Viaggj del Capitano Lemuel Gulliver in Diversi Paesi Lontani

Part 16

Chapter 163,604 wordsPublic domain

L’Isola volante, o fluttuante, esattamente è circolare: il suo Diametro è di 7837. Verghe, e vale a dire, a un di presso di quattro miglia e mezzo, e per conseguenza contiene dieci mila _Campi Italiani_. Ha trecento verghe di grossezza, e la parte sua inferiore è una spezie di piano di diamante assai liscio, che perfino allaltezza di più di dugento verghe si stende. Al di sopra di questo letto di Diamante trovansi i differenti minerali nell’ordine consueto, e poscia un inviluppo di terreno assai grasso, di dieci o dodici piedi di grossezza. Il pendio della parte superiore, della circonferenza perfino al centro, e la natural cagione che le rugiade e le pioggie che cadono sopra l’Isola, si rendano per piccioli rivoli verso il mezzo, donde si gettano in quattro dilatati Bacini, ognun de’quali ha di circuito un mezzo miglio, ed è lontano dal centro per dugento verghe. L’acqua di questi Bacini si cangia ogni giorno pel calore del Sole in vapori, il che impedisce ch’eglino non isgorghino; senza metter in conto, che siccome è in arbitrio del Monarcha di far ascendere l’Isola al di sopra della Regione delle nuvole e de’vapori, così è in potere di lui, quando il voglia, di guarentirla dalle piogge e dalle rugiade; mercè che, a confessione di tutti i Naturalisti, non sono che alla distanza di due miglia le più alte nuvole. Ciò che vi ha di certo si è, che in quel Paese più che a quest’altezza non ascendono elleno mai.

Nel centro dell’Isola avvi un’apertura di cinquanta Verghe di diametro, per cui calano gli Astronomi in un gran concavo, che a cagion di ciò nomasi _Elandola Gagnole_, o la _Caverna degli Astronomi_, situato in profondità di cento Verghe più abbasso che la superior superficie di Diamante. Ardono di continuo in questa Caverna venti lampade, il cui lume sopra muraglie adamantine riflettuto, tramanda uno splendore che non può esprimersi. E’empiuto il Luogo di Quarti di Cerchio, di Telescopj, d’astrolabj, e d’altri strumenti Astronomici. Ma il più curioso oggetto, e donde ne dipende il destino dell’Isola, si è una calamita d’una prodigiosa grandezza, e d’una figura a una navicella di Tessitore, assai somigliante. Sei verghe di lunghezza e tre di grossezza ha questa calamita. Ella è sostenuta da un cardine fortissimo di Diamante che le passa pel mezzo, e su cui ella si aggira; ed è sì esatto il suo equilibrio, che il tocco più leggiero è valevole a muoverla. Di più: è attorniata da un voto Cilindro di Diamante, il qual ha quattro piedi di profondità, altrettanti di grossezza, e dodici verghe in diametro, situato orizzontalmente, e sostenuto da otto piedi di Diamante, ognun de’quali ha in altezza sei verghe. Nel mezzo della parte concava, evvi un incavo di dodici piedi di profondità, ove son collocate l’estremità del Cardine, e girano quando il bisogna.

Non vi ha forza che toglier possa questa pietra dalla sua situazione; piochè il cerchio che la circonda, e i piedi ond’ella sta appoggiata, fono una continuazione di quel Corpo di Diamante che forma la parte superiore dell’Isola.

Pel mezzo di questa calamita, si fa alzarsi, e bastarsi, e muoversi, l’Isola da un luogo all’altro: Essendo che, per rapporto a quella parte della Terra su cui si stende l’Imperio di Sua Maestà, e la pietra in una delle sue parti dotata d’una facoltà attrattiva, e d’una facoltà repulsiva nell’altra. In girando l’estremità attrattiva della calamita verso la Terra, discende l’Isola: e pel contrario ella monta direttamente ad alto, quando la Terra è risguardata dall’estremità repulsiva. Quando è obbliqua la posizion della pietra, lo è pure il movimento dell’Isola, mercè che in questa calamita, le forze operano sempre in linee paralelle alla sua direzione.

Con quest’obbliquo movimento, è trasportata l’Isola verso i differenti luoghi del Dominio del Monarca. Per meglio spiegar ciò, poniamo che A B sia una linea tirata a traverso del Regno di _Balnibarbi_; che la linea C D rappresenti la calamita, di cui D sia l’estremità repulsiva, e C l’attrattiva essendo l’Isola situata sopra C; che la posizion della pietra sia C D con l’estremità repolsiva al basso; allora io dico, che salirà l’Isola in linea obbliqua verso D. Pervenuta ch’ella sarà al punto D, che la pietra sia girata sopra il suo Asse finchè la sua attrattiva estremità sia appuntata inverso E, io dico che l’Isole sarà portata obbliquamente verso E; o se la pietra è di nuovo aggirata sopra if suo Asse finchè ella si trovi nella posizione E F con la sua estremità repulsiva al basso monterà l’Isola obbliquamente inverso F, o se diregesi l’attrattiva estremità in verso G, e da G inverso H, in girando la pietra, in modo che la sua estremità repulsiva sia direttamente al basso. E così cangiandosi la situazion della pietra tanto sovente quanto egli è necessario, l’Isola o monta, o discende, o muovesi in Linee più, o men obblique; e in questo modo dall’uno all’altro luogo del Dominio è trasferita.

Ma convien riflettere che quest’Isola non potrebbe essere portata più lunge di quel che si dilata l’Imperio del Re, nè salire a maggior altezza di quattro miglia. Del che gli Astronomi, che an composti grossi Volumi per ispegiare le maraviglie di questa pietra, recano la seguente ragione: Che la virtù magnetica non si diffonde al di la di quattro miglia; e che il Minerale il qual opera sopra la pietra nelle viscere della Terra, e nel Mare perfino a sei leghe o circa dalla spiaggia, non è sparso per tutto il Globo; bensì ha i limiti medesimi che il Dominio del Re: e agevole riuscirebbe a un Principe, pel gran vantaggio ch’egli ritrarrebbe da una somigliante situazione, di ridurre alla sua ubbidienza tutti i Paesi, a riguardo de’quali la calamita della sua Isola avrebbe le proprietà medesime.

Quando questa pietra è paralella all’Orizzonte, viene arrestata l’Isola; imperocchè in un tal caso, le due estremità trovandosi in egual distanza dalla Terra, operano con forza eguale, traendo l’una al basso, sospignendo l’altra all’alto, donde ne siegue che non può esservi muovimento.

E’affidata questa calamita all’attenzione di certi Astronomi, che di tempo in tempo le adattano quelle posizioni che più vuole il Monarca. Impiegan essi la maggior parte del viver loro nell’osservare i Celesti Corpi; il che fanno con cannocchiali infinitamente più eccellenti de’nostri. Un tal vantaggio gli ha messi in condizione di stendere le scoperte loro assai più lunge che i nostri Astronomi in _Europa_; perchè an essi formato un Catalogo di dieci mila Stelle fisse; laddove la più compiuta lista delle nostre, non ne continue che incirca la terza parte di questo numero. An discoperto due _satelliti_ di _Marte_, un de’quali è lontano dal centro di questo Pianeta di tre de’suoi Diametri, e di cinque l’altro: aggirasi questo sopra il suo centro in ventun’ora e mezzo, e quegli in dieci; cosicchè: Quadrati de’loro Tempi periodici sono presso poco nella proporzione medesima co’Cubi di loro distanza dal Centro di _Marte_: il che dimostra con evidenza che son governati dalla Legge medesima di gravazione, onde son suggetti gli altri Corpi Celesti.

Hanno osservate novanta e tre Comete differenti, e notati con grand’esattezza i ritorni loro periodici. Se ciò è vero, come con gran franchezza l’assicurano, sono a desiderarsi estremamente le lor Opere rendute pubbliche, perchè servir potrebbono a portar la Teorica delle Comete, che fin al presente è molto difettuosa al punto medesimo di perfezione, ove le altre parti dell’Astronomia sono pervenute.

Sarebbe il Re il più assoluto Principe dell Universo, se solamente potesse rendere persuasi i suoi Ministri d’unirsi strettamente a lui: ma come son situati al Continente i Beni di questi, e che d’altra parte, spaccian eglino l’impiego di Favorito come cosa la più fragile del Mondo, assentir non vollero mai che ridotta fosse in ischiavitù la Patria loro.

Quando si ribella qualche Città, ch’è squarciata da violente Fazioni, o che niega di pagare gli ordinarj tributi al Re, servesi questo Principe di due metodi per rimetterla nel propio dovere. Il primo è il più soave si è, di situare l’Isola al di sopra di quella tal Città, e del circostante Paese, affin di toglierle la pioggia, ed il calore del Sole: il che immediate produce una generale consternazione, e cagiona infermità negli Abitatori. Che se il merita il loro delitto, si lancian loro dall’Isola delle grosse pietre, da cui non han essi che un solo mezzo per guarentirsi; ed è di cacciarsi entro caverne o concavità, in tempo che i tetti delle loro Case ruinano. Ma se a dispetto di tutto questo restan tenaci nella loro perfidia, o presumono di rivoltarsi: il Re ne viene all’ultimo de’rimedj, il qual è di lasciar cadere direttamente sull e loro teste l’Isola; il che in un tempo stesso e le Case della Città, e gli Abitatori distrugge. Con tutto ciò, molto di rado a un’estremità di questa fatta vuole ridursi il Monarca; anzi non ha egli mai una vera intenzione d’effettuarla: d’altra parte non ardirebbono i suoi Ministri consigliargli un’azione, che non solamente renderebbelo odioso al Popolo, ma eziandio ruinerebbe le propie loro Tenute, le quali sempre son collocate nel Continente, essendo l’Isola il Dominio del Principe.

Ma vi ha altresì una più importante ragione, perchè i Re di quel Paese cotanto ripugnino all’eseguimento d’una vendetta sì formidabile, se pure non vi son costretti da una estrema necessità: Essendo che, se nella Città che si vorrebbe distrutta, sienvi solamente alcune gran roccie, come ve ne sono quasi in tutte le gran Città, che, secondo tutte le apparenze sono state costrutte in luoghi idonei ad impedire una somigliante Catastrofe, una caduta alquanto gagliarda danneggiar potrebbe la superficie inferiore dell’Isola; la quale, tutto che consiste, come già il dissi, in un sol Diamante di dugento verghe di grossezza, potrebbe frangersi per un urto troppo violento, oppur fendersi in accostandosi troppo a’fuochi accesi nelle abitazioni della Città; come allo spesso cio avviene alle lastre di ferro, o di pietra ne’nostri Focolari. A maraviglia, di tutto cio n’è informato il Popolo; ed ha egli l’abilità di portar precisasmente la sua ostinazione al punto ove bisogna, quando si tratti della propia libertà, o de’propj Beni. E il Re, allor quando è più sdegnato, è più risoluto di rovesciare sossopra la Città, commanda che adagio adagio facciasi scender l’Isola, col pretesto della somma tenerezza di lui inverso il suo Popolo: ma in sostanza, per timore di spezzare la superficie del Diamante: nel qual caso son persuasi tutti que’Filosofi, che la calamita a sostenerla più non varrebbe.

Per una Legge fondamentale di quel Regno, nè al Re, nè a veruno de’suoi Primogeniti, non è permesso di distaccarsi dall’Isola: Quanto alla Regina, non l’è proibito, purchè ella non sia più in istato d’aver figliuoli.

CAPITOLO IV.

L’Autore parte da Laputa, è condotto a Balnibardi, e arriva alla Capitale. Descrizione di questa Città, e del sue Distretto. Ospitalità con cui egli è ricevuto da un Gran Signore. Sua conversazione con esso lui.

TUtto che non avessi un giusto motivo di lagnarmi della maniera con cui io era trattato in quell’Isola; un po troppo, non ostante, io vi era trascurato: ed era la trascuranza alquanto disprezzante: mercè che nè il Principe, nè chi che fosse de’Suggetti di lui, non avea la menoma curiosità per veruna Scienza, eccettuatene le Matematiche, e la Musica, che in confronto di loro molto poco io intendeva: dal che provenivane che molto poco pure a me si badasse.

Da un’altra parte, avendo io vedute tutte le rarità dell’Isola, mi moriva di voglia d’abbandonarla, non potendo più soffrire a patto veruno la compagnia di quel Popolo. Ma vero è ch’è lui eccellente in due Scienze che in ogni tempo furono molto da me apprezzate, ed in cui, ardisco di dirlo, io non sono onninamente ignorante; ma in ricompensa, stava egli di continuo sì forte profondato nelle sue specolazioni, ch’è impossibile di ritrovar uomini di un commerzio più disaggradevole. Io non frequentava che Donne, che Mercatanti, che _Destatori_, e che Paggj di Corte per gli due mesi del mio soggiorno colà; cosa, che alla fine in un generale dispregio gettommi. Ma che farvi? Eran costoro l’uniche persone, ond’io potea ricevere una risposta ragionevole.

A forza d’applicazione, mi era molto avanzato nella conoscenza della loro favella: mi trovava lasso d’essere confinato in un’Isola ove io faceva una sì sciocca figura; ed era risoluto a tutto costo con prima opportunità di lasciarla.

Aveavi alla Corte un Gran Signore parente assai stretto del Re, e rispettato per questa sola ragione. Fra coloro ei passava pel personaggio il più stupido, e il più ignorante di tutto il Regno. Molte volte renduti aveva segnalati servigj alla Corona, e possedeva qualità egregie di cuore e di spirito; ma in riguardo alla Musica, egli avea un’orecchia così cattiva, che i suoi nemici, d’aver allo spesso battuta a falso la misura, accusavanlo. Creder non si potrebbono gli stenti sofferti da’Precettori di lui in dimostrargli una sola proposizione di Geometria, ed anche delle più facili. Diedemi molti contrassegni di benevolenza, sovente mi onorò di sue visite, e mi pregò d’instruirlo degli Affari dell’_Europa_, e altresì delle Leggi, delle Costumanze, e delle Scienze del bell’uso ne’differenti Paesi, ove viaggiato io avea. Mi ascoltò con estrema applicazione, ed eccellentemente riflettè su tutto ciò che gli dissi. Il posto da lui tenuto in Corte, l’obbligava ad avere due _Svegliatori_ a sue spese; ma non se ne serviva mai se non in presenza del Re, o in alcune visite di cerimonia, e gli faceva sempre uscire, quando soli insieme ci trovavamo.

Pregai questo Signore d’intercedere a favor mio dal Re la permissione d’andarmene: ei ricevè l’impegno della commissione, comechè contra genio, a quel che meco con bontà se ne spiegò, poichè statemi da lui avanzate molte vantaggiose proposizioni, io, con mille proteste d’un eterno riconoscimento, le ricusai.

Nel decimo sesto di Febbrajo presi congedo da Sua Maestà, e da tutta la sua Corte. Fecemi un regalo il Re pel valore di dugento Ghinee; e il mio Protettore, di lui parente, un più ragguardevole ancora, aggiugnendovi una lettera di raccomandazione per un Amico ch’egli avea in _Lagado_, la Capitale. Stando allora situata l’Isola al di sopra d’una Montagna in distanza di sole due miglia da questa Città, ne fui calato dalla Loggia più inferiore, nella guisa stessa con la quale io avea salito.

La Terra Ferma, per quanto dilatasi il Dominio del Monarca dell’_Isola Fluttuant_e, porta il nome generale di _Balnibarbi_, e la Capitale, come già il dichiarai, si appella _Lagado_. Non fu mediocre la mia consolazione di ritrovarmi sul Continente. Essendo io abbigliato come un Naturale del Paese, e sapendo abbastanza il linguaggio per farmi intendere, spasseggiai senza timore di sorta per la Città. Fummi facile di rintracciare l’abitazione di quegli a cui io era raccomandato, e la lettera del suo Amico gli presentai. Non può darsi ricevimento più obbligante del praticatomi da quel Signore, il qual chiamavasi _Munodi_: ei mi assegno un Appartamento in sua casa, ove restai per tutto il tempo del mio soggiorno a _Lagado_.

Il giorno dietro del mio arrivo, ei mi prese nel suo Cocchio per veder la Città, la qual è grande poco più, poco meno per la metà di Londra; ma i suoi edifizj sono mal costrutti, e cadono, quasi tutti in ruina.

E affrettato il Popolo in camminando per le strade, egli ha un portamento distratto, ed è quasi tutta cenciosa la sua vestitura. Noi passammo per una delle porte della Città, e per tre miglia c’innoltrammo nel Distretto, ove vidi molti Campajuoli che con diverse sorte di strumenti la terra smuovevano, ma indovinar mai non seppi il loro disegno; nè in luogo veruno, o frumento, od erba non ravvisai, tutto che il Territorio apparisse eccellente. Ciò che testè veduto io avea in Città, e ciò che sul fatto stesso io vedeva in Campagna, rendemmi ardito per chiedere al mio Conducitore la spegazione di quel, che il prodigioso numerò di teste, e di mani occupate, tanto nelle strade che ne’Campi, significar volea; imperciocchè non poteva io figurarmi che qualche cosa risultar ne dovesse; ma che, pel contrario, in alcun tempo non mi era caduto sotto l’occhio un Territorio più mal coltivato, Case sì pessimamente fabbricate, o un Popolo, la cui aria, e il cui vestimento esprimessero una più profonda miseria. Era _Munodi_ un Signore del primo carattere, ed era stato per molti anni Governatore di _Lagado_; ma un imbroglio de’Ministri tolsegli quel Governo. Con tutto ciò con molta bontà il trattava sempre il Rè, come un suddito assai ben intenzionato, ma di pochissimi talenti.

Fatta che gli ebbi la censura del Paese e degli Abitanti, ei non mi rispose nulla; dissemi solo che la brieve mia dimora non poteva per anche mettermi in istato di formarne qualche giudizio, e che ogni Nazione del Mondo ha i suoi peculiari costumi; con alcuni altri comuni luoghi del genere medesimo. Ma ritornati che fummo al Palagio di lui, mi dimandò cio che sembravami di quell’Edifizio, quai difetti vi avessi osservati, e qual fosse il mio pensiere sopra il portamento e la vestitura de’suoi domestici? In farmi somiglianti quistioni, ei non correva gran risico; con ciò sia che tutto ciò che si rinveniva in una sua Casa, passar potea per cosa assai regolare, e dell’ultima magnificenza. Gli replicai, che la saggezza, la qualita e le ricchezze di sua Eccellenza, aveanla messa al coperto da’difetti che la follia, e la meschinita prodotti aveano negli altri. Si espresse egli, che se io gradiva d’accompagnarlo alla sua Casa di Campagna, che per venti miglia era discosta dalla Capitale, ed ove stavano situate le Tenute di lui, avuto avremmo il piacere di disputar a nostr’agio su quest’argomento. Fu la mia risposta che io dipendeva interamente da’cenni suoi; cosicchè non fu differito che al dì seguente il nostro picciolo viaggio.

Nel frattempo del nostro cammino, egli osservar mi fece i metodi differenti, onde per render colte ed ubertose le loro terre, servonsi i Fattori di Campagna: Metodi, che mi parvero assolutamente incomprensibili; poichè, toltine alcuni luoghi in picciolissimo numero, cannello di biada di sorta non vidi in qualunque parte, e neppure il menomo filo d’erba. Ma tre ore dopo, più così non passò la faccenda: ci trovammo in un Paese il più bello del Mondo. Ben fabbricati Edifizj di Castalderie, in corta distanza gli uni dagli altri, regnavanvi. I Campi cinti di siepi, contenevano de’vigneti, de’seminati, o delle praterie. Non mi ricordava d’aver mai veduta cosa più deliziosa. Notò bene l’Eccellenza Sua la giocondità che dipignevasi sulla mia faccia, e dissemi sorridendo, che quivi cominciavano i suoi Poderi, e che sempre vi avremmo camminato sopra, finchè alla sua abitazione pervenuti fossimo: Che le Genti del Paese lo spacciavano per uno sciocco, e il dispreggiavano, perchè egli non badasse con più attenzione a’propj affari, e recasse a tutto il Regno un esempio sì pernizioso, il qual tuttavia era seguito da picciol numero di persone.

Arrivammo finalmente alla Casa, ch’era un superbo Edifizio, costrutto secondo le migliori regole dell’antica Architettura: Fontane, Giardini, Passeggj, Viali, Grotte, tutto era fatto e disposto con discernimento, e con gusto. Io lodava qualunque cosa, senza che Sua Eccellenza mostrasse d’avvedersene; ma dopo cena, restati soli che fummo, con uno stile di maninconia ei mi disse, che trovavasi in una grande apprensione, dubitando d’essere costretto di gettar a basso tutte le sue Case di Campagna, e di Città, per rifabbricarle alla nuova moda: di distruggere tutte le sue piante, per formarne dell’altre nella figura prescritta dall’uso corrente, e d’ingiugnere gli ordini medesimi a tutti i suoi Fattori: che senza questo egli si esporrebbe alle imposture d’orgoglio, di spirito, di singolarità, d’affettazione, d’ignoranza, e di capriccio, ed eccitarebbe forse contra di se lo sdegno, e la disgrazia di Sua Maestà.

Aggiunse; che svanirebbe ben presto la mia maraviglia, quando informato fossi d’alcuna particolarità, che, secondo tutte le apparenze, io non aveva apprese alla Corte, essendo colà gli uomini troppo ingombri dalle propie loro speculazioni, per doversi prender cura di quanto quì abbasso si pratica.

Sono quarant’anni, o circa, ei mi disse, che taluni, o per piacere, o per affari, il viaggi di _Laputa_ impresero; e dopo d’esservi soggiornati per cinque mesi, furono di ritorno con una leggerissima tintura delle Matematiche, ma ricolmi di spiriti volatili, in quell’aerea Regione conceputi: Che cominciarono costoro dal biasimare ogni cosa senza eccezione veruna, e che il disegno di mettere l’Arti, le Scienze, la Favella, e le Meccaniche sopra un nuovo piede, formarono: Che a tal effetto, fecero in modo che ottennero un Diploma per l’erezione in _Lagado_ d’un’Accademia di Manipolatori di progetti, e che spezie tale di malattia fu sì contagiosa, che ben presto non vi ebbe neppur una sola Città del Regno, anche delle men ragguardevoli, che non avesse la sua Accademia particolare: Che ne’Collegj di questa fatta, inventano i Professori nuovi metodi di coltivar le terre, e di fabbricar le Case; ed altresì nuovi strumenti per tutti i mestieri, e per le manifatture: Strumenti sì stupendi, che in servendosene un sol uomo, è capace di far l’opera di dieci, e un Palazzo può esser fabbricato in una settimana con materiali sì durevoli, che non vi abbisogni la menoma riparazione mai più: Che studian eglino eziandio le maniere perchè in qualunque stagione maturino tutte le frutte della terra, e perchè ingrossino cento volte più che al presente: Che vi ha, non ostante, una sola inconvenienza, che niun di questi progetti trovasi per anche ridotto a perfezione, e che nel frattempo, il Paese se la passa in una deplorabile costituzione, che gli edifizj ruinano, e che il Popolo muore di fame, e non ha con che ricoprirsi. Il che, anzi che disanimargli, vie più rinvigorisce in loro il furore de’progetti: Che quanto a lui, che non era uno spirito intraprendente; stavasene; egli pago di calcare il cammin battuto, di soggiornar nelle Case state costrutte da’suoi Antenati, e di niente innovare nella maggior parte delle cose della vita: Che certi qualificati Signori, ed alcuni altri di minor carattere aveano i sentimenti medesimi, ma ch’erano vilipesi, e trattati come tanti ignoranti, e pessimi Cittadini, che all’universal vantaggio la propia particolar comodità preferivano.