Viaggj del Capitano Lemuel Gulliver in Diversi Paesi Lontani
Part 20
Ciò non fu che l’Esordio. Il mio amor per la vita rendè assai più lunga la continuazione del mio discorso. Finito ch’ebbi spiegati che furono miei sentimenti, come prima, al resto della Compagnia, parlò questa fra se qualche tempo, e parvemi che a mie spese ridesse alquanto. Finalmente, il Gentiluomo medesimo che mi avea servito d’interprete, disse ch’egli era incaricato dagli altri Signori di farmi ravvedere d’alcuni errori, in cui l’ordinaria debolezza della Natura umana aveami fatto incorrere: Che quella razza di _Struldbruggs_ era particolare del lor paese, giacchè non aveavene nel Regno di _Balnibarbi_, nè nell’Imperio del _Giapone_, ov’egli goduto avea dell’onore d’essere Ambasciadore di Sua Maestà, e che avea trovati i Naturali dell’uno e dell’altro sesso di quelle Regioni così increduli sull’articolo degli _Struldburggs_, come io stesso l’avea paruto: Che ne’due mentovati Imperj, ove per molto tempo gli avea sogiornato, la brama di lungamente vivere, era una brama universale: Che chiunque teneva un piede nella tomba, procurava al possibile di ritirare l’altro: Che il più decrepito speravavi di vivere ancora un giorno, e risguardava la morte come la più atroce di tutte le miserie: ma che nell’Isola di _Luggnagg_ il desiderio della vita non era sì ardente, perchè di continuo si aveva dinanzi agli occhj l’esempio degli _Struldbruggs_.
Che il propostomi metodo di vivere era ingiusto ed irragionevole, supponendo una eternità di giovinezza, di sanità e di vigore, che chi che sia, per quanto fosse pazzo, e stravagante in genere di voti, promettersi non saprebbe: Che per conseguenza, non si trattava di sapere se un uomo bramasse d’essere sempre giovane, e sempre felice; bensì com’egli passasse una vita senza fine, suggetta alle incomodità, che sono della vecchiaja il patrimonio ordinario. Mercè che, soggiugneva egli tutto che pochi uomini confessar volessero, che bramerebbero d’essere immortali anche a sì dure condizioni; osservai, non ostante, negl’lmperj di _Balnibarbi_, e del _Giapone_, che ognuno è sollecito di licenziare la morte per quanto tardi ella venga; e quasi mai non vidi esempj d’Uomini che morissero volontarj, se pure da eccessive afflizioni non vi sieno stati indotti. Ed io mi appello alla vostra coscienza, se ne’Paesi, ove viaggiato avete non vi sia accaduto di notare la cosa medesima.
Dopo questa prefazione, ei s’introdusse in uno specificato racconto in proposito agli _Struldbruggs_. Disse ch’essi operavano come gli altri Uomini perfino all’età di trent’anni; dopo di che si ravvisava in loro una spezie di tristezza che aumentava di giorno in giorno, perfino agli anni ottanta: Ch’egli ciò sapeva a confessione stessa di loro; imperciocchè, come ciascun secolo non nel produce che due o tre di questa spezie, non è sufficiente un tal numero per fare una generale osservazione: Passati che anno gli ottant’anni d’età, il che per gli altri Abitanti di quel Paese è l’ultimo termine, non solamente soggiaccino a tutte le follie, e a tutte l’infermità degli altri Vecchj, ma eziandio a certi diffetti che nascono dalla terribile certezza della loro Immortalità. Non solo sono vani, ostinati, avari, di cattivo umore, e chiacchieroni, ma altresì sono incapaci interamente d’amicizia. Invidia ed impotenti desiderj sono le loro ordinarie passioni. Ma gli oggetti, contra de’quali in ispezieltà scatenasi la lor gelosia, sono i vizj de’Giovani, e la morte de’Vecchj. Col riflettere sopra i primi, si trovano esclusi insino dalla possibilità di poter gustare in verun tempo d’alcun piacere; e quando scorgono un mortorio, si querelano che altri sieno entrati in un Porto, ove essi medesimi non potranno mai pervenire. Di niente più si rammentano che di ciò che anno osservato ed appreso in lor gioventù; e quest’anche molto imperfettamente. E per quello concerne la certezza, o le particolarità di qualche avvenimento, può farsi più fondo sulle comuni Tradizioni, che sopra le migliori loro Memorie. I men miserabili fra quegli eterni Vecchioni son que’che an la sorte d’essere vaneggianti, e assolutamente smemoriati; poichè più non essendo impeciati di quelle pessime qualità che rendono odiosi gli altri, più agevolmente inclinasi ad aver compassione di loro, e a recar loro soccorso.
Se uno _Struldbrugg_ prende in isposa una Donna immortale come lui, non dee sussistere il maritaggio che perfino che il più giovane de’due sia pervenuto agli ottant’anni d’età, asserendo le nostre Leggi ch’è cosa giusta, che colui, il qual senza sua colpa e condannato alla pena di starsene eternamente sopra la terra, non sia costituito doppiamente sgraziato, per avere una moglie eterna.
Immediate che ottant’anni essi contano, la Legge gli reputa come morti; i loro Eredi metton le mani sopra i loro Beni, se si eccettui una leggiera porzione che riserbasi pel loro mantenimento; e i poveri fra loro restano a carico del Pubalico. Dopo questo periodo, sono incapaci d’esercitar verun Posto; e in una Causa o civile, o criminale, non si ammettono per testimonj.
Agli anni novanta, cascano loro gli capelli ed i denti; essi non saporano cosa veruna, ma mangiano e beono senz’appetito e senza gusto, e le loro ordinarie infermità camminano col solito passo senza crescere, nè sminuire. In parlando, dimenticano i nomi più comuni delle cose, del pari che quegli delle persone, quando pur queste fossero gli Amici loro più intimi, o i più prosimi loro Congiunti. Per la ragione medesima non potrebbono mai tenersi occupati nella lettura, perchè è sì poco ferma la loro memoria, che in una sola frase più non si ricordano del principio quando ne leggono il fine: Disgrazia, che dell’unico divertimento onde capaci sarebbono, gli tiene privi.
Essendo il Linguaggio molto suggetto al cangiamento, gli _Struldbruggs_ d’un secolo non intendono que’d’un altro; e superata che anno l’età di dugent’anni, sono inabili legar conversazione co’Vicini loro, gli Mortali; il che lor inferisce il discapito d’essere come Stranieri nella propria Patria.
Fu questi per quanto posso rammentarmene, il racconto che il Gentiluomo mi fece in proposito agli _Struldbruggs_. Ne vidi poscia cinque o sei di differenti età, ma che il più giovane non era vecchio che di due secoli. Gustai pure di trattenermi alcune ore con due o tre di loro; ma tutto che si avesse lor detto che io era un gran Viaggiatore, e che io avea veduta la maggior parte della Terra, non ebber eglino la menoma curiosità di farmi quistione di sorta, e furon paghi di chiedermi uno _Slum Kudask_, o contrassegno di memoria il che è una onesta maniera di domandar la limosina, senza che la Legge, che il divieta, resti apertamente violata.
Ognuno gli odia e gli dispregia; e la nascita d’uno d’essi, spacciasi per un funesto presagio. Il miglior modo di sapere la loro età si è, d’interrogargli di qual Re, o di qual Personaggio illustre si ricordino, e dopo ciò di consultarne la Storia; imperciocchè egli è certo, che quand’essi avevano ottant’anni, l’ultimo Principe, di cui conservata aveano la rimembranza, non avea per anche cominciato a regnare.
Il loro aspetto è il più disgustoso di tutti gli spettacoli, e più che gli Uomini, recano orrore le loro Femmine. Oltra le difformità già troppo comuni a un’età decrepita, anno un non so che di particolar laidezza, che sempre aumenta cogli anni, e ch’è imposibile di descrivere. E a questo proposito vantar mi posso, che fra una mezza dozzina di _Struldbruggs_ io distinsi a prima giunta il più vecchio, tutto che non vi fosse più che dugent’anni di differenza.
Assai facilmente crederà il Leggitore che ciò che io aveva inteso; scemasse di molto in me la brama di viver sempre. M’arrossì delle stravaganti visioni nelle quali io era incappato; e restai persuaso che il Tiranno più barbaro durerebbe fatica ad inventare un genere di morte, a cui non mi contentassi di soggiacere, per dar fine ad un somigliante vivere. Fu riferito al Re tutto ciò che si era passato fra me e gli Amici miei su quest’articolo. Compiacquesi il Principe di farmi l’onore di motteggiarmene, dimandandomi se io gradissi di trasportare nel mio Paese un pajo di _Struldbruggs_ per armare i miei Compatriotti, contra il terror della morte; ma sembra che ciò si proibisca dalle Leggi fondamentali del Regno; che senza questo, assai volontieri fatta avrei la spesa del trasferirgli. A confessar fui costretto che le Leggi di quella Nazione, per quello spetta a gli _Struldbruggs_ erano fondate sopra solidissime ragioni; e tali, che qual siasi altro Paese sarebbe obbligato di adottarle, se nel suo seno somiglianti Uomini nutricasse. Altrimenti, come l’Avarizia è una passione in qualche modo essenziale alla Vecchiezza, diverrebbero quegl’Immortali, col tempo, possessori di tutti i Beni della Nazione, ed usurperebbero tutta l’Autorità; donde ne avverrebbe, che mancando di talenti per far un buon uso del potere che avessero fra le mani; il Governo, ond’essi sarebbono gli sostegni, ben presto sopra le sue fondamenta crollerebbe.
CAPITOLO XI.
L’Autore lascia Luggnagg, e va al Giapone: donde sopra un Vascello Ollandese si restituisce ad Amsterdam, e d’Amsterdam in Inghilterra.
CRedei che questa narrazione degli _Strulbdruggs_, non fosse per riuscire spiacevole a’Leggitori, non rammentandomi di aver mai veduta qualche cosa di somigliante in alcun libro di Viaggj che siami caduto alle mani. Che se un tal tratto Storico non e sì nuovo per chi legge, come mel sono immaginato, trarrò la mia Apologia dalla necessità in cui si trovano que’Viaggiatori che descrivono un Paese medesimo, di raccontar le medesime particolarità, senza che per questo si possa accusargli d’essersi gli uni cogli altri ricopiati.
Fra gli Abitanti di questo Regno, e i _Giaponesi_, si pratica un perpetuo commerzio; ed è probabilissimo, che gli Autori del _Gibone_ potuto avrebbono somministrarmi alcuni lumi concernenti gli _Strulbdruggs_; ma sì brieve fu il mio soggiorno in quell’Imperio, e sì poco mi era cognita quella favella, che di chiedere o di ricevere qualche rischiaramento, impossibile mi riuscì. Ma mi lusingo che la lettura del mio Libro inspirerà in qualche _Ollandese_ la curiosità d’accrescere su quest’argomento le informazioni.
Il Re di _Luggnagg_, avendomi molte volte sollecitato d’accettar qualche impiego nella sua Corte, e trovandomi costantissimo nel disegno di ritornarmene alla mia Patria, mi accordò la partenza, e diedemi una Lettera di raccomandazione, scritta di suo propio pugno, per l’Imperador del _Giapone_. Mi regalò eziandio di quattro cento quaranta e quattro grosse monete d’oro, (amando assai quella Nazione i numeri pari,) e d’un Diamante che vendei in _Inghilterra_ mille e Venti Ghinee.
Il sei di Maggio 1709. presi solennemente congedo da Sua Maestà, e da tutti gli Amici miei. Ebbe la bontà quel Principe di comandare che un distaccamento di sua Guardia scortassemi fin a _Glanguenstald_ ch’è un porto di Mare situato al _Libeccio_ dell’Isola. Sei giorni dopo il mio arrivo, fuvi un Vascello lesto a levar l’ancora pel _Giapone_, e in quindici giorni quel tragitto facemmo. Prendemmo terra a una picciola Città marittima nominata _Xamoschi_, e posta allo _Scilocco_. Mostrai immediate agli Uffiziali della Dogana la Lettera del Re di _Luggnagg_ per Sua Imperial maestà.
Conoscevan eglino perfettamente bene il suggello di quel Monarca, ch’era della larghezza della palma della mia mano. Rappresentava questo suggello _un Re che levava di terra un Povero storpiato_. I Magistrati della Città instruiti che io avea una Lettera per l’Imperadore, mi riceverono come un Pubblico Ministro, e furon solleciti di provvedermi di Domestici per servirmi, e di Vetture pel trasporto del mio bagaglio a _Yedo_; ove fui introdotto all’udienza, e consegnai la mia Lettera, che con gran cerimonia si aprì, e spiegossi da un Interprete all’Imperadore, il qual Interprete mi disse per parte di Sua Maestà, che se io aveva ad umiliar qualche supplica, poteva io andar assicurato del buon accoglimento, in considerazione del Re di _Luggnagg_. Da molto tempo quest’Interprete era stato impiegato negli affari degli _Ollandesi_: facilmente ei si lasciò intendere che io era _Europeo_; e per tal ragione espresse in _ollandese_, ch’ei parlava a perfezione, ciò che l’Imperadore testè detto avea. Conformemente alla risoluzione che io ne avea presa, risposi d’essere un Mercatante d’_Ollanda_ che avea fatto naufragio sulle spiagge d’un’assai rimota Regione; donde, in parte per Mare, e in parte per terra m’era renduto a _Luggnagg_, e quindi al _Giapone_, ove io sapeva, che i miei Nazionali spedivano sovente de’Vascelli; sopra un de’quali io avea sperato di ritornamene nell’_Europa_: Che per tal effetto umilissimamente io supplicava Sua Maestà di dar ordine che fossi condotto escortato fino a _Nangesac_: Che a questa grazia, per l’amore del Re di _Luggnagg_ mio Signore, compiacessesi ella d’aggiugnerne un’altra; la qual era di dispensarmi dalla cerimonia imposta a’miei Compatriotti di _calcare co’piedi la Croce_; mercè che, non il disegno di fare qualche commerzio; bensì il mio infortunio, condotto aveami nel Paese di lei. Spiegata che fu quest’ultima richiesta all’Imperadore, ei parve alquanto sorpreso; e disse, che pensava che io fossi il primo de’miei Paesani, che in nessun tempo fatto abbia su quest’articolo qualche difficoltà; e che a dubitar cominciava che io fossi un _Ollandese_; ma che piuttosto io dava indizj, e sospetti d’essere un CRISTIANO. Che non ostante, per motivo delle mie allegate ragioni, e principalmente per amicizia pel Re di _Luggnagg_, egli si uniformerebbe alla _singolarità_ del mio umore; ma che l’affare dovea essere maneggiato son gran destrezza, e che sarebbono comandati; suoi Uffiziali di lasciarmi passare come per inavvertenza. Colla voce del mio Interprete rendei mille grazie per un favore sì segnalato; e trovandosi allora in marcia per _Nangesac_ alcune Truppe, l’Uffizial Comandante ebbe l’ordine di condurmivi, con alcune iastruzioni sopra l’affare della _Croce_.
Dopo un assai lungo, e altresì più incomodo Viaggio, pervenni li 9. Giugno 1709. a _Nangesac_. Guari non istetti a far conoscenza con alcuni Marinaj _Olandesi_ d’un Vascello nominato _Amboine_, di quattrocento e cinquanta botti. Molto tempo io era vissuto in _Olanda_, proseguendo i miei studi a _Leive_, e parlava assai bene in _Fiamingo_. Furono i Marinaj ben presto instruiti donde ultimamente venissi, ed ebbero la curiosità di chiedermi la Storia della mia vita, e le circostanze de’miei Viaggi. Feci loro un compendiato, probabile e poco sincero racconto. M’eran note molte persone in _Olanda_; e disagevole non mi riuscì d’inventare Nomi supposti per miei parenti, che dissi esser poveruomini della Provincia di _Gueldria_. Di buona volontà dato avrei al Capitano (che dicevasi _Teodoro Van Grult_) tutto ciò ch’egli mi avesse dimandato pel mio trasporto in _Ollanda_; ma intesa ch’egli ebbe la mia professione di Chirurgo, si contentò della metà del consueto Nolo, con patto che gli servissi in tal qualità per tutto il corso del Viaggio. Avanti d’imbarcarci, alcuni della Ciurma mi chiesero sovente se la Cerimonia da me mentovata, adempiuta avessi? Scansaimi dalla quistione con vaghe risposte, dicendo che io avea eseguito tutto ciò che mi era stato ingiunto dall’Imperadore. Con tutto questo; un furbo briccone di Marinajo rivoltosi a un Uffiziale, e mostrandomi a dito, si lasciò intendere che io non avea per anche _calcato il Crocefisso co’piedi_: ma l’Uffiziale, a cui era stato ingiunto di non darmisi fastidio di sorta, regalò il furfante d’una buona dose di bastonate, e di là innanzi non restai più esposto a somiglianti quistioni.
Nulla accaddemi per tutto il Viaggio, che degno sia di veruna narrazione. Profitammo d’un buon vento in puppa perfino al _Capo di Buona Speranza_, dove d’acqua dolce ci provvedemmo. Ai sedici di Marzo 1710. calammo l’Ancora sani e salvi ad _Amsterdam_, non avendo perduti che tre Uomini di malattia, e un quarto, che vicino alle spiagge della Guinea era caduto in Mare dall’albero di Maestra. Dopo d’essermi fermato in _Amsterdam_ alcuni giorni, m’imbarcai per _Inghilterra_ sopra un picciolo Vascello che a questa Città apparteneva. A’dieci Aprile demmo a fondo alle _Dunes_. Il giorno dietro misi piede a terra, ed ebbi il piacere di riveder la mia Patria dopo un’assenza di cinqu’anni e mezzo. Fui in mia casa il giorno medesimo; e mia Moglie e i miei Figliuoli in buona consistenza ritrovai.
Fine della Terza Parte.
VIAGGIO AL PAESE DEGLI HOUYHNHNMS.
PARTE QUARTA.
CAPITOLO I.
In qualità di Capitano d’un Vascello imprendesi dall’Autore un Viaggio. La sua Ciurma cospira contra di lui; per qualche spazio di tempo, il tiene sequestrato nella di lui Camera, e il mette a terra in un Paese medesimo. Descrizione a’uno strano animale nominato Yahoo. Due Houyhnhnms sono riscontrati dall’Autore.
CInque mesi incirca soggiornai in mia casa con mia moglie, e co’miei figliuoli: e beato me, se saputo avessi far capitale della mia felicità: Lasciavi incinta la mia sposa, ed accettai un’offerta di mio gran vantaggio d’essere Capitano dell’_Arrisicato_, Vascello di Mercatanzia di trecento cinquanta botti; essendo che, io era molto perito nella navigazione: E perchè mi trovava assai infastidito dell’impiego di Chirurgo sul mare, (impiego tuttavia, onde io sì assolutamente non rinunziava che non fossi pronto a riassumerlo a tempo e luogo,) impegnai in questa figura un certo _Roberto Curefoy_, giovane di grande abilità nella sua Professione. Il secondo di Settembre 1710. mettemmo alla vela da _Portsmouth_, e il quattordici riscontrammo il Capitan _Pocock_ indiritto al Porto di _Campeche_ per tagliarvi legna del medesimo nome. Il sedici, una tempesta ci separò da lui, e al mio ritorno restai informato che’il suo Vascello era piombato a fondo; e che di tutta la sua Ciurma un solo mozzo dal naufragio scappò. Era un galantuomo e un bravo marinajo questo Capitano, ma un po troppo tenace nella sua opinione; ciò essendo stato l’unica cagione della perdita di lui, come il fu d’altri molti; posciacchè se egli avesse seguito il mio consiglio, a quest’ora forse il troverebbe, come me, sano, e salvo fra la sua famiglia.
Tanti uomini mi furon rapiti dalla malignità delle febbri, che fui costretto di poggiare alle _Barbades_, per praticarvi nuove reclute: ma ripentirmi dovei ben presto della mia scelta; giacchè quasi tutti coloro che presi sopra il mio bordo, erano perduta. In venti cinque marinaj consisteva tutta la mia Ciurma; e ingiugnevami le mie commissioni di trafficare cogl’Indiani del _Mare d’Ostro_, e di procurare qualche nuova scoperta. Quegli sciaurati subornarono il resto de’miei, e tutti insieme, il disegno d’impadronirsi del mio Vascello formarono: disegno, che un bei mattino mandarono ad effetto, gettandosi all’improvviso nella mia camera, e legandomi mani e piedi, con minaccia di lanciarmi in mare al menomo segno di mia resistenza. Dissi loro che mi risegnava in prigioniero, e che la più compiuta sommessione io lor prometteva. Vollero essi che col giuramento io ratificassi una tal protesta; dopo di che mi slegarono, ma non già un braccio, che con una catena appiccarono al mio letto, appostando sul mio uscio un Archibusiere, con ordine di far fuoco sopra di me se dessi indizio di volere sciormi. Mi tennero provveduto del mio alimento, e s’incaricarono del governo del Vascello. Lor intenzione si era di corseggiare contra gli _Spagnoli_; ma non si potea ciò eseguire se non con un rinforzo d’uomini. Prima però di nulla imprendere, disegnavan eglino di smaltire le Mercatanzie della Nave, e poscia d’indirizzar la prua a _Madascar_ per farvi delle reclute; essendo morti alcuni di loro dopo che a starmene in camera mi costrignevano. Questa spezie di carcere durò alcune settimane; nel cui termine, fecero commerzio cogl’_Indiani_, senza che io sapessi quale corsa prendessero; essendo io strettamente custodito, ed aspettando ad ogni momento che mandassero ad effetto la minaccia d’uccidermi, che regolarmente mi veniva fatta otto o dieci volte al giorno.
Il 9. Maggio 1711. venne a vedermi un certo _Jacopo Vvelch_, e disse d’aver ordine di mettermi a terra. Tutto feci per muoverlo a compassione co’miei scongiuri; ma il tutto in vano; stendendo colui la sua barbarie persino a ricusarmi di palesar solamente il nome del nuovo lor Capitano. Eseguita ch’ebbe la sua commissione, egli e i suoi compagni mi forzarono di calarmi nel Caicco, permettendomi d’aver indosso il miglior vestito, di prender meco un picciolo fagotto di pannilini, ma non già arme di sorta, se eccettuisi la mia spada: furono eziandio così onesti che non visitarono le mie tasche, in cui tutto il mio dannajo, ed alcune altre cosuzze riposto io avea. Vogarono a un di presso per una lega, e di poi mi abbandonarono sulla spiaggia. Gli supplicai a mani giunte di dirmi in qual paese mi trovassi; ma mi protestarono tutti che sì poco il sapevano come me; ed aggiunsero, che il Capitano (com’essi il chiamavano) preso avea l’espediente, dopo d’essersi disbrigato delle merci, di mettermi a terra sul primolido che discoprissimo. Nel così dire, si staccarono da me, lasciandomi come per un addio l’avvertimento, che io non volea farmi sorprendere dalla marea, avrei fatto molto bene di non restarmene per lungo tempo in quel luogo.
In sì spaventole costituzione, l’alto della spiaggia guadagnai, ove mi assisi per riposarmi alquanto, e per riflettere sul partito che io dovea prendere. Dopo una matura deliberazione, risolvetti d’internarmi nel Paese, di risegnarmi a’primi Selvaggi, che riscontrassi, e di ricomprar la mia vita coll’esibir loro alcuni manigli, alcuni anelli di rame, ed alcuni lavori di vetro, bagattelluzze, onde sempre in Viaggi di questa sorla si sta provveduto, e di cui per buona fortuna io tenevan indosso alquante. Vidi sul mio cammino un gran numero d’alberi che mi sembrarono produzioni della Natura non ravvisandosi verun ordine nella loro disposizione, molte praterie, e alcuni campi di vena. Me ne andava con molta circonspezione, temendo non mi si scoccasse qualche saetta o pel di dietro, o pe’fianchi. Sboccai ad una strada maestra, ove mi caddero sotto l’occhio molte tracce d’Uomini, alcune di Vacche, ma un assai più considerabile numero di Cavalli. Finalmente osservai in un campo differenti animali, ed uno o due della medesima spezie assisi fra gli Alberi. Eran eglino d’una figura assai difforme e più che straordinaria. Ne restai sbigottito alquanto; e per meglio considerargli, dietro una macchia mi nascosi.