Viaggj del Capitano Lemuel Gulliver in Diversi Paesi Lontani

Part 21

Chapter 213,644 wordsPublic domain

Avvicinatisi alcuni di loro al luogo ove io me ne stava ebbi l’opportunità di raffigurargli distintamente. Le loro teste, e i loro petti erano ricoperti di crini; avean essi le barbe a somiglianza de’Caproni; e il loro corpo, generalmente parlando, era del colore della pelle di bufalo. Io gli scorgeva a rampicarsi sopra grand’Alberi con tanta agilità, come potrebbe farlo uno scojattolo; mercè che aveano nerborute zampe che terminavano in uncinate punte. Facevano terribili salti, e correvano prodigiosamente veloci. Più che i maschj eran picciole le loro femmine; le cui poppe pendevan loro fra’piedi dinanzi, e incamminando radevan la terra. Di differenti colori erano i crini di quelle bestie d’amendue i fessi: bruni gli uni, rosi gli altri, quegli neri, gialli finalmente questi. A prender tutto, non so risovvenirmi d’aver veduto, in veruno de’miei Viaggj, Animali più nauseanti, nè più opposti al mio genio. Avendo dunque, anche troppo, soddisfatta la mia curiosità proseguì il mio cammino, lusingandomi che alla capanna di qualche _Indiano_ ei mi guiderebbe. Tirati innanzi appena alcuni passi, diedi del naso in una di quelle creature or ora mentovate. Il sozzo mostro non aveami quasi scoperto, che misesi a fare molte morfie, in cui credei di figurare lo stupore di lui: ed accostatosi poscia a me, le sue zampe levò, senza che io sapessi se ciò egli facesse per malizia, o per semplice curiosità. Ma dubitando d’equivoco, die di mano alla spada, e lasciai gli andare una piattonata; imperocchè io non cercava di ferirlo, per timore che cotale violenta azione a riguardo d’una bestia che poteva lor appartenere, non irritasse gli Abitanti contra di me. Con tutto questo, riuscì il colpo non poco doloroso; perchè l’animale gettando strepitosi gridi prese la fuga, traendo fuori del vicino campo una quarantina di mostri della spezie stessa di lui, i quali d’assai mal occhio mi risguardarono. Temendo, non ostante, di qualche insulto, assicurai le spalle ad un albero, e mi feci largo con la mia spada; tutto che, per vero dire, non mi trovassi con l’intero mio comodo.

In un imbroglio di questa fatta, qual non fu il mio stordimento; quando vidi quegli animali a mettersi in salvo a tutte gambe, e a lasciarmi proseguir il Viaggio con libertà, senza che possibil mi fosse di comprendere la cagione di cangiamento così improvviso? Ma girato il capo a sinistra, ravvisai un Cavallo che a piccioli passi se ne stava spasseggiando nel Campo; ed era questo Cavallo, che prima di me avevan eglino veduto, quello il quale, per quanto dappoi ne seppi, era il motivo della loro fuga. Parvemi il Cavallo alquanto sbigottito in guardandomi, ma rimessosi immediate dal suo spavento, considerò il mio volto con indizj manifesti di maraviglia: contemplò attentamente le mie mani e i miei piedi, e d’intorno al mio corpo molte volte girò. Continuar io volea la mia strada; ma egli me la serrò in traversandola; tutto che per altro, non avesse l’aria minaccevole, e che mi paresse non intenzionato di praticarmi la menoma soperchieria. Per alcuni minuti ce ne ristemmo amendue in cotale situazione; alla fine fui sì ardito di stendere la mano sopra il suo collo, con intenzione di vezzeggiarlo, servendomi di quella sorta di fischio e di parole ond’usano i Cozzoni, quando maneggiar vogliono un Cavallo straniero. Ma quell’animale parve sdegnare i miei blandimenti: essendo che crollò la testa, increspò le ciglia, e con la dritta gamba del dinanzi allontanò leggermente il mio braccio: dopo di che tre o quattro volte annitrì, ma in un modo sì straordinario, che credetti ciò fosse una spezie di sua particolare favella.

In questo mentre sopraggiugne un secondo Cavallo, il qual accostossi all’altro con un’aria disinvolta e civile, gli annitrisce alcuni suoni, che mi parvero articolati, e ne riceve una risposta del genere medesimo. Si scostarono d’alcuni passi ambidui, come se avessero voluto conferir insieme, spasseggiando avanti indietro l’uno a fianco dell’altro nella guisa stessa che è praticata da chi vuol liberare sopra un negozio importante; ma girando sovente gli sguardi verso di me, come per impedirmi il suggirmene. Non saprei esprimere la mia sorpresa nel veder operare somiglianti cose ad Animali bruti, e ne conchiusi, che se gli Abitanti del Paese dotati fossero d’un grado di ragione proporzionato a quell’ordinaria superiorità che anno gli Uomini sopra i Cavalli, conveniva necessariamente che fossero il più saggio Popolo della Terra. Una tal riflessione m’incoraggiò ad avanzar cammino, e suggerirmi il disegno di più non fermarmi, se trovata non avessi qualche Abitazione, o alcun Villaggio; o per lo meno, qualcuno de’Naturali del Paese. Piano piano già mi andava sottraendo; allorchè il primo de’due Cavalli, il qual era un Leardo ruotato, guatando il mio scampo si mise ad annitrire dietro di me con un tuono sì assoluto, che di capire ciò ch’ei dir volesse m’immaginai, e perciò me ne rivenni per attendere gli ordini di lui. Il meglio che seppi dissimulai il mio spavento; poichè, senza che io il giuri, il Leggitore crederà facilmente, che non poca potesse essere la mia pena nell’incertezza del fine d’una somigliante Avventura.

Si fecero accosto di me i due Cavalli, risguardando con somma attenzione la mia faccia e le mie mani. Il Leardo, con l’unghia del piede dritto del dinanzi toccò il mio cappello da tutti i lati, e talmente lo scompose, che fui costretto di levarmelo per rassettarlo: Azione, che sembrommi gettar quel Cavallo, e il suo Compagno altresì (ch’era un bajo scuro) in un’ammirazione che non può esprimersi. Toccò quest’ultimo il lembo del mio vestito, e trovando ch’ei non faceva parte del mio corpo, palesò nuovi contrassegni di sua sorpresa. Le mie scarpe e le mie calze molto imbrogliarono entrambi, che aveanle esattissimamente disaminate, annitrendosi l’un con l’tro, e facendo molte gesta, che a quelle che fa un Filosofo, il qual procuri di spiegare qualche nuovo e difficile Fenomeno, non male rassomigliavano.

Per dir brieve; mi parvero sì sagge e sì piene d’intelligenza le maniere tutte di quegli Animali, che conchiusi, che conveniva necessariamente che fosser due Stregoni così trasformati, e che vedendo uno Straniere, formato avessero il disegno di ricrearsi a mie spese; o che forse realmente fossero trasecolati della vista d’un Uomo sì diverso in vestimenta e in figura dagli Abitanti d’un Paese così rimoto. Questo bello e ben fondato ragionamento mi rendè ardito per tener loro il seguente discorso.

Signori: se siete Stregoni, come è assai probabile, vi son congnite tutte le Lingue; e perciò prendomi la libertà di dire alle Signorie Vostre, che io sono uno sgraziato Inglese, gettato da’suoi infortunj sulle vostre spiagge. Priegovi per tanto di permettere che io monta sopra uno di voi due, come realmente fosse un Cavallo, e di portarmi a qualche abitazione, o a qualche Villaggio. Vi giuro che non obbligherete una persona ingrata; poichè regalerovvi di questo coltello e di questo braccialetto, (che in ciò dire tolsi dalla mia saccoccia.) Se ne stettero profondamente mutole nel frattempo che io parlava le due Creature, e manifestarono d’ascoltarmi con molta attenzione; e finito che io ebbi, l’una coll’altra parecchie volte annitrironsi; nè più nè meno, come se impegnate fossero in una seriosa conversazione. Osservai che il loro linguaggio esprimeva assai bene gli affetti; e che i termini si potevano ridurre in Alfabeto, più agevolmente che que’de’_Chinesi_.

Gli udì più fiate pronunziare la parola _Yahoo_; e comechè mi riuscisse impossibile d’indovinare ciò ch’ella significasse, pruovai, non ostante, in tempo che que’Signori se ne stavano in trattenimento, di profferirla ancor io. Subito che mi avvidi ch’essi tacevano, dissi ad alta voce _Yahoo_, imitando nel tempo stesso al possibile il nitrito d’un Cavallo; dal che non restarono ambidui mediocremente sorpresi; e il Leardo ripetè tre volte il vocabolo medesimo, come se avesse voluto instruirmi del vero accento; nel che lo imitai alla meglio, e trovai che ciascuna volta io pronunziava men male, non ostante che tuttavia fossi molto lontano dal punto di perfezione. Il Bajo scuro poscia saggiò la mia capacità a riguardo d’un secondo termine, la cui pronunziazione era molto disagevole; voglio dire quegli di _Houyhnhnm_. Non ci riuscì sì bene in questo come nell’altro; ma dopo due o tre esperimenti, la faccenda andò meglio, e i miei due Maestri parvero estremamente stupiti dell’abilità del loro Discepolo.

Dopo alcuni altri discorsi, che per quanto ne conghietturai risguardavano me, i due Amici presero congedo un dall’altro: il Leardo fecimi segno che io camminassi innanzi a lui: nel che giudicai a proposito d’ubbidirgli, finchè una miglior guida trovata avessi. Quand’io andava troppo lentamente, ei mi gridava _Huhuum_. _Huhuum_. Indovinai il suo pensiero, e gli diedi ad intendere che io era stanco, e che possibile non mi riusciva di progredire: egli ebbe la bontà d’arrestarsi alquanto, perchè avessi l’agio di riposarmi.

CAPITOLO II.

Un Huyhnhnm guida l’Autore alla sua Casa. Descrizione di questa Casa. Maniera con cui vi è ricevuto l’Autore. Nutritura degli Hoyhnhnms. E’l’Autore provveduto d’alimenti doppo d’aver temuto di mancarne. Suo modo di nutricarsi in quel Paese.

TRE miglia in circa fatte avevamo, allorchè pervennimo ad una lunga fabbrica di legname, il cui tetto era basso e coperto di paglia. Cominciai quell’instante ad incoraggiarmi, e trassi dalla mia tasca alcune di quelle cosuzze, che per ordinario i Viaggiatori an sempre con esso loro, per farne a poche spese regali magnifici agl’_Indiani dell’America_. Trassi, dissi, dalla mia tasca alcune di quelle cosuzze, con la speranza di conciliarmi, per tal mezzo, l’affetto degli Abitatori di quella Casa. Che io entrassi il primo fecimi segno il Cavallo. L’eseguj, e mi trovai in un’assai propia stalla, ove non mancava nè rastrello, nè greppia. Vi stavano tre Cavalli, e due Giumenti che non mangiavano, ma taluno di essi se la passava sedendo su’suoi garetti; il che recommi un’estrema maraviglia, e questa si rinforzò, quando vidi gli altri impegnati nell’esercizio stesso, che da’nostri Palafrenieri è praticato nelle nostre stalle. Un somigliante spettacolo mi rassodò nel primo pensiero, che un Popolo capace di render colti fin a un tal segno de’bruti, non potea non essere il più saggio, e il più abile Popolo della Terra. Il Leardo ruotato entrò allora, e prevenne qualche mal termine che avrebbono potuto farmi gli altri: Anitrì loro in diversi tempi con un tuono d’autorità, e sempre n’ebbe le dovute risposte.

Al di sopra di quella foggia d’Apartamento ove noi eravamo, aveavene altresì tre altri in un solo piano, a cui tre porte, l’une rimpetto all’altre, davan l’ingresso. Pel secondo Appartamento ci rendemmo alla porta del terzo, dove entrò solo il Caval Leardo, facendomi segno di quivi attenderlo. Ubbidj, e in aspettando, alestj i presenti pel padrone, e per la padrona della Casa. Consistevano questi presenti in due coltelli, in tre manigli di perle false, in un picciolo cannocchiale, e in un vezzo di vetro. Tre o quattro volte il Cavallo annitrì; ed io mi figurava d’intendere cadauna risposta pronunziata con voce umana; ma un nitrito altresì articolato, tutto che più sottile del suo, fu tutta la risposta ch’egli ebbe. Passavami per la mente che quell’abitazione appartenesse a qualche persona del primario carattere, giacchè vi voleano tante cerimonie per esservi ammesso: parendomi totalmente incredibile che un uomo di qualità da soli Cavalli servito fosse.

Temei per un instante che i miei infortunj, e i miei patimenti non mi avessero offuscato il cervello: guardai d’intorno a me nella stanza ove io era stato lasciato solo, e la trovai come la prima, tutto che d’alquanto maggior propietà. Stroppicciami gli occhj molte volte; ma costantemente furono essi colpiti dagli oggetti medesimi. Le braccia e le coste mi bezzicai per isvegliarmi, con la lusinga che fosse un sogno tutto ciò che io vedeva; dopo di che fui costretto d’attribuire ogni cosa alla Magia. Ma nel forte di somiglianti mie riflessioni interrotto fui dall’arrivo del Leardo, che mi accennò di seguirlo nel terzo Appartamento; ove vidi una gentilissima Cavalla con due puledri, tutti e tre assisi sopra stuoje di paglia assai ben lavorate, e dell’ultimo buon gusto.

Immediate che la Cavalla mia ravvisò levossi dalla sua stuoja, si mise accosto di me, e dal capo a’piedi disaminommi; esame, che terminò con una disprezzante occhiata, e rivoltasi poscia verso il Cavallo, intesi che sovente ripetevano entrambi il termine di _Yahoo_; termine, onde per anche io non ne comprendeva il significato, non ostante che fosse il primo che a pronunziare io appreso avessi; ma troppo non tardai a ben capirne il senso, avend’io pagata una tal cognizione con la più crudele di tutte le mortificazioni: Mercè che il Cavallo, facendomi cenno con la sua testa, e replicando il vocabolo _Hhuum_, _Hhuum_, nella guisa stessa che praticato avea in sul cammino; il che volea dire (come già lo spiegai) che seguirlo io dovessi; in una spezie di Corte, ove aveavi un’altra fabbrica in qualche distanza della Casa, mi condusse. In quella fabbrica dunque entrammo; e vi vidi tre di quelle detestabili Creature da me immediatamente riscontrate dopo il mio arrivo nel Paese, che si pascevano di radici, e della carne di alcuni Animali, che dappoi seppi ch’erano stati Asini, Cani, e Vacche morti di malattie. Con forti funi eran elleno legate tutte pel collo ad una trave, tenendo il lor mangiare fra l’ungie delle zampe d’innanzi.

Il Padron Cavallo commandò ad uno de’suoi domestici, ch’era un Cavallo sauro, disciogliere la più grande di quelle bestie, e di condurla nel cortile di dietro. Vi fui condotto ancor io, e ciò col disegno di paragonarci insieme: il che il Padrone ed il servidore effettuarono con molta esattezza, ripetendo ambidui molte volte la parola _Yahoo_. Non saprei esprimere l’orrore e lo spavento che presemi, quando mi avvidi che l’abbominevole mostro aveva sembiante umano. Per vero dire, era più largo il suo ceffo, più schiacciato il naso, le labbra più grosse, e più fessa la bocca, che non l’anno d’ordinario gli _Europei_: ma cotale difformità scorgonsi nella maggior parte delle Selvagge Nazioni. I piedi d’avanti del _Yahoo_ in nulla differivano dalle mie mani, se eccettuinsi l’unghie ch’erano più lunghe: come più irsuti, e più bruni erano gli piedi stessi. Aveavi la conformità medesima, e la medesima differenza fra’nostri piedi: ma i Cavalli non se ne accorsero, perchè i miei dalle scarpe e dalle calze erano ricoperti.

La sola difficoltà che i due Cavalli tenea sospesi era, il vedere che il restante mio corpo non rassomigliasse per nulla affatto quello d’un _Yahoo_: disuguaglianza, onde io aveane la totale obbligazione a’miei vestiti, che per coloro riuscivano una cosa interamente nuova. Offrimmi il Sauro una radice, ch’ei teneva fra l’unghia del suo piede, e il suo pasturale: Io la presi: ma gustata avendola, con la più possibile civil maniera gliela rendei. Trasse egli dal canile del _Yahoo_ un non so qual cibo che puzzava sì forte, che io girai la testa, facendo alquante sdegnose e nauseate morfie; il che appena egli osservò, che al _Yahoo_ gettò il cibo, e fu questi con avidezza divorato da lui. Mi mostrò poscia un monticello di fieno, e un quartiere di biada; ma il capo crollai, manifestando che nè l’una, nè l’altra cosa servir mi potevano di nutritura. E per dirla schiettamente, cominciai allora a temere di morirmi di fame, se in alcuno della mia spezie non mi fossi abbattuto; Essendo che, per quello spetta a que’sozzi _Yahoos_, confessar deggio, che non ostante la cordial tenerezza che io professava allora alla Natura umana, non mi venne mai fatto di vedere un Essere, che per tutte le ragioni più mi disgustasse. Cosa più singolare si è, che tutto che ci avvezziamo a qualunque sorta d’animali, i soli _Yahoos_ mi son paruti sempre più abbominevoli, a misura che più gli ho conosciuti. Il Padron Cavallo raffigurò abbastanza sulla mia faccia l’aversione che io aveva per quelle bestie; e per obbligarmi, rinviò il _Yahoo_ nel suo canile. Dopo ciò: avvicinò alla sua bocca l’ungia del suo piede d’innanzi: dal che non ne restai mediocremente sorpreso, comechè il facesse in un modo assai agevole, e con un muovimento che mi sembrò perfettamente naturale. A questo primo segno ei ne aggiunse degli altri, affin di pregarmi di dargli a conoscere ciò che volentieri mangiato avrei; ma di fargli una risposta ch’ei potesse comprendere, totalmente impossibile mi riuscì. Standocene amendui in un tal imbroglio, passò una Vacca accosto accosto di noi. Io l’accennai col dito, e mostrai la voglia che io avea di mugnerla. Intesemi il Padron Cavallo; piochè ordinò ad una Cavalla, la qual era una delle fantesche dell’abitazione, di diserrar una stanza, ove aveavi molti vasi di terra, e di legno riempiuti di latte. Me ne offrii ella un buon boccaluzzo pieno, che in un solo fiato, e con un piacere indicibile, tracannai.

Verso il mezzo giorno, vidi sopraggiugnere alla nostra Casa una spezie di Vettura tirata da quattro _Yahoos_. Adagiavasi in questa Vettura un Vecchio Cavallo, che avea la portatura d’un non so che di qualificato. Nello scendere, mise prima a terra i suoi piedi di dietro, avendo qualche impedimento nel suo piede sinistro d’avanti. Veniva egli a pranzo col nostro Cavallo, che il ricevette con sonore rimostranze d’amicizia. Mangiarono essi nel più bello Appartamento, e di vena bollita nel latte fu il secondo loro servito. Erano le lor mangiatoje situate in circolo nel mezzo della Stanza, e divise in compartimenti eguali; davante a cui eran eglino tutti assisi, avendo ciascheduno un fastello di paglia che serviva gli di sedile, o di tappetto. Nella guisa stessa delle mangiatoje era diviso il rastrello, dal che provenivane che cadaun Cavallo, e cadaun Giumento mangiava il peculiare suo fieno, e la sua composizione di vena e di latte, con molta decenza, e con molta regolarità. Mi ordinò il Caval Leardo di starmene accanto di lui; e per molto tempo quistionò sul mio proposito col suo Amico, per quanto conghietturar ne potei delle frequenti occhiate onde mi onorava il Forestiere, e della sollecita repetizione della parola _Yahoo_.

Terminato il pranzo, il Padron Cavallo presemi in disparte; ed ora co’cenni, ed ora colle parole, chiaramente mi palesò la prima inquietudine, perchè io non avessi di mangiare. In loro lingua, _Hlunnk_ significa vena. Due o tre fiate io pronunziai questo termine; imperocchè, non ostante che da principio non ne avessi voluto dopo una matura riflessione trovai che potea farne una spezie di pane; il qual rimescolato col latte, valuto mi avrebbe di nutrimento, finchè cogliessi l’opportunità di salvarmi in qualche Paese abitato da Uomini. Sul fatto stesso ordinò il Cavallo a una Giumenta bianca di recarmi in una sorta di tinozza una buona porzione di vena. Riscaldai al fuoco, il meglio che potei, questa vena, e ne strofinai le grana finattanto che la scorza, che procurai poscia di separarne, tolta ne fu: e susseguentemente la schiazziai fra due pietre; dal che formossene una spezie di pasta, che frammescolata coll’aqua, ed indi sectata al fuoco, mi tenne luogo di pane. A prima giunta mi parve insipido questo pane, tutto che in _Europa_ sienvi molti Paesi, ove se ne mangia di somigliante. Ma poco a poco mi ci costumai; oltrechè, come non era questi il primo mio saggio di frugalità, non fu neppure il primo esperimento, onde mi rendei convinto che di poco la Natura si appaga. Ed è cosa assai notabile, che in tutto il tempo del mio soggiorno in quell’Isola, si mantenesse perfettissima, senza la menoma interruzione, la mia sanità. Veramente, procurai talvolta d’andar in busca di qualche Coniglio, o di prendere al laccio, fatto di crini di _Yahoos_, qualche uccello; e allo spesso rintracciai dell’erbe medicinali, che io facea bollire o che mangiava in insalata; e di tempo in tempo composi un poco di butiro, di cui poscia il siero io ne bevea. I primi giorni del mio arrivo mi sapeva male l’insipidezza, ma insensibilmente io mi avvezzai; osando di dire che l’uso frequente che noi ne facciamo ne’nostri pasti, è una corruttela del gusto, il qual dee la sua origine alla qualità che ha il sale di provocar al bere quegli medesimi che, senza questo, troppo berebbero; essendo che, non veggiamo, se eccettuisi l’Uomo, animale veruno che ne rimescoli ne’suoi alimenti: E per quanto tocca a me: lasciata ch’ebbi quelle Regione, vi volle un tempo assai considerabile, prima che potessi riaccostumarmivi.

Ma eccone abbastanza sull’articolo della mia nutritura: articolo, su cui con ispecifica diffusione trattano quasi tutti gli Viaggiatori: come se chi gli legge fossevi personalmente interessato. Con tutto ciò: gli era necessità che parola ne facessi, per timore che non si pensasse, ch’era impossibile che per lo spazio di tre anni, in un tal Paese, e fra cotali Abitatori, alimenti trovar potessi.

Arrivata la sera, il Padron Cavallo ordinò il luogo del mio dormire. Una picciola stalletta fu la mia stanza, lontana per sei verghe dalla Casa, e disgiunta dal Canile degli _Yahoos_. Quivi mi corcai sopra un poco di paglia, con cui io avuta avea l’attenzione di formarmene una maniera di letto. Mi valsero di coperte le mie vestimenta, e asserir posso che dormì perfettamente bene. Ma poco tempo dopo vi fui adagiato meglio come il Leggitore resterà instrutto a suo luogo; cioè, quando della mia foggia di vivere distintamente il ragguaglierò.

CAPITOLO III.

Applicasi l’Autore ad apprendere la favella del Paese, e il suo Padrone, l’Houyhnhnms, gliene da delle lezioni. Descrizione di questa favella. Molti Houyhnhnms di qualità vanno a visitare l’Autore. Fu egli al suo Padrone un compendiato racconto del suo Viaggio.

PRimaria mia applicazione si era ad apprendere la Lingua, che il mio Padrone (che così il chiamerò da quì innanzi,) i Figlivoli di lui, ed altresì i Domestici tutti della Casa, egualmente solleciti, faticavansi d’insegnarmi, riputando eglino come un prodigio, che un animale bruto esibisse tanti apparenti contrassegni di ragione. Io mostrava qualunque cosa col dito, e ne chiedeva il nome, che poscia si scriveva da me nel mio taccuino, quando mi trovava solo. Quanto all’accento m’ingegnava d’acchiapparlo, pregando que’della Casa di ripetere molte volte i termini medesimi: nel che un Cavallo sauro, il qual non era che un famiglio di stalla, fummi molto fruttuoso.

Più che alcun’altra favella dell’_Europa_ accostasi la favella loro alla _Tedesca_; ma l’è molto superiore in graziofità e in energia. L’Imperador _Carlo_ V. fece la riflessione medesima allorchè disse; che se egli avesse dovuto parlare a’suoi Cavalli, non l’avrebbe fatto che in _Tedesco_.