Viaggj del Capitano Lemuel Gulliver in Diversi Paesi Lontani
Part 23
E’Pregato il Leggitore a risovvenirsi, che ciò che al presente io son per dire è un estratto di molte conversazioni che per lo spazio di due anni e più, ebbi col mio Padrone. A misura che io progrediva nella favella degli _Houyhnhnms_, ei mi proponeva nuove quistioni. M’interrogò sopra lo Stato dell’_Europa_, sopra il commerzio, sopra le Manifatture, l’Arte, le Scienze; e cadauna mia risposta era incentivo di nuove dimande. Ma io quì solo registrerò in sostanza i trattenimenti che avemmo sul proposito della mia Patria; e gli disporrò in un cert’ordine, senza riguardo nè de’tempi, nè delle circostanze, che la opportunità n’esibirono. La sola cosa che m’imbroglia è, che riuscirammi disagevolissimo di riferire con fedeltà gli argomenti, e l’espressioni del mio Padrone. Ma mi si lusingo nulladimeno, che a dispetto d’una barbara traduzione, non si lascerà di ravvisar la vaghezza e l’aggiustatezza dello spirito di lui.
Per ubbidir dunque a’suoi cenni, narraigli il celebre avvenimento conosciuto sotto il nome di _Rivoluzione_; la lunga Guerra cominciata allora dal Principe d’_Oranges_ contro alla _Francia_, e rinfrescata dalla Regina Regnante; Guerra, in cui si sono impegnate quasi tutte le Potenze dell’_Europa_. A richiesta di lui, calcolai che pel corso di questa Guerra era stato ucciso un millione di _Yahoos_, che di cento Città erano state prese, e tre volte più, tanti Vascelli colati a fondo. Mi dimandò egli quali fossero, per ordinario, le cagioni, perchè una Nazione prendesse l’arme contra d’un’altra? Risposi, ch’erano infinite queste cagioni; ma che gliene farei l’enumerazione delle principali: Che talvolta era l’ambizione de’Principi, i quali s’immaginano sempre che i loro Popoli e le loro Terre non bastino al loro Dominio: Talvolta la corruttella di que’Ministri, che impegnano i Sovrani loro in una Guerra per rendersi necessarj, o perchè alla loro pessima amministrazione non si rifletta: Che in fatto d’opinioni, la discrepanza avea costata la vita a molti milioni d’Uomini. Non vi ha Guerra più crudele, o più sanguinosa, o di maggior durata, quanto quella ch’è accesa dalla diversità d’opinioni; principalmente quando questa diversità non risguarda che cose indifferenti.
Talvolta due Principi, insieme la rompono per sapere qual de’due scaccerà un Terzo dagli Stati suoi, su’quali niuno d’essi d’avere il menomo diritto presume. Allo spesso un Potentato dichiara la Guerra ad un altro, temendo che questi non il prevenga. Accendesi talvolta una Guerra, perchè l’Inimico è troppo _forte_, e talvolta perchè è troppo _debole_. An talvolta i nostri vicini certe cose onde noi _manchiamo_, e _mancano_ di certe altre che noi _abbiamo_; e ci ammazziamo l’un l’altro, finattanto che essi piglino le nostre, o ci diano le loro. Puossi con giustizia far la Guerra a un Alleato possessore di alcune Fortezze che ci convengono; oppure d’un tratto di Paese, che se al nostro fosse unito, renderebbe la figura di questo più regolare. Se un Principe fa una spedizione di Truppe per un Paese, il cui Popolo sia povero ed ignorante, può egli legittimamente sterminare la metà degli Abitanti, e ridurre in ischiavitù l’altra metà, col disegno di renderla colta, e di correggere la ferocia de’suoi costumi. E’una communissima pratica, che un principe chiamato in ajuto d’un altro per iscacciare un Usurpatore, si renda poscia padrone del Paese, uccida, avveleni, o mandi in esilio il Principe soccorso. La parentella per nascimento o per maritaggio, è una sorgente feconda di querele fra due Potenze; e più che vi ha di prossimità di sangue, e più rinforzasi la disposizione del querelarsi: Le Nazioni _povere_ son di _cattivo umore_, e le Nazioni ricche sono _insolenti_. Or chi non vede che l’_insolenza_, e il _cattivo umore_ non si accorderanno mai? Tutte queste ragioni producono che il mestiere del _Soldato_ spaccisi pel più onorevole di tutti gli mestieri: mercè che un _Soldato_ è un _Yahoo_ preso a nolo per accoppare a sangue freddo il maggior numero che può d’Animali di sua spezie, tutto che questi non gli abbiano inferito in verun tempo il menomo male.
Avvi pure in _Europa_ un’altra sorta di Principi, i quali non si trovano in bastevole forze per far la guerra da se medesimi, ma che imprestano alle Nazioni ricche le loro Truppe a un tanto per giorno per ciascun Uomo; ed è questa una delle loro più fiorite e più oneste rendite.
Ciò che mi raccontate, dissemi il mio Padrone, in proposito della Guerra, mi presenta grand’Idee di quella Ragione, di cui vi presumete dotati: Con tutto ciò, egli è una spezie di felicità che la possanza di voi altri _Yahoos_ non sia proporzionata alla vostra malizia; e che la Natura vi abbia costituiti poco men che assolutamente inabili a far del male.
Essendo che, non isporgendo in fuora le vostre bocche come quelle di molti Animali, è difficilissimo che vi mordiate l’un l’altro. Quanto a’vostri quattro piedi, son eglino così teneri, e a nuocere sì poco idonei, che uno de’nostri _Yahoos_ ne assalirebbe una dozzina de’vostri. Così; quando voi sì alto montar faceste il numero di que’che in certe Guerre sono stati uccisi è forza necessariamente, che abbiate detta _la cosa che non è_.
Un tratto tale d’ignoranza fecemi sorridere: e perchè io non era affatto affatto novizio nel mestier della Guerra, gli descrissi i Cannoni, le Colubrine, i Moschetti, le Carabine, le Pistole, le Palle, la Polvere, le Spade, i Pugnali, gli Assedi, le Ritirate, gli Assalti, le Mine, le Contrammine, i Bombardamenti, e le Battaglie Navali. Aggiunsi, che in queste battaglie vi restavano talvolta estinti venti mila Uomini per cadauna parte, e che il fuoco continuo, lo strepito ed il fumo de’nostri Cannoni, ed eziandio i gridi de’feriti e de’moribondi, erano un non so che da non potersi esprimere: Che negli Abbattimenti di terra, i Vincitori si la va vano nel sangue, calpestavano sotto a’piedi de’loro Cavalli i Vinti, e lasciavano i loro cadaveri per servir di pasto a’Cani, a’Lupi, e agli Uccelli da rapina. E per esaltare il valore de’miei Compatriotti, gli protestai, che io gli avea veduti far saltar nell’aria, in un istante, un centinajo di nemici in un Assedio; e che i corpi morti erano ricaduti a terra in mille pezzi, con estremo divertimento degli Spettatori.
Io stava per internarmi in una più diffusa specificazione, allorchè il Padrone m’impose silenzio. Disse: Che chiunque conoscesse il naturale degli _Yahoos_, facilmente gli crederebbe capaci di tutte l’iniquità testè da me mentovate, se la forza loro fosse eguale alla loro ribalderia: Che il mio discorso non solo aumentata avea l’orribilità ch’egli nodriva per que’Mostri, ma ancora suscitata in lui una turbolenza non più saggiata: Che temeva che le sue orecchie non si avvezzassero ad intendere cose abbominevoli, e che l’indignazione onde allora si sentiva assalito, insensibilmente non iscemasse: Che non ostante ch’egli avesse in aversione gli _Yahoos_ del suo Paese, gli biasimava, a cagione delle loro odiose maniere, così poco, che un _Ennayh_ (sorta d’Uccello rapace) a cagion della sua crudeltà: Ma che quando una Creatura, la qual presume d’essere dotata di ragione, è capace di certe scelleratezze; la corruttela di questa facoltà sembravagli abbassarne gli Autori, fin a costituirgli inferiori alle Bestie brute.
Disse di più: ch’ei troppo ne avea inteso in proposito della Guerra; ma che per allora imbarazzavalo molto un altro articolo: Che io gli avea dichiarato che alcuni Uomini della mia Ciurma si erano staccati dalla loro Patria, perchè i litigj gli aveano messi in ruina: Che non poteva immaginarsi, che per aver qualche controversia con un altro, fosse d’uopo far grandi spese, acciocchè un Giudice qual de’due avesse il torto o la ragione decidesse.
Ripigliai: Che veramente io non mi trovava versato in tutto ciò che presso noi dicesi _Processi_, non avendo io, quasi mai, avuto che fare con persone di Foro, eccettuatane una sola volta che io aveva posti di mezzo alcuni Avvocati per chiedere risarcimento d’una ingiustizia che mi si era praticata, senza aver mai potuto vederne il fine: Che con tutto questo, avendo avuta l’occasione di strignere amistà con taluni che si erano ruinati per le liti, e che furono in conseguenza costretti d’abbandonarne la loro Patria, mi comprometteva di esibirgli su quest’argomento alcune idee, per lo meno, superficiali.
Gli dissi: Che coloro, i quali profession facevano di questa Scienza, uguagliavano in numero i Bruchi de’nostri Giardini; e che, tutto che in generale esercitassero il mestiere medesimo, aveavi nulladimeno qualche disparità nelle loro funzioni: Che la quantità prodigiosa di que’che a quest’Arte applicavansi, era la cagione che tutti non ne potessero sussistere in un modo onesto e legittimo, e che perciò era forza che molti avessero ricorso all’industria, e all’artifizio: Che fra questi ve n’erano alcuni che dalla loro più tenera giovinezza si erano applicati ad imparar la Scienza di provare chi il _nero_ sia _bianco_, e il _bianco_ sia _nero_: Che la temerità di costoro e l’audacia delle loro pretensioni erano sì grandi, che ingannavano il semplice Volgo, presso cui essi passavano per Uomini di consumata abilità; il che gli metteva più in voga che tutti gli altri loro Colleghi. Furono di questa pasta, io diceva proseguendo il mio ragionamento, que’co’quali io ebbi a fare nella lite che ho perduta: e non saprei meglio darvi ad intendere la lor maniera di trattar le Cause, che con un esempio.
Supponiamo che il mio Vicino s’intalenti di aver la mia _Vacca_; ei si provede d’uno di questi Avvocati per provare che la mia _Vacca_ gli appartiene. E’forza allora che io mi proveda d’uno altro per difendere il mio diritto; poichè egli è contra tutte le Regole della _Legge_ che un Uomo difenda la propia sua Causa. Ora in questo caso, io, a cui appartiene la _Vacca_, ho due gran discapiti. Primieramente; il mio Avvocato essendo avvezzo dalla sua giovinezza a difendere la falsità e l’ingiustizia, trovassi totalmente fuori del suo elemento, quando si tratta di parlare in favore dell’Equità, essendo che, come questa funzione gli riesce affatto nuova; senza dubbio ei vi si prenderà alla peggio, anche che volesse fare il suo meglio. Il secondo discapito è, che la natura del mio affare esigge che il mio Avvocato sia molto cauto; conciosiachè, come dall’impiego ditante persone dipende la loro sussistenza, se il mio Avvocato tratta la mia Causa in modo che l’affare resti immediate spedito, egli è certo d’attraersi, se non l’indignazione de’suoi Superiori, l’odio; per lo meno, de’suoi Confratelli, che lo risguarderanno come una spezie di serpente che si nutricano nel propio seno. Il caso in termini; io non ho che due metodi per conservar la mia _Vacca_. L’uno; di corrompere l’Avvocato della Parte avversaria, promettendogli duplicata mercede, e quest’artifizio naturalmente mi dee riuscire; poichè l’educazione, e il carattere del Personaggio onde si tratta, mi lascian l’adito di sperare ch’egli tradirà colui che d‘affidarsigli ebbe l’imprudenza. L’altro metodo è, che il mio Avvocato non insisti punto sopra la giustizia della mia Causa: anzi riconosca che la mia _Vacca_ appartiene al mio Avversario; avendo l’evento mille volte dimostrato, che una gran prevenzione a favore del successo d’un litigio si è, quand’egli notoriamente è ingiusto.
E’una massima di questi tali, che tutto ciò che si è fatto per l’addietro, puossi far di nuovo legittimamente. Ecco perchè essi custodiscono in iscrittura con sommo scrupolo tutte le Sentenze già pronunziate; insino quelle che per ignoranza o per corruttella rovesciano le Regole più comuni dell’Equità e della Ragione. Tutte queste sentenze divengono in loro mani come tante Autorità, con le quali eglino procurano d’imbiancare i più neri deliti, e di giustificare le pretensioni più inique: E questa pratica lor riesce sì bene, che non e quasi possibile l’immaginare un Processo, in cui le due Parti, più d’una Decisione in propio favore ad allegare non abbiamo.
Nelle loro dispute, sfuggono con sommo studio di venir al fatto; ma in ricompensa, vorrebbono rinunziar piuttosto alla lor Professione, che ommettere la menoma _Circostanza_ inutile. Per esempio; per ritornare al supposto da noi piantato, non s’informeranno già con qual diritto la mia Parte avversaria pretendi che la mia _Vacca_ le appartenga; bensì se questa _Vacca_ sia nera o bianca; se le sue corna sieno lunghe o corte; se il Prato in cui ella pascola sia tondo o quadro; a qual male ella sia suggetta, e così del resto; dopo il che consultano tutti i Decreti emanati in somigliante caso; _intermettono_ a un altro tempo la decision della Causa, e d’_intermissione_ in _intermissione_, venti o trent’anni dopo, dichiara il Giudice di chi sia la ragione o il torto.
E’d’uopo pur di riflettere che questi Signori anno un Gergo ch’è loro particolare; intelligibile per essi soli; e in questo Gergo sono scritte le loro Leggi. Principalmente per questo mezzo son riusciti in confondere il vero col falso, il giusto con l’ingiusto; e ne sono così eccellenti, che son capaci di disputare per trent’anni continui, per sapere se un Campo, il qual da sei generazioni ha appartenuto a’miei Bisavoli, sia di mia ragione o di quella d’uno Straniere, che d’esser mio parente non ha mai preteso.
Per ciò che spetta all’esame dagli Accusati di delitti di Stato, i processi non sono sì lunghi: imperocchè se que’che si trovano alla testa degli Affari ancora (come mai non mancano) di far appoggiare queste sorte di commissioni a persone di Legge, la cui compiacenza e l’abilità sono lor cognite; queste, immediate che comprendono le intenzioni de’lor Protettori, non differiscono di condannare o d’assolvere gli Accusati; e ciò senza inferire torto veruno ad alcuna delle forme prescritte dalla Legge.
M’interruppe a questo passo il Padrone per dirmi, ch’era ben un peccato, che Uomini tali, come questi Avvocati, che aveano tante conoscenze e tanti talenti, non si applicassero piuttosto a farne parte agli altri. Io risposi, che il loro mestiere rubava tutto il lor tempo, e che non aveano essi neppur il piacere di pensare a verun’altra cosa; Che ciò era sì vero, che fuori della lor Professione, erano ignoranti e stupidi più di quello che possa esprimersi: e che si avea riflettuto ch’erano nemici giurati di tutto ciò che conoscenza si appella, come se a scacciar la Ragione da tutte le Scienze dopo di averla bandita dal loro mestiere, determinati si fossero.
CAPITOLO VI.
Continuazione del discorso dell’Autore, sopra lo stato del suo Paese, sì ben govornato da una Regina, che vi si può far di meno d’un Primo Ministro, Ritratto d’un tal Ministro.
IL mio Padrone diede indizj di non prestar compiuta fede alle mie narrazioni, non potendo, come poscia il dichiaro, a verun patto comprendere per qual motivo gli Uomini di Legge si dessero mille fastidj, e formassero insieme una sorta di lega d’iniquità, non per altro che per conturbare gli Animali di loro spezie. Per vero dire, ei soggiunse, mi diceste ch’essi erano salariati a tal oggetto; ma somiglianti termini in me l’idea menoma non risvegliano. Per isciorre questa difficoltà, fui costretto di descrivergli l’uso della moneta, i materiali ond’ella lavoravasi, e il valor de’metalli. Dissigli, che quando un _Yahoos_ aveva in sua propietà una gran somma di questi metalli preziosi, potea far acquisto di magnifiche vestimenta, di bei Cavalli, d’immense Terre, di squisite vivande, di graziose Femmine, di qualunque cosa di suo piacimento.
Che derivandone dal solo danajo sì maravigliosi effetti, i nostri _Yahoos_ non credevano mai d’averne abbastanza per ispendere, o metter da parte, secondo che piegar gli facesse o alla profusione o all’avarizia la loro inclinazione: Che i Ricchi usufruttuavano degli stenti de’Poveri, e che questi eran mille contra uno, in comparazione di quegli: Che il grosso del nostro Popolo menava una vita miserabile, ed era obbligato di faticar tutto l’anno dalla mattina alla sera, per rendere provveduto un picciol numero d’Opulenti di tutto ciò che i loro capriccj, o la lor vanità lor suggerivano. Internaimi in una instruzione assai estesa su quest’argomento: Ma tanto e tanto il Padrone meglio non mi capì; essendosi intestato che tutti gli Animali fossero in possesso d’una sorta di diritto sopra le produzioni della Natura, e ben ispezialmente que’che agli altri presiedevano.
Cotal pregiudizio gl’inspirò la curiosità di sapere, in che consistessero quegli squisiti cibi che io aveva ricordati; e come potesse darsi che alcuno di noi ne restasse privo: E quì l’enumerazione gli feci di tutte quelle qualità che mi caddero sotto la memoria; del pari che delle differenti maniere di manipolargli; il che non potea eseguirsi senza la spedizione d’infiniti Vascelli per diverse parti del Mondo, affin di riportarne peregrine frutte, e liquori d’un gusto eccellente. Gli protestai, che conveniva far, per lo meno, tre volte il giro della nostra Terra, prima che una delle nostre qualificate Femmine servita fosse d’una colezione che avesse tutti i suoi numeri. Ei disse, ch’esser dovea un assai sgraziato Paese quegli che nutricar non poteva i suoi Abitatori: Ma principalmente rendevalo attonito il riflettere, che una Regione, così estesa come la nostra, tanto penuriasse d’_Acqua dolce_, cosicchè il nostro Popolo a ritraere la sua bevanda per via di mare costretto fosse. Io replicai; che l’_Inghilterra_, mia diletta Patria, produceva tre volte più d’alimenti che i suoi Naturali confumarne potevano; che avea luogo la proporzione medesima a riguardo de’Liquori ond’essi si prevalevano per ispegnere la loro sete; e che questi liquori si componevano con la frutta di certi Alberi, riuscendo un’eccellente bevanda. Ma che per soddisfare all’intemperanza de’Maschj, e alla vanità delle Femmine, noi mandavamo in altri Paesi la maggior parte delle utili produzioni delle nostre Terre, per averne in concambio dello cose che non servivano che a procacciarci infermità, e che ad alimentare la nostra stravaganza e i nostri vizzi. Donde ne seguiva per necessità, che molti de’miei Compatriotti fossero sforzati di guadagnar la vita con infami o ingiusti mezzi; come sarebbe a dire, co’frutti, cogli spergiuri, con l’adulazione, col giuoco, con la menzogna, con l’arte di velenare, o con quella di pubblicar libelli. Non fu senza un grande stento, che mi riuscì di far comprendere al mio Padrone il senso di queste differenti espressioni.
Non è; continuava io, perchè ci manchino i liquori o l’acqua, ch’è portato il vino al nostro Paese; bensì, perchè questi è una bevanda che ci rallegra, che scaccia le nostre maninconie, aumenta le nostre speranze, scema i nostri spaventi, e ci priva per qualche tempo dell’uso d’una importuna Ragione; dopo di che non vi ha dubbio che non c’immergiamo in un sonno profondo; comechè confessar si deggia che quasi sempre ci risvegliamo malati; e che l’uso d’un tal liquore sia per noi una sorgente feconda d’incomodità, che accorciano la nostra vita, e la nostra sanità ruinano.
I più di nostra Nazione campano la vita somministrando alle persone ricche, e un generale a tutti que’che anno con che pagare le loro mercatanzie o i loro travaglj, somministrando, dico, tutte le cose che lor bisognano. Per esempio; quando io sono presso la mia Famiglia, ed abbigliato come essere il deggio, porto sopra il mio corpo gli stenti di più di cento Operaj; la struttura e l’adobbamento della mia Casa il doppio ne vogliono; e innanzi che mia Moglie sia guernita da’piedi infino al capo, non bastano mille.
Io stava per discorrergli d’un’altra foggia d’Uomini che si applicano a guarire i mali del corpo, giacchè ebbi l’occasione di dire a lui che molti de’miei Marinaj erano morti di malattia: Ma non può credersi la mia pena per farmi capire. Ei ben comprendeva, diceva egli, che un _Houyhnhnm_, alcuni giorni prima della sua morte diveniva debole o languido: ovvero per disgrazia in qualche modo piagavasi: Ma sembravagli impossibile che la Natura, la qual affettuosamente è sollecita per tutte le sue opere, generar possa ne’nostri Corpi tanti incomodi e tanti mali; e di spiegargli un sì singolare e sì bizzarro Fenomeno mi pregò. Gli replicai; che non era difficile lo scioglimento di questo problema, e che la sregolatezza del nostro vivere era la sola cagione delle nostre infermità: Che noi mangiamo quando non abbiamo fame, e che bejamo senza aver sete: Che passiam l’intere notti tracannando gagliardi liquori senza prendere cibo di sorta; il che appiccava al nostro corpo un incendio, e precipitava la degistione o l’impediva: Che _Yahoos_ Femmine, dopo d’essersi prostituite per qualche tempo, contraevano certe dolorose malattie, ch’elleno comunicavano a que’che commerzio aveano con esso loro: Che queste e molte altre malattie trasfondevansi da Padre in Figliuolo; che se si avesse voluto, non si avrebbe mai composto un esatto Catalogo de’malori tutti onde il Corpo umano è suggetto; poichè non aveavi parte veruna che in sua spezieltà cinque o secento non ne annoverasse: Che l’intensa brama che abbiamo della nostra guarigione, moltiplicati avea fra noi gli Medici, e vale a dire, Uomini che si fanno un punto d’onore di risanare gl’Infermi. Per anni molti, soggiunsi, sono mi applicato a questa Scienza, la qual, per altro, ha qualche affinità con la mia Professione; e perciò posso dire senza vanità, che mi è noto il metodo tenuto da questi Signori nelle loro cure.
Loro gran principio si è: Che tutte le Malattie derivano da _Ripienezza_; donde conchiudon eglino, che per guarire le indisposizioni nella loro sorgente, conviene che il Corpo pratichi _Evacuazioni_, sieno pel passaggio naturale, o pel vomito. A tal effetto, si accingono a comporre di molte Erbe, di Minerali, di Gomme, d’Olj, di Conchiglie, di Sali, di Escrementi, di Corteccie d’Alberi, di Serpi, di Rospi, di Ranocchj, di Ragnoli e d’Ossa d’Uomini morti, il più abbominevole e nauseante estratto che lor sia possibile: Estratto, che sul fatto stesso è renduto dallo stomaco: e quest’è ciò ch’essi chiama _Vomitivi_: oppure a quest’ammirabile mischiamento aggiungono alcune attossicate Droghe, che che ce le fan prendere (secondo la fantasia del Medico) o pel di sopra o pel di sotto, e un tal rimedio sconvolge sì crudelmente gli budelli, che questi poco men che con la stessa pontualità dello stomaco, il restituiscono; e ciò in loro lingua una _Purga_ o un _Cristero_ si appella. Essendo che la Natura (come riflettono i Medici) ha destinata la bocca all’_Intromissione_ del mangiare e del bere, e un’altra parte alla loro _Ejezione_: quindi conchiudono questi Signori con grande ingegno, che essendo la Natura in queste infermità fuori della sua _Situazione_, conviene, per rimetterla, curar il Corpo in un modo direttamente opposto all’instituto di lei; cioè, introdurre certi composti pel di sotto, e far uscire ciò che si ha negl’intestini, per la bocca.
Ma oltra le reali infermità, siam sottoposti a molte altre, che sono puramente immaginarie, e per le quali i Medici anno inventato rimedj del genere medesimo. An per tanto questi rimedj i loro nomi, perchè i mali ne anno altresì: ed è da questa sorta di mali che le nostre _Yahoos_ femmine, sono assalite. Soprattutto sono eccellenti in _pronostici_ i nostri Medici, e di rado lor succede che s’ingannino: poichè nelle malattie reali e alquanto maligne, predicono quasi sempre, che l’Infermo ne _morrà_, perchè il verificar il detto sta in loro arbitrio: laddove non è in poter loro la guarigione: Ed ecco perchè sempre si corre gran risico nelle loro mani, immediate che tanto an eglino fatto di pronunziare al fatal sentenza, non volendo essere mentori.
Son essi eziandio d’una grande utilità a que’Mariti, e a quelle Mogli che non si amano, a Primogeniti, a Ministri di Stato, e sovente a Principi.