Viaggj del Capitano Lemuel Gulliver in Diversi Paesi Lontani

Part 13

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Ma ciò che perfino a un tal qual segno compor dee l’Apologia di quel Principe si è, ch’egli viveva interamente separato dal resto del mondo; dal che provenivano che non avea notizie di sorta delle maniere, e delle costumanze delle altre Nazioni. Questa spezie d’ignoranza e sempre una sorgente feconda di _prevenzioni_, e produce necessariamente non so quali _limitazioni d’idee, e di concepimenti_, onde noi, del pari che i più colti Popoli dell’_Europa_, siamo del tutto esenti. E, per vero dire, la cosa sarebbe ben dura, se le conoscenze, che un Principe sì rimoto ha della virtù, e del vizio, servir dovessero di regola per tutto il Genere umano.

Per confermar il mio detto, e per mostrar con maggior chiarezza i miserabili effetti d’una educazione circonscritta da termini troppo angusti, voglio in questo punto far parte a’miei Leggitori d’un fatto, che forse agevolmente essi non potranno credere.

Per insinuarmi di bene in meglio nella buona grazia di sua Maestà, le parlai d’un ritrovamento scoperto da tre, o quattro secoli, più o meno, in qua, consistente nella manipolazione di certa polvere, un cui intero ammassamento, fosse pur grande quanto una montagna, saltava in aria, e in un istante restava consumato, con un fracasso più terribile di quello d’un tuono; e ciò immediate che una sola, soletta, scintilla vi volava al disopra: Che una certa quantità di questa polvere sequestrata con uno stopacciolo entro una canna di ferro, era valevole di cacciare una palla, pur di ferro, o di piombo, con una violenza, e una sì prodigiosa velocità, che non aveavi cosa che ne potesse sostenere lo sforzo: Che parimente vi erano di queste palle, che essendo sparate, rovesciavano non solamente file di Soldati intere con un sol colpo, ma abbattevano altresì in ruina le più massicce muraglie e sprofondar facevano de’Vascelli montati da molte migliaja d’uomini: Che quando queste palle erano unite insieme con una catena, fracassavano gli alberi, le antenne; in una parola, tutto ciò ch’esse riscontravano: Che spesse volte mettiamo questa polvere entro gran palle di ferro votte, che con arte, e con l’ajuto d’una certa macchina, sappiam lanciare dentro una Città assediata, e che con tal mezzo restava ucciso un gran numero di assediati nemici, e quasi tutte le loro Case erano ridotte in cenere: Che mi eran molto ben noti gl’ingredienti nella composizione della polvere stessa; che essi non costavano troppo, e non erano rari; Che per altro io mi comprometteva d’insegnare agli Operaj di Sua Maestà l’Arte di costruire quelle canne, d’una grandezza proporzionata a tutti gli altri oggetti che erano nell’Imperio di lei; e che le maggiori, più che i cento piedi di lunghezza eccedere non dovevano: Che venti, o trenta delle canne stesse, cariche con quantità convenevole di polvere, e di palle, poteano rovesciare in poche ore le muraglie della più forte Città del suo Regno, o mettere sossopra la Capitale, se mai ella si staccasse dalla dovuta sommessione agli ordini supremi di Sua Maestà. Io feci al Re quest’obblazione; supplicandolo di accettarla come un fievole contrassegno di quel riconoscimento; che le beneficenze di lui eccitato in me aveano.

Il Re, in udire la descrizione di queste terribili macchine, e dell’uso che io gli proponeva di farne, fu sorpreso da un orrore che non può esprimersi. Concepir non potea come un insetto sì debole, e sì minuto come me, (furono queste le stesse espressioni di lui) avea l’animo di pascersi d’idee sì inumane, e sì poco restar commosso, in parlando della disolazione, e della strage, che aveagli io detto essere gli ordinarj effetti di queste macchine sterminatrici, di cui certamente, diceva egli, qualche maligno Genio, e nemico dell’Uman Genere, dovea esserne stato il primo ritrovatore: Che per quello apparteneva a lui, ei protestava, che tutto che i nuovi scuoprimenti, sieno nell’Arte, o nella Natura, gli cagionassero un singolare diletto, contenterebbesi piuttosto di perdere la metà del suo Regno, che di apprendere un arcano sì abbominevole, onde proibivami se mi era cara la vita, di tenergliene discorso mai più.

Strano effetto di quella _limitazine d’idee_ e di quella _picciolezza d’oggetti_, di cui parlai! Chi mai potrà credere che un Principe, il quale, per altro, possiedeva tutte le qualità che producono la venerazione, l’amore, e la stima; e il cui sapere, la saggezza, e la bontà, il rendevano l’ammirazione, e le delizie de’suoi Suggetti; per un _picciolo vano scrupolo_, che noi in _Europa_ non sappiamo neppur che sia, lascisi scappare l’inestimabile opportunità di rendersi il Signore assoluto della vita, della libertà, e de’beni del suo Popolo? Ciò però che io ne dico, non è con intenzione di censurare gli altri talenti di quel Monarca, il quale, a cagion del teste mentovato avvenimento resterà molto pregiudicato nello spirito d’un Leggitore _Inglese_. Ma solamente disegno mio si è, di far osservare quanto massiccj sono i granchj che si prendono, quando non si riduce la _Politica in iscienza_; come il praticano i più gran Genj dell’_Europa_. Mercè che molto bene mi risovvengo, che un giorno disputando col Re, gli dissi che fra noi si avea composta una infinità di Volumi sopra l’_Arte di governare_; ma che contro alla mia intenzione, io gli diedi una picciolissima idea della nostra capacità. Ei mi protestò di avere un sommo dispregio per tutto ciò che chiamasi _Misterio_, _Raffinamento_, ed _Imbroglio_, sia in un Principe, sia in un Ministro. Non potea comprendere cosa io intendessi per _Segreti di Stato_, purchè di qualche Nazione rivale, o nemica, non si trattasse. Ristrigneva la Scienza del Governo in _limiti molto angusti_, circonscrivendola al buon senio, alla giustizia, alla clemenza, e alla pronta spedizione delle Cause sì criminali che civili, con alcuni altri comuni luoghi che non meritano riflessione: e stranamente pensava, che chiunque potea fare che due cannelle di biada, o due festuche d’erba crescessero sopra un mucchietto di terra, ove per l’addietro non cresceva che un solo, prestava alla sua nazione il maggiore de’più essenziali servigi.

Sono assai difettuose le conoscenze di quel Popolo, non consistendo che nella Morale, nella Storia, nella Poesia, e nelle Matematiche; nel che confessar si dee ch’egli è eccellente. Ma l’ultima di queste Scienze non è impiegata che negli usi della vita, e nel miglioramento dell’Agricoltura, e di tutte l’Arti Meccaniche. Per quello concerne le Idee, l’Entità, e le Astrazioni, non fu possibile il fargli concepir ciò che esse fossero.

Niuna Legge di quel Paese dee eccedere in parole il numero delle lettere del loro Alfabeto, che non sono più che venti e due. Ma per dir vero, poche ve ne ha di una tale intera lunghezza. Ne più semplici e più chiari termini son elleno espresse; ed è così stupida quella Nazione, che non sa interpretarle che in un solo senso. Anzi è un Capitale delitto il presumere di spiegar una Legge con una comentazione. Quanto alla spedizione delle Cause civili, e criminali, son sì pochi presso lei gli processi, che contra ragione ella vanterebbesi d’essere abilissima nell’una, o l’altra di queste cose.

Da un tempo immemorabile quanto i Chinesi ebbero que’Popoli l’arte della Stampa; ma le Librerie loro non abbondano di Volumi, imperocchè quella del Re, la quale passa per una delle maggiori, non ne contiene a un di presso che mille, adagiati in una Galleria di mille e dugento piedi di lunghezza, avend’io la permissione di valermi di qualunque Volume. Il Falegname della Regina avea formata in una delle stanze di _Glumdalclitch_ una maniera di scala alta venti e cinque piedi, e ogni gradino di cui, cinquanta piedi era lungo. Alla muraglia facea io appoggiare quel Libro che io volea leggere; salendo poscia alla sommità della scala, dava principio dalla prima linea della pagina, camminando per fianco, finchè fossi pervenuto al termine della linea; dopo di che, quando bisognava, io scendeva un gradino, facendo sempre l’esercizio medesimo perfino al fondo della pagina.

Chiaro, maschio, e sonoro è lo stile di quella Nazione, ma non fiorito; perchè ella sfugge di servirsi di espressioni soverchie. Furon da me letti molti de’loro Autori; particolarmente que’che trattano della Storia, o della Morale; e fra gli altri con mio inesplicabile gusto, scorsi da capo a’piedi un vecchio Trattatello che trovasi sempre nella camera da letto di _Glumdalclitch_, e che apparteneva alla Governatrice di lei, Dama di gravità, e che non leggeva se non libri di Morale, e di divozione. Trattava questo libro della debolezza del Genere umano, e non era tenuto in pregio che dalle Donne, e dal semplice Volgo. Portommi la curiosità a vedere ciò che dir poteva su quest’argomento un Autore di quel Paese. Per appunto questo Scrittore toccò que’medesimi comuni luoghi, che sì perfettamente son noti a’Dottori nostri in Morale; rimostrando come l’uomo è un picciolo animale, spregevole, ed incapace d’ajutarsi da se medesimo, e di difendersi contra l’ingiurie dell’aria, e contra il furore delle bestie feroci: Quanto egli e inferiore in forza a una creatura, in velocità ad un’altra, a una terza in prudenza, e a una quarta in industria. Aggiugne; che in questi ultimi tempi la Natura avea degenerato dal primo suo vigore, e che altro più non produceva che piccioli aborti in comparazione de’decorsi secoli. Dice, ch’è assai probabile, che non solo la spezie degli uomini primitivamente fosse più grande, ma che eziandio ne’primi tempi vi deggiono essere stati de’Giganti, come da un canto l’attestano la Storia, e la Tradizione, e come dell’ossa prodigiose che si son trovate, lo dimostrano dall’altra. Pretende che le Leggi della Natura ricercavano, che al principio noi fossimo stati fatti d’una molto più robusta costituzione, e molto men suggetti a restar distrutti da piccioli accidenti, da un tegolo cadente da una casa, o da una pietra lanciata da un fanciullo. Da somiglianti ragionamenti tra e l’Autore molte morali conseguenze, di grand’uso per la direzion del vivere, ma che farebbe inutile di quì registrare. Quanto a me; non potei di meno di ammirare quanto general fosse il talento di rigirar le letture in moralità, e l’inclinazione degli uomini a lagnarsi della Natura. E ben penso, che dopo una esatta perquisizione, tali sorte di lamentanze, sì poco fondate sarebbono fra noi, come l’erano fra gli Abitanti di _Brobdingnag_.

Per quello risguarda i militari affari di que’Popoli, mi an eglino assicurato che l’Esercito del loro Re consisteva in cento settanta e sei mila Fanti, e in trenta e due milla Cavali, se pure il nome di Esercito convenir possa a un Corpo formato di Mercatanti collettizj di differenti Città, e di Fattori di campagna, i cui Comandanti sono semplicemente persone di qualità, senza paga, e senza ricompensa. Negar non si può che eglino assai bene intendono l’Esercizio, e che in eccellenza sono disciplinati; nel che non si rinviene poi un gran merito; mercè che come mai potrebbe essere la faccenda altrimenti, in un Paese, ove cadaun Castaldo è sommesso al padrone della sua Terra, e ogni Cettadino a’Magistrati della sua Città, eletti per _isquittino_ secondo la pratica di _Venezia_?

Vidi di frequente la milizia di _Lorbrulgrud_ a fare l’Esercizio in un gran campo presso della Città. Vi si potea annoverare venti e cinque mila Pedoni, e a un di presso sei mila Cavalli: riuscendomi, per altro, impossibile di numerargli con esattezza, a cagion del terreno che essi occupavano. Un Cavaliere, montato sopra un Cavallo di ragionevole taglio, avea in altezza più di cento piedi. M’incontrai un giorno di vedere tutti i Cavalieri di quel Corpo, nell’istante che il Comandante loro ne dava l’ordine, sguainare le loro spade tutti in una volta, e vibrarle nell’aria. Uno spettacolo di tal fatta, avea un non sò che di sorprendente, superiore a qualunque esagerazione. Fra lo stesso, come se sei mila balini avessero lampeggiato in diverse parti del Cielo in un tempo medesimo.

Tentavami la curiosità di sapere, come mai quel Principe, nel cui Paese era impossibile di penetrare, potesse essersi avvertito di raccogliere Eserciti, o di far instruire il suo Popolo nella Militar Disciplina. Ma pel soccorso della conversazione, e per la letura delle loro Storie; ben presto ne restai appagato; imperocchè dopo moki secoli, quegli Abitanti sono stati assaliti dalla medesima malattia, onde tante altre Nazioni sono suggette; voglio dire, che la Nobiltà si era applicata a rintracciarvi troppo potere, il Popolo troppa libertà, è il Principe troppo assoluto dominio. Per vero dire, avevasi provveduto con sagge Leggi a tutte queste inconvenienze: ma queste Leggi sovente erano state infrante dal alcuno de’tre Partiti; dal che, più d’una volta, n’erano prodotte guerre civili; l’ultima delle quali era stata felicemente terminata dall’Avolo del Principe Regnante, con una generale composizione: e la Milizia, il cui numero allora si era fissato di consentimento de’tre Partiti, dopo quel tempo si era tenuta esattamente nel suo dovere.

CAPITOLO VIII.

Il Re e la Regina fanno un giro verso le Frontiere, e l’Autore ha l’onore d’accompagnargli. In qual modo ei ritirossi da quel Regno. Ritorna in Inghilterra.

IO sempre avea presentita una forte lusinga di dover un giorno ricuperare la mia libertà, tutto che impossibile mi riuscisse di concepire con quali mezzi, o di formare alcun progetto che avesse l’ombra menoma di apparenza di poter ottenerne l’intento. Il Vascello, su cui io era stato, era il primo che si fosse giammai veduto sopra le spiaggie di quel Paese, e il Re avea dati gli ordini più precisi, che se qualche altro ve ne comparisse, tutto si facesse per prenderlo, e che con tutta la ciurma, e tutti i passeggieri, si conducesse sopra una carretta a _Lorbrulgrud_. Desiderava con sommo ardore Sua Maestà di aver qualche femmina dello stesso mio taglio, pel cui mezzo si potesse conservar la mia spezie: Ma io credo che avrei piuttosto sofferte mille morti, che espormi al risico di lasciar dietro a me una posterità, che fosse stata, o messa in gabbia come uccelletti di Canaria, o forse venduta a persone di carattere; non tanto, veramente, per farne degli schiavi, quanto delle curiosità. Confesso che io era trattato assai gentilmente, essendo il Favorito d’un gran Re, e le delizie di tutta la sua Corte: Ma con tutto questo, la figura che io faceva non mi sombrava convenire alla dignità del mio temperamento. Riuscivami impossibile il dimenticare quegli altri me medesimo, che nella mia Patria io avea lasciati, e mi moriva di voglia di trovarmi in mezzo d’un Popolo, con cui avessi una spezie d’uguaglianza, e in un Paese, ove spasseggiar potessi con libertà, senza temere d’essere schiacciato come un cagnuolo, o come un ranocchio. Ma più presto di quell’avrei sperato, sopravvenne il momento della mia liberazione, in un modo onninamente straordinario. Eccone la Storia, e tutte le circostanze con la più esatta verità.

Due anni già erano scorsi da che mi trovava nel Paese; e nel principiar del terzo _Glumdalclitch_, ed io, accompagnammo il Re, e la Regina in un giro che fecero le loro Maestà verso la spiaggia meridionale del Regno. Secondo il solito, io era portato nel mio cassettino da viaggio, che come già il dissi, era un galantissimo stanzino di docici piedi di larghezza; ed io avea ordinato, che con funi di seta egualmente lunghe mi si appiccasse una picciola materassa all’alto de’quattr’angoli dello stanzino stesso, affine di non risentirmi tanto dello scuotimento, quando un servidore mi portasse d’innanzi a lui marciando a cavallo; e altresì per dormirvi con tutto l’agio, quando mi trovassi in cammino. Nel tavolato superiore del cassettino, verso il sito della materassa ove io adagiava il capo, avea fatto fare all’Artefice un buco, o finestrino d’un piede in quadro, donde mi venisse qualche respiro d’aria mentre dormiva in tempo di caldo, e potevasi questo buco chiudere, o aprire con una picciola tavola, che da me con una ribalta alzavasi, e si abbassava.

Compiuto che fu da noi il nostro giro, giudicò opportuno il Re di andar a spassarsi per alcuni giorni in un Palagio che egli aveva presso di _Flanflasnic_, Città situata a diciotto miglia _Inglesi_ della Marina: _Glumdalclitch_, ed io, eravamo estremamente lassi: per la mia parte, avea guadagnata una buona infreddatura; ma la povera ragazza si trovava così male, che non poteva lasciar la stanza. Era grande la mia impazienza di rivedere l’Oceano, sola, ed unica strada che mai si poteste aprire al mio scampo. Feci sembiante d’essere incomodato più che non l’era, e chiesi la permissione d’andarmene al lido per respirarvi alquanto d’aria, con un Paggio che io molto amava, e con cui talvolta io avea stretta gran confidenza. Non mi si svanirà mai dalla memoria la repugnanza ch’ebbe _Glumdalclitch_ all’assentire a questa mia andata; nè la maniera ond’ella raccomandommi al Paggio di aver cura di me, struggendosi nel tempo stesso in lagrime, come se presentisse qualche cosa di ciò che stava per avvenire. Mi portò il Paggio nel mio cassettino perfin che arrivammo alla spiaggia; e allora gli dissi di ripormi a terra; ove alzata una delle mie invetriate, per qualche tempo gl’infelici miei sguardi sopra il mare vagarono. Me la passava male; sicchè mi dichiarai col mio conducitore, che volentieri riposato avrei alquanto sopra la mia matterassa, sperando che un poco di sonno mi avrebbe molto giovato. Mi vi corcai, e il Paggio chiuse la finestra, per timore che entrandovi l’aria, non m’incomodasse. Poco stetti, che m’addormentai; e tutto ciò che posso conghietturare si è, che nel frattempo del mio dormire, il Paggio, non immaginandosi mai che potessi correre risico di sorta, stava spassandosi nell’andar in busca d’uova d’Uccelli nelle fessure delle roccie; ricreamento, che io già avea veduto prendersi da lui, in tempo che per anche stavamente alla finestra. Chechè ne fosse in tal proposito; fui all’improvviso risvegliato da un violento colpo che sentj sopra l’anello fitto sopra la superior parte della mia cassetta, perchè mi si potesse portare più agevolmente. Mi avvidi che il cassettino si elevava molt’alto nell’aria, e che poscia con una prodigiosa velocità discendeva. Pensai che il primo scuotimento mi gettasse dalla materassa; ma di poi fu più regolato il moto. Molti furono i gridi mie, ma egualmente inutili, e guatando dalle mie finestre, che Cielo e che nuvole veder non seppi. Intesi precisamente al disopra della mia testa uno strepito somigliante a uno sbattimento d’ale, e solo allora cominciai ad accorgermi dell’orribilità della mia situazione. Indovinai che un’Aquila preso avea nel suo rostro l’anello della mia cassetta, con disegno di lasciarla cadere sopra una rupe, come una testuggine nella sua scaglia, e dappoi trarne il mio corpo per divorarlo: Essendo che, è sì ammirabile l’odorato di quest’animale, ch’ei sente la sua preda in una distanza assai grande quando anche più nascosta ella fosse che non l’era io, infra tavole che non aveano di grossezza due pollici.

Alcuni momenti dopo intesi che lo sbattimento d’ale più ingagliardiva, e vidi chiaro che il cassettino alzava ed abbassava continuamente. Parvemi che l’Aquila, (poichè non ho mai potuto togliermi dalla fantasia, che una non ne fosse, che nel suo rostro tenesse l’anello del cassettino,) fosse incalzata da qualche altro uccello; e di là a un instante osservai che io perpendicolarmente cadeva, ma con una rapidità sì portentosa, che mi sentivi di gia sfiatato. La mia caduta, poco più o meno, durò un minuto, e allora il cassettino poggiò sulla superficie del mare, e fecevi, in cadendo, un sì enorme fracasso, quanto quegli della cateratta di _Niagara_; dopo di che, per lo spazio d’un altro minuto mi trovai fra le tenebre, ed indi il cassettino cominciò a riaversi tanto, che potei verso l’alto delle mie finestre ravvisar lume. Senz’altro mi accertai che io era caduto nel mare. La cassetta pel peso del mio corpo, ed eziandio per quello degli arnesi che ella conteneva, e per le lamine di ferro ond’era armata ne’quattr’angoli all’alto, e al basso perchè ne fosse la struttura più forte, ondeggiava nell’acqua, profondatavi per cinque piedi. Pensai allora, come al presente il penso, che l’Aquila, volandosene col mio cassettino, stata fosse assalita da due, o tre altri uccelli della medesima, o d’una diversa spezie; e che tentando difendersi contro ad essi, che probabilmente voleano la loro parte della preda, fosse stata costretta di laciarmi cadere. Le lamine di ferro fitte sull’inferior tavola del cassettino, come le più massicce, mantenuto aveano l’equilibrio nell’atto della caduta, e impedito che l’urto dell’acqua nol mettesse in pezzi, e oltracciò, egli era sì ben connesso, e chiuso da tutti i lati, che pochissimo mare vi entrò. Fu non picciolo lo stento mio per togliermi dalla materassa, dopo di aver avuta la cautela di prima ricevere alquanto d’aria fresca, onde estremamente io bisognava, pel finestrino, con tal intento già stato fatto al di sopra del mio Studiolo.

Quante volte allora desiderato non mi sono presso la mia cara _Glumdalclitch_, da cui m’era allontanato per un’ora sola: E ben posso realmente dire, che nel forte de’propj miei infortunj, non potei di meno di compiagnere la povera mia Nutricina, e d’essere sensibile a’crepacuori che probabilmente stava per cagionarle la mia perdita. Pochi forse rinvengonsi Viaggiatori, che si sieno abbattuti in congiuntura così sgraziata come la mia; aspettando io a cadaun momento di scorgere messo in pezzi il mio cassettino, o inghiottito da’flutti. Ella era spedita per me se una menoma parte delle mie invetriate si spezzava. Vidi che entrava l’acqua per molte picciole fessure, che procurai di turare alla meglio, ed ebbi la sorte di ben riuscirvi. Con tutto questo, era molto deplorabile lo stato mio: o a buon’ora, o tardi, non poteva non abissarsi il mio cassettino, e quando pure da un risico, tale fosse egli stato esente, il freddo, e la fame, dovevano, senz’altro, farmi morire. Per quattr’ore continue mi son trovato in sì lagrimevoli circostanze, attendendo, e per ispiegarmi nel vero senso, bramando che cadaun instante fosse l’ultimo del mio vivere.

Ho già instruiti i miei Leggitori, che a quella parte del cassettino ove non vi era finestra di sorta, aveavi annessi due poderosi ritegni, ne’quali colui che mi portava andando a cavallo, avea l’attenzione di passare un centurione di cuojo, ch’ei poscia affibiava d’intorno a se. Nel mezzo delle mie angustie, sentii, o per lo meno credei di sentire, verso la parte de’ritegni mentovati, qualche strepito, e un momento dopo m’immaginai che il cassettino tratto fosse sul piano del mare; mercè che di tempo in tempo io sentiva che l’onde percuotevano le mi finestre, nella giusa stessa che un Vascello in viaggiando, fonde l’onde medesime. Ristettè in me allora un raggio tenuissimo di speranza; tutto che per anche non concepissi la possibilità della mia salvezza. Levai le viti che univano al solajo uno de’miei sedili, e poscia feci alla meglio perchè il sedile saldo al di sotto della picciola tavola che io testè aperta avea; dopo di che vi montai sopra, ed avendo avvicinata la bocca al finestrino quanto potei, mi messi fortemente a gridare, e in tutte le lingue che mi erano cognite. Indi a un bastone, che per ordinario io aveva meco, appesi il mio fazzoletto, che cacciai fuori del finestrino a foggia di banderuola, girandolo, e rigirandolo molte volte, affinchè in caso che qualche Vascello, o qualche schifo vicino ivi fosse, potessero i Marinaj indovinare che nella cassetta stavavi rinchiuso qualche sgraziato mortale.