, in parte d’argento, e in parte d’un altro trasparente metallo. Riguardandolo noi dalla parte trasparente, vi ravvisamo strane figure disposte in cerchio; che avendo tentato di toccarle, trovaronsi arrestate da quella diafana sostanza le nostre dita. Accostò egli alle nostre orecchie questa macchina, e vi udimmo un continuato fracasso, somigliante a quello d’un mulino da acqua. Pensiamo che cosa tale sia qualche incognita bestia; oppure la divinità che colui adora: ma quest’ultima opinione ci sembra più verisimile; avvendoci egli assicurati, (se pure ben il comprendemmo, poichè si esprime in un modo molto imperfetto,) che ciò era una sorta d’Oracolo assai sovente consultato da lui, e che distinguevagli il tempo di cadauna azione della sua vita. Dal manco suo borsellino egli estrasse una spezie di rete tanto grande, che può servire alla pesca, ma che a guisa di borsa si apre; e si chiude; valendosene egli per un tal uso. Vi trovammo alcuni massiccj pezzi d’un metallo giallicio; che se son eglino d’oro vero, deggiono essere d’un valor immenso.

Dopo di aver, in eseguimento degli ordini di Vostra Maestà, scrupolosamente rivedute, e visitate le saccocce tutte di lui, osservammo che d’intorno alla sua vesta egli aveva un cinturone, che certamente non può essere stato fatto, che della pelle di qualche portentoso animale. Al lato manco di esso cinturone, pendeva una spada della lunghezaza di cinque uomini, e alla dritta una spezie di sacco diviso in due serbatoj, ognun de’quali contener potrebbe tre sudditi della Maestà Vostra. In uno di questi serbatoj stavano molti globi d’un pesantissimo metallo, cadauno della grossezza delle nostre teste, e molto disagevoli per levargli. Vedemmo nell’altro una gran quantità di granineri, assai piccoli, e di non grave peso, potendo noi, in una sola volta, più di cinquanta tenerne in mano.

Quest’è l’Inventario fedele di quanto trovammo indosso all’_Uomo-Montagna_, il quale trattò con noi in un onestissimo modo, e col rispetto dovuto alla commissione di Vostra Maestà. Soscritto e suggellato il quarto giorno dell’ottangesima nona Luna dell’Augusto Regno di Vostra Maestà Imperiale.

_Glefren Frelock_. _Marsi Frelock_.

Letto, e riletto ch’ebbe da un capo all’altro l’Imperadore quest’Inventario, mi ordinò, comechè in civilissimi termini, di rimettere qualunque cosa nelle mani di lui. A prima giunta mi ricercò la mia spada, che tolsi dal cinturone col suo fodero. Comandò nello stesso tempo, che tre mila uomini delle sue più guerriere milizie, da cui egli stava allora circondato, prendessermi nel mezzo da tutti i lati, e gli archi loro, e le loro frecce lesti tenessero: ma, per dir vero, io non me ne avvidi, perchè i miei sguardi eran fissati nel solo Imperadore. Ciò fatto, ei mi pregò di sguainare la mia spada; la quale, non ostante che per l’acqua marina fosse in qualche parte irruginita, non lasciava d’essere molto risplendente. L’eseguj; e nell’instante tutta la Soldatesca gettò un orribile grido, segno manifesto e della sua sorpresa, e del suo spavento, essendo che i raggi Solari, dopo d’essersi ribattuti sulla mia spada, ripercuotevano gli occhj de’soldati. Il Monarca, che è un Principe magnanimissimo, fu assalito da minor terrore che io non avrei creduto. Mi commise di rimettere la spada nel fodero, e di gettarla la terra il più leggiermente che potessi, e in distanza di sei piedi dall’estremità della mia catena. Chiesemi in secondo luogo una di quelle colonne di ferro, che erano scavate, per le quali egli intendeva le mie pistole da saccoccia. Una gliene mostrai; e feci tutto, stante il desiderio ch’ei manifestava d’averne, di fargliene comprendere l’uso. In fatti, la caricai con sola polvere, che io avuto avea l’avvedimento di guarentire dall’umidità del mare; (inconvenienza, contra cui chiunque prudente marinajo si premunisce) e dopo di aver avvertito l’Imperadore di non temere, feci il mio tiro nell’aria. O allora sì che più che alla vista della mia spada, fu orribile il loro spavento. Cadevan eglino a centinaja come tanti morti; e l’Imperadore medesimo, tutto che rimasto in piedi, ebbe bisogno di qualche tempo per ripigliarsi. Nel modo stesso che io fatto aveva della spada, consegnai le pistole, e susseguentemente la taschetta da polvere, e le palle di piombo; con l’avvertenza a que’Signori di tener lontana dal fuoco con somma attenzione la polvere, perchè la menoma scintilla potuto avrebbe accenderla, e così far saltar in aria tutto l’Imperiale Palazzo. Rimisi eziandio il mio oriuolo, che il Monarca desiava ardentemente di vedere; ed egli ordinò a due delle sue guardie più nerborute d’appenderlo ad una pertica, e di portarlo in sulle loro spalle, nella guisa stessa che in Inghilterra i bastaggj portano un barile di birra. Il sorprese l’incessante strepito della macchina, ed altresì il movimento dell’aguglia che i minuti disegna, e che egli facilissimamente ravvisò; essendo la vista degli Abitatori di quel Paese molto più fina della nostra. Parecchi Letterati richiesti dall’Imperadore della natura di questa macchina, fecero, come chi legge può agevolmente immaginarselo, differenti risposte; di cui, confessarlo deggio, non ne ho compreso il menomo senso.

Consegnai poscia tutto il danajo in argento, e in rame; la borsa contenente nove grosse monete d’oro, ed alcune altre di minor valore; il mio coltello, il rasojo, il pettine, la tabacchiera d’argento, il fazzoletto, e l’almanacco. La spada, le pistole, furono caricate sopra carrette, e trasferite negli Arsenali di Sua Maestà.

Come già il dissi, teneva io una segreta tasca che restò sottratta alle occhiute lor revisioni, e in cui serbava un pajo d’occhiali (onde alle volte mi servia in ajuto della debol mia vista,) un Cannocchiale, ed alcune altre bagattelluzze, che credetti non essere obbligato di discoprire; pel timore di perderle, e che, per altro, per uso veruno dell’Imperadore servir non potevano.

CAPITOLO III.

Strana maniera dell’Autore per tener ricreata Sua Maestà Imperiale, e la Nobiltà tutta dell’uno, e dell’altro sesso della Corte di Lilliput. Altri divertimenti di questa Corte. Sotto certe condizioni è l’Autore rimesso in libertà.

LA mia placidezza, e la buona mia direzione mi aveano talmente acquistata la benevolenza, non solo dell’Imperadore, e della Corte di lui, ma eziandio della Milizia, e di tutto il Popolo in generale, che cominciai a nodrirmi di speranza d’essere fra poco rimesso in libertà. Operai tutto il possibile per coltivare sì favorevoli disposizioni. Io non faceva più paura a’Naturali del Paese: anzi talvolta cercandomi per terra, io permetteva che cinque, o sei d’essi danzassero sulla mia mano. In somma; perfino i giovinetti, e le donzelle si arrisicarono di givocare alla Cieca ne’miei Capelli, ed io, a parlar, e ad intendere passabilmente il lor linguaggio, già cominciava. Venne un giorno in capo all’Imperadore di regalarmi con alcuni spettacoli del Paese; nel che certamente confessarsi si dee, che i _Lillipuziani_ superano tutte le Nazioni del mondo, sì a riguardo della loro industria, che della loro magnificenza. Fra tutti spettacoli io rimasi più ricreato da quello de Saltatori da corda. Facean eglino le più arrischiate capriole sopra un fil bianco assai sottile, di due piedi di lunghezza, e che era teso all’altezza da terra di dodici pollici. Su che, con buona permission di chi legge, è forza che io mi stenda alquanto più.

Non è in uso un tale divertimento che fra que’soli che aspirano alla grazia del Principe, o a grand’impieghi. Fin dalla prima giovinezza si esercitano essi in quest’arte, e non sempre si distinguono con un nascimento illustre, o con una bella educazione. Vacante che fia qualche Carico riguardevole, o per la morte, o per la grazia dell’investito, (il che non di rado avviene,) cinque, e sei, de’Candidati implorano dall’Imperadore la permissione di danzar sulla corda alla presenza di lui, e della sua Corte; e colui che senza cadere salta più alto, conseguisce la Carica onde si tratta. Frequentissimamente i primi Ministri stessi son tenuti di far pompa della loro destrezza, e di dar saggi sulla faccia del Monarca della conservata antica loro agilità, Conviene ognuno che _Flimnap_, il Tesoriere, in facendo sopra una tesa fune una Capriola, elevasi in aria, per lo meno, d’un grosso dito più alto che quale siasi Signore di tutto l’Imperio. L’amico mio _Reldresal_, primo Segretario degli affari segreti, per quel che me ne pare, se tuttavia non mi trovo un po troppo prevenuto a favore di lui, e il secondo dopo il Tesoriere: quanto agli altri Grandi, nè pure se ne avvicinano.

Cotali divertimenti, allo spesso non piccoli infortunj cagionano, onde la Storia ne abbonda. Co’proprj miei occhj vidi due o tre Candidati a dislogarsi, o a fracassarsi qualche membro, è ben maggiore il pericolo, quando i Ministri medesimi sono costretti a manifestare la propria sveltezza, mercechè per superare i lor emoli, e in qualche modo se stessi, praticano sforzi sì prodigiosi, che quasi niuno ve n’ha che fatta non abbia qualche caduta, ed alcuni pure per fino a due, o tre. Fui accertato che due anni in circa prima del mio arrivo, sarebbesi, senza altro, _Flimnap_ accoppato, se uno de’guanciali Imperiali, che a sorte trovossi a terra, la forza della percossa non avesse diminuita.

Avvi un altro genere di ricreamento, ma che non si prende tuttavia che in certe occasioni, e alla sola presenza dell’Imperadore, dell’imperadrice, e del primo Ministro. Ripone il Principe sopra un tavoliere tre fila di seta, ciascuno della lunghezza di sei pollici. E’di color porporino il primo, il secondo giallo, e bianco il terzo. Propongonsi queste fila come altrettanti premi a quegli soli che l’Imperadore vuol distinguere con un sonoro, e speziale contrassegno della sua grazia. Celebrasi la cerimonia in una delle maggiori Sale di Sua Maestà; ed ivi sono tenuti i Candidati di soggiacere ad una pruova di agilità molto diversa dalla precedente, e tale, che nel vecchio, e nel nuovo Mondo, in qualunque parte che sia, somigliante non ne vidi, e neppure che vi abbia il menomo rapporto. Tiene l’Imperadore in sue mani un bastone, le cui due estremita sono paralelle dell’Orizzonte; ed a’Candidati tocca di avanzarsi ad uno ad uno, e di saltare ora al di sopra del bastone, ora di sguizzarvisi pel di sotto, a misura che più elevato, o più basso egli è. Più d’una fiata si ripete quest’esercizio; tenendo tal volta il Principe una estremimità del bastone, e il primo Ministro l’altra; ed altre volte pure il tiene il primo Ministro solo. Quegli che da saggio di maggior industria, e che men fatica nel saltare, e nel rampicarsi, conseguisce in ricompensa il filo color di porpora; del giallo si mette in possesso il secondo, e del bianco il terzo. Ognuno de’vincitori se ne fregia a foggia di cintura; pochi essendo i Signori di distinzione, che adorni non ne sieno.

I Cavalli dell’Esercito, e quegli altresì delle Stalle Regie, essendo stati condotti ogni giorno dinanzi a me, già si erano cotanto accostumati di vedermi, che veniva, no fin su’miei piedi senza scomporsi. Quando io metteva a terra la mia mano, i Cavalieri gli facevano coruettarvi sopra, el uno degl’Imperiali Cozzoni salto col suo cavallo sopra il mio piede, sopra la scarpa, e sopra ogni cosa, il che, per dir vero, poteva si registrare per un salto portentoso. Ebbi io la felicità di ricreare un giorno l’Imperadore in una straordinaria maniera. Il supplicai di dar ordine che mi fossero provveduti alcuni bastoni di altezza di due piedi, e della grossezza d’una canna comune. Comandò egli immediate al suo soprantendente Generale de’Boschi di sarmigli avere; ed in fatti il giorno dietro vidi arrivare sei boscajuoli con altrettanti carri carichi della qualità di bastoni da me richiesta, ed ogni carro era tirato da otto cavalli. Presi nove di que’bastoni che fortemente in terra conficcai, e che disposi in un modo, che formavan eglino un quadrato di due piedi, e mezzo. A cadaun lato attaccai un bastone all’altezza di due piedi da terra, e in tal simmetria, che tutti fra d’essi erano paralelli. Dopo ciò, legai il mio fazzoletto a’nove bastoni che io aveva confitti nel terreno, e ben lo tesi da tutti i lati come la pelle d’un Tamburo; servendo d’ogni intorno di sponda i quattro bastoni paralelli, i quali più del fazzoletto erano elevati di cinque grosse dita. Compiuto il fatto mio, proposi all’Imperadore che due dozzine de’suoi migliori Cavalli facessero il loro esercizio sopra quella pianura. Soddisfece alla mia richiesta il Principe; ed io, l’un dopo l’altro, gli presi tutti cogli Uffiziali che gli montavano, e sopra il mio fazzoletto gli accomodai. Posti che furono in ordinanza, si divisero in due manipoli, scherzevolmente scaramucciarono, scoccarono saette che veruno offendere non potevano, spiegarono le bandiere, vennero alle mani, e per dir tutto in una parola, diedero a conoscere che perfettamente erano instruiti di molte regole della militar disciplina. I bastoni paralelli impedivano che essi, e i loro cavalli a terra non cadessero, e tanto si compiacque l’Imperadore di un tale spettacolo, che ne ordinò la replica per molti giorni; e volle stessamente una volta essere riposto egli medesimo sopra il mio fazzoletto, e comandare in persona le mozioni de’suoi Cavalieri. Rendenne eziandio persuasa l’Imperadrice; tutto che con non poca pena ei mi accordasse di tenerla in mano nella sedia d’appoggio di lei, in distanza di due verghe dal mio fazzoletto, donde ella a suo bell’agio d’ogni cosa potesse essere spettatrice. Buona sorte per me, che in tutti questi divertimenti non n’è accaduto il menomo inconveniente. Una sola volta, un cavallo focoso che apparteneva ad uno de’Capitani, con un colpo d’unghia fece un buco nel mio fazzoletto, e rovescione cadde col Cavaliere che lo montava; ma entrambi al più presto gli rialzai; e dopo di aver turato il buco con una mano, mi servj dell’altra per riporre la brigata a terra. Si era il cavallo stravolta la manca spalla: ma il Cavaliero non ne risentì male di sorta, ed io il meglio che seppi rappezzai il fazzoletto; persuaso però di non esporlo a somiglianti accidenti mai più.