Viaggj del Capitano Lemuel Gulliver in Diversi Paesi Lontani

Part 22

Chapter 223,749 wordsPublic domain

Furono sì grandi la curiosità e l’impazienza del mio Padrone, che impiegò egli molte ore del giorno ad instruirmene. Era persuaso, come poscia mel dichiarò, che io fossi un _Yahoo_: Ma ciò che egli comprendere non potea, era la mia docilità, la mia aria civile, e la mia propietà; caratteri onde verun degli _Yahoos_ del Paese, dotato non era. Un’altra maraviglia impossibile a concepirsi da lui erano i miei vestiti; mercè che egli s’immaginava che formassero parte del mio Corpo, avendo io l’attenzione di non ispogliarmene mai se tutta la famiglia non si fosse ritirata: e di rivestirmene la mattina innanzi che alcuno si fosse alzato. Moriva di voglia il mio Padrone di sapere donde io venissi, come avessi acquistate le apparenze di ragione ch’egli scopriva in tutte le mie azioni, e d’intenderne le Storia della viva mia voce: il che lusingavasi che ben presto io fossi in istato d’effettuare, attesi i gran progressi che io ne avea già fatti, apprendendo e pronunziando i loro termini, e le loro frasi. Per recar qualche ajuto alla mia memoria, m’avvertì di far registro di tutti i vocaboli che io imparava, con la loro traduzione accanto. Di sì gran soccorso mi riuscì questo metodo, che alla fine la presenza stessa del mio Padrone non mi tenne impedito dallo scrivere in carta alcuni termini, e alcune maniere di discorrere. Stentai molto in ispiegargli ciò che io faceva; non avendo gli _Houyhnhnms_ la menoma idea di tutto ciò che Libri, oppure Scritture, noi chiamamo.

Nello spazio di dieci settimane fui capace d’intendere la maggior parte delle sue quistioni; e alcuni giorni dopo, di fargli passabilmente la risposta. Spasimava egli di brama che gli raccontassi da qual Regione distaccato mi fossi, e chi insegnato mi avesse ad imitare una Creatura ragionevole; a cagion che gli _Yahoos_ (a’quali egli osservava che io esattamente era somigliante nella testa, nelle mani e nella faccia, ch’erano le sole parti del mio Corpo che visibili fossero,) eran fra loro’sempre passati per gli men disciplinabili di tutti gli Animali feroci. Risposigli, che io me ne veniva pel Mare da un assai rimoto luogo, con molte altre Creature della mia spezie, e in un gran Vascello incavato fatto di legne: Che i miei compagni mi aveano a forza messo su quella spiaggia, e mi vi aveano abbandonato. Non seguì che con estrema difficoltà, e con l’ajuto di molti segni che gli feci ciò comprendere. Ei ripigliò, che conveniva necessariamente che io m’ingannassi, o che gli dicessi _la cosa che non è_, (poichè in loro Lingua non anno termine di sorta per ispiegare ciò che noi chiamamo falsità o menzogna.) Io so, continuò egli, ch’è impossibile che siavi un Paese di là dal Mare, o che una truppa di bruti sia capace di condurre in sull’acqua un Vascello di legno: Niuno _Houyhnhnm_ al Mondo ha il talento di costruire una somigliante vettura; e neppure è così imprudente per affidarne a degli _Yahoos_ la direzione.

Il vocabolo _Houyhnhnm_ significa in loro idioma un _Cavallo_, e nella sua etimologica origine, _la perfezione della Natura_. Dissi al mio Padrone che l’espressione m’imbrogliava; ma che a costo d’un fisso studio avrei procurato di superare in poco tempo questa difficoltà, lusingandomi di essere ben presto in istato di narrargli gran maraviglie. Compiacquesi egli di dire alla sua propia Cavalla, a’suoi due Puledri, e a tutti i Domestici di sua Casa, di non ommettere veruna opportunità d’ammaestrarmi, ed egli stesso per due o tre ore di cadaun giorno si prendeva questo fastidio. Molti Cavalli ed alcuni Giumenti qualificati del Vicinato, vennero alla nostra abitazione, sulla fama che si era sparsa, che aveavi un _Yahoo_ che parlava come un _Houyhnhnm_; e nelle parole e nelle azioni di cui, scuoprivasi qualche barlume di ragione. Parve che molto gustassero que’Forestieri del mio trattenimento; praticate avendomi molte interrogazioni, alle quali secondo il mio possibile soddisfeci. Tanto ne profittai di tutti questi mezzi, che cinque mesi dopo il mio arrivo, io ben capiva tutto ciò che si diceva, ed lo stesso mi esprimeva passabilmente bene.

Gli _Houyhnhnms_ che a visitar vennero il mio Padrone col disegno di vedermi e di discorrer meco; non diedero indizj d’essere persuasi che io fossi un vero _Yahoo_, perchè io era coperto diversamente da quel che il sono questi animali. Per fino allora mi era determinato di tacere in proposito a’miei vestiti, per distinguermi, per quanto fosse possibile, da quella maledetta razza di _Yahoos_; ma alcuni giorni dopo mutai parere; e credei un tratto di mia ingratitudine il farne per maggior tempo un arcano al mio Padrone. Oltre che, io meditava, che si sarebbero ben presto consumate le mie vestimenta e le mie scarpe, e che per necessità avrei dovuto farmene d’altre di pelle d’_Yahoos_, o qual altro animale si fosse; dal che si sarebbe manifestato tutto il misterio. Dissi dunque al Padrone, che nel Paese donde io veniva, que’della mia spezie coprivansi il corpo di pelo di certe bestie, industriosamente lavorato: e ciò per decenza, ed anche per guarentirsi dalle ingiurie dell’aria: Che se egli il volea, io offrivami di mostrargli in mia persona un saggio della verità di ciò che io avanzava; purchè egli mi permettesse d’occultar a’suoi occhj quelle parti che la Natura di tener nascosse c’insegna. Risposemi il Padrone, che sembravagli molto strano il mio ragionamento, ma spezialmente la conchiusione: Che non potea egli comprendere come la Natura c’insegssasse a nascondere la propia sua opera: Che nè egli, nè veruno di sua Famiglia arrossavasi di veruna parte de’loro Corpi; ma che io era l’Arbitro di far quel che volessi su quest’articolo. Cominciai allora dallo sfibbiare i bottoni dal Giubbone, e dal togliermelo d’indosso con la mia veste. Levai altresì le mie scarpe e le mie calze, e per compimento di soddisfazione della curiosità di lui, gli mostrai il mio petto e le mie braccia tutte ignude.

Con la più avida curiosità considerò il Padrone questi differenti oggetti. Prese, pezzo per pezzo, tutti i miei vestiti nel suo pasturale, e attentamente gli disamino; dopo di che, avendo con uno de’suoi piedi d’innanzi lisciate alcune parti del mio corpo, dissemi, che in sentenza sua io era un perfetto _Yahoo_: Che la sola differenza che passava tra me, ed il resto della mia spezie, consisteva in ciò che io avea la pelle più bianca, più dilicata e più morbida: e le unghie delle zampe del d’avanti e del di dietro più corte che gli _Yahoos_ comuni; ed eziandio consisteva nell’affettazione di camminar sempre co’miei piedi di dietro. Aggiunse, che di più non volea vederne, e che come sembravagli che io avessi freddo, così io poteva riprendere i miei vestiti.

Gli espressi qualche mio rammarico perchè sì frequente avessemi dato il nome di _Yahoo_, il qual era un Animale odioso, da me al maggior segno dispregiato ed avuto in abbominazione. Il supplicai di non più valersi a mio riguardo d’un titolo sì oltraggioso; e di fare che que’della sua Famiglia e gli Amici, a’quali egli permetteva di venir a vedermi, avessero l’attenzione medesima. A questa grazia lo scongiurai d’aggiugnerne un’altra, cioè di non palesar a chi che fosse che ciò che scorgevasi non fosse il mio vero corpo; mercè che spacciati si avrebbe gli Abiti miei come una spezie d’artifizio, con cui persuader volessi che io non fossi un _Yahoo_.

In una maniera la più graziosa del Mondo soscrisse il Padrone alle mie instanze; e così il segreto restò custodito finchè le mie vestimenta cominciassero a logorarsi, ed obbligassermi ad aver ricorso a diversi espedienti per rappezzarle, come a suo luogo il dirò. Nel tempo stesso mi pregò d’impiegarmi con tutta la possibile diligenza ad instruirmi del Linguaggio del Paese; essendo che più rendevanlo attonito la mia intelligenza, e la mia facoltà di discorrere, che la figura del mio corpo, fusse egli coperto o no: aggiungendo che stava egli impazientissimo d’intendere le maraviglie che di narrargli io avea promesso.

Da quell’instante innanzi raddoppiò egli il suo fastidio per ammaestrarmi; mi volle con esso lui in tutte le ragunanze, e faceva che tutti gli Astanti mi trattassero con molta cortesia; imperocchè, come egli il diceva loro in quattr’occhj, ciò renduto mi avrebbe di buon umore e più conversevole.

Ciascun giorno che io andava a porgergli i miei saluti, alla briga ch’ei prendevasi d’instruirmi, egli univa delle quistioni in proposito di me medesimo; ed io procurava di supplirvi con tutto il mio potere; e con questo mezzo gli avea esposte alcune generali idee, tutto che imperfette.

Sarebbe cosa molto molesta il voler descrivere i differenti gradi, per gli quali passar dovei prima d’essere capace d’una conversazione alquanto continuata. Ecco la prima di quelle conversazioni. Per apaggare la curiosità del Padrone, che sin allora io non avea che eccitata con risposte mal espresse e peggio ancora intese, dissigli un giorno: Che io veniva da un Paese molto lontano, come io già aveva avuto l’onore di accennarglielo, in compagnia d’una cinquantina d’Animali della mia spezie: Che avevamo traversati molti Mari in un Vascello di legno, più grande che la casa di lui. E quì gli feci la più esatta descrizione che potei del Vascello; e procurai di dargli ad intendere con la comparazione del mio fazoletto spiegato, come questo Vascello era stato sospinto dal vento: Che i miei uomini, essendosi ribellati contra di me, mi aveano messo a terra su quella spiaggia, ove immediate io riscontrati avea quegli esecrabili _Yahoos_, dalla cui persecuzione aveami guarentito il di lui sopraggiugnere. Ei mi ricercò chi avesse costrutto il Vascello; e come possibil fosse che gli _Houyhnhnms_ del mio Paese affidata ne avessero a Bruti la direzione? Io replicai, che non avrei l’animo di proseguire la mia relazione, se egli non s’impegnasse in parola d’onore di non aversene a male, e che a questo patto gli racconterei le maraviglie, onde sì spesso io gliene avea parlato. Ei mel promise; e quindi il mio ragionamento continuai: assicurandolo che il Vascello era stato fabbricato da Creature come me; le quali, in tutte le Regioni che io aveva scorse, ed altresì nella mia, erano i soli Animali di ragione dotati; e che al mio arrivo in quel Paese; io era rimasto tanto attonito di scorgere gli _Houyhuhums_ ad operare come Esseri ragionevoli, quanto egli, o gli Amici suoi, l’avean potuto essere in iscoprendo caratteri d’intelligenza in una Creatura, che egli si compiaceva di confondere con gli _Yahoos_, a cui io non volea già negare di rassomigliarmi in alcune circostanze, ma non certamente nella ferocia e nella bestialità. Dissi di più, che se mai godessi della buona sorte di ritornamene alla mia Patria e di potervi narrare i miei viaggj, come n’era la mia intenzione, ognuno taccerebbemi di dire la _cosa che non è_; e che, malgrado il profondo rispetto che io avea per lui, per la sua Famiglia, per gli suoi Amici, asserirgli io poteva, che i miei Compatriotti durerebbono gran fatica a credere, che al Mondo fossevi un Paese, ove gli _Yahoos_ fossero Bruti, e gli _Houyhnhnms_ Creature ragionevoli.

CAPITOLO IV.

Intelligenza degli Houyhnhnms in proposito del vero e del falso. Discorso dell’Autore disapprovato dal suo Padrone. Introducesi l’Autore in un racconto più specificato di se medesmo, e degli avvenimenti del suo Viaggio.

AScoltò il mio Padrone ciò che testè io gli avea detto, con quell’aria d’imbroglio che palesasi quando ci vengono rappresentate cose che si dura fatica di comprendere, il che proveniva, perchè l’idee di _Dubbio_, e d’_Incertezza a riguardo della verità d’un fatto_, erano totalmente una novità per lui: E mi rammentò che in molti discorsi ch’ebbi con esso in materia degli Uomini in generale, essendo io sforzato di parlargli delle _Menzogne_ ond’eglino si prevalgono per iscambievolmente ingannarsi, fu estrema la mia difficoltà per ottener l’intento di farmi intendere; tutto che, per altro, egli avesse il più lucido concepimento del mondo. Ecco com’egli ragionava. L’Uso della parola è instituito per farci intendere, e per informarci di ciò che non sappiamo: Ora se alcuno dice _la cosa che non è_, rovescia quest’instituto; perchè; a parlar propiamente, dir non potrei che io il capisco, e ben lunge dall’instruirmi di qualche cosa, gettami in una condizione peggiore dell’ignoranza; poichè che il _Nero_ sia _Bianco_ ei mi persuade. Ecco tutta l’intelligenza ch’egli avea della Facoltà di _Mentire_, che sì a perfezione posseggono gli Uomini.

Per rivenire al mio argomento; quand’ebbi detto, che gli _Yahoos_ erano i soli Animali ragionevoli del mio Paese, dimandommi il Padrone se fra noi si trovassero _Houyhnhnms_, e qual impiego fosse il loro? Gli risposi che ne avevamo un gran numero: che in tempo di State pascolavano essi nelle campagne, e nell’Inverno si custodivano nelle Case, ove gli nutrivamo di fieno e di vena, ed ove _Yahoos_ servidori, erano obbligati a pettinar loro il crinale, di nettar i loro piedi, di dar loro a mangiare, e di fare i letti loro. V’intendo, replicò il mio Padrone, e da quel che mi dite, concepisco che, qualunque sia la porzion di ragione che i vostri _Yahoos_ presumono di avere, gli _Houyhnhnms_, non ostante, sono i padroni vostri. Qual piacere sarebbe il mio, che i nostri _Yahoos_ fossero così sociabili! Il supplicai di permettermi di non dirne di vantaggio; imperocchè io stava perfettamente assicurato che lo scioglimento della da lui propostami difficoltà, non potrebbe non dispiacergli. Ma egli mi ordinò di parlar alla libera, e di non adirarsi diedemi parola. Accertato da tal promessa, gli dissi che i nostri _Houyhnhnms_, che nol chiamiamo _Cavalli_, erano i più begli e i più generosi di tutti gli Animali che avessimo: che in forza e in velocità era ne eccellenti che appartenendo a persone di qualità, non erano impiegati che a portare i loro Padroni, o a tirare de’Cochj; trattati, per altro, assai bene, se pure non si ammalassero, o non divenissero bolsi, mercè che in tal caso erano venduti, e più di essi non si faceva che un uso basso, perfino alla loro morte; dopo di che si scorticavano per trarne qualche vantaggio dalla loro pelle, e gittavasi il resto del loro corpo in pasto a’Cani o agli Uccelli di rapina. Ma, io continuai, i Cavalli ordinarj non sono sì felici; poichè son mal nodriti, e adoperati da Castaldi o da Carretaj in fatiche assai più penose. Gli descrissi; per quanto seppi, la nostra maniera d’andar a cavallo: e altresì la forma e l’uso delle nostre briglie, delle nostre selle, de’nostri sproni e delle nostre fruste. L’informai poscia, che al di sotto de’loro piedi inchiodavano certe piastrelle d’una dura sostanza chiamata _Ferro_, perche in camminando per sassosi sentieri, eglino non si facessero male.

Parve sdegnato del mio ragionamento il Padrone; con tutto questo si contentò di dirmi, ch’egli stupiva della nostra temerità di montare sopra la schiena d’un _Houyhnhnm_; essendo più che sicuro, che il più debole de’suoi domestici era capace di gettar a terra il più robusto _Yahoo_, ed eziandio di schiacciar questa bestia col solo rotolarsi insul dorso. Risposi, che noi avvezzavamo i nostri Cavalli fin dall’età di tre anni o quattro a’differenti servigi a quali gli destinavano: Che gli straordinariamente viziosi di loro, erano impiegati nelle vetture: Che in tempo di lor gioventù gastigavansi severamente, per correggerli di quella sorta di difetti, a cui gli gastighi servir possono di rimedio: Che per rendergli più docili e più trattabili, si castravano, per la maggior parte, all’età di due anni: Che conveniva confessare ch’erano sensibili alle pene e alle ricompense; ma ch’egli era certo, che la menoma tintura di ragione non possedevano.

Costretto sui di valermi di molte circonlocuzioni per imprimere nel mio Padrone aggiustate idee di quanto io gli aveva esposto; essendo che non abbonda i termini la loro favella: consistendo in assai più picciol numero delle nostre, le loro necessità e le loro passioni. Ma riescemi impossibile d’esprimere il nobile risentimento che l’idea del trattamento crudele che pratichiamnoi a molti de’nostri _Houyhnms_ gl’inspirò: particolarmente dopo che spiegato gli ebbi il fine, che ci proponevamo da quella sanguinosa operazione; ciò è d’impedir loro la propagazione di loro spezie, e di rendergli più servili. Disse egli: che se possibil fosse che avessevi un Paese, ove gli _Yahoos_ soli fossero dotati di Ragione, bisognava per necessaria conseguenza ch’essi vi fossero altresì i Padroni, imperocchè a lungo andare, la Ragione la vinceva sempre sopra una cieca e brutale forza. Ma, che riflettendo alla forma de’nostri corpi, e in ispezieltà del mio, sembravagli che Creatura niuna, d’egual volume, men propi fosse ne’comuni affari del vivere, a far uso di questa Ragione; sopra di che pregommi di dirgli, se i miei Compatriotti rassomigliassero a me, oppure agli _Yahoos_ del suo Paese. Gli dichiarai che io era sì ben formato come la maggior parte degli Uomini di mia età; ma che i Giovani e le Femmine avean la pelle assai più dilicata; e che particolarmente quest’ultime, l‘aveano, per ordinario, così bianca come del latte. Vero è, mi soggiunse egli, che vi ha qualche differenza fra voi e gli altri _Yahoos_; perocchè voi siete molto più propio, e non del tutto così difforme. Ma quanto al fatto, ei continuava, di vantaggi reali, essi mi erano superiori: Che le mie unghie, tanto de’piedi d’innanzi che di que’di dietro, non mi servivano a nulla: che in riguardo a’primi, egli impropiamente assegnava loro un tal nome, non avendomi mai veduto a camminarvi sopra: che non era sì dura la loro pelle per poter calpestrare le pietre: che pel più del tempo io non gli copriva di cosa veruna, e che la coperta ond’io talvolta gl’involgeva non era della figura medesima, nè così solida come quella che a’piedi dietro io metteva: che bisognava per necessità che io sovente cadessi, poichè era impossibile che sempre potessi tenermi ritto, poggiando sopra due soli piedi. Cominciò allora a far la critica dell’altre parti del mio corpo, dicendo che il mio naso sporgeva troppo in fuori: ch’erano sì concentrati nella testa i miei occhi, che volendo guardar qualche oggetto che mi fosse a’fianchi, mi conveniva girarla: che senza avvicinare alla mia bocca l’un de’miei piedi d’avanti, non poteva io nutricarmi: che per difendere il mio corpo contra il caldo ed il freddo, io era costretto di ricorrere a vestimenta, che togliere o rimettere cadaun giorno io non poteva, senza una pensione di molto tempo e di molta fatica. E finalmente, ch’egli avea riflettuto che tutti gli Animali del suo Paese naturalmente aveano dell’orror per gli _Yahoos_: che i più deboli gli sfuggivano, i più forti lunge da se gli scacciavano. Donde conchiudeva, che col supporci dotati di ragione, men imbrogliato tuttavia non trovavasi, per sapere come potessimo recar rimedio a quella naturale antipatia, che tutte le Creature mostravano di avere contra di noi; nè per conseguenza come addomesticarle, e ritrarne servigi. Ma, proseguiva, io non voglio maggiormente internarmi in questa discussione, mercè che mi muojo di voglia d’essere instruito della vostra Storia, in qual Regione siate nato; e di tutto ciò che prima di qua venire vi sia accaduto di più importante.

Gli dissi, che avrei fatto tutto per rendere compiutamente appagata la sua curiosità, ma che io molto temeva non vi fossero molte cose, onde impossibile riuscissemi d’imprimergli le necessarie idee, non vedendo io nulla nel suo Paese da poterne fare in qualche modo la comparazione: Che non ostante mi accigneva a contentarlo sopra tutti gl’indicati articoli, supplicandolo tuttavia d’ajutarmi, quando rinvenir non potessi le dovute espressioni; il che con bontà ei mi promise. Cominciai dunque: Che i miei Parenti erano buoni Borghesi, stabiliti in un’Isola che _Inghilterra_ noma val, tanto lontana dal Paese di lui, quanto uno de’suoi servidori penerebbe molto ad arrivarvi in un anno, quando anche non traviasse dal suo diritto cammino: Che i miei Parenti stessi avean mi fatta apprendere la Cirugia; e vale a dire, l’Arte di risanare le piaghe, e le contusioni che succedono al Corpo: Che il mio Paese era governato da una Donna che noi chiamiamo _Regina_: Che io aveva lasciata la mia Patria per accumular ricchezze; pel cui mezzo potessi al mio ritorno vivere nell’opulenza con la mia Famiglia: Che nell’ultimo mio Viaggio io era Comandante del Vascello, e che avea sotto di me una cinquantina di _Yahoos_, i più de’quali erano morti in Mare; il che avea mi costretto di reclutargli con altri di differenti Nazioni: Che il nostro Vascello per due volte aveva scorso il pericolo d’abbissarsi; la prima, per una violenta burrasca; e per aver investito in uno scoglio la seconda. A questo passo interrupemi il Padrone, per dimandarmi, come mai persuader io potea Stranieri di diversi Paesi d’imbarcarsi con esso meco, se tanti risichi passati avea il mio Vascello, e se tanti Uomini mi erano morti? Gli risposi, ch’eran coloro canaglie di sacco e corda, obbligati d’abbandonare le loro Terre, a cagione de’loro misfatti, o o della lor povertà; Che le liti ne aveano ruinati alcuni; che altri si erano immersi nella miseria pel vino, per giuoco o per le Donne; che altri erano criminosi di tradimento; che un gran numero l’era altresì di omicidj, di furti, di veneni, di spergiuri, di moneta falsa, o di fuga; e che poco men che tutti si erano sottratti alle carceri: quindi provenendone che veruno d’essi non ardiva di rimettere il piede nella sua Patria, per timore d’essere appiccato pel collo, o di finir i suoi giorni nel sondo d’una tenebrosa prigione: e che perciò erano forzati di rintracciar il lor vivere in Regioni rimote.

Più d’una volta mi troncò il Padrone questo ragionamento, ed io mi era prevaluto di molte circonlocuzioni per fargli conoscere la natura de’differenti delitti, che la maggior parte della mia Ciurma ad abbandonare la propia Patria, indotta aveano. A forza di molte conversazioni finalmente compresemi, ma la necessità, o l’uso di questi delitti, era la cosa, ch’egli potea concepire il meno. Per rischiarare un tal punto, dovetti inserirgli alcune immagini della brama d’essere potente e ricco; ed eziandio de’terribili effetti dello Spirito di vendetta, di odio, di crudeltà, d’intemperanza, di voluttà. Perchè ei comprendesse somiglianti passioni, molti supposti, idonei ad inspirargli qualche intelligenza, formai. Dopo ciò: nella guisa stessa che un Uomo la cui immaginazione è colpita da un non so che ch’ei prima non avea ravvisato, e più a parlarne non avea inteso, con istordimento e con indignazione egli alzava i suoi sguardi. Possanza, Governo, Guerra, Leggi, Gastighi, e mille altre cose, non potevano essere espresse in quella favella per mancanza di termini: e quindi ne derivava il crudel mio imbarazzo di far concepire al Padrone ciò che dir io volea. Ma avendo egli una maravigliosa comprensione, finalmente arrivò a conoscere, se non perfettamente, per lo meno in gran parte, di che fra noi sia capace la Natura umana; e mi pregò d’entrar alquanto in una minuta narrazione degli Affari del Paese che io chiamava _Europa_, ma spezialmente di quegli della mia Patria.

CAPITOLO V.

Per ubbidire agli ordini del suo Padrone, lo informa l’Autore dello Stato dels’Inghilterra, ed altresì de’motivi della Guerra fra alcuni Potentati dell’Europa; e ad inspirargli qualche idea della Natura del Governo Inglese incomincia.