Viaggj del Capitano Lemuel Gulliver in Diversi Paesi Lontani
Part 15
Più discosta di quello che io ne pensava era quest’Isola, essendosi da me consumate cinque ore e più, prima d’abbordarvi: Girai la poca men che tutta, innanzi di trovarvi un luogo allo sbarco assai propio, ch’era un picciolo seno, tre volte più largo della mia barchetta. Tutto pietroso mi apparve il terreno dell’Isola, comechè quà e là di molti cespi seminato. Tolsi dal picciolo mio Vascello le poche mie provvisioni; e dopo di essermi refiziato con un leggerissimo pranzo, messi gli avvanzi in una caverna, onde l’Isola n’era piena. Raccolsi una buona quantità d’uova e di sterpi, per farne e dell’une, e degli altri quell’uso stesso, che la sera innanzi fatto io già ne avea; mercè che io teneva meco una focaja, un fucile, della miccia, ed un cristallo ustorio. Nella caverna stessa, ove stavano riposte le mie vittuaglie, passai l’intera notte; e gli stessi bronchi che mi serviva no di legna da fuoco, di letto eziandio mi valeano. Non fu possibile che le barbare mie inquietudini, neppur per un instante, mi lasciassero chiuder gli occhi. Andava io riflettendo che un luogo tale ove io mi trovava, diserto ed arido, non potesse presentarmi che una morte sicura; cosicchè fortemente oppresso dalla tristezza de’miei pensieri, cuor non ebbi di levarmi, e non uscì della caverna che molte ore dopo del giorno. Spasseggiai qualche tempo fra quelle roccie: assai sereno era il Cielo, e cosi servido il Sole che fissarmivi non potei: quando all’improvviso oscurossi quest’Astro, a quel che mi sembrava, in un modo onninamente diverso, che allorchè il ricuopre una nuvola. Girai la faccia, e vidi fra me ed il Sole un opaco gran Corpo, che si accostava alla mia Isola. Pareami questo Corpo all’altezza di due miglia; e per lo spazio di sei minuti o sette, ei mi levò del Sole la vista. Non badai che nell’intervallo fosse l’aria molto più fredda, o molto più ottenebrato il Cielo, come me ne stessi all’ombra d’un alto monte. Continuando il Corpo sempre ad avvicinarsi, ravvisai ch’egli era una solida sostanza, e ch’era molto piana la parte sua inferiore. Me ne stava allora sopra un’eminenza discosta dalla spiaggia per dugento Verghe, (_misura del braccio Inglese_) e a un di presso per un miglio d’Inghilterra dal mentovato Corpo. Diedi di mano al mio cannocchiale; e distintamente raffigurar non potei molti uomini muoventisi sopra le coste di quel nuovo Pianetta, ma ciò che facesser eglino, non mi riuscì di disscernere.
L’amor della vita che sì di rado ci abbandona, eccitò in me non so quali sentimenti di gioja, e concepì qualche speranza di liberarmi in qualunque modo dalla spaventevole situazione in cui mi trovava: ma molto disagevole mi sarebbe di esprimere qual si fosse in un tempo stesso il mio stordimento, di scorgere nell’aria un’Isola abitata da uomini; i quali, (per quanto parer mi poteva) aveano la facoltà di alzarla, di abbassarla; in una parola, d’inserirle qualunque muovimento di grado loro: Ma trovandomi allora di non troppo umore di andar filosofando sopra quel Fenomeno, rivolsi tutta la mia attenzione a considerare qual cammino prenderebbesi dall’Isola, giacchè mi sembrava che arrestata ella si fosse. Un instante dopo continuò tuttavia ad accostarsi; ed io i suoi lati ravvisar potei, circondati da serie differenti di Logge, e da non so quali scale piantate a certe distanze, per discendere dall’una nell’altra. Nella Loggia più inferiore vidi alcune persone che stavan pescando con lunghe canne, ed altre puramente spettatrici: Feci lor disegno in girando la mia berretta (giacchè da qualche tempo io era privo del mio capello per essersi consumato) e il mio fazzoletto sopra la mia testa. Giunte ch’esse furono a portata d’intendere la mia voce, gridai con tutta la forza; e dagli sguardi che fissavano alla mia volta, e dagli atteggiamenti loro scambievoli, conobbi che scoperto mi aveano, tutto che al mio gridare non rispondessero. Chiaramente bensì ravvisai quattro o cinque di quegli Abitatori che salivano con gran fretta la scalla la quale all’alto dell’Isola conduceva, e che disparvero ben presto. Indovinai che fosser eglino spediti a ricever ordini a riguardo mio; e veramente, mal non mi apposi, come il seppi dappoi.
Da un momento all’altro aumentava il numero degli spettatori; e in minor tempo d’una mezz’ora trovossi l’Isola in tal maniera situata, che la Loggia più inferiore, tutto che lontana quasi che cento verghe, all’eminenza, ove io me ne stava, compariva paralella. Mi misi allora nell’attitudine di supplichevole, e parlai loro con un tuono di voce il più rispettoso, ma risposta di sorta non ebbi. A giudicarne da’vestiti, que’che stavano più a rimpetto di me, aveano l’aria di persone ragguardevoli: mi guatavano sovente, e mostravano di quistionar insieme con applicazione. Uno d’essi alla fine mi disse alcune parole in un linguaggio che avea qualche rapporto coll’_Italiano_. Con la lusinga che per lo meno il suono ne riuscisse più gradevole alle loro orecchie, espressi in quest’ultima favella la mia risposta. Benchè punto non c’intendessimo, si avvider eglino nulladimeno, e assai facilmente, di che andasse in traccia la mia costituzione.
Mi fecero segno di scendere dalla traccia, e di portarmi alla spiaggia, il che incontanente eseguì: e dopo ciò fu l’Isola volante diretta nel suo muovimento in un modo tale; che calatasi dalla Loggia più bassa una catena con un sedile appeso all’estremità, mi vi adagiai, e con un carrucolo fui tirato ad alto.
CAPITOLO II.
Descrizione de’Lapuziani. Quali scienze presso loro sieno più in voga. Compendiata idea del Re, e della sua Corte. Maniera con cui evvi ricevuto l’Autore. Timori ed inquietudini a quali quegli Abitanti sono suggetti. Descrizione delle Donne.
IL piede appena io posi a terra, che fui attorniato da una folla di popolo; ma que’che più a me si avvicinavano, parevano qualche cosa di maggior distinzione. Mi contemplarono con tutti i più chiari indizj di stupore; ed io credo ch’ebbero il motivo di asserire la stessa cosa di me; non avendo io, per tutta la mia vita, veduti uomini più singolari, sia nelle vestiture, o nelle maniere, o ne’sembianti. Chinan tutti la loro testa o alla dritta, o alla manca parte: uno degl’occhi loro è rivolto verso la Terra, e l’altro verso i loro Zenit. Sono adorne le loro vestimenta di figure di soli, di Lune, di Stelle, di Violini, di Flauti, d’Arpe, di Trombe, di Chitarre, di Gravicembali, e d’altri molti Strumenti incogniti in _Europa_. Alcuni uomini quà e là vidi che l’aria aveano di servidori, e che all’estremità d’un corto bastone, che tenevano in mano, legata aveano una gonfiata vescica, a modo di frusta. In cadauna vescica si contevano alcuni ceci secchi, o alcuni sassolini, per quanto fummi riferito dappoi. Valevansi coloro di quelle vesciche per battere la bocca, e le orecchie di que’che erano lor vicini; pratica, onde allora mi riuscì impossibile di concepirne l’utilità; ma seppi poscia ch’è sì avvezzo quel Popolo a profondarsi, e ad immergersi in cupe meditazioni, che a patto veruno non può parlare, o ascoltare i discorsi altrui, se in qualche modo non se gli percuote la bocca, o gli organi dell’udito. Ecco la ragione perchè coloro che si trovano in istato di fare questa spesa, an sempre nella loro Famiglia un somigliante _Destatore_ (il chiaman essi _Climenole_ (a guisa di domestico, e da cui incessantemente sono accompagnati quand’escono di casa, o che rendono qualche visita. Il suo impiego si è, in una compagnia di tre persone o quattro, di passar leggermente la sua vescica sopra la bocca di quegli che vogliono parlare, e sulla destra orecchia altresì di colui, o di coloro, a quali essi parlano. E’obbligo pure di questo _Destatore_, d’accompagnare il suo Padrone quand’ei stassene spasseggiando, e di dargli in certe occasioni un picciolo colpo sopra gli occhi: mercè che assiduamente egli è occupato sì forte dalle sue meditazioni, che senza ciò, si troverebbe in risico di piombare in qualche precipizio, e di dar la testa in qualche tronco; oppure di cadere in qualche rivolo, o di farvi cascar gli altri.
Era necessaria una tale specificazione; imperocchè se io non vi fossi entrato, i miei Leggitori, al pari di me si sarebbero rinvenuti molto imbrogliati nel comprendere il procedimento di quelle genti, quando pel mezzo di molti gradini elleno salir mi fecero per fin alla sommità dell’Isola, e che quindi alla Reggia mi condussero. In tempo del nostro ascendere, dimenticarono molte volte il suggetto di lor commissione; ed ivi mi piantarono, finchè pel soccorso degli _Svegliatori_ loro, rivennero a se medesime: poichè veruna d’esse non dava il medesimo segno d’essere attratta da qualunque stravaganza de’miei vestiti, e del mio portamento; e neppure da quali si fossero acclamazioni del Volgo, non essendo la lor anima sì suggetta ad astratte specolazioni.
Arrivammo finalmente al Palagio, ed entrammo nella Sala di fronte, ove vedemmo il Re sul suo Trono, circondato da ambi i lati da molti grandi. Dinanzi al Solio stava piantata una gran tavola tutta coperta di Globi, di Sfere, e di Strumenti di Matematica d’ogni sorta. Tutto che il concorso di que’che appartenevano alla Corte rendesse l’ingresso nostro tumultuoso, neppur baddovvi Sua Maestà; essendo ella profondamente immersa nel rintracciare lo scioglimento d’un proplema, che solamente un’ora dopo riuscille di ritrovare. A cadaun fianco di lei v’era un Paggio con la vescica alla mano: veduto ch’ebbero questi Paggi che si era rinvenuta la Dimostrazione; uno d’essi di edele un picciolo colpo sopra la bocca, e l’altro sopra l’orecchia dritta; il che la fece scuotersi, nella guisa appunto che qualcuno che dorme viene all’improvviso destato: dopo ciò ella, gettato lo sguardo sopra di me, e sopra coloro che m’attorniavano, si risovvenne del motivo del nostro arrivo, onde da prima n’era stata istruita. Disse alcune parole; che pronunziate appena, un giovane tenente in mano una vescica, tale che io la descrissi, adaggiossi accosto di me, e diedemene alcuni colpi su la destra orecchia; ma a forza di segni comprendere gli feci, che io non avea bisogno dell’ajuto di quello strumento; il che, per quanto dappoi ne seppi, impresse nel Re, e nella Corte tutta, una idea del mio genio poco vantaggiosa. Per quello che congetturar ne potei, fecemi Sua Maestà alcune quistioni; ed io dal mio canto le parlai in tutte le lingue che mi erano cognite. Persuasi amendue che non potevamo intenderci, ordinò il Re che io condotto fossi in un Appartamento della sua Reggia, (avendo questo Principe superati tutti i suoi Predecessori in ospitalità o i riguardo degli Stranieri,) ove due Staffieri, al mio servigio destinati furono. Mi si reco a pranzare; e quattro Signori, che mi ricordava di aver veduti accanto della persona del Monarca, m’impartirono l’onore di mangiar meco. Due serviti avemmo, cadauno di tre piatti, Consisteva il primo in uno spalletto di Castrato tagliato in triangolo Equilatero, un pezzo di Bove in Romboide, ed un Sanguinaccio in Cicloide. Di due Anitre in figure di Violini era l’altro servito, d’alcune Salsicce in forma di Flauti, e d’un Petto di Vitello in guisa d’Arpa. I Servidori trinciarono il nostro pane in Coni, in Cilindri, in Paralellogrammi, e in molte altre Figure di Matematica.
Standocene in talvola, presi la libertà di domandare i nomi di diverse; cose; e que’Signori, mediante l’assistenza de’_Destatori_ loro, compiacquesi di dirmigli, con la speranza che se io avessi si una infinita ammirazione per la loro abilità, pervenir potessi a legare con esso loro una buona conversazione. Mi trovai ben presto in istato di chiedere del pane, a bere, ed altre cose che mi erano necessarie.
Dopo il mio desinare la mia Compagnia mi lasciò; e per ordine del Re fummi inviato un non so chi, assistito da uno _Svegliatore_. Egli avea con se penna, carta, inchiostro, e tre o quattro libri, dandomi a conoscere con atteggiamenti, che veniva per ammaestrarmi del linguaggio del Paese. Quattr’ore me stetti con esso lui; nel corso delle quali registrai alcuni termini in forma di colonna disposti, con la loro traduzione accanto. Procurai altresì d’apprendere alcune brievi frasi. A tal effetto il mio Maestro facea fate differenti cose al mio Servidore; per esempio, ordinavagli di federe, di tenersi ritto in piedi, di spasseggiare, o di fare una riverenza: e a misura che il Servidore eseguiva cadaun degli ordini, mi dettava il Maestro la frase che dovea esprimerlo. Mi mostrò eziandio in uno de’suoi libri, le Figure del Sole, della Luna, delle Stelle, del Zodiaco, de’Tropici, de’Circoli Polari, e d’un gran numero di Piani, e di Solidi. Notar mi fece i nomi di tutti i Musicali Strumenti che sono in uso appo quel Popolo, e con esatezza me gli descrisse. Partito che fu, disposi tutti i miei vocaboli con le loro spiegazioni in ordine d’Alfabeto, e in questo modo, in pochi giorni, col soccorso d’una buona memoria, feci gran progressi nella loro favella.
Il termine che io rendei per quello d’_Isola Volante_, o _Fluttuante_, trovasi in loro lingua _Laputa_; termine, onde non e sì agevole di riconoscerne la vera etimologia. _Lap_ in vecchio idioma significa _alto_; ed Untuh un _Governatore_; donde, dicon essi, è derivato corrottamente il termine di _Laputa_: questa derivazione però non mi sembra naturale. Feci parte un giorno ad alcuni Letterati di loro, d’una mia conghiettura su questo proposito; e dimandai se forse _Laputa_ da _Lap outed_ venir potesse; _Lap_ significando propiamente il muovimento de’raggi Solari nel Mare, o _outed_ un’Ala: conghiettura, su cui permetto a’miei Leggitori di pronunziare.
Riflettutosi da coloro, a’quali mi aveva affidato il Re, che trovavami assai male in arnese, ordinarono essi ad un Sarto di venire il giorno dietro, e di prendermi la misura per un abbigliamento compiuto. L’eseguì quest’Artefice, ma in una foggia onninamente diversa da quella ch’è dell’uso comune in _Europa_. Valsesi di primo tratto d’un’quarto di Cerchio, per la misura della mia altezza; e poscia col mezzo d’una Regola, e d’un Compasso, descrisse in carta tutte le dimensioni del mio corpo, portandomi sei giorni dopo i miei vestiti perfettamente mal fatti, per avere sbagliato in una Figura: tuttavia mi consolai, avendo io osservato ch’erano assai ordinari gli accidenti di questa fatta, e che non se ne prendeva la menoma inquietudine.
Nel frattempo che si lavorava dietro le mie vestimenta, e durante una piccola indisposizione, che susseguentemente mi confinò alcuni giorni in casa, accrebbi d’un gran numero di vocaboli il mio Dizionario; cosicchè portatomi di poi alla Corte, fui in istato d’intendere molte cose che mi diceva il Re, e _taliter qualiter_ di rispondergli. Avea comandato Sua Maestà, che il movimento dell’Isola al Greco-Levante diretto fosse verso il punto verticale al di sopra di _Lagado_, la Capitale di tutto il Regno. In distanza di novanta leghe trovavasi questa Città, e il nostro viaggio più che quattro giorni e mezzo non durò: con tutto questo, posso fare un ampia protesta che in quel tempo tutto del menomo muovimento della nostra Isola non mi avvidi.
Fermossi ella, secondo gli ordini del Re, sopra alcune Città, i cui Abitatori presentar dovevano diverse suppliche. A tal effetto si calavano molti funicelli tenuti tesi da qualche peso nella loro estremità inferiore. Legava il Popolo le sue suppliche a questi funicelli, che poscia si traevano ad alto; e talvolta, col mezzo d’alcune carrucole, e vino, e provvisioni di qualunque sorta ritiravamo dal basso.
Ciò che io sapeva in Matematica fummi d’un grande ajuto per apprendere la loro favella, i cui termini, per la maggior parte, an rapporto con questa Scienza, e con la Musica, onde vantarmi posso di non essere tutto affatto ignorante. Son continui oggetti delle loro meditazioni le Linee e le Figure. Se voglion essi, per esempio, lodar la bellezza d’una Donna; o di qualche altro animale, fanno entrare nel loro Elogio, Romboidi, Circoli, Parallelogrammi, Ellisi, ed altre Geometriche Figure; ovvero de’Musicali termini. Osservai nella Cucina del Re ogni sorta di Strumenti di Matematica, e di Musica, le cui figure servono di modello alle vivande della mensa di Sua Maestà.
Son mal costrutte le loro Abitazioni; e notai che non aveavi in veruno degli Appartamenti neppur un angolo retto; il che proviene dal disprezzo che an essi per la Geometria pratica, che come troppo meccanica riggettan; e per disgrazia, gli Architetti loro non anno lo spirito di comprendere le loro astratte Dimostrazioni; stupidezza, a cagione di cui patiscono i loro edifizj.
I _Lapuziani_ generalmente son cattivi Ragionatori, e molto contraddicenti, se eccetuisi quando lor avviene d’aver ragione, il che è cosa assai peregrina. Immaginazione ed Invenzione sono termini ch’eglino non conoscono, e pe’quali non an neppure vocaboli in loro lingua; essendo circonscritti, e in qualche modo consecrati alle due Scienze testè da me mentovate, tutti i pensieri delle lor anime.
I più di essi, e principalmente que’che si applicano allo studio dell’Astronomia, sono gran Fautori dell’Astrologia Giudiciaria: comechè arrossiscano di professarla in pubblico. Ma ciò che in ispezielta ammirai, e che nel tempo stesso parvemi incomprensibile, si è l’estrema loro curiosità per gli Politici affari, e il loro eterno furore di formar giudizi, e disputar sopra qualunque cosa al Governo ed agli Stati attinente. Per vero dire, riflettei ch’era questa un infermità assai comune del maggior numero de’Matematici di mia conoscenza in _Europa_; ma non per tanto non siegue che io non sappia qual relazione esservi possa tra una somigliante smania, e la loro professione; purchè essi non suppongano, che come un picciolo cerchio non ha più gradi che un grande, ne venga in conseguenza che non abbisogni maggior abilita per governar il mondo, che per girar un Globo in sensi diversi. Ma più inclino a credere, che una tale irregolarità provenga da un difetto comune alla Natura umana, che renderci più curiosi delle cose che ci concernono meno, e per cui men di talento noi possediamo.
E’suggetto quel Popolo ad inquietudini perpetue, non gustando mai d’un solo instante di riposo; e derivano le sue inquietudini da cagioni tali che non sono affettate dal rimanente degli Uomini. Ei teme che ne Corpi Celesti non succedano certi cangiamenti. Per esempio, che la Terra, se il Sole continui sempre ad accostarsene, non resti un giorno inghiottita da quest’Astro: Che la superficie del Sole non sia poco a poco ricoperta d’una crosta, che gl’impedisca alla fine di farci parte del suo calore, e del suo lume. Racconta, che molto poco vi vuole che l’ultima apparuta Cometa non siasi urtata con la Terra, il che se seguito fosse, doveva questa, senz’altro, ridursi in cenere; e che secondo tutte le apparenze resterà infallibilmente distrutta dalla prima Cometa che si lascerà vedere; il che avverrà da quì a trenta e un anno, secondo il suo calcolo: essendo che questa Cometa, nel suo _perielio_ dee molto avvicinarsi al Sole, per concepire un grado di calore dieci mila volte più grande di quello d’un ferro rovente; e dopo di aver lasciato il Sole, strascicar dietro se una fiammeggiante coda, che eccederà la lunghezza di quattrocento mila leghe; da cui, se la Terra passa in distanza di trenta mila leghe dal Corpo della Cometa, non può certamente non restar incendiata, e ridotta in cenere. Che il Sole, perdendo ciascun giorno una porzion de’suoi raggi senza ricevere qualche alimento che ne compensi la perdita, a guisa di candella si smorzerà alla fine: dal che per necessità ne proverà il distruggimento della nostra Terra, e de’Pianetti tutti che da lui il lume ricevono.
Sì fattamente sono inquietati que’Popoli da fomigliantti spaventi, che non trovano luogo e quiete di sorta, nè san gustare delle comuni soavità della vita. Quando la mattina si abbattono in alcuni de’loro Amici, versa la prima lor quistione sopra la sanità del Sole, come par ch’ei si porti nel suo tramontare, e nel suo risorgere, e se vi ha raggio di speranza di poter isfugire della prima Cometa il rincontro. In trattenimenti di questo genere, si lascian vedere a prendere il piacere medesimo onde gustano i fanciulli, quando intendono Storie di Fantasmi, e d’Apparizioni: Storie, ch’essi ascoltano con la più avida curiosità, ma che imprimendo loro del terrore, lor non lasciano trovar la strada d’andar a letto.
Le Donne dell’Isola sono molto vivaci, spregiano i propj Mariti, ed impazziscono per gli Stranieri. Scelgono fra questi i lor Cicisbei; ma il mal si è che con troppo agio, e troppa libertà coltivano i loro amori; piochè trovasi sì profondato nelle sue meditazioni lo Sposo, che gli Amanti potrebbono in presenza di lui appigliarsi alle maggiori confidenze senza timore del suo accorgimento, purchè solamente egli avesse della carta, e i suoi strumenti, e che non gli fosse a’fianchi il suo _Risvegliatore_.
Le Femmine e le Donzelle si lagnano amaramente d’essere rinchiuse in quell’Isola, non ostante che, a mio credere, sia quegli il più bel Paese del Mondo: e tutto che vi vivan elleno in tutta l’abbondanza più immaginabile in un modo il più magnifico, e che sia lor permesso di far ciò che vogliono, muojon di voglia di veder il mondo, e di gustar i piaceri della Capitale; il che non è lor permesso, senza, perlomeno, una particolare licenza del Re, e sì facile ad ottenersi non è questa licenza; poichè la maggior parte de’Mariti, quanto sia difficile il quindi far rivenire le mogli, bastevolmente saggiò. Mi fu detto che una Dama del primo Carattere che avea molti figliuoli, e ch’era maritata con un Ministro di prima sfera, uno de’principali Signori del Regno, il qual amavala fin ad essere pazzo, e con cui ella soggiornava in un de’più bei Palagj dell’Isola, imprese il viaggio di _Lagado_ col pretesto che spiravavi Un’aria migliore per la sanità di lei; che vi si tenne per alcuni mesi occultata, finchè li Re mandovvi un ordine di carcerazione; che fu rinvenuta in una bettola, tutta cenciosa, impegnate avendo tutte le sue vestiture per mantenere un vecchio laidissimo facchino, il qual la batteva ben bene ogni giorno, e da cui ella altresì con infinita ripugnanza si separò. La ricevè lo Sposo con tutta la bontà possibile; e senza che le ne facesse il menomo rinfacciamento: e perciò ella guari non istette ad eseguire una seconda scappata, a sportando seco tutte le sue gioje, per andar a riunirsi all’Amante suo, senza che poscia se ne abbia avuta contezza di sorta. Non è improbabile che alcuno de’miei Leggitori s’immagini che io gli narri una Storia _Europea_, ovver _Inglese_: Ma lo scongiuro di riflettere, che i capriccj del bel sesso non ristringonsi a qualche Clima, o a qualche particolare Nazione: bensì che anno una uniformità più generale, che tutto ciò che si possa dire.
Nello spazio d’un mese io avea fatti bei progressi nella loro favella, e mi trovava in istato di rispondere alla maggior parte delle quistioni del Re, quand’io avea l’onore di vederlo. Non dimostrò Sua Maestà curiosità veruna in proposito delle Leggi, del Governo, della Storia, della Religione, o de’Costumi de’Paesi che io avea visitati; ridusse bensì tutte le sue ricerche alle sole Matematiche, ed ascoltò con molto sprezzo, e con molta indifferenza ciò che le dissi su quest’argomento, tutto che i due _Destatoti_ ch’ella teneva accosto, diligentemente le proprie incombenze effettuassero.
CAPITOLO III.
Fenomeno spiegato col soccorso della filosofia, e dell’Astronomia Moderna. Abilità de Lapuziani nell’ultima di queste due Scienze. Metodo del Re per reprimere le sedizioni.
DImandai permissione a quel Monarca d’andar a vedere le curiosità dell’Isola, ed egli graziosissimamente aderì a’miei desiderj, ordinando nel tempo stesso al mio Maestro d’accompagnarmi. Mia principale premura si era di sapere a qual Cagione, o nell’Arte, o nella Natura, fosse debitrice quell’Isola de’suoi diversi movimenti: ed ecco di che or ora voglio far parte a’miei Leggitori.