Viaggj del Capitano Lemuel Gulliver in Diversi Paesi Lontani

Part 2

Chapter 23,263 wordsPublic domain

Non può esprimersi lo stordimento che la mia voracità in coloro produsse. Satollo che quasi fui, feci un altro segno per dimandar a bere, e sembrò loro che se la sete fosse proporzionata al mio appetito, poca bevanda non mi basterebbe; e perciò quegl’ingegnognissimi Popoli rotolarono sopra la mia mano un de’loro più gran barili, che sfondarono un momento dopo, e che in un sol tratto io rendei voto, cosa che non fummi disagevole, non contenendo neppure una mezza boccia, ed avendo il sapore del vinetto di Borgogna, ma delizioso assai più. Mi recarono un secondo barile, che votai nella guisa stessa, facendo segni che di più ne desiderava; ma in tal genere mancò loro la provvisione. Compiute ch’ebbi tali maraviglie, lanciaron eglino mille giocondi gridi, e danzarono sopra il mio stomaco, ripetendo, come prima, frequentemente questi termini: _HtKinach Degul_. Mi accennarono di gettar a terra i due barili, con l’antivedimento tuttavia di rendere avvertiti que’che stavan di sotto, di levarsi dal mezzo, cautela ch’essi espressero con queste due parole: _Borach Mivola_. L’eseguj; e scortisi da loro capienti sì prodigiosi nell’aria, rinnovarono gli schiamazzi di allegrezza, e di stupore. Confessar deggio, che più d’una volta patj la tentazione, in tempo che stavano passeggiando d’ogni parte sul mio corpo, di prenderne una quarantina oppur cinquanta de’più portati alla mia mano, e di schiacciarli a terra: ma non dimentico di quanto intesi a dire, che secondo tutte le apparenze non era il peggio che far potessero; e d’altra parte, la parola d’onore che io impegnata loro avea di non far loro male di sorta, (che in questo senso intesi di prendere l’aria di sommessione allor quando addrizzai loro la mia aringa,) tolsemi ben presto qualunque vaghezza di simil fatta. Aggiugnete, se vi piace, che sarebbe ciò stato un violare le Leggi sacre dell’ospitalità, verso un Popolo che testè sì prodigamente, e con tanta magnificenza regalato mi avea.

Con tutto questo, io non poteva a sufficienza ammirare l’intrepidezza di cotali diminutivi d’uomini; che in tempo che se ne stava libera una delle mie mani, ardissero di rampicarsi, e di trastullarsi, senza timore, sul ventre d’una creatura sì portentosa, che io doveva loro parere. Qualche tempo dopo, quando videro che io a mangiare più non chiedeva, un Inviato di sua Imperial Maestà, montato al fondo della diritta mia gamba, avanzossi con una dozzina di persone di suo seguito perfino sulla mia faccia. Mostrommi le sue credenziali improntate coll’Imperiale suggello, le accostò ben vicino a’miei occhj, e tenne un discorso di circa dieci minuti senza colleroso verun contrassegno; bensì con un tuono di risoluzione, ed intrepido, rivolgendo ben sovente i suoi atteggiamenti verso un certo luogo, che di poi compresi essere la Capitale, lontana un mezzo miglio; ove l’Imperadore, dopo di aver esatti i pareri del suo Consiglio, comandato aveva il mio trasporto. Fu brieve, ma inutile, la mia risposta. Feci cenno con la mano mia libera, che io desiderava sciormi da’legami, procurando di ciò esprimere col riporla sull’altra mano, sopra il mio capo, e sopra il mio corpo. Parve per altro ch’egli mi capisse; perchè crollò in un certo modo la sua testa, che bastevolmente diede a conoscere la disapprovazione della mia supplica; e con certe gesta saper mi fece, che io doveva essere condotto come prigione: aggiugnendo, non ostante, non sò quali altri contrassegni, per rendermi accertato che non sarebbe per mancarmi un alimento sufficiente, e che non mi verrebbe praticato il menomo maltrattamento. L’idea d’essere trasportato alla Dominante in figura di schiavo, m’instigò a tentare nuovi sforzi per ispezzare le mie legature; ma per disgrazia non valsero tali sforzi che per tirarmi addosso una nuova grandine di saette, che alle mani, e a la faccia, un sensibile dolore mi cagionarono. Vedendo per tanto impossibile l’eseguimento del mio disegno, e che altronde ad ogni instante aumentava il numero de’miei nemici, diedi segno ch’essi potean trattarmi a loro voglia. _L’Hurgo_ allora, ed il suo seguito, licenziaronsi da me in un modo il più civile del mondo. Pochi momenti dopo intesi gridar più fiate. _Peplom Selam_, e senti un gran numero d’Abitatori, che talmente allentarono le funi che mi tenevano attaccato a sinistra, che mi era agevole il rivolgermi a dritta, e nel tempo stesso l’ajutarmi a far una pisciata da per me solo, il che in gran copia effettuai, ma con orrido stupore del Popolo; il quale conghietturando da’miei movimenti ciò che far io voleva, si allargò al più presto dal torrente che il minacciava. Prima però di questo, mi avevan eglino strofinato il volto e le mani con una sorta d’unguento, la cui fragranza era gratissima, e che in pochi minuti mi tolse il sentimento di dolore, che le frecce loro mi avean prodotto. Un tal rimedio, e la lautezza del banchetto, mi conciliarono il sonno, che, come seppi nel progresso, ott’ore in circa durò; cosa, che recar non dee stupore veruno, se riflettasi, che per ordine dell’Imperadore, i Medici riposte aveano nel barile di vino alcuno droghe sonnifere.

E’probabile, che immediate che fui scoperto dormiente sull’erba, ne fosse stato informato l’Imperadore; il quale, avutone il raguaglio, dopo di aver presi i pareri del suo Consiglio, ordinato avesse che io fossi legato nel modo che ho sopra espresso; (il che praticossi in tempo del mio dormire,) che mi fosse somministrato il mangiare, ed il bere; e che una macchina per trasferirmi alla sua Capitale, si construisse.

Parerà forse ardita, ed arrischiata, una somigliante risoluzione; e ben persuadomi che in tal congiuntura verun Principe dell’Europa non prenderebbe ad imitarla; comechè, secondo il mio credere, non siavi cosa nè più prudente, nè più generosa. Mercechè, supposto che in tempo del mio sonno, procurato avessero i Paesani d’uccidermi colle loro picche, e colle loro frecce; certamente immediate mi sarei svegliato, e forse il dolore che risentito avessi, mi avrebbe impartita la forza di rompere i miei legami; dopo di che, incapaci eglino di risistermi, non avrebbono potuto sperare grazia veruna. Gli Abitanti di quel Paese sono valorosi Matematici, e soprattutto eccellentissimi nelle Meccaniche, incoraggiti a cotali studj dal loro Imperadore, il qual è un gran Patrocinante delle Scienze. Possiede questo Principe diverse macchine movibili sopra ruote, e che vagliono al trasporto degli Alberi, e d’altre some. Presiede egli medesimo alla struttura de’maggiori suoi Vascelli di guerra; alcuni de’quali, nove piedi son lunghi, e dall’Arsenale per fino al mare, che tal volta n’è discosto tre, o quattrocento verghe, trasportar gli fa sopra queste macchine. Cinquecento Falegnami, ed altri Operaj ricevettero l’ordine d’allestire sul punto stesso la massima delle loro vetture. Quest’era un ordigno di legno, sette piedi lungo, e largo quattro, che sopra venti e due ruote aveva il suo movimento. Al gettarsi l’occhio sopra una macchina così enorme, scoppiarono que’gridi che io aveva intesi. Fu ella adattata in linea paralella col mio corpo: ma la maggiore difficoltà cadeva sul modo di ripormivi. Ottanta pertiche, cadauna d’un piede d’altezza, furono inalberate a quest’effetto; e fortissime funi, della grossezza d’uno spaghetto, attaccate furono a delle legature, onde il mio collo, le mie braccia, e tutte le restanti mie membra stavano inviluppate. Novecento de’più vigorosi di loro furono impiegati a levarmi di terra; e in minore spazio di tre ore, coll’ajuto di molte girelle, riuscì loro il caricarmi sulla vettura, ed ebbero l’attenzione di ben legarmivi. Tutto ciò mi venne riferitto dopo il fatto; conciossiacosachè io nulla vidi, nè sentj, standomi profondamente assonnato pel soporifero che io traccannato avea. Mille e cinquecento de’più forzuti Imperiali cavalli, alto ognuno a un di presso di quattro grosse dita e mezzo, servirono per istrascinarmi alla Dominante, che, come penso di averlo detto, era discosta d’un mezzo miglio. Avevamo già camminato per tre, o quattr’ore; allor quando per un assai ridicolo avvenimento mi risvegliai. Arrestatasi la carriuola pel bisogno ch’essa aveva di qualche cosa, due o tre giovinastri degli Abitanti, ebbero la curiosità di vedere con qual aria me ne stessi dormendo; e perciò salirono sulla macchina, avanzandosi cheto cheto perfino alla mia faccia. Uno d’essi, ch’era Uffiziale di Guardie, cacciommi nella sinistra delle nari una gran parte della sua mezza-picca, la quale dileticò il mio naso, presso poco come avrebbe potuto farlo una pagliuzza; cosicchè mi promosse un violentissimo starnuto. Senza avvedermene batterono que’Signori la ritirata; e solamente tre settimane dopo restai instruito della cagione d’un sì improvviso risvegliamento. Praticammo una lunga marcia nel rimanente del giorno, e passai la notte fra cinquecento guardie; la cui metà teneva alla mano accese torcie; e l’altra, degli archi, e delle saette per iscoccarle contra di me, per poco che io dessi indizj di voler distaccarmi. Il giorno dietro, al levar del Sole, continuammo il nostro cammino; e sul mezzo dì arrivammo a un certo luogo, lontano dalla Città dugento verghe, o circa. Scortato da tutta la sua Corte venne a rincontrarci l’Imperadore: ma i primarj Ufficiali di lui, non vollero mai permettere che egli, montando sul mio corpo, la sagrata sua persona mettesse a risico.

Nel sito, ove la macchina si arrestò, aveavi un antico Tempio, riputato pel maggiore del Regno; che essendo stato da alcuni anni addietro profanato da un omicidio che fa orrore alla Natura, se gli erano tolti tutti i suoi ornamenti, e più non serviva ad usi sacri. Si trattò che quegli fosse l’alloggio mio. La porta maggiore che riguardava a Tramontana, era alta da quattro piedi, e al più de’più, due ne aveva di larghezza; di modo che agiatamente io poteva introdurmivi. Da cadaun lato della porta era costrutta una piccola finestra alta da terra sei grosse dita; e a quella del lato sinistro vi erano novanta ed una catena, somiglianti a quelle che pendono dagli oriuoli delle Dame in _Europa_, e quasi così larghe, che furono attaccate alla sinistra mia gamba con trenta e sei catenacci. Rimpetto di questo Tempio, e in distanza di venti piedi, aveavi una Torre, alta di cinque piedi per lo meno; ove l’Imperadore erasi trasferito con un gran numero de’principali Signori di sua Corte, per contemplarmi a suo bell’agio. Secondo il calcolo che ne fu fatto, più di cento mila abitatori, pel suggetto medesimo uscirono della Capitale; ed io scommetterei, che al dispetto de’miei custodi, col benefizio di molte scale, più di dieci mila successivamente me ne son montati sul corpo. Ma una tale sfrontatezza ben presto restò repressa da un Editto, che sotto pena di morte la proibiva. Vistasi dagli Operaj l’impossibilità del mio scampo, recisero essi tutti i leggacciuoli che servivano ad attaccarmi. Mi levai con un’aria la più svogliata, e la più malinconica, che in mia vita non ebbi mai. Non può esaggerarsi abbastanza lo stordimento del Popolo nel vedermi in piedi, e che un momento dopo me ne stessi spasseggiando. Le catene onde era la mia gamba avvinta, aveano due verghe, o circa di lunghezza, e mi lasciavano, non solo la libertà di muovermi avanti, e indietro in semicircolo, ma raccomandate in distanza di quattro grosse dita dalla porta, permettevano eziandio che tutto disteso nel Tempio mi coricassi.

CAPITOLO II.

L’Imperadore di Lilliput, scortato da molte persone ragguardevoli, va a vedere l’Autore. Descrizione della persona, e delle vestimenta dell’Imperadore. Alcuni Letterati del primo ordine sono incaricati d’instruire l’Autore dei linguaggio del Paese. Ei si fa amare per la sua affabilita. Formasi l’inventario di quanto si rinviene nelle tasche di lui, e se gli tolgono le pistole, e la spada.

RIto in piedi che fui, risguardai d’intorno a me, e negar non posso che in verun tempo non mi si affacciò prospettiva più vaga. Mi sembrava tutto il Distretto un sol giardino; ed ogni campo, d’un fiorito letto portava l’aria. Eran que’campi, il cui maggior numero stendevasi a quaranta piedi in quadrato, framescolati di boschi; e gli alberi più minuti, per quanto io poteva giudicarne, erano dell’altezza di sette piedi. Vidi alla mia sinistra la Città Capitale, la quale, da quel lato ond’io la ravvisava, non malamente appariva che una di quelle Città, che si ambiranno delle Teatrali rappresentazioni. Erano già molte ore che estremamente mi trovava incomodato da non so quali necessità; il che poi non è gran maraviglia; essendo che per quasi due interi giorni non vi aveva io soddisfatto. Fieramente dunque contrastavano insieme la necessità, ed il rossori. Miglior espediente non potei immaginarmi, quanto ritirarmi carpone nella mia Casuccia; e di fatto l’eseguj. Chiusi la porta dietro di me; e allontanandomi per quanto potea accordarmelo la mia catena, mi scaricai d’un peso molto importuno. Ma l’unica volta questa si è, che per tutta la mia vita rimprocciar mi deggio una somigliante impulitezza; di cui tuttavia ne spero il perdono da chiunque ragionevole Leggitore, che senza parzialità di sorta bilancerà le circostanze che mi strignevano. Da quel tempo in poi, immediate che mi era levato, fu mio costume di fare la cosa medesima a Cielo scoperto, il più lungi dal mio domicilio che m’era possibile; e ogni mattina, pria che sopravvenisse compagnia, due servidori, di cui una tal incombenza era peculiare, non mancavano mai di togliere tutto ciò che offendere poteva l’odorato di chi mi onorava delle sue visite. Si a lungo non averei insistito sopra un particolare, che forse a primo aspetto non sembrerà di molta conseguenza, se creduta non avessi cosa indispensabile di formar l’apologia della mia pulitezza, che alcuni de’miei invidiosi, cogliendo l’opportunità dell’accidente or or narrato, ebbero l’audacia di rivocare in dubbio.

Sbrigatomi da una tal avventura, uscj della mia casa per prender l’aria. Era già calata dalla torre Sua Imperial Maestà, e a Cavallo portavasi alla mia volta; cosa che stette per costarle caro; atteso che l’animale montato da lei, ancorchè, per altro, ben disciplinato, non avvezzo a vedere una creatura di mia fatta, che parer gli doveva un mobile monte, s’inalberò. Ma il Principe, perfettissimo Cavaliere, non perdè staffa, e vi si mantenne finchè il suo seguito mettesse mano sulla briglia della bestia, e ch’ei poscia ne discendesse. Posto piede a terra, mi contemplò da tutti i lati; sempre però fuori di mia portata. Comandò a’Cucinieri, e a’Bottiglieri, ivi già lesti, di recarmi a mangiare, e a bere; il che essi effettuarono, col ripporre l’imbandigione, ed i liquori, sopra una spezie di macchine a ruote, ch’eglino spignevano fin al segno che vi giugnessero le mie mani. Diedi l’assalto a queste macchine, e in un batter d’occhio le lasciai nette. Venti n’erano riempiute di vivande, e dieci di pozioni: cadauna delle prime mi valeva due o tre boccate; e riguardo alla bevanda, n’era molto ben osservata la proporzione. Sopra seggj d’appoggio, e in certa distanza, stavano assisi l’Imperadrice, i Principi, e le Principesse del sangue: ma veduto l’accidente che minacciò l’Imperadore a cagione del Cavallo di lui, levaronsi, e se gli accostarono. Ecco com’è fatto questo Monarca. Egli supera in Matura chiunque della sua Corte, una buona grossezza d’una delle mie unghie; il che solo, è sufficiente per inspirar rispetto in chi lo risguarda. Sono maschili i suoi delineamenti; le labbra grosse, ed olivastra la sua carnagione; si tiene molto diritto, ha le sue membra assai ben proporzionate, abbonda di graziosità, ed è maestisissimo in tutte le sue azioni. Lasciavasi egli allora addietro la primavera della sua età, avendo ventott’anni, e alcuni mesi, onde sette ne avea regnato compiutamente felice. Affin di ravvisarlo a mio piacere, mi corcai sull’uno de’miei fianchi, lungi da lui lo spazio di tre Verghe; attitudine tale, che precisamente costituì il mio capo, paralello a tutto il di lui corpo. Non può darsi, per altro, che non sia esatta la descrixion che quì faccio: giacchè da quel tempo avanti, più d’una fiata l’ebbi nelle mie mani. Èra positiva la sua vestitura; e per quanto può spettare alla moda, ei ritenea una spezie di mezzanità fra gli _Asiatici_, e gli _Europei_ Abitatori; in sulla testa pero portava egli una celata d’oro leggerissimo, ornata di giojelli, e guarnita d’una piuma. Teneva in mano una sorta di spada nuda, che dovea servirgli di difesa in caso che da’legami mi fossi sciolto: ella era lunga tre pollici al più, e l’impugnatura, e la guaina n’erano d’oro, arricchito di diamanti. Era sottile, ma molto chiara la sua voce; cosicché distintamente poteva io intenderla tutto che me ne stessi in piedi. Con tanta magnificenza comparivano abbigliate le Dame, ed i Cortigiani, che il luogo da essi occupato avea la mina d’una sottana distesa a terra, e di diverse figure d’argento e di oro ricamata. Sua Maestà Imperiale non di rado m’impartì l’onore di parlar meco; e dal mio canto non si mancò di renderla appuntino soddisfatta con le risposte; ma ella nè pur parola potè capire di quanto io le diceva; come altresì, per parte mia, potestar posso, che del discorso di lei non ho compresa silliba. Stavan presenti (per quanto fummi lecito di conghietturare dalle vestimenta) alcuni Sacerdoti, ed uomini di Legge, cui fu ingiunto di attaccar meco conversazione. Parlai loro tutti i linguaggj che mi erano noti; ed eziandio quegli, ond’io ne aveva una tintura men che superficiale; voglio dire il _Tedesco_, il _Fiamengo_, il _Latino_, il _Franzese_, lo _Spagnolo_, e l’_Italiano_: Tutto vi rimescolai, perfino alla lingua Franca, ma senza riuscimento. Due ore dopo, la Corte si ritiro, e mi lasciò sotto una huona guardia, con l’oggetto di prevenire l’impertinenza, e verisimilmente la malizia della canaglia, che moriva di voglia d’avvicinarmisi; avendo alcuni, in tempo che me ne stava sedendo sull’uscio della mia casa, avuta l’insolenza di lanciarmi molte saette, una delle quali poco vi volle che non mi cavasse un occhio. Ma il Colonello comandò che si arrestassero sei de’principali complici dell’attentato, e che in pena del loro delitto fossero rimessi in mio potere; il che fu eseguito dalla milizia, che gl’incalzò colle sue picche, finchè fossero alla mia portata. Tutti gli presi colla destra mano; e cinque d’essi ne riposi nella tasca del mio giubbone, facendo sembiante per lo stesso, di volermelo assorbere vivo vivo. Il meschino misesi a gridare orribilmente; e del pari al Colonnello, da terribili dolori di ventre furono sopraffatti gli altri Ufficiali, spezialmente quando mi videro a dar di mano al mio temperino. Poco tuttavia tardai a togliere lor l’affanno, conciosiachè prendendo io un’aria di piacevolezza, e tagliando di là a un instante le funi che il teneva no legato, il rimisi pianamente a terra, ed egli in un subito si dileguò. Dopo di aver tratti ad uno ad uno dalla tasca gli altri miei prigionieri, mi contenni con esso loro nella guisa medesima: ed osservai che i Soldati, ed il popolo, furono incantati da un sì clemente procedimento, che in un modo, al segno maggiore vantaggioso per me, fu riferito alla Corte.

Sull’imbrunir del giorno m’introdussi, strisciando, nella mia abitazione, ed a terra mi vi corricai: altro letto non ebbi pel corso di quindici giorni; ma dopo questo tempo, uno ne ottenni per ordine dell’Imperadore. Secento materasse d’una misura comune, furono trasferite, ed adagiate nel mio Palazzo. La lunghezza, e la larghezza del mio letto eran composte di cinquanta de’loro ricuciti insieme, e l’altezza di quattro; e pure ciò non impediva che io male non me ne trovassi, perchè il pavimento era di pietra. Lo stesso calcolo si osservò riguardò alle lenzuola, e alle coperte. Per dir vero, non n’era io per niente pago; ma accostumato di lunga mano a’patimenti, dovetti mettermi in pace. Sparsa che fu pel Regno la nuova del mio arrivo; affin di vedermi, portossi alla Capitale un infinito numero di scimuniti; e sì prodigiosa funne la quantità, che i più de’villaggj rimasero senza campajuoli, non ostante il sommo pregiudizio de’domestici loro affari, e altresì dell’agricoltura. Ma diversi editti di Sua Imperial Maestà provvidero a un tal disordine; comandato avendo, che quei, che mi avessero di gia veduto, tornassero alle loro case, e non si accostassero per cinquanta verghe alla mia, senza una permissione della Corte: ristrignimento, che a Segretarj di Stato profittò riguardevoli somme.