Viaggj del Capitano Lemuel Gulliver in Diversi Paesi Lontani
Part 19
Ebbi nel tempo stesso l’opportunità di convincermi della presunzione e dell’ignoranza di quegli Scrittori d’_Anecdoti_, i quali nelle loro Storie segrete attossicano quasi tutti i Re; ripetono parola per parola un discorso che un Principe tenne a quattr’occhj col suo Primo Ministro; an copie autentiche delle instruzioni più recondite degli Ambasciadori; e pure sono così sgraziati che sempre s’ingannano. Confessò un Generale, me presente, che un giorno avea egli guadagnata una vitoria a forza di spropositi e di poltronerie: e un Ammiraglio, che per non aver avute bastevoli strette intelligenze cogl’inimici, avea battuta la loro Armata, in tempo ch’egli stava meditando di dar loro nelle mani la sua. Mi protestarono tre Re, di non aver mai, per tutto il corso de’loro Regni, cooperato al vantaggio neppur di un sol uomo di merito, se pure non l’abbiamo fatto senza avvedersene, essendo abusati da qualche Ministro, in cui confidavano.
Mi prese la curiosità di sapere specificatamente, con quali mezzi si fossero elevati certi uomini a gran Titoli d’onore, ed acquistate avessero ricchezze immense, e questa mia curiosità non ebbe già per oggetti secoli troppo rimoti; comechè, da un altro canto, non risguardasse nè il mio Paese, nè i miei Compatriotti: verità, ond’io prego i miei Leggitori d’essere ben persuasi. Essendo dunque state scongiurate molte persone, che si trovavano nel caso di cui si tratta, non bisognovvi un grand’esame per iscoprire infamie d’una tal lega, che il ricordarmele tuttavia m’inorridisce. Lo spergiuro, l’oppressione, la frode, la suggestione, e il ruffianesimo, erano i mezzi più onesti, posti da loro in uso, e come eziandio ciò era una cosa assai vera, rinvenni che queste picciole _indisposizioni_ erano assai scusabili. Ma quando alcuni confessarono di non dovere la propia grandezza, e la propia opulenza che a’più spaventevoli misfatti; gli uni alla prostituzione delle loro mogli, e delle loro figliuole; altri a’tradimenti praticati al loro Principe, o alla loro Patria; altri finalmente alla propia perizia nell’avvelenare li loro nemici, o in ruinar gl’innocenti; mi lufingo che non siasi per pigliar in mala parte, se scoperte di questa natura abbian fatta smarrire in me una gran porzione di quel rispetto profondo che naturalmente nodrisco per Personaggj d’un eminente carattere, e ch’è un tributo dovuto loro da gente della mia pasta. Sovente io aveva letto che non so quali importanti servigi erano stati renduti a de’Principi o a degli Stati, e quindi mi venne il capriccio di conoscer coloro, a’quali questi Stati e questi Principi avevano l’obbligazione. Dopo una diligente ricerca, mi fu detto che non erano delineati in verun Registro i loro nomi; se tuttavia si eccettui un picciol numero d’essi, che la Storia come infami, e come traditori ha rappresentati. Quanto agli altri; io non aveva inteso mai a parlarne. Comparver eglino cogli occhj bassi, e meschinissimamente vestiti; essendo, per la maggior parte, a quel che me ne dissero, morti in miseria, o lasciata avendo insù d’un palco la loro testa.
Vidi fra’primi un vecchio, la cui storia ha qualche cosa di singolare. Stava a’fianchi di lui un giovanotto a un di presso di diciott’anni d’età. Ei mi notificò, d’essere stato per anni molti, Comandante d’un Vascello, e che nella battaglia navale d’_Aziò_, avea avuta la buona sorte di gettar a frondo tre de’principali Vascelli nemici, e di prenderne un quarto; il che era stato la sola cagione della fuga d’_Antonio_, e della vittoria che funne una conseguenza: Che il giovane che io vedeva a lato di lui, e ch’era suo Figliuolo unico, era stato ucciso in tempo dell’Azione. Aggiunse, che terminata la guerra, se ne andò a _Roma_ per sollecitare un Vascello più grande, il cui Capitano era restato morto; ma senza che si badasse alle sue pretensioni, il Vascello richiesto, stato era conceduto ad un Uuomo che non aveva veduto mai il mare; e il cui merito tutto, in essere Figliuolo di _Libertina_, Damigella d’una delle Innamorate d’_Augusto_, consisteva: Che in tempo ch’egli al suo bordo se ne ritornava, fu accusato di mancanza nel suo dovere; e il suo Vascello stesso fu dato ad un Paggio favorito di _Poplicola_ il Viceammiraglio: che sopra ciò ei ritirossi a un picciolo podere assai lontano da _Roma_, ove finì i suoi giorni. Io avea tanta voglia di saper precisamente la verità di questa Storia, che dimandai che _Agrippa_, il qual era stato Ammiraglio in quel combattimento, fosse scongiurato. Ei venne, e mi certificò tutto il racconto; con questa differenza però, che fece un assai maggior elogio del Capitano; il qual, per la sua modestia, non avea renduta la necessaria giustizia al propio suo merito.
Stranamente restai sorpreso che la corruttela fatti avesse progressi sì rapidi in quell’Imperio, e ciò a cagion del lusso, che non vi si era intruso che molto tardi: il che produsse che non mi feci le gran maraviglie nel veder accadere somiglianti avventure in altri Paesi, ove i vizzi, di qualunque genere, an regnato d’assai più lungo tempo in qua.
Come ognun di coloro ch’erano stati scongiurati, ritenuta avea perfettamente la figura medesima sotto cui era apparuto nel mondo, con sensibilissimo crepacuore osservar dovetti, fin a qual segno la Razza _Inglese_ da un secolo addietro avesse degenerato, e quali cangiamenti fra noi, la più infame di tutte le infermità prodotti avesse.
Affin di divertirmi da un spettacolo di tanta mortificazione, palesai il mio desiderio d’aver sotto gli occhi alcuni di quegl’_Inglesi_ di Roca vecchia, sì famosi un tempo per la simplicità de’loro costumi, per l’esatta loro osservanza delle Leggi della Giustizia, pel saggio lor amore verso la Libertà, pel loro valore, e per l’inviolabile affezionata loro parzialità per la Patria. Non fu che con estremo commovimento che io paragonai gli vivi co’morti, e che vidi virtuosissimi Avoli disonorati da’Pronipoti, i quali, in vendendo i propj suffragj al Favore, o alla Speranza, si sono impeciati di tutti que’vizzi che contrar si possono in una Corte.
CAPITOLO IX.
Ritorna l’Autore a Maldonada, e fa vela pel Regno di Luggnagg. Vi è posto prigione, ed è poscia spedito alla Corte. Maniera con cui egli vi è ricevuto. Clemenza estrema del Re verso i suoi Sudditi.
SOpraggiunto il giorno di nostra partenza, presi congedo da Sua Altezza il Governatore di _Glubbdubdribb_, e rivenni co’miei due Compagni a _Maldonada_; ove, dopo una dimora di due settimane, trovammo un Vascello pronto a mettersi alla vela per _Luggnagg_. I miei due Amici ed altri diversi Signori, ebbero la generosità di tenermi provveduto del bisognevole, e d’accompagnarmi a bordo. Fu d’un mese il mio viaggio; e in cammin facendo; colseci una furiosa burrasca che ci costrinse a scorrere verso il _Ponente_, per profittare d’un vento stabile che soffia in que’Mari. Nel ventuno d’_Aprile_ 1709. imboccammo la Riviera di _Glumegnig_, sulle cui sponde giace una Città del nome medesimo. A una lega da questa Città calammo l’ancora, e perchè ci fosse spedito un Piloto, segnali facemmo. In men di mezz’ora ne vennero due, i quali fra molti scoglj, che rendono assai pericoloso il passaggio, ci guidarono in un largo Bacino, ove un’Armata intera può starsene al coperto dalle più violente tempeste.
Alcuni de’nostri Marinaj, o per malizia, o per inavvertenza, informarono i Piloti che io era un Forastiere, e di più, un insigne Viaggiatore; il che questi riferirono ad un Uffiziale della Dogana; il qual, posto ch’ebbi piede a terra, a tutto rigore mi esaminò. Parlommi colui la favella di _Balnibarbi_, ch’è intesa poco men che da tutti gli Abitanti di quella Città, a cagione del gran commerzio ch’ella pratica cogli Abitanti di questo Regno. Gli feci una narrazione succinta, che al possibile procurai altresì di rendere verisimile; ma a proposito non giudicai di palesar la mia Patria, bensì _Ollandese_ volli spacciarmi; perchè mia intenzione si era d’andar al _Giapone_, e perchè io sapeva che gli _Ollandesi_ sono il solo Popolo dell’_Europa_, che vi sia ammesso. Con tal oggetto dissi all’Uffiziale, che io avendo fatto naufragio sulle spiagge di _Balnibarbi_, era stato ricevuto dentro _Laputa_, o Isola Volante, (di cui l’Uffiziale stesso più d’una volta inteso avea a parlarne,) e che allora io pensava di rendermi al _Giapone_; ove, di rinvenire qualche Vascello sù cui tornarmene potessi al mio Paese, io mi lusingava. Mi rispose l’Uffiziale, ch’era d’uopo che io me ne restassi prigioniero, finchè sul mio proposito avesse egli ricevuti ordini dalla Corte; che sul punto stesso egli andava a scrivervi, e che sperava d’averne in quindici giorni le risposte. Assegnommisi in carcere un Appartamento assai propio, con una sentinella alla mia porta; e non ostante aveva io la libertà di spasseggiare in un giardino assai vasto, essendo trattato con molta umanità, e spesato in tutto il frattempo dal Re. Un motivo di curiosità indusse molte persone ad invitarmi in loro Casa; essendo loro stato riferito che io veniva da molti lontanissimi Paesi; alcuni de’quali altresì, riuscivano loro onninamente incogniti.
Presi al mio servigio un giovane, il qual s’imbarcò con esso meco per valermi d’Interprete. Era lui nativo di _Luggnagg_; ma avea passati alcuni anni a _Maldonada_, e perfettamente bene gli eran congnite amendue le Lingue. Pel mezzo suo mi trovai in istato d’attaccare conversazioni con tutti coloro che venivano a visitarmi; ma questa conversazione non consisteva che in dimande dalla loro parte, e che in risposte dalla parte mia.
Verso il tempo appunto che speravamo, il desiderato Dispaccio arrivò dalla Corte. Ei conteneva un Ordine di condur me, e il mio seguito a _Traldragdubb o Trildraogdrib_, (poichè in due modi intesi a pronunziar questo termine,) con una scorta di dieci Cavalli. Altro non era il mio seguito che il Giovane, il qual facevami la funzione d’Interprete, e che io persuasi di mettersi al mio servigio, e non seguì che a forza di suppliche, che si accordò a cadaun di noi una Mula, per imprendere più comodamente il viaggio. Fu ingiunto ad un messaggiere di precederci d’alcuni giorni, per annunziare il nostro avvicinamento al Re, e per pregar Sua Maestà d’assegnare il giorno è l’ora onde potessimo aver l’onore di _leccare la polvere ch’è innanzi alla predella de’piedi di lei_. Si è questi lo stile della Corte; ed in fatti io provai che era molto figurata una cotal frase; mercè che due giorni dopo il mio arrivo accordatamisi l’udienza, fui comandato di strascicarmi carpone, e di leccar il solajo a misura del mio avanzarmi; ma per essere forestiere, si ebbe la cura di spazzarlo sì bene, che non ne ricevetti incomodo dalla polvere. E pure, era questa una grazia particolare, la qual si accordava a persone del primo carattere, quando il Re volea impartir loro l’onore della sua presenza. V’ha di più. Spargesi talvolta a bella posta della polvere sul pavimento; il che avviene allorchè colui che ammesso esser dee, ha in Corte nemici possenti. Vidi io stesso un gran Personaggio, la cui bocca n’era. sì piena, che quando strisciato ei si fu perfino al luogo che conveniva, fugli impossibile di profferire una sola parola. Il peggio si è, che non vi ha rimedio per una tale inconvenienza; imperocchè egli è un capitale delitto degli introdotti all’Udienza del Re lo sputare o il forbire la bocca in presenza di Sua Maestà. Evvi eziandio a quella Corte un’altra costumanza, che io approvar non saprei. Quando il Principe ha il disegno di far morire qualche gran Signore d’una morte dolce, e che abbia un so che d’obbligante, ordina di spargersi sopra il solajo una certa venenata polvere; che essendo leccata infallibilmente in venti e quattr’ore uccide: Ma per rendere giustizia all’estrema clemenza di Sua Maestà, e alle sollecitudini di tenerezza ch’ella ha per la vita de’suoi Suggetti, nel che sarebbe a desiderare che i Monarchi dell’_Europa_ si compiacessero d’imitarla, è forza che io dica, che quando qualche Personaggio ha goduto del mortal onore di leccare un poco di questa polvere, ingiugne il Re gli ordini più precisi perchè il pavimento sia ben lavato: Che se i suoi Domestici non eseguiscono con esattezza i suoi ordini, sì espongono alla collera, e all’indignazione di lui. Io lo intesi, lui medesimo, a comandare che si scopasse un Paggio, a cui toccava d’avvertir coloro che dopo un’esecuzione il Solajo spazzar doveano, ma che per malizia l’avea trascurato: trascuranza che cagionò, che un giovane Signore di grand’espettazione, ammesso che fu all’Udienza restasse sgraziatamente attossicato; tutto che in quel tempo non avesse Sua Maestà il divisamento di farlo morire. Ma sì buono fu quel Monarca, che rimise al Paggio la pronunziata leggiera punizione, con la promessa che questi fece di guardarsi per altre volte da somiglianti sbagli, purchè non ne ricevesse un ordine preciso.
Lusingomi che un tratto sì singolare di clementissimo procedimento, obbligherà il Leggitore a menarmi buona una tal digressione.
Strisciato che mi ebbi perfino alla distanza di quattro verghe dal Trono, mi dirizzai ginocchione; e dopo d’aver battuta per sette volte colla mia fronte la terra, pronunziai le parole seguenti, tali che io aveale apprese la notte innanzi: _Ickpling Glofftrobb squutserumm blhiop Mlashnalt, zvvin, tnodbalkguffh slhiophad Gurdlubb Asth_. Questi si è il complimento prescritto dalle Leggi a tutti que’an l’onore di salutare il Re. Potrebbesi renderlo con questi termini Franzesi: _Puisse Votre Majeste Celeste vivre plus long-temt que le Soleil, onze Lunes & demie_; cioè: _Possa Vostra Celeste Maestà sopravvivere al Sole per undici Lune e mezzo_. Mi fece il Re una brieve risposta; alla quale, tutto che non ne comprendessi il senso, co’seguenti termini fattimisi imparar a memoria, io replicai: _Flust drin Yalerick Dvvuldom prastrad mirpush_; il che vuol dire: La mia lingua è nella bocca del mio Amico: e con ciò significar volli che io desiderava che il mio Interprete fosse introdotto. Se pe compiacque il Re; e pel mezzo di quest’Interprete, soddisfeci alle quistioni statemi proposte per lo spazio d’una buon’ora da Sua Maestà. Io parlava la favella di _Balnibarbi_, e il mio Interprete rendeva i miei discorsi in quella di _Luggnagg_. Non fu mediocre il piacere del Principe in questa spezie di conversazione; ed egli ordinò al suo _Bliffmarklub_, o gran Ciamberlano, d’aver cura che l’Interprete ed io fossimo alloggiati in Corte, e non mancassimo di cosa veruna.
Fu di tre mesi il mio soggiorno in quel Paese; e ciò per compiacenza pel Re, il qual mostrava di desiderare che mi fermassi per lungo tempo, e che mi fece le più onorevoli esibizioni per ritenermi. Ma io credei che fosse più conforme alle regole della prudenza e della giustizia, il passare il rimanente de’miei giorni con la mia moglie, e co’miei Figliuoli.
CAPITOLO X.
Elogio de Luggnaggiani. Particolar descrizione degli Strulbdruggs, con molte conversazioni fra l’Autore ed alcune persone del primo carattere, su questo suggetto.
NON vi ha Nazione più colta e generosa quanto quella _de’Luggnaggiani_; e tutto che non sien eglino affatto esenti da quello spirito d’orgoglio che in quasi tutte l’Orientali Nazioni distinguesi; non ostante, generalmente parlando, non lasciano d’essere umanissimi a riguardo degli Stranieri, Buona sorte per me, che io godeva dell’intima amistà di molti Signori della Corte; cosicchè tenendo sempre al mio canto l’Interprete, non erano disaggradevoli i nostri trattenimenti.
Un giorno, in un’assai numerosa ragunanza, mi ricercò una persona di qualità se veduto avessi qualcuno de’loro _Struldbruggs_, o sieno Immortali. Le risposi che nò: e mostrai di desiderar di sapere in qual senso si potesse applicare a una mortal Creatura un somigliante titolo. Replicò quel Signore; che tal volta, comechè di rado, nascean fra loro de’pargoletti con un marchio rossigno, e d’una circolar figura sopra la fronte, direttamente al di sopra della sinistra palpebra, il che era un segno infallibile d’immortalità. Aggiunse; che da principio era picciolissima questa macchia, ma che a misura del crescere del bambino, ella ingrandiva, ed eziandio di color cangiava: che da’dodici perfino a’venti e cinque anni d’età, ella era verde, poscia cerulea oscura; e sugli anni quaranta e cinque, nera come carbone; dopo di che, più non pativa cangiamento di sorta. Son sì rari, ei proseguiva, cotali nascimenti, che non credo che per tutto il Regno siavi una maggior somma di mille e cento _Struldbruggs_ dell’uno e dell’altro sesso: Che simili produzioni non erano peculiari di certe Famiglie, bensì un puro effetto dell’accidente; e che i figliuoli degli _Struldbruggs_ erano suggetti al cessar dal vivere, del pari che gli altri Mortali. Confesso che un tal racconto cagionò in me un piacere che non può esprimersi; e come venivami fatto da persona che intendeva il linguaggio di _Balnibarbi_ ond’io parlava assai bene, ritenermi non potei da diverse esclamazinni alquanto, forse, stravaganti. Come rapito fuor di me stesso mi messi a gridare: O beato Popolo, ove ciascun pargoletto potè, per lo meno, nascere Immortale. O Nazione beata, innanzi agli occhi di cui son posti in o ostra tanti vivi esempi dell’antica Virtù; e che strigne nel propio seno de’Maestri pronti ad instruirla nella saggezza di tutti i secoli! Ma o mille e mille volte più beati ancora questi ammirabili _Struldbruggs_, che nascono immuni dal più spaventevole di tutti mali; e le cui anime dall’orribile terror della morte non sono continuamente agitate! Diedi indizi di qualche mio stupore di non aver veduto veruno di quegli Illustri Personaggi alla Corte; mercè che un marchio nero sopra la fronte ha in se qualche cosa d’assai notabile, perchè immediate non me ne fossi avveduto; e immaginandomi, d’altra parte, ch’era impossibile che Sua Maestà, come giudiziosissimo Principe, non ne avesse scelto un buon numero, per servirle di Consiglieri. Ma, continuava io, può essere che questi venerabili Saggi respirar non vogliano un’aria così corrotta come quella della Corte; oppure, che troppo non si badi a’loro consigli; come fra noi veggonsi de’Giovanastri troppo vivaci e troppo poco docili, per lasciarsi reggere dalla prudenza di qualche Vecchio: Che ne fosse in tal proposito; poichè permettevami talvolta il Re d’inchinarlo, io era risoluto di dichiarargli con libertà e stesamente, a primo incontro, il mio sentimento, con l’assistenza del mio Interprete; e fosse ch’egli ne profittasse o no, stava io d’intenzione di risegnarmi alle replicate offerte di Sua Maestà, e di passar i giorni che mi restavano, nel Paese di lei, affin di divenir più saggio, e di migliorar pel commerzio de’suoi Esseri superiori, onde venivami data contezza, se pure si compiacesser eglino d’accordarmi la loro civil Società. Il Gentiluomo, al quale io avea indiritto questo discorso, (essendo che, come già l’avvertì, ei parlava la favella di _Balnibarbi_) mi disse con quella sorta di sorriso che cava a forza la compassione che si ha per l’ignoranza; ch’ei gioiva, perchè vi si rinvenisse qualche cosa che fosse valevole a ritenermi fra loro; e che mi pregava di permettergli ch’egli spiegasse alla Compagnia ciò che testè io gli avea detto. Ei lo fece: e que’Signori disputarono qualche tempo insieme in loro lingua, senza che io ne intendessi neppur parola, nè che accorgermi potessi qual impression sopra loro fatta avesse il mio ragionamento. Dopo un silenzio d’alcuni instanti, il Signor medesimo mi dichiarò, che i suoi Amici ed i miei (furon questi i precisi suoi termini) stavano incantati dalle giudiziose riflessioni che io avea fatte sopra gli avvantaggi d’una vita immortale; e che desideravano che io palesassi loro in un modo alquanto specifico, a qual metodo di vivere appigliato mi sarei, se avuta avessi la buona sorte di nascere _Struldbrugg_.
Io risposi, che non era cosa molto difficile d’essere eloquente sopra un sì bello, e sì ricco argomento; e in ispezieltà per me, che allo spesso mi era divertito in pensare cosa facessi, se fossi un Re, un generale, un gran Signore: Che quanto al caso proposto; più d’una volta io avea riflettuto sopra la maniera del passar il mio tempo se fossi assicurato di non aver a morire.
Che se avessi avuta la fortuna di nascere _Struldbrugg_, immediate che conosciuto avessi l’eccesso della mia felicità, mi sarei a prima giunta valuto di qualunque mezzo per acquistare ricchezze: Che a forza d’industria e d’applicazione avrei potuto in men di due secoli divenir uno de’più opulenti Particolari del Regno: In secondo luogo; che fin dalla più fresca mia giovinezza, procurato avrei di perfezionarmi in tutte le Scienze, affin di superare, un giorno, in abilità, e sapere tutti gli uomini del Mondo: Finalmente, che io registrerei in iscritto con tutta la diligenza cadaun ragguardevole avvenimento, della cui verità io instruito ne fossi: Che senz’alcuna ombra di parzialità delinearei gli Caratteri de’Principi, e de’più rinomati Ministri di Stato, di Successori in Successori: Che distinguerei esattamente i diversi cangiamenti che accadessero nelle costumanze, nel linguaggio, nelle mode, e ne’divertimenti del mio Paese, e che con questi mezzi io mi lusingherei di costituire me stesso come in tesoro vivente di conoscenze, e di saggezza; e altresì come l’Oracolo della mia Nazione.
Pervenuto che fossi a’sessant’anni d’età, diceva io in proseguendo il mio discorso, più non penserei ad ammogliarmi, ma praticherei, comechè con ritegno, le Leggi dell’Ospitalità.
Mi terrei occupato nel formare lo spirito e il cuore d’alcuni Giovani di grande speranza, convincendogli con le mie osservazioni e con numerosi esempi, dell’utilità, e dell’eccellenza della Virtù: Ma sceglierei in miei compagni perpetui, degli Immortali al pari di me, fra quali sarebbevi una dozzina de più Anziani, che vorrei Amici di tutta intrinsichezza: Se taluni di questi non si trovassero in uno stato opulento, gli alloggerei in mia casa, ed alcuni ne terrei continuamente alla mia mensa; alla quale non sarebbe ammesso che un picciol numero di voi altri Mortali, che io risguarderei con l’occhio medesimo, come un uomo nel suo giardino risguarda l’annual successione de’Tulipani e de’Garofani: i fiori ch’ei vede l’allettano, per qualche tempo, ma non fanno ch’ei si prenda fastidio di quegli dell’anno innanzi.
Gl’immortali miei Compagni ed io, cui comunicheremmo scambievolmente le nostre osservazioni, e studieremo sopra le differenti maniere con cui intrudesi nel Mondo la corruttela; affin di preservarne gli Uomini con sagge lezioni, e con l’Ascendente del nostro esempio; Rimedj, che, secondo tutte le apparenze, impedirebbono quella depravazione dell’umana Natura, di cui l’Età tutte, con tanto giusto motivo, si son querelate.
A ciò il diletto aggiugnete di ammirare le più stupende Rivoluzioni di Stato; Città antichissime discioglientisi in ruine: oscuri Vlllagj divenenti Capitali d’Imperi; famose Riviere cambiate in meschini Ruscelli; l’Oceano che lascia un Paese a secco per ricoprirne un altro con le sue onde: le Scienze fondando la loro Sede in certe Regioni, ed alcuni secoli dopo, mostrando d’averle abbandonate per sempre. Allora sì che potrei promettermi di veder il giorno, in cui si rinvenisse la _Longitudine_, il _Moto Perpetuo_, e la _Medicina Universale_, ed eziandio molti altri bellissimi ritrovamenti.
Quali magnifiche discoperte non sarebber le nostre in Astronomia, sopravvivendo alle più remote predizioni, ed osservando i periodici ritorni delle Comete, e tutto ciò che al movimento del Sole, della Luna, e delle Stelle, ha rapporto!