Viaggj del Capitano Lemuel Gulliver in Diversi Paesi Lontani
Part 18
Quando da violente Fazioni è lacerato lo Stato, egli avea rinvenuto un maraviglioso mezzo per accordarle. Eccolo questo mezzo. Convien prendere un centinajo di Capi di cadaun Partito, e mettere l’una contra l’altra le teste che poco più o meno sono della figura medesima; che dopo ciò, due peritissimi Chirurgi seghino l’occipizio di ciascun pajo in un tempo stesso, cosicchè il cervello sia diviso in due parti eguali: Che cadauno di questi occipizj così tagliati, applicato sia sopra quella testa a cui gli non appartiene. Egli è ben vero che somigliante operazione richiede una gran destrezza, ed una esatezza somma; ma assicuravasi il Professore, che se il Chirurgo vi faceva ben le sue parti, la curagione riuscirebbe infallibile; imperciocchè così gli la discorreva: Dibattendosi insieme le due eguali porzioni di cervelli, le materie che formano il suggetto della Disputa non potrebbono non convenire ben presto; e per ciò che risguarda la differenza de’cervelli in quantità e in qualità fra coloro che sono i Direttori delle Fazioni, protestava in sua coscienza il Dottore, ch’era una chimera.
Intesi due professori che stavano disputando con molto fuoco sopra il miglior metodo d’impor Tasse senza aggravio del Popolo. Affermava il primo che il modo più sano sarebbe di tassare i vizzi e la follia; e d’appossare in cadauna strada un certo numero di Soprastanti, che adducessero testificazione de’gradi di stravaganza, e di corruttela de’loro Vicini, su’quali regolar si potrebbe la somma che ognuno a pagare tenuto fosse. Direttamente opposta era l’opinione del secondo, il qual volea che si mettesse una gabella sopra quelle qualità del Corpo e dell’Anima, onde gli uomini il più si pregiano da se medesimi; e che questa gabella fosse più o men grande, a misura del grado più o men eminente onde si eleverebbono queste qualità: grado, a riguardo di cui, sarebbe ognuno sulla propia parola creduto.
L’imposta più gravosa concerneva i più segnalati Favoriti del Bel sesso, ed erano regolate le tasse secondo il numero e la natura de’ricevuti favori; nel che si doverebbe pure rapportarsi alle loro propie dichiarazioni. La vivacità dello spirito, il valore e la pulitezza, doveano soggiacere altresì a pesanti imposizioni, le quali ingiunte sarebbono nel modo stesso, passandosi ognuno da se medesimo. Ma da un altro canto, l’onore, la Giustizia, la Prudenza, ed il Sapere non doveano costar un soldo a colui che possedeva cotali qualità, poichè sono d’un genere sì singolare, che niuno le riconosce nel suo Vicino, e in se medesimo non le pregia.
Dovean le Donne esser tassate a misura della loro bellezza, e della loro abilità nel ben comparire, e dovean godere dello stesso privilegio degli Uomini; voglio dire, determinar la somma ch’esse obbligate si credono di pagare. Ma il Senno, la Fedeltà, la Castità, e la Bontà del Cuore, esser doveano cose onninamente esenti da gabelle; essendo che il poco che avrebbesi potuto ritrarne, non varrebbe il fastidio che si sarebbe preso per iscoprire quelle che risguardate sono da questa Tassa.
Per rendere ben affetti i Senatori agli interessi della Corona, il Professor medesimo volea che si tirasse a sorte per gl’Impieghi, impegnandosi a prima giunta ognuno d’essi, con giuramento, d’essere parziale della Corte, fosse che la Carica profittasse, o no; dopo di che, que’che avessero messo del proprio, potessero di bel nuovo tentar fortuna a prima opportunità. In questo modo la speranza, e l’espettazione gli renderebbono fedeli ne’loro impiegi; nè veruno d’essi lagnar si potrebbe di quale siasi inganno, bensì imputerebbe la sua disgrazia alla Fortuna, le cui spalle son più robuste, e più larghe di quelle d’un Ministero.
Un gran foglio, tutto riempiuto d’instruzioni per lo scuoprimento delle congiure che si tramano contra il Governo, fummi mostrato da un altro Professore. In tutte le annotazioni di lui appariva una somma profondità di genio, e un estremo discernimento di politica; tutto che, a mio credere, vi si potesse aggiugnere qualche altra cosa. Quest’è ciò che mi feci lecito di dire all’Autore; esibendomi nel tempo stesso di fargli parte di quanto aver potessi di lumi su quest’argomento. Con più di civiltà ricevè egli la mia offerta, di quel che non son soliti di praticare gli Autori, particolarmente que’che lavorano in progetti; assicurandomi che molto gradita gli avrebbe la comunicazione delle mie osservazioni.
Gli dissi; che se mai accadesse di soggiornare in un Regno ove le cospirazioni fossero in voga pel genio inquieto della Plebaglia, o servir potessero allo stabilimento del credito, o all’avanzamento della fortuna di alcuni Grandi, mi applicherei immediate a incoraggiar la rozza degli Accusatori, de’Dinunzianti, e de Testimoni: Che allor quando ne avessi raccolto un sufficiente numero di tutte le condizioni, e di differente capacità, gli porrei sotto la direzione di alcuni abili Personaggi, bastevolmente possenti per proteggergli, e per ricompensarli. Personaggj di questa fatta, dotati di talenti e del potere testè mentovati, potrebbono far servir le congiure ad usi più eccellenti; sarebber atti a farsi valere e a spacciarsi in profondi Politici; a rassodare un vaccillante Ministro; a soffogare, o a scemare una generale scontentezza; ed arricchirsi di confiscazioni, e ad aumentare o a diminuire il credito pubblico, a misura che il privato lor avvantaggio il richiedesse. Quest’è ciò che può farsi, col convenir primieramente di coloro, su cui cader dee l’accusa d’aver parte in una cospirazione. Dopo ciò; convien assicurarsi di tutti gli scritti loro, del pari che delle loro persone: Deggiono questi Scritti passar nelle mani d’una Ragunanza d’uomini di grande abilità, perchè possan essi interpretare i sensi misteriosi de’vocaboli, delle sillabe e delle lettere; ma Affinchè sia fruttuosa cotale loro industria; si dee lor permettere d’addattare alle lettere, alle sillabe ed ai vocaboli, il significato che più lor piace, tutto che sovente questo significato non v’abbia alcun rapporto, oppure sembri direttamente opposto al fine, che quegli, di cui si disamina lo scritto, si propone. Così, per esempio, se il credono a proposito, possono intendere per un _Vaglio_ una _Dama di Corte_; per un _Cane stropio_ un _Usurpatore_; per una _Frusta_ un _Esercizio in piedi in tempo di pace_; per un _Nibbo_ un _Gran Politico_; per la _Gotta_ un _Sommo Pontefice_; per un _Orinale_ una _Ragunanza di Signori_ per una _Scopa_ una _Rivoluzione_; per una _Trappola_ una _Carica_; per un _Abisso senza fondo_ il _Tesoro Pubblico_; per una _Grondaja_ la _Corte_, per una _Barretta con sonagli_ un _Favorito_; per una _Canna spezzata_ una _Corte di Giustizia_; e per un _Barile voto_ un _Generale_.
Che se questo metodo non conseguisse il suo riuscimento, se ne potrebbero metter in pratica di più efficaci, e gli _Acrostici_ e gli _Anagrammi_ sarebbero d’un grande ajuto. Spiegaigli allora ciò che io intendessi per _Acrostici_, e gli mostrai evidentemente l’utilità di questa spezie di scienza per iscoprire il senso politico, nelle iniziali lettere contenuto. Essendo che; senza questo, io gli dicea, avrebbesi mai potuto sapere che N, per esempio, significa una Macchinazione; B un Regimento di Cavalleria, ed L un’Armata; Ma se a caso, (il che quasi non è possibile) questo metodo non basta per venir in cognizione de’disegni del malcontento Partito, si potrebbe riuscire nella loro scoperta, trasponendone le lettere dell’Alfabeto che si trovano in qualche Scritto sospetto; trasponendole, dissi in tante differenti maniere, che finalmente se ne rinvenga il senso che vuolsi in esse imprimere. E quest’è ciò che si dinomina Anagrammatico metodo.
Con eccessivi complimenti mi ringraziò il Professore per le mie curiose comunicategli osservazioni; e mi promise che nel suo Trattato farebbe di me una menzione onorevole.
Null’altro vidi in quel Paese che allettarmi dovesse a un più lungo soggiorno; e cominciai a pensare di ritornarmene in Inghilterra.
CAPITOLO VII.
L’Autore lascia Lagado, e arriva a Maldonada. Non essendovi pronto alla vela verno Vascello, fa un giro a Glubbdubdrib. Accoglimento che gli fa il Governatore.
IL Continente, di cui n’è una parte quel Regno, stendesi, per quanto mi pare, al Levante verso le Regioni incognite dell’_America_, al Ponente verso la _California_, e a Tramontana verso il Mar Pacifico, il qual non è che a cencinquanta miglia da _Lagado_, dove vi ha un buon Porto; praticandovi gli Abitanti un gran commerzio con gli Isolani di _Luggnagg_, situati al Ponente Maestro, a un di presso a’venti e nove gradi di Latitudine Settentrionale, e a’cenquaranta di Longitudine. Quest’Isola di _Luggnagg_ si trova allo Scilocco del _Giapone_, in distanza d’un centinajo di leghe. Evvi una stretta Confederazione fra l’Imperador del _Giapone_, e il Re di _Luggnagg_; dal che ne viene che vi sono frequenti occasioni di passaggj da una di quest’Isole all’altra. Un tal motivo mi determinò ad imprendere il cammino per quella parte, per quindi rivenirmene nell’_Europa_. Noleggiate per tanto due Mule pel trasporto del picciolo mio bagaglio, e una Guida per additarmi la strada, presi cogendo dal generoso mio Protettore, il qual dati aveami tanti contrassegni di sua compitezza; e sul punto del mio partire, un nuovo ragguardevole regalo ne ricevei.
Per tutto il mio Viaggio non mi accadde cosa che meriti d’essere riferita. Arrivato che fui al porto di _Maldonada_, non aveavi Vascello lesto alla vela per _Luggnagg_; e con certezza mi venne detto che conveniva attendere alcune settimane innanzi che ve ne fossero. Può essere questa Città della grandezza, o circa, di _Portsmouth_. Poco tardai ad acquistarmi molte amicizie, e non poche furono le civiltà che usate mi vennero. Un Gentiluomo di gran distinzione mi dice; che poichè mancherebbono per un mese, almeno, le aperture d’imbarco per _Luggnagg_, dovrei risolvermi ad andar a vedere la piciola Isola di _Glubbdubdribb_, ch’era al Libeccio di _Maldonada_, non più lontana che cinque leghe. Mi esibì la sua compagnia e quella d’un suo Amico; e d’aver cura promisemi di tutto il bisognevole per tal intento.
_Glubbdubdribb_, per quanto puossi rendere in nostra favella un somigliante termine, significa l’Isola degli _Stregoni_. Non ha quest’Isola che il terzo della larghezza di quella di _Vvight_, ed è straordinariamente fertile. E’governata da un Capo d’una certa Tribù, di soli Maliardi composta.
Costoro, non contraggono mai maritaggi che con persone di loro Tribù, e il più Anziano di loro razza, è il loro Principe, o il loro Governatore. Allogia questo Principe in un Palagio magnifico, dietro di cui vi è un Parco tre mila Campi d’estensione, e cinto d’un muro di pietre dure, di venti piedi di altezza. Molti Chiusi differenti per biade, per erbaggj, o per mandre, contiene questo Parco.
Da Domestici molto straordinarj e servito il Governatore con la sua Famiglia. Per la sua esperienza nella Magia, egli ha il potere di richiamare alla vita tutti que’che vuole, e il diritto altresì di Dominio sovra d’essi per lo spazio d’ore venti e quattro, ma non già per più lungo tempo: e di più, non gli è permesso di scongiurar due volte di seguito una persona medesima, se non si frapponga un interstizio di tre mesi, o pure ch’ei vi sia costretto da qualche importantissima ragione.
Messo piede a terra, il che seguì verso le undeci della mattina, uno degli amici che mi accompagnavano, avviossi alla visita del Governatore, e gli dimandò se uno straniere potea aver l’onore d’inchinare l’Altezza Sua? Accordogli immediate il Principe la richiesta: e noi, tutti, e tre, entrammo nel Palagio fra due file di Guardie armate all’antica, e che nella loro fisonomia spiravano un non so che, che tremar mi faceva. Passammo poscia a molti Appartamenti pel mezzo di Domestici tali, che alle Guardie non male rassomigliavano, e che, com’esse, erano disposti in ala d’ambe le parti, finchè pervenuti fossimo alla Sala di fronte; ove, dopo tre profonde riverenze, ed alcune generali quistioni, ci fu permesso l’adagiarci su tre sedili, accosto del più basso gradino del Trono di sua Altezza. Possedeva quel Principe la favella di _Balnibarbi_, non ostante che diversa fosse da quelle che si parlano nell’Isola di lui. Mi pregò raccontargli una parte de’miei Viaggi, e per farmi comprendere che trattarmi voleva senza complimenti, licenziò il suo corteggio con un solo muovimento di testa; che appenna fatto, con orrido mio stordimento svanirono tutti i Cortigiani in aria, nella guisa che dispajono gli oggetti da noi veduti in sogno, quando all’improviso ci risvegliamo. Me ne ristetti qualche tempo innanzi di rimettermi dal terrore: me come il Governatore mi assicurò che non aveavi nulla a temere; e che d’altra parte io osservava che i miei due compagni manifestavano intrepidezza, (il che succedeva perchè non riusciva lor nuovo un somigliante spettacolo,) cominciai a incoraggirmi, e feci a Sua Altezza una compendiata Storia delle diverse mie Avventure, non senza tuttavia incantarmi qualche volta; e non senza, di tempo in tempo, gettar gli sguardi sopra i luoghi testè lasciati voti da que’domestici Fantasmi.
Ebbi l’onore di pranzar col Principe, e summo serviti in tavola da certe larve differenti da quelle che io già vedute avea. Riflettei che la mia paura d’allora era assai inferiore a quella della mattina.
Quivi consumammo tutta la giornata, ma dovetti supplicar il Governatore di compiacersi scusarmi, se io non accettava l’offerta sua perchè allogiassi nel suo Palaggio. I miei due Amici ed io fummo a dormire in Città, e di poi ritornammo presso il Principe, per ubbidire a’suoi obbligantissimi cenni.
In questo modo ce la passammo in quell’Isola per dieci dì, conversando in Corte la maggior parte del giorno, e standocene la notte nella nostra abitazione. Mi rendei ben presto talmente familiare cogli Spiriti, che io più non gli temeva; o se restavami qualche impressione di terrore, la curiosità me ne toglieva in un tratto il sentimento. Un giorno mi ordinò Sua Altezza di scongiurare tal morto che più volessi di tutti quegli, che secondo la Legge erano passati all’altra vita dal principio del Mondo perfino al momento ch’ella mi parlava; e di comandar loro di rispondere alle mie quistioni; a condizione però che le quistioni stesse non verserebbero che sopra cose accadute al loro tempo: Che per altro, io certo esser poteva, ch’essi non mi direbbono nulla che non fosse vero, non essendo l’Arte del mentire di verun uso nell’altro Mondo.
Umilissimamente ringraziai Sua Altezza per una grazia sì segnalata. Ci trovavamo in una Camera risguardante il Parco; e e come primo mio desiderio fu di veder qualche cosa di pomposo e di magnifico, mi prese la voglia d’ammirare _Alessandro il Grande_ alla testa del suo Esercito, immediate dopo la battaglia d’_Arbela_. Pronunziate, ebbe appena il Governatore alcune parole, che ravvisammo quel Conquistatore sotto la finestra ove noi eravamo, alquanto più discoste le sue Falangi. Fu ingiunto ad _Alessandro_ di rendersi nel nostro Appartamento: per vero dire, il suo _Greco_ io non capì bene. Ei mi giurò sul suo onore che non era stato avvelenato; bensì ch’era morto di febbre ardente, che gli eccessivi disordini del vino cagionata gli aveano.
Dopo lui comparve _Annibale_ passando l’_Alpi_, il qual mi protestò che nel suo campo non si trovava neppure una goccia sola d’aceto.
Vidi _Cesare_ e _Pompeo_ alla fronte delle loro Legioni, tutti lesti per venir alle mani. Bramai che il Senato di _Roma_ mi si affacciasse in una gran Sala, e un’Assemblea un poco più moderna in opposto in un’altra. Parvemi la prima di queste Adunanze, composta di soli Eroi o Semidei; laddove l’altra non assomigliava che a una Truppa di Miserabili, di Banditi e di Sgherri. A mia instanza fece cenno il Principe a _Cesare_ ed a _Bruto_ d’accostarsi a me. Inspirommi la vista di _Bruto_ una profonda venerazione; e veramente non vi volle un grande stento per riconoscere in lui la più consumata virtù, una fermezza di spirito, un cuore intrepido eccedente qualunque esegerazione, e un Amore il più efficace per la sua Patria. Con sensibile mio piacere osservai che que’due grand’uomini davan segni di scambievole buon’amicizia; e _Cesare_, nobilmente ingenuo, confessò che la gloria di _Bruto_ per averlo ucciso, superava quella ch’egli Cesare si aveva acquistata per tutto il corso della sua vita. Godei dell’onore d’una lunga conversazione con _Bruto_ medesimo; e mi fu detto che _Giunio_, _Socrate_, _Epaminonda_, _Catone il Giovane_, _Tommaso Moro_ e lui erano sempre insieme: _Sextumvirato_, a cui tutte l’Età del Mondo aggiugnere un settimo non saprebbono.
Non vi ha dubbio che si annojerebbe il mio Leggitore se gli rapportassi i nomi di tutti coloro, che la brama, per dir così, di veder il mondo in tutti i punti di sua durazione, fece che io scongiurassi. Soprattutto mi appigliai a considerare i Distruggitori de’Tiranni e degli Usurpatori, e quegli altresì che rimesse aveano delle Nazioni nella lor libertà. Spettacoli di questa fatta una gioja sì sensibile in me producevano, che il volerla esprimere sarebbe lo stesso che tentar l’Impossibile.
CAPITOLO VIII.
Curioso specificato racconto sopra la Città di Glubbdubdribb. Alcune correzioni dell’Antica e della Moderna Storia.
VOglioso di veder gli Antichi che si erano renduti famosi pel loro spirito o pel loro sapere, destinai loro una intera giornata. Dimandai che _Omero_ ed _Aristotile_ comparissero alla testa di tutti i loro Comentatori; ma eran questi in un numero così grande, che molte centinaja nella Corte, e negli esteriori Appartamenti del Palagio se ne ristettero. Alla prima occhiata conobbi e distinsi questi due Eroi non solo dalla moltitudine, ma eziandio l’un dall’altro. De’due, era _Omero_ il più grande e il più ben fatto, si teneva ben ritto per un uomo di sua età, ed aveva un pajo d’occhj così vivaci, che di somiglianti non ne vidi mai. _Aristotille_ estremamente incurvavasi, e si appoggiava insù d’un bastone. Avea la faccia smunta, i capelli lunghi, infiacchita la voce. Mi avvidi a prima giunta che veruno di loro non aveva mai più veduto il resto della Compagnia, e neppure inteso mai a parlarne: E uno Spirito, il qual io non voglio nominare, dissemi all’orecchio, che nell’altro mondo questi Comentatori tenevansi il più che potevano, lontani da que’due grand’Uomini, di cui vanamente intentato aveano di dilucidarne gli Scritti; e ciò per la vergogna e pel rimorso che rodevagli, di aver fatto lor dire mille contraddizioni e mille assurdi, che per sogno non avevan eglino mai pensato. Io presentai _Didimo_ ed _Eustazio_ ad _Omero_, il quale, in grazia mia, fece loro miglior accoglimento ch’essi non meritavano; essendo che subito conobbe che niun di loro aveva il genio ch’è necessario per rendersi parziale di quello d’un Poeta. Ma _Aristotile_ perdè affatto tutta la sua pazienza, allorchè dopo d’averlo instruito degli obblighi ch’egli aveva a _Scot_ ed a _Ramo_, io messi alla sua presenza questi Saggj, ed ei mi dimandò se così stolti come questi, fossero gli altri suoi Comentatori?
Pregai allora il Governatore di scongiurare _Descartes_ e _Gassendi_; i quali sulla mia faccia spiegarono ad _Aristotile_ i loro Sistemi. Ingenuamente confessò questo Filosofo che si era ingannato spessissime volte, per non essersi fondato, a riguardo di molte cose, che su semplici conghietture; e dichiarò, che il _Vacuo_ d’_Epicuro_, onde _Gassendi_ n’era il Restauratore, e i _Vortici_ di _Descartes_, erano egualmente appoggiati. Predisse che l’_Attrazione_, la qual in oggi a tanti Difenditori, ricaderebbe un giorno nello spregio stesso, donde testè ne fu tratta. I nuovi Sistemi sopra la Natura, non sono, soggiunse egli, che nuove mode, che cangeranno di tempo in tempo; e que’medesimi che si presume di dimostrare Matematicamente, non goderanno d’un Regnò sì lungo, come pare che i lor Partigani si vantino di lor promettere.
Cinque giorni furono da me impiegati in trattenermi con molti altri Saggj dell’Antichità. Vidi la maggior parte degl’Imperadori Romani. Scongiurò il Principe, a mia sollecitazione, i Cucinieri d’_Eliogabalo_, perchè essi imbandissero il desinare: ma per mancanza di materiali, non fummo troppo paghi delle pruove di loro abilità. Un Cuoco d’A_gesilao_ ci compose una minestra alla _Lacedemonica_; ma di mandarne abbasso una seconda cucchiajata non bastommi l’animo.
Alcuni affari ch’esigevano la presenza de’due miei compagni di Viaggio, gli obbligarono di ritornarsene al lor Paese fra tre giorni, che io consumai in vedere diversi Morti moderni, i quali da due o tre secoli addietro, o nella mia Patria, o in altre Regioni dell’_Europa_, una brillante scena aveano rappresentata. Come sempre io era stato grand’Ammiratore di tutto ciò che Antiche ed Illustri Schiatte dinominasi, supplicai il Governatore di scongiurare una o due dozzine di Re cogli Antenati loro disposti in ordine dalle otto o nove Generazioni. Orribilmente restai deluso dalla mia espettazione; mercè che in luogo d’una lunga serie di Diademi, ravvisai in una Famiglia due Suonatori, tre Cortigiani in buona positura, e un Ecclesiastico. In un’altra, un Barbiere, un Abate, e due Ecclesiastici di prima sfera. Ed è troppo grande la mia venerazione per le Teste Coronate, perchè io insista sopra un argomento così spiacevole. Ma per quanto spetta a’Marchesi, a’Conti, e a’Duchi, io non sono sì scrupoloso; anzi confessar degigo, che gradj non poco di vedermi nel caso di poter distinguere il sentiere che calcato aveano certi Caratteri di Corpo e d’Anima, per intrudersi in una tale, o tale Famiglia. Con chiarezza potei discernere donde un tal Casatto ritraesse un mento aguzzo; e per qual ragione un tal altro, da due Generazioni in qua, non producesse che Furfanti, e che Pazzi da quattro: Quali fossero le cagioni giustificanti il Motto espresso da _Polidoro_, _Virgilio_ in proposito d’una certa Razza: Nec _Vir fortis, nec Fœmina casta_. In qual modo la Crudeltà, la Furberia, e la Codardia, divenissero marchj caratteristici, co’quali certe Famiglie sì bene si distinguessero, come per l’Arme loro.
Tutto ciò che io scorgeva, rendevami disgustato della Moderna Storia; poichè avendo io disaminati, e consultati seriamente tutti coloro che da un secolo addietro occupati aveano i più eminenti posti nelle Corti de’Principi, trovai: Che miserabili Scrittori, con isfacciatezza, aveano ingannato il Mondo, attribuendo, più d’una volta, le più cospicue guerriere spedizioni a Pusillanimi; i più saggj Consiglj a Sciocchi; la più nobile sincerità ad Adulatori; una Virtù Romana a Traditori della loro Patria; della Pietà ad Ateisti, e della veracità a Querelanti: Che molti Uomini d’un merito il più depurato e il più distinto, erano stati messi a morte, o cacciati in esilio, per sentenza d’alcuni Giudici, o corrotti, o atterriti da un Primo Ministro: Che intriganti, o prostituite Femmine; che Ruffiani, che Parassiti, e che Buffoni, decidevano bene spesso gli affari delle Corti, de’Consiglj, e de’Senati più Augusti. Avea io già una pessima idea della prudenza, e dell’integrità degli Uomini; ma fu ben altra cosa quando restai informato de’motivi, l’quali i più strepitosi, imprendimenti, e le più stupende Rivoluzioni son debitrici della loro origine; e altresì degli accidenti spregevoli onde elleno sono tenute del loro successo.