Viaggj del Capitano Lemuel Gulliver in Diversi Paesi Lontani
Part 14
Per quanto mi pareva, tutti i miei schiamazzi, e tutti i miei segnali non furono nè veduti, nè intesi; ma non ostante, chiaro ravvisai, che il cassettino ad essere tratto continuava. Un’ora dopo, quella parte del cassettino ov’erano attaccati i ritegni, ed ove non erano finestre, urtò in qualche cosa di consistente. Temetti che non fosse una roccia; e più che prima io sentiva le scosse. Al di sopra della cassetta intesi distintamente uno strepito somigliante a quello d’una fune che traesi per un anello. Vidi allora che la cassetta insensibilmente sorgeva; e che prima di fermarsi, era più alta di tre piedi che per laddietro. In tal caso ricominciai a nuove spese a chiamar ajuto, e a vogliere il mio fazzoletto; e un grido, che molte voci rimescolate insieme rendevano confuso, mi servì di risposta, e mi cagionò un trasporto tale di gioja, che solo da chi il saggiò può essere conceputo. Un istante dopo, sentì camminare sulla mia testa, e qualcuno gridando pel finestrino ad alta voce in _Inglese_: _Se vi sta alcuno qui abbasso che parli_. Immediate risposi, che io era un _Inglese_ confinato dalla spietata mia sorte nella più spaventevole constituzione in cui ma i siasi trovato uomo; e che io pregava per tutto ciò che essere può valevole a muovere a compassione, di trarmisi da quel carcere. Replicò la voce che io nulla avea a temere, poichè la cassetta era attaccata al loro Vascello; e che ben presto sarebbe venuto il Falegname per farvi al di sopra un buco, bastevolmente capace per estrarmivi fuori. Risposi, che ciò era inutile, e bisognava di molto tempo; che era ben meglio che alcuno de’Marinaj mettesse un dito nell’anello, e così togliesse il cassettino dal mare, per riporlo poscia nel camerino del Capitano. Un linguaggio di questa fatta feci credere a chi l’intese, che io vaneggiassi; ma taluno di coloro si mise a ridere di buon gusto; dovendo io con mia vergogna confessare, che io non badava di ritrovarmi allora fra uomini di mia forza, e di mia statura. Venne il Falegname, e in pochi minuti formò un’apertura di quattro piedi in quadro; fecevi poscia passare una picciola scala, sulla qual montai per rendermi nel Vascello.
Stordiva all’ultimo segno l’Equipaggio tutto, facendomi mille quistioni, alle quali tuttavia non sentivami di dare risposta. Dal canto mio non restai men attonito nel ravvisare tanti Pigmei: tali eglino sembrandomi, per essere stato sì lungo tempo accostumato a non vedere che mostruosi oggetti. Ma il Capitano, che appellavasi _Tommaso Vvilcolks_, uomo generoso, ed obbligante, osservando che io veniva meno, mi prese nel suo Camerino, mi recò un Cordiale per guarentirmi da uno svenimento, e corcar mi fece nel proprio suo letto, affinchè col riposo alquanto mi ristorassi; e certamente ne avea io un gran bisogno. Prima però di effettuarlo, diedi gli a conoscere che nel mio cassettino esistevano alcune robicciuole che mi farebbe spiaciuto di perdere; e fra l’altre, una buona picciola materassa, un galantissimo letto da Campagna, due sedie, una tavola, ed uno studiolo. In oltre; che la cassetta stessa da tutti i lati era foderata di bambagia, e di seta; e che s’ei si compiaceva di farla trasferire da qualcuno de’suoi Marinaj nel suo Camerino, gli avrei mostrato quant’io dicevagli, ed altre cosucce altresì. Intesisi dal Capitano somiglianti assurdi, che io sognassi ei credè. Con tutto ciò, (a quel che ne penso, per acquietarmi,) mi promise di darvi l’ordine; e portatosi sul Cassero, fece scendere alcuno de’suoi nel cassettino, e toglierne, come di poi il trovai, tutto ciò che di buono entro aveavi; ma i sedidi e lo studiolo, essendo uniti con madreviti al solajo, restarono non poco danneggiati dall’ignoranza de’Marinaj, che vollero a forza di braccia levargli. Veduto ch’ebbero non esservi più cosa che meritasse a ricuperarsi, lasciarono andar al mare il cassettino, il qual essendo aperto in diversi luoghi, guari non istette a sprofondarsi. E, per vero dire, molto gradì di non essere stato testimonio di vista di quello spettacolo, che mi avrebbe rinnovata la più infausta, e la più angosciosa memoria.
Dormì alcune ore, ma d’un sonno ad ogni instante turbato dalla meditazione del luogo ond’era io uscito, e de’pericoli che aveva scorsi: Nulladimeno, destato che fui, mi trovai assai meglio. Erano allora circa le ore otto della sera; e poco dopo il capitano ordinò che si servisse la cena, credendo ei già che io avessi pranzato da molto tempo. Fu assai benigna la conversazione di lui; e rimasti noi soli, ei mi pregò di fargli la relazione de’miei viaggj, e di narargli per qual accidente in quell’enorme macchina di legno trovato mi fossi. Dissemi, che verso il mezzo giorno, risguardando col cannocchiale, avea scoperta la mia cassetta, e che immaginandosi che fosse un Vascello, formato avea il disegno di procurar di raggiugnerlo, con la speranza di provvedersi di poco biscotto, onde cominciava a penuriarne il suo bastimento: Che nell’accostarsi; si era accorto del proprio errore, ed avea inviato lo schifo per sapere ciò che galleggiasse sull’acqua: Che le sue genti se n’erano ritornate assai attonite, giurando di aver veduta una casa fluttuante: Che egli beffatosi della follia loro si era messo in persona nello schifo, avendo prima dato ordine di riporsi nello schifo stesso un buon cavo: Che essendo il mare in bonaccia, con l’ajuto de’remi avea egli molte volte fatto il giro della mia cassetta, e considerato le mie finestre: Che avea ravvisati due ritegni da una parte che era tutta di tavole, senza aperture di sorta che dessero passaggio al lume: Che avea allora comandato a’suoi Marinaj d’accostarsi col Caicco a quella parte stessa, di assicurar il cavo ad uno di que’ritegni, e poscia di tirar la Cassa, (così ei chiama va la) fin al Vascello. Compiuta tal opera, ordinò che si raccomandasse un’altra fune all’annello che stava fitto al di sopra del cassettino, e che il si levasse con carrucole; il che quegli uomini eseguir non poterono che per due o tre piedi. Mi disse che ben gli era caduto sotto l’occhio il mio bastone, e il mio fazzoletto; e che aveane conchiuso che in quella sì strana spezie di prigione, se ne stesse rinchiuso qualche sventurato. Gli dimandai, se verso il tempo onde io era stato discoperto la prima volta, egli, o alcuno de’suoi, veduti avesse alcuni uccelli d’una prodigiosa grandezza nell’aria? La sua risposta fu, che parlando su questo proposito co’suoi Marinaj in tempo che io dormiva, uno d’essi gli disse di aver osservate tre Aquile che volavano verso il Ponente; ma che non vi avea fatta riflessione se fossero maggiori delle Aquile ordinarie; il che, alla prodigiosa altezza, ond’elleno si trovavano, attribuisco: ed egli indovinar non potè il motivo d’una tale mia interrogazione. Saper poscia volli dal Capitano, in quale distanza da terra ei credeva d’essere: disse, che secondo la sua opinione, n’eravamo, per lo meno, a un centinajo di leghe. Gli protestai che egli prendeva abbaglio almeno per la meta; poichè non erano che due ore che io lasciato avea il Paese onde io veniva, quando cadei nel mare. Questa risposta fecegli di nuovo credere che avessi la fantasia stravoltra; il che bastevolmente ei diede a conoscere, dicendomi che me ne andassi a dormire in uno stanzino fattomi di già allestire. L’assicurai che la sua conversazione più mi giovava del riposo che prendere potessi; e che per altro io mi rinveniva nel mio buon senso, che non l’era mai stato per tutta la mia vita. Egli allora con un suono di serietà, mi dimandò in confidenza, se forse io avessi lo spirito intorbidito dal rimorso di qualche misfatto orribile, per cui, per ordine di qualche Principe fossi stato punito, coll’essere rinchiuso in cassa, e gettato in mare, nella guisa che in altri Paesi, entro una barchetta, senza provvisioni di sorta, espongonfi i criminosi di prima classe alla discrezione dell’onde? Soggiunse; che non ostante che gli spiacesse che il suo Vascello servito avesse di asilo a uno scellerato, impegnavasi nulladimeno di mettermi sano e salvo a terra nel primo Porto che afferrato avessimo. Aumentavano i suoi sospetti, ei proseguiva, da non so quali discorsi assurdi che io da prima tenuti avea co’Marinaj, e poscia con lui medesimo; ed eziandio dalla tetra mia aria, e da’torbidi miei atteggiamenti.
Il supplicai di soffrire il racconto della mia Storia; il che eseguì con la più esatta fedeltà, dalla mia partenza dall’_Inghilterra_, perfino al momento ch’egli mi avea discoperto. E come la verità possiede sempre una tale quale possanza sopra spiriti ragionevoli, non sudai molto nel persuadere il mio Capitano, il qual avea qualche tintura di sapere, un buon uso di ragione, della mia candidezza, e della mia veracità. Ma per maggiormente convincerlo, il pregai di dar ordine che mi fosse recato il mio Studiolo, la chiave di cui io già teneva in mia saccoccia, essendomi già stato notificato ciò che i Marinaj fatto aveano del mio cassettino. In presenza di lui aprì lo Studiolo, e gli feci mostra della picciola raccolta di rarità che io avea fatta nel Paese, donde in un modo sì miracoloso testè io era uscito. Gli posi sotto l’occhio il pettine che io avea formato co’peli della barba del Re; un gran numero di aguglie, e di spilletti, i più minuti de’quali erano lunghi un piede; e i più grandi una mezza verga; alcune pettinature de’capelli della Regina: e un anello d’oro onde ella un giorno con la più galante maniera del mondo mi regalò, traendolo dal suo picciolo dito, e adatandolo al mio collo a guisa di collana. Sollecitai il Capitano ad accettare l’anello stesso come un tenue contrassegno della mia riconoscenza, ma ei non volle acconsentirvi mai. In fine, per non lasciare dubbio veruno sopra il punto della mia veracità, fecegli vedere i miei calzoni, che erano fatti della pelle d’un solo sorcio.
Non ci fu modo di fargli prendere cosa veruna, se eccettuisi il dente d’uno Staffiere, che vidi essere da lui disaminato con gran curiosità, e di cui ei mi sembrava molto invogliato. Il ricevè con ringraziamenti tali, che non erano, per nulla affatto, alla picciolezza del dono proporzionati. Questo dente, che era sanissimo, nè per sogno guasto, avea appartenuto a un Palafreniere di _Glumdalclitch_, a cui uno stolido Chirurgo strappato l’avea, in luogo d’un altro che gli doleva: mel feci dare per conservarlo nel mio Studiolo. Avea un di presso un piede di lunghezza, e quattro pollici di diametro.
Restò incantato il Capitano dal racconto della mia Storia, e disse, che sperava che io non mancassi di farne parte al Pubblico, giunto che fossi in _Inghilterra_. Gli risposi, che il numero de’Viaggi datisi alle stampe non era che troppo grande, e che per tal ragione, o conveniva tacere, e aver da narrare qualche cosa di straordinario; senza tuttavia seguir l’esempio di quegli Autori, che a spese della verità, rimescolano sempre del maraviglioso entro a’loro scritti: Che la mia Storia non conterrebbe che avvenimenti assai comuni, senza aver veruno di que’fregj che sono somministrati dalla descrizion delle piante, degli alberi, degli uccelli, e delle bestie feroci; oppur da quella delle costumanze barbare, e del culto idolatrio di qualche selvaggio Popolo; fregj tali, onde abbondavano tutti i Libri di Viaggj: Che non ostante gli era io molto tenuto della buona opinione che egli attestava di avere, e che penserei a quanto egli mi diceva.
Protestossi poscia meco di restar molto attonito nell’intendermi a parlar sì forte; chiedendo se il Re, o la Regina di quel paese, erano forse duri d’orecchia? Gli dissi, che erano trascorsi di già due anni che io mi era accostumato a un tale tuono, e che dal canto mio stavamene altrettanto sorpreso dall’intenderlo a parlar sì basso, quanto poteva esserlo lui dal mio gridar sì alto: Che in tutto il tempo del mio soggiorno in quel Regno, quand’io doveva parlar con alcuno, era stato costretto di tanto alzar la voce, quanto un uomo che standosene nella strada, avesse voluto farsi sentire da un altro collocato sull’alto d’un Campanile; eccettuato però, quand’io mi trovava sopra una tavola, o che taluno mi teneva in sua mano. L’informai altresì d’un altra cosa che io avea riflettuta; cioè, che sul punto del mio entrar nel Vascello, e che tutti i Marinaj stavano d’intorno a me, eglino mi son paruri le più picciole creature che avessi mai vedute: e che ciò era tanto vero, che nel Paese donde io era uscito, non aveva mai osato di affacciarmi allo specchio; mercè che avvezzo a vedere oggetti sì prodigiosi, il sentimento della mia picciolezza mi avrebbe molto mortificato. Soggiunsemi il Capitano, che in tempo che cenavamo, egli avea osservato che io risguardava ciascuna cosa con una spezie di stupore, e che più fiate io avea dati segni di volere scoppiar di ridere; il che egli attribuito avea allo sconvoglimento del mio cervello. Gli replicai che tale si era la verità, e che proveniva la mia sorpresa dall’infinita picciolezza di tutto ciò che io vedeva, e quì sopra mi messi a fare una descrizione di tutto ciò che si era trovato sulla tavola di lui, tale che un Abitante di _Brobdingnag_ fatta l’avrebbe, se fosse stato nelle mie veci. Il mio uomo si pose a sogghignare, e per farmi gustar meglio il ridicolo di quanto testè gli avea detto, protestò, che di tutto il suo cuore pagate avrebbe cento Chinee, di aver veduta l’Aquila tenendo il mio Cassettino nel suo rostro, e lasciandolo poscia precipitar nel mare: Ch’era ben un peccato che niuno fosse stato oculato testimonio d’un avvenimento sì singolare, e la cui descrizione meritava d’essere trasmessa alla più rimota posterità. Dopo un tale scherzo venne in iscena la comparazione di _Fetonte_, per vero dire, troppo naturale, perchè egli la risparmiasse.
Di là a due giorni del mio imbarco in fu quel Vascello, il vento, che prima stato non era troppo favorevole, divenne eccellente, e rendè il nostro viaggio e più brieve, e più felice, di quelche non avremmo nè pur ardito di sperare. In un solo, o due porti diede a fondo il Capitano, e spedì lo Schifo a terra in traccia di alcune provvisioni, e per far acqua; e quanto a me, non uscì mai del bordo finchè non giugnemmo alle _Dunes_; il che seguì il terzo di Giugno 1706 nove mesi, o circa, dopo l’aver lasciato _Lorbrulgrud_. Offrì al Capitano di lasciargli in pegno, tutto ciò che io avea, in sicurtà del pagamento di quanto io gli potea dovere pel mio trasporto, e per avermi alimentato per tanto tempo: ma ei si dichiarò che non ne voleva nè pur un soldo. Ci congedammo con teneri abbracciamenti; e volli mi desse la parola di venir a vedermi in mia casa, quando si trovasse a _Londra_; Noleggiai un Cavallo, e una Guida, per prezzo, e somma di cinque _schelini_, presi a prestito dal Capitano.
In sul cammino, riflettendo io alla picciolezza delle case, degli alberi, de’bestiami, e degli uomini, mi credei transferito in un tratto nell’Imperio di _Lilliput_. Io temeva sempre di schiacciarmi sotto a’piedi chiunque io riscontrava; e gridai a molti e molti che si togliessero dal mezzo: Impertinenza che stette per suscitarmi delle querele, tutto che fosse involontaria.
Arrivato in mia casa, e apertomi l’uscio da uno de’miei domestici, mi abbassai per entrarvi: la moglie, correndo, mi venne incontro per abbracciarmi, ma io m’inchinai più basso che le ginocchia di lei, immaginandomi che in altro modo le sarebbe riuscito impossibile di giugnere con la sua alla mia bocca. Mia figliuola s’inginocchiò per chiedermi la benedizione, ma non la vidi, che quando se n’era levata, accostumato da tanto tempo di volgere la testa, e gli sguardi verso faccie, che erano in altezza alla distanza di sessanta piedi dalla mia. Risguardai i miei Domestici, e due o tre amici, a caso ivi presenti, come altrettanti Pigmei, in cui confronto io era un Gigante. Dissi a mia moglie ch’ella era vissuta con troppa frugalità; poichè, tanto essa che la Figlia, erano smagrate, ed impicciolite oltra qualunque esagerazione. In una parola: vomitai un sì gran numero di follie, che ad ognuno venne in pensiero quanto da principio già il Capitano credea; cioè che unanimamente si conchiuse che io aveva perduto il senno. Il che riferisco come un riguardevole esempio della forza prodigiosa dell’abitudine. Con tutto ciò guari non istetti a ricuperarmi da quella spezie d’infermità, ma protestò mia Moglie che non mi lascerebbe più andar in mare; e pure per mia disgrazia, era un destino che ella non avesse l’autorità d’impedirmelo, come i Leggitori ben presto potran vederlo.
Fine della Seconda Parte, e del Tomo Prima.
VIAGGI DEL CAPITANO LEMUEL GULLIVER
Tomo Secondo.
PARTE TERZA,
Contenente il Viaggio di Laputa, Balnibardi, Glubbdubdribb, Luggnagg, e del Giapone.
VIAGGIO DI LAPUTA, di BAUNIBARBI, di Lugnagh, di Glubbdubdribb, e del Giapone.
Parte Terza.
CAPITOLO I.
Imprende l’Autore un terzo Viaggio; vien preso da Corsali. Ribalderia d’un Fiamingo. L’Autore approda ad un’Isola, ed è ricevuto nella Città di Laputa.
DIeci giorni appena erano scorsi dopo il mio ritorno, che un tale _Guglielmo Robinson_, Capitan Comandante della _Speranza_, ch’era un Vascello di trecento botti, fu a visitarmi in mia casa. Era io già stato Chirurgo d’un altro Vascello che appartenevagli, e su cui fatto avevamo di buoni compagnia un altro Viaggio al _Levante_. Anzi che in basso Uffiziale, ei sempre in Fratello trattato aveami; ed inteso il mio ritorno, per motivo d’amizizia, a quel che io ne pensava, venne a riabbracciarmi; versata essendo in soli consueti complimenti, dopo una lunga assenza, la nostra conversazione. Ma dopo di avermi molte volte reiterate le sue visite, espresso il suo giubilo per rinvenirmi salvo e sano, e richiesto se pel resto della mia vita al viaggiare rinunziato avessi, mi palesò la sua intenzione di mettersi fra due mesi un’altra volta in Mare per l’_Indie Orientali_; e di compiacer mi d’essere suo Chirurgo di Nave mi pregò. _Emmi ben noto_, ei soggiunse, che l’offerta d’un somigliante impiego più non vi conviene; ma l’esibirvi, oltra i due ordinarj Ajutanti, un Cerusico subalterno, una doria paga, e la mia parola di rapportarmi a’vostri consiglj come foste un altro me stesso, forse accettabile potrebbe renderla.
Molte altre cose mi disse, e tutte obbliganti; e d’altra parte, io li conosceva per un galantuomo tale, che non mi bastò l’animo di ributtare il suo progetto. Il furore, onde mi trovava ingombro, di veder nuovi mondi, (a dispetto di tutte le traversie attrattemi dalla propia curiosità,) più che mai continuava in me violento: l’unica difficoltà consisteva nell‘opposizion della moglie; la quale, alla fine, rimasta persuasa dagli oggetti de’vantaggj che a’nostri figliuoli risultar ne potevano, mi accordò il propio consentimento.
Partimmo dunque nel 5. d’_Agosto_ 1706., e arrivammo al Forte di _San Giorgio_ gli undici d’Aprile 1707., ove a cagione di molte infermità sopravvenute sul nostro Bastimento, di fermarci tre settimane fummo costretti. Quindi pel _Tunchino_ vela facemmo, nella qual Regione per qualche tempo il Capitano deliberato avea di restarsene; escendo che, molte delle Mercanzie di suo disegno non eran leste, e non potevan esserlo che per alcuni Mesi. Con la lusinga per tanto di rifarcirsi delle spese della dimora, fece compra d’una picciola Barca; che caricata di molti generi di merci di buono smaltimento presso gli _Tunchinesi_, egli armò di quattordici uomini, compresivi tre Naturali del Paese, dandone a me il comando; con facoltà, per lo spazio di due mesi che gli affari di lui obbligavanlo di trattenersi a _Tunchino_, di poter praticare qualunque traffico.
Non vi avea che tre giorni da che in mare ci eravamo posti, che insorse una furiosa burrasca, la qual per cinque dì continui portossi al Greco Tramontana, e di poi al Levante; dopo di che con un buon fresco di Ponente, avemmo bel tempo. Sul duodecimo giorno fummo cacciati da due Corsali, che ben presto raggiunti ci fecero loro preda; non potendo noi, pel poco numero, metterci in qualche stato di difesa; ed essendo troppo carica la Barca, per isperare, con lo sforzo delle vele, di sottrarci.
Nell’instante stesso ci abbordarono i due Corsali, e alla testa delle loro genti si gettarono nella nostra coperta: ma trovatici, secondo l’ordine che io ne avea dato, tutti prostesi, furon paghi di bel legarci, e comandato poscia ad alcuni di lor truppa di far di noi buona guardia, si misero a fiutare quanto vi avea nella Barca. Fra coloro mi venne fatto d’osservare un Fiamingo, che facea mostra di qualche autorità, tutto che non fosse Comandante di veruno de’due Vascelli. Al nostro portamento, e alla nostra vestitura ei per _Inglesi_ ci riconobbe; e parlandoci in sua favella, giurò che legati a schiena con ischiena, lanciati in mare saremmo. Passabilmente io parlava il _Fiamingo_. Dissigli chi noi eravamo; e il pregai pel comune nostro carattere di Cristiani, di voler maneggiarsi a nostro favore presso il suo Capitano. Non servì la supplica che a vie più irritarlo, e che a rinforzare le sue minacce: rivoltosi ei poscia a’suoi compagni, con molta veemenza parlò loro in _Giaponese_: sovente, a quel che ne penso, valendosi del termine di Cristiani. Il maggiore de’due Corsali Vascelli, era comandato da un _Giaponese_ Capitano, il qual parlava, comechè assai male, qualche poco _Fiamingo_. Si fece egli accosto di me, e dopo quistioni diverse, ond’io con somma umiltà soddisfeci, disse che noi non faremmo morti. Una profondissima riverenza fu la mia risposta, e al _Fiamingo_ di poi indirizzatomi, mi lagnai di rinvenire più compassione in un Pagano, che in lui stesso, professore del Cristianesimo. Guari però non istetti a ripentirmi della mia imprudenza; mercè che quel tristo, intentato avendo, benchè invano, molte volte di persuadere entrambi i Capitani di farmi gettar in mare, (il che dopo la promession loro di salvarmi la vita, accordargli essi non vollero,) potè; non ostante, ottener da loro, che io fossi punito con una sorta di pena, più spietata della morte medesima. I miei uomini stribuiti furono su i due Vascelli; ed i Pirati incaricarono alcuni de’loro Marinaj di navigar la mia Barca. Quanto alla mia speziale persona; si decretò che io fossi posto in una picciola barchetta con remi, vela, e provvisioni per quattro giorni, (che furono raddoppiate dalla bontà del Capitan _Giaponese_,) e di poi abbandonato alla discrezione de’flutti. Calai dunque nella barchetta, regalato dal buon _Fiamingo_ di tutti i termini più ingiuriosi, che il materno suo linguaggio suggerir gli poteva.
Un’ora, o circa, innanzi che i Corsali ravvisati avessi, io avea presa altezza, e avea trovato d’essere a’quaranta a sei gradi di Latitudine Settentrionale, e a’cento ottanta e tre di Longitudine. Staccato che alquanto fui da’Pirati, col vantaggio del mio Cannocchiale, alcune Isole dalla parte di Scilocco discoprj. Con l’intenzione di guadagnare la più vicina, il che credetti dovermi riuscire in tre ore, alzai la vela, e pervenutovi, non vidi che un ammassamento di picciole roccie fu cui di molte uova di uccelli tennimi provveduto: ed avendo accesi col battifuoco alcuni bronchi, e alcun’erbe inarridite, arrostì l’uova medesime. Fu questa tutta la mia cena; volendo io, al possibile, risparmiare le poche mie vittuaglie. Passai la notte al coperto d’una rupe con pochi strepiti sotto al mio capo, ed assai bene dormì.
Il giorno dietro guadagnai un’altra Isola, e quindi una terza, e susseguentemente una quarta, servendomi or della vela, or de’remi. Ma perchè il Leggitore stancato non resti da circostanze poco interessanti, solo dirò che nel dì quinto arrivai all’ultima dell’Isole discoperte, situata allo Scilocco-Levante della prima.