Viaggj del Capitano Lemuel Gulliver in Diversi Paesi Lontani

Part 17

Chapter 173,655 wordsPublic domain

Aggiunse _Monodi_; ch’egli introducendosi in una più distinta specificazione, scemarmi non volea il piacere che avrei risentito nel visitare la loro grande Accademia, come Consigliavami di fare. Mi pregò solamente di gettar lo sguardo sopra un disolato edifizio, che in distanza di tre miglia da noi scoprivasi sulla declività d’un monte, di cui eccone la precisa storia. Io avea, ripigliò egli, a una mezza lega dalla mia abitazione un Mulino assai buono, il qual col benefizio d’una grossa Riviera continuamente girava, e donde io traevane, e i miei Fattori altresì, quel miglior uso che desiderar potevamo. Sono sett’anni, o circa, che una Società di questi Manipolatori di proggetti venne a propormi di distruggere questo Mulino, e di costruirne un altro sul fianco di questo Monte; sulla sommità di cui, dicevan coloro, conveniva far un canale, che fosse una foggia di Serbatojo; nel quale, pel mezzo di molti cannoni si sarebbe fatta scorrere l’acqua, e quindi se ne sarebbe somministrata al Mulino: mercè che il vento, e l’aria imprimevano nell’acqua, quand’ella si trova sopra una eminenza, un nuovo grado d’agitamento, e per questa stessa ragione, più idonea al moto la rendono; ed eziandio, perchè discendendo l’acqua in maggior declività, potea più facilmente far girare il Mulino, che nol farebbe un fiume, il quale scorre con maggior livello. E come allora, continuò _Monodi_, io non mi trovava troppo bene in Corte, e che d’altra parte molti miei Amici mi stimolavano, soscrissi al progetto: Ma dopo di aver per lo spazio di due anni fatto travagliare un centinajo d’uomini se ne ristette l’opera, e i Manipolatori di progetti si ritirarono, ribattendo sopra di me il mal successo, e scongiurando tutti i possessori di Mulini ad acqua sopra le Riviere, di farne fabbricare sopra qualche monte, per convincermi coll’esperienza del torto che io mi faceva.

Pochi giorni doppo fummo di ritorno alla Città, e riflettendo Sua Eccellenza di non trovarsi ella in troppo buon odore presso l’Accademia, non volle andarvi in mia compagnia, ma ad uno de’suoi Amici mi raccomandò. Dipinsemi a quest’Amico come un grande ammiratore di progetti, straordinariamente curioso, e di buona fede; il che tuttavia era alquanto vero, avendo io medesimo in qualche tempo fatti de’progetti assai ridicoli.

CAPITOLO V.

L’Autore ha la permissione di vedere la Grande Accademia di Lagado. Ampia descrizione di quest’Accademia. Arti nelle quali vi c’impiegano i Professori.

NON è quest’Accademia un solo Edifizio, bensì una serie di molte Case d’ambo i lati d’una strada, la qual divenuta disabitata, in domicilo degli Accademici destinossi.

Fecemi il Rettore un graziosissimo accoglimento. Ciascuna stanza conteneva uno o più Manipolatori di progetti, e ben credo che vi fossero da cinquecento stanze in tutto.

Il primo uomo, in cui mi abbattei, era smunto e squallido, avea la faccia, e le mani tutte fuliggine, i capelli rabbuffati, la barba lunga, ed era per sopra più tutto lacero. I suoi vestiti, la sua camiscia, e la sua pelle, erano precisamente del colore medesimo. Otto anni consumati avea nel preparar de’cocomeri per attraerne i raggj Solari, che disegnava di riporre in vasi ermeticamente suggellati, affin di valersene a riscaldare l’aria nelle Stati poco favorevoli. Dissemi, ch’ei punto non dubitava, nel termine d’anni otto di non trovarsi in istato di somministrare una ragionevole quantità di questi raggj al Giardino del Governatore; ma lagnavasi dell’estrema mediocrità del suo stipendio, e mi pregò di dargli qualche picciola cosa per incoraggirlo nel suo lavoro, e per compensarlo alquanto dell’eccessivo caro prezzo, onde l’anno precedente erano stati i cocomeri. Gli feci un picciolo presente; avvegnachè il Signore che mi albergava, provveduto aveami a tal oggetto di qualche danajo, ben sapendo ch’era lor costume di chiedere onestamente la limosina, a tutti que’che andavano a visitargli.

Entrai in un’altra stanza; ma fui sul punto di tornarmene immediate addietro, a cagione del puzzo orribile che mi diede nelle narici, nell’atto di porvi il piede. Sospinsemi avanti il mio Conducitore, e mi accennò di non dare il menomo indizio d’aversione, o di nausea, perchè avrebbesi ricevuto per un’offesa mortale. Il credei, e violentai la mia pulitezza perfino a non otturarmi neppur il naso. Era il più vecchio Studente dell’Accademia colui che in quella cella abitava. Tutte impeciate di lordure erano le mani e le vestimenta di lui. Presentato che me gli ebbi, fu ad abbracciarmi con ogni sorta di tenerezza; civiltà, da cui l’avrei dispensato ben volentieri. Dal primo istante del suo aggregamento all’Accademia, si era gli applicato a rimettere nel loro stato primitivo gli escrementi umani, separandone quella spezie di tintura che vi è influita dalla bile, facendone svaporare l’odore, e il salivale togliendone. Pagavagli ogni settimana la Società una sorta di diritto, consistente in un vase riempiuto di umane fecce, perchè gli esperimenti suoi egli proseguire potesse.

Vidi un altro, tutto intento a calcinar del ghiaccio per formarne polvere da cannone. Mostrommi costui un Tratto da lui composto sopra la _Malleabilità_ del Fuoco, già tutto in pronto per mettersi alla luce. Quivi pure stavasene un Architetto ingegnosissimo, inventore d’un nuovo metodo di frabbricar le Case, cominciando dal colmo, e terminando per le fondamenta, il che con l’esempio di due prudentissimi insetti, l’Ape, e il Ragnolo, egli giustificava.

In un altro Appartamento mi venne sotto l’occhio un uomocieco nato, e con esso seco molti allievi, parimente ciechi. Consisteva il loro impiego nel frammescolar de’colori per uso della Dipintura; e il Maestro lor insegnava a distinguerli pel mezzo del tatto; o pel mezzo del gusto. Ma per tutto il tempo che io fui presente, assai male vi riuscirono; essendosi il Professore medesimo quasi ogni volta ingannato.

Ma nulla sono i progetti tutti or ora da me mentovati, in paragone di quegli che in questo punto participar voglio a’miei Leggitori. Da uno di quegl’industriosi Accademici si era ritrovata l’Arte di lavorar la terra con porci, per risparmiare la spesa degli aratri, de’buoi, e degli operaj. Ecco il metodo di lui. In un campo di terra convien sotterrare a sei pollici di distanza l’une dall’altre, e ad otto di profondità, un buon numero di ghiande o di datteri, che i porci cercano con grande avidezza; dopo ciò, convien condurre sopra luogo cinque o secento di questi animali: or eglino, arrivati appena, smuoveranno co’grugni loro tutta la terra rintracciando il lor nutrimento, e la renderanno idonea ad essere seminata, ingrassandola nel tempo stesso col loro letame. Per vero dire, dopo molti reiterati esperimenti, si è rinvenuto che il travaglio era non poco, senza che tuttavia ricolto di sorta se ne fosse veduto. Con tutto questo non si dubita che il ritrovamento non abbia un giorno ad essere estremamente perfezionato.

Rendeimi in un’altra Camera tapezzata d’ogni intorno di tele di ragnolo, se si eccettui un picciolo passaggio molto angusto, per cui l’Artista entrare ed uscire poteva. Ravvisato ch’ei mi ebbe, gridò con forte tuono che non toccassi le sue tele. Qual fatal errore, mi disse, che per un tempo sì sterminato ci siam prevaluti de’bachi da seta, quando in tanta copia abbiamo animaletti domestici, di que’vermini infinitamente migliori! Oltracciò, aggiunse, servendoci de’ragnoli, a temer non avremmo l’incomodità che cagiona la morte de’bachi; del che interamente ne restai convinto, quand’ei mi fece mostra d’un numero prodigioso di mosche a maraviglia colorate, ond’egli nutricava i suoi ragnoli, assicurandosi che le tele ne concepirebbono qualche tintura, e che come avevane di tutti i colori, si lusingava di ritrarne gran profitti da un tale ritrovamento, immediate che riuscito gli fosse di nutrir le sue mosche con certe gomme, con certi olj, e con altre glutinoso materie, per inserir nelle sila della forza, e della consistenza.

Un altro Accademico, ch’era Astronomo, impreso avea di collocare un Orivolo da Sole sopra la girandola del Palazzo di Città, aggiustandone il muovimento annuale e giornaliero della Tera e del Sole, in modo, che esattamente corrispondesse a tutti gli accidentali muovimenti, che il vento facesse fare alla girandola.

Mi accadde di dovermi lagnare col mio Conducitore per un picciolo assalimento di colica, ed egli mi guidò nell’Appartamento d’un famoso Medico, rendutosi tale pel modo di guarire questa sorta di malattia. Ecco il suo metodo. Una sciringa di misura enorme, era da lui riempiuta d’aria: scaricava egli quest’aria nel corpo del paziente, e dopo ciò, ritiravane lo strumento per rimpierlo di nuovo d’aria; cosicchè replicato appena per tre volte, o quattro, quest’esercizio; il vento, onde il corpo del paziente era riempiuto, forzava quello che cagionato avea il male ad uscirne, e quindi seguivane la guarigion dell’infermo. Ei ne fece un saggio sovra un cane in presenza mia, il qual cane, per dir vero, non si lagnava d’aver la colica; ma in ricompensa ne fu preservato per sempre; mercè che alla seconda scarica della sciringa, il povero animale crepò. Noi lasciammo il Dottore molto occupato a restituirgli la vita, facendone uscire il soverchio d’aria: ma dubito del riuscimento dell’operazione.

Diedi una scorsa per molti appartamenti; ma non avendovi ritrovata cosa così importante come il narrato fin quì mi scuserà chi legge se la passo sotto silenzio.

Fin allora io non avea visitata cbe una parte dell’Accademia, essendo abitata l’altra da que’che si applicano all’avanzamento delle Scienze specolative, di cui ne farò parola, dopo di aver fatta menzione d’un illustre Personaggio, dinominato fra coloro l’_Artista Universale_. Ei ci notificò d’essersi occupato pel corso di trent’anni in rintracciar i mezzi di prolungare la vita umana. Due gran camere egli avea ripiene di mille curiosità, e cinquanta uomini operavano sotto di lui: entro a un vase condensavano questi l’aria; e que’avean l’arte di togliere da quest’aria tutte le particelle di nitro o d’acqua; ed altri ammollivano pezzi di marmo per formarne de’cuscinetti, e de’guanciali. L’Artista medesimo si trovava allora molto impegnato in due gran progetti. Consisteva il primo in seminare una terra di paglia, in cui, diceva egli, contenevasi la vera virtù producitrice; il che egli dimostrava con molti ragionamenti, che io non ebbi la capacità di comprendere. La seconda invenzione tendeva ad impedire che gli agnellini non si ricoprissero di lana; lusingandosi l’Artista di poter ciò effettuare col mezzo d’alcune gomme, ed’alcuni minerali applicati esteriormente sopra la loro pelle, e che nello spazio di qualche tempo si sarebbe sparsa per tutto il Regno una razza di pecore totalmente ignude.

Facemmo un giro all’altra parte dell’Accademia, ove, come già il diceva, i Manipolatori di progetti in i scienze specolative, la loro Residenza aveano.

Il primo Professore che io vidi, se ne stava in un grande Appartamento, ed avea quaranta Scolari d’intorno a se. Dopo i primi complimenti, osservando egli che io risguardava con attenzione una macchina, che, poco men che la stanza tutta teneva ingombra, disse che io forse mi trovava sorpreso, che egli formato avesse il disegno di servirsi di meccaniche operazioni, per l’aumentazione delle conoscenze specolative: ma che il Pubblico troppo tardato non avrebbe a risentirne l’utilità di cotale metodo: e che vantavasi senz’altro, che uomo al Mondo inventata non avesse più bella cosa. E noto ad ognuno, continuò il Professore, quanto sia laborioso l’ordinario metodo di far acquisto di certe scienze; laddove con l’invenzione, onde io vi parlo, l’uomo, il più ignorante, può, con poco stento, e quasi con niuna spesa, scrivere sopra la Filosofia, la Poesia, la Politica, le Leggi, le Matematiche, e la Teologia; e ciò senza avere nè genio, nè studio. Mi fece allora avvicinare alla macchina attorniata da tutti i lati da’discepoli di lui, disposti in ordine. Ella avea venti piedi in quadro, e ne stava collocata nel mezzo della Camera. Era composta la sua superficie di diversi pezzi di legno, presso poco, della grossezza d’un dado ma gli uni alquanto più larghi che gli altri. Tutti questi pezzi erano uniti insieme con sottilissime fila, ed era coperti di carta esattamente applicata sopra cadaun quadrato; e sopra queste carte stavano scritti tutti i termini di loro Lingua ne’loro differenti Modi, Tempi, e Declinazioni, ma senza regolarità veruna. Pregommi il Professore di star attento, perchè ei accignevasi a far operar la sua macchina. Aveavi quaranta manichi di ferro d’intorno alla macchina stessa confitti; ed ognuno de’Discepoli, per ordine del Maestro, impugnava un manico: dopo ciò, per un giro di mano ch’essi lor diedero, vidi che interamente si era cangiata la disposizione de’termini. Il Maestro allora comandò a trenta e sei de’suoi Discepoli di leggere a bassa voce le differenti linee che erano apparute sopra la macchina: che se eglino trovavano tre o quattro termini insieme che una parte di frase compor potessero, erano obbligati di dettargli agli altri quattro giovani ch’erano i Segretarj. Tre volte o quattro era ripetuta quest’operazione, ed ogni volta in nuovo modo si trovavano disposti i termini. Sei ore del giorno erano impiegate dagli Scolari in questo studio; e il Professore molti fogli mi mostrò da lui composti di diverse imperfette frasi, che disegnava di cucir insieme, per formarne poscia un dì di tutti questi ricchi materiali un compiuto sistema di tutte l’Arti, e di tutte le Scienze: Disegno, diceva egli, potevasi metter in eseguimento con assai maggior facilità, e con assai maggior prontezza, se il Pubblico determinato si fosse a crear un Fondo per far costruire, e metter in opera in _Lagado_ cinquecento di queste macchine, e ad ordinare a’Direttori di unir insieme tutte le loro collezioni.

Ei mi assicurò di aver fin dalla prima sua giovinezza consecrati tutti i suoi pensieri a cotale ritrovamento; che nella sua macchina non era ommesso termine veruno del suo linguaggio; e che avea egli formato il più scrupoloso calcolo della general proporzione che vi è fra’numeri delle particole, de’Nomi, de’Verbi, e delle altre Parti della Favella.

Rendei i più umili ringraziamenti a quel Personaggio illustre, per la facilità con cui egli d’un sì bel progetto facea mi parte; e gli promisi che se mai per buona sorte la mia Patria riveder dovessi, defraudato non l’avrei della giustizia di riconoscerlo per l’unico Inventore di quella Macchina maravigliosa. Gli dissi, che tutto che sia ordinario costume de’nostri Letterati in _Europa_ di farsi onore degli altrui ritrovamenti; donde, per lo meno, riveniva lor l’avvantaggio di piantar una controversia, qual fosse l’Inventore vero; ei, non ostante, potea accertarsi, che quanto alla macchina testè da me veduta, chi che sia non gli contrasterebbe la gloria dell’invenzione.

Alla Scuola di Lingua di poi passammo, ove tre Professori unitamente deliberavano sopra i mezzi di perfezionare il Linguaggio del loro Paese.

Il primo progetto si era d’abbreviare i Ragionamenti, non lasciando che una sillaba a tutti i termini che ne aveano molte, e troncando i Verbi ed i Participi; mercè che a ben riflettervi, tutte le cose immaginabili non sono che nomi.

Ma, dice uno degli altri, non sarebbe meglio di troncare assolutamente tutti i termini? Per far meglio gustare un somigliante progetto, ei pruovo che la sanità, ell’amore del parlar breve, troverebbonvi egualmente il loro conto; essendo incontrastabile, che ciascuna parola che noi pronunziamo, per quanto poco il faccia, logora i nostri polmoni, e per conseguenza a corcia il nostro vivere, E per tal ragione ei proponeva come ottimo espediente, che poichè i termini non sono che i nomi delle _cose_, sarebbe più ragionevole che ognuno con se portasse le _cose_, onde ei volesse discorrere. E senz’altro avrebbe avuto luogo questo ritrovamento, con somma vaghezza del Ritrovatore, se le Donne, collegate col profano Volgo, minacciata non avessero una rivoltura, se lor si togliesse l’uso di loro favella per parlare alla foggia degli Avoli loro. Tanto è vero che la Plebaglia è un nemico implacabile di tutto ciò che Scienza si appella. Non ostante, molti saggissimi ed eruditissimi uomini sieguono il nuovo metodo d’esprimersi per _cose_: metodo, a cui tuttavia opponesi una picciola inconvenienza; ed è, che quando un uomo ha molti affari, e di differenti spezie, egli è costretto di portar con esso seco una quantità molto più considerabile di _cose_, purchè non gli manchino i mezzi di mantenere alcuni servidori che da tal fastidio l’esimano. Vidi talvolta due di questi Saggi poco men che oppressi sotto il peso de’lor fardelli, come appunto i merciajuoli delle strade fra noi. Quando questi Signori si rifcontravano fuori di casa, adagiavano i loro fagotti a terra, e traendone le merci l’una dietro l’altra, si trovavano in istato di trattenere per un’ora intera la conversazione; dopo di che, ciascheduno raccoglieva le sue, ed essendosi l’un per l’altro ajutati a riporsi in sulle spalle le loro cariche, si licenziavano.

Ma quanto a men lunghi trattenimenti, puossi agevolmente mettere sotto il braccio o nelle propie tasche tutto ciò ch’è bisognevole; e quando si sta in casa, non vi ha imbarazzo di sorta. Ecco la ragione, perchè la Stanza ove si assembiano coloro che una tal Arte mettono in uso, è ripiena di tutte le _cose_, che sono necessarie per far sussistere sì ingegnose conversazioni.

Un altro gran vantaggio che ritrar si potrebbe cotal invenzione si è, che quindi ne proviene un Linguaggio Universale, ben inteso da tutte le colte Nazioni, le cui masserizie, e suppellettili generalmente, alle nostre affatto rassomigliano. Con questo mezzo pure gli Ambasciadori trattar potrebbono co’Principi Stranieri, o co’Ministri di Stato, se di essi ne ignorassero la favella.

Fui susseguentemente alla visita della scuola di Matematica ove ravvisai un Maestro, che per insegnar questa Scienza a’suoi Discepoli, valevasi d’un metodo, alquanto, al parer mio, bizzaro. La Proposizione e la Dimostrazione sono scritte in caratteri assai leggibili sopra una Cialda sottilissima, con inchiostro composto d’una tintura Cefalica. Questa Cialda o pasta, dev’estere tranguggiata a digiuno dallo Studente; nè può egli per tre susseguenti giorni cibarsi con altra nutritura che d’un poco di pane ed acqua. A misura che se si esse: tua la digestione della Cialda, monta la tintura al cervello, e la Proposizione è obbligata d’accompagnarla. Ma fin al presente non ha il successo, del tutto, corrisposto all’espettazione dell’Inventore; in parte, per qualche sbaglio nel componimento della tintura; e in parte, per la malizia de’giovanetti, a’quali un tal boccone promuove tanta nausea, che la maggior parte d’essi procura di renderlo innanzi l’operazione: e oltracciò, non si è potuto per anche far loro osservare la regola del vivere, sì necessaria, secondo questo metodo, per apprendere le Matematiche.

CAPITOLO VI.

Continuazione del medesimo Argomento. Propone l’Autore alcuni nuovi Ritrovamenti, che con grandi applausi sono ricevuti.

NOn troppo mi ricreai in visitar la Scuola de’Manipolatori di progetti Politici, perciocchè coloro mi sembravano onninamente insensati; spettacolo, che in me produce una incessante maninconia. Formavano que’Visionarj, de’progetti di persuader a’Monarchi di non badare nella scelta de’loro Favoriti, che alla Saggezza, alla Capacità, e alla Virtù, di non prendere de’Ministri che per travagliare con miglior successo al vantaggio Pubblico; di non disgiugnere mai il loro interesse da quello del loro Popolo; di non conferire gl’impieghi che a persone idonee ad esercitargli, con altre chimere molte, onde in verun tempo non si è chi che sia avvertito, e che mi an fatto toccar con mano l’aggiustatezza d’un’antica Massima, la qual dice: che cosa non vi ha sì assurda, che alcuni Filosofi avan, zara non abbiano come vera.

Per rendere, non ostante, giustizia a quegli Accademici di Politica, confessar deggio che tutti non sono eglino Visionarj. Si trovava fra coloro un uomo, che parevami a maraviglia conoscitore della Natura, e del Sistema del Governo. Quest’illustre Personaggio si era applicato con molta utilità in rintracciar sovrani rimedi contra tutte le malattie, cui soggiacciono le differenti spezie di Pubbliche Amministrazioni, tanto per gil vizzi, o per le debolezze di que’che governano, quanto per gli difetti di que’che debbono ubbidire. Per esempio: giacchè tutti que’che applicati si sono allo studio del governo degli uomini, unanimi accordano che vi è un’universale rassomiglianza fra il corpo naturale, e il corpo politico; non è forse un’evidenza, che le infermità d’amendue questi corpi guarite esser deggiono, e che co’rimedj medesimi la lor sanità dev’essere conservata? Egli è certo, che talvolta alcuni Consigli sono incomodati da peccanti umori, e molestati da molti mali di capo, e più ancora da mali di cuore, con gagliarde convulsioni, e con violenti raggrinzamenti di nervi in ambo le mani, comechè principalmente nella destra. Talvolta sono assaliti da vertigini, da deliri, da una fame canina, o da indigestioni, e da altri morbi di questo genere. Il Piano di questo Dottore era dunque; allorchè si assembiasse un Consiglio, v’intervenissero, i tre primi giorni della Sessione, alcuni Medici, i quali all’ultimo de’dibattimenti di ciascun giorno, tastassero il polso a ciascun Consigliere; dopo di che, avendo maturamente deliberato sopra la natura de’diversi mali, e sopra il modo di guarirgli, potessero il quarto giorno restituirsi al luogo del Assemblea, accompagnati da Speziali provveduti d’ottime medicine, i quali avessero la cura, prima che si fossero assisi i Membri, di dispensare ad ognuno d’essi, Lenitivi, Apertivi, Astersivi, Corrosivi, Ristrignenti, Palliativi, Lassativi, o qualunque altra Droga lor necessaria: pronti pel giorno dietro, a ripetere, a cangiare, o ad ommettere i rimedj stessi, secondo l’effetto che essi prodotto avessero.

L’eseguimento d’un tal progetto non costerebbe gran cosa al Pubblico, e sarebbe molto utile, a quel che io penso, per ispedire prontamente gli affari in que’Paesi, ove i Consiglj fin qualche parte nell’Autorità Legislativa. Ei produrrebbe l’unanimità; abbreviarebbe le discussioni; aprirebbe quelle poche bocche che al presente son chiuse, e suggellarebbe il numero prodigioso di quelle che sono aperte; reprimerebbe la petulanza de’giovani, e correggerebbe l’ostinazione de vecchj; imprimerebbe vivacità negli stupidi, e ritegno ne’balordi.

Di più: come generalmente si ha il motivo di querelarsi che i Favoriti de’Principi son dotati d’una memoria la men felice, il Dottore medesimo proponeva come un rimedio ad un tal male, che chiunque andasse a ritrovare un Primo Ministro, dopo di avergli esposto in brievi e chiari termini il propio affare, in partendosi, tra esse questo Signore pel naso o per l’orecchio, gli desse qualche colpo di piede nel ventre, gli pizzicasse ben bene le braccia, ogli cacciasse un’aguglia nelle natiche; il tutto, perche meglio del negozio onde si tratta, ei si risovvenisse: Rimedio, che converrebbe ripetersi tutte le volte che il si vedesse, finchè la cosa fosse fatta, o rigettata assolutamente.

Egli era eziandio di parere, che ogni Membro del Gran Consiglio della Nazione, dopo di aver proposto e difeso il propio sentimento, obbligato esser dovesse a dar il suo voto in favore dell’opinione contraria; mercè che ciò facendosi, ne proverrebbe infallibilmente la conchiusione in vantaggio pubblico.