Viaggj del Capitano Lemuel Gulliver in Diversi Paesi Lontani

Part 12

Chapter 123,763 wordsPublic domain

Quando dopo il mio ristabilimento fui presso il Re per attestargli i propj miei doveri, e ringraziarlo di tutte le sue beneficenze, fecemi egli qualche motteggio sopra l’Avventura, unica cagione dell’incomodo mio. Mi dimandò ciò che pensassi, e quali specolazioni fossero le mie, in tempo che la Scimia mi teneva fralle sue zampe; e di qual tempera avessi trovata l’aria che respirasi in su del tetto del Palazzo? _Qual partito avreste preso_, egli aggiunse, _se somigliante cosa fossevi accaduta nel Paese vostro_? Risposi a Sua Maestà, che in _Europa_ non abbiam noi la razza di simili bestie; e che altre non ve ne sono, fuor di quelle che per curiosità vi si trasportano; ma che erano tuttavia sì picciole, che agevolmente avrei potuto tener faccia con una dozzina, se avuta avessero la temerità d’assalirmi. Che quanto al mostruoso animale, (poichè senza esagerazione egli era del taglio d’un Elefante,) che aveami praticato uno scherzo così incivile; se il mio spavento mi avesse lasciato l’uso libero della mia spada, (nel così dire io messi la mano sull’impugnatura, non senza un’aria d’intrepidezza,) quando egli avanzava la sua zampa nella mia camera, gli avrei forse impressa una tal ferita, che ci non avrebbe mancato di ritirarla, per lo meno così presto, come sporgevala. Fu espressa con un tal tuono questa risposta, che bastevolmente spiegava la mia indignazione per la proposta ingiuriosa che mi si faceva: E pure non servì ella che ad eccitare uno schiamazzio di ridere vie più oltraggioso. Patj la tentazione di andar in collora; ma le ne diedi lo sfratto; riflettendo che il presumere di farci valere presso que’con cui è impossibile in qualunque modo di misurarci, è la più pazza di tutte le follie.

Non passava giorno ond’io non regalassi di qualche ridicola scena la Corte, e tutto che _Glumdalclitch_ mi amasse teneramente, non lasciava di narrar alla Regina tutto ciò che poteva promuovere il riso di lei a sole mie spese. Un giorno la sua Governatrice l’avea condotta a una lega dalla Città, per farle prendere un poco d’aria, trovandosi alquanto incomodata. Ancor io tenni accompagnata la mia Nutricina in quel Viaggio; ed ella essendo uscita della Carrozza, ripose il mio picciolo cassettino a terra in un viottolo. Spasseggiar io volea; ma per disgrazia mi abbattei in una bovina, sopra cui m’era forza di far un salto, per superarla. Mi accinsi ad effettuarlo; ma sì mal ci riuscj, che precisamente vi saltai nel mezzo, e mi vi profondai perfino alle ginochia. Me ne trassi nella maniera migliore; e un servidore a piedi, così così col suo fazzoletto mi asciugò; mercè che sì diabolicamente io mi trovava letamato, che _Glumdalclitch_ mi tenne nella mia cassetta finchè a casa fummo ritornati: ove immediate ne fu reccato alla Regina il ragguaglio della mia Avventura; il che per alcuni giorni a costo mio, fece scoppiar dalle risa tutta la Corte.

CAPITOLO VI.

L’Autore, con ogni sorta di mezzi procura di guadagnarsi la benevolenza del Re, e Della Regina. Da saggio della propia abilità nella Musica. Informasi il Re dello stato dell’Europa, e l’Autore soddisfa ampiamente alla curiosità di lui. Riflessioni del Re sopra quanto gli ha raccontato l’Autore.

UNa, o due volte per settimana mio costume si era di trovarmi al levarsi dal letto del Re; e con poche fiate fui presente quando il suo barbiere il radeva; il che, innanzi che mi avvezzassi, mi sembrava uno spettacolo orribile: poichè il raso io era triplicamente luogo quanto una falce comune. Secondo il costume del Paese. Sua Maestà si facea radere due volte in sette giorni. Ottenni, una volta, dal barbiere un poco della saponata che adoprata egli avea, e trattine quaranta, o cinquanta peli, gli accomodai in un pezzo di legno che era formato in ischiena di pettine; ove, un’aguglia, io avea profondati alcuni buchi in eguale distanza. Si industriosamente assettai gli peli in questi bucci, che mi riuscì di farmi un pettine, onde servir mi potenva in difetto del mio, i cui denti, poco men che tutti, erano rotti: non essendovi per altro, verun Artefice nel paese, che avesse l’abilità di lavorarmene un altro. Quest’esperimento un secondo me ne suggerì, che mi tenne a bada per molti giorni. Pregai le Dame della Regina di mettermi a parte alcune pettinature de’capelli di Sua Maestà, onde in poco tempo n’ebbi una quantità ragionevole. Dopo ciò, feci venir da me il Falegname mio amico, il quale già, una volta per sempre, ricevuto avea l’ordine di travagliarmi in picciolo qualunque cosa che fosse di mio gusto, e gli dissi di far due sedie, della grandezza stessa di quelle del mio cassettino, ma che non avessero nè il fondo, nè lo schienale. Aveva io l’intenzione d’intrecciar i capelli in maniera che servir potessero di spalliere, e di sedili; a un di presso, come le sedie a fondo di canna che si praticano in _Inghilterra_. Compiuta che fu ogni cosa, ne regalai la Regina, che ripor le fece nel suo Gabineto, ove ella mostravale come rarità, e per dir vero, ni un vi fu che di maraviglia non ne restasse preso. Dissemi la Regina che mi sedessi sopra una di quelle scranne; ma a patto veruno ubbidirle non volli, protestando che piuttosto sofferte avrei mille morti, che di collocaro una parte sì indecente del mio corpo, sopra que’preziosi capelli, che servito aveano d’ornamento alla testa di Sua maestà. De’capelli medesimi formai altresì una galante picciola borsa, che in lunghezza non tirava più che cinque piedi, col nome della Regina a lettere d oro, di cui con permissione della Principessa ne feci un presente a _Glumdalclitch_. Veramente, anzi che per l’uso, serviva quella borsa per sola mostra, non avendo forza bastevole per sostenere il peso delle più massicce monete, e perciò la fanciulla alcune picciole leggierissime bagattelluzze solamente vi riponeva.

Il Re, che di Musica si dilettava all’ultimo grado, ordinava frequentemente de’concerti alla Corte, a’quali talvolta assisteva ancor io, accomodato sopra una tavola entro il mio cassetino. Ma era sì confusamente strepitosa quella Musica, che mi riusciva impossibile di distinguerne i tuoni. Ardisco pur di asserire, che tutte le trombe, e tutti i tamburi d’un Esercito, quando si suonassero, e si battessero tutti in una volta in un Appartamento medesimo, non arriverebbono a far tanto strepito, quanto ne fanno quelle sorte di armonie. Il mio metodo si era di far mettere il mio cassettino il più lungi che era possibile da’Musici; e poscia di chiuderne le porte, e le finestre; dopo di che io trovava assai sopportevole la loro Musica.

Essendo giovane, io aveva alquanto appreso a suonar di spinetta: Una ne tenea in sua camera _Glumdalclitch_, e un Mastro andava a darlene la lezione due volte per settimana. Dico che era una spinetta; perchè quel musicale strumento molto le rassomigliava, e per la figura, e pel modo di servirsene; mi venne in pensiero di ricreare il Re, e la Regina, suonando su quello strumento un’arietta _Inglese_. Ma, oh quanto sudai per riuscirvi! mercè che la spinetta era lunga più di sessanta piedi, e ogni chiave, d’un piede larga; cosicchè in istendendo tetto il mio braccio, io non ne poteva scorrere più che cinque, e oltracciò sarei stato obbligato di dare de’furiosi colpi di pugno per abbassarle, e tanto e tanto non ne avrei ottenuto l’intento. Ecco quale fu la mia invenzione. Allestj due bastoni tondi, più grossi da una parte che dall’altra, e ricoprj la loro estremità più grossa con un pezzo di pelle di sorcio, affinchè in battendo non restasse danneggiata la parte superior delle chiavi, e che lo strepito de’colpi, ingratissimamente non si confondesse col suono che la spinetta renduto avrebbe. Al d’avante di quello strumento collocossi un banco più basso di quattro piedi che le chiavi, ed io fui adagiato su questo banco. Vi scorsi sopra, ora da un canto, ora dall’altro battendo co’miei due bastoni le chiavi necessarie, e procurando di suonare una Giga, che parve fosse intesa con gran piacere dalle loro Maestà: ma posso realmente dire che a’giorni miei non ho praticato un sì violento esercizio; e pure mi fu impossibile di scorrere più di sedici chiavi, e per conseguenza di toccare il basso, ed il soprano insieme, come fanno altri Musici; il che avrebbe aggiunta una nuova gentilezza alla mia Giga.

Il Re, che, come il dissi, era un Principe di somma abilità, e spiritosissimo, spesse volte mi facea portare nel mio cassettino, e riporre sopra una tavola nel Gabinetto di lui; dopo di che mi comandava di prendere un de’miei seggi, che i faceva mettere con esso meco al di sopra del cassettino, in distanza di tre verghe dalla sponda; il che più o meno, mi costituiva a livello della faccia di Sua Maestà. In questo modo godei di molte conversazioni con esso lei. Presi un giorno la libertà di dirle, che il dispregio che Ella testimoniava per l’_Europa_ e pel rimanente della Terra, non mi sembrava va accordarsi con quel maraviglioso discernimento, che io sempre avea in lei ravvisato. Che i gradi d’intelligenza non erano regolati secondo la grandezza de’corpi: Che pel contrario osservavasi nel mio Paese, che le persone più grandi, per ordinario, n’erano le men provvedute: Che fra gli animali, le Api, e le Formiche, passavano per le più industriose, e le più sagaci. E che tal che io le pareva, mi lusingava di poter renderle qualche segnalato servigio. Mi ascoltò il Re con attenzione, e di là in poi, egli formò di me un giudizio del tutto opposto. Pregommi di dargli una idea, la più esatta che potessi, del Governo dell’_Inghilterra_; imperocchè, diceva egli, per quanto sieno comunemente intestate le Nazioni de’propj loro costumi, sarebbegli un gran piacere di apprendere qualche cosa che egli imitare potesse.

Quante volte, e con quale brama io non mi sono augurata in quel momento l’eloquenza d’un Cicerone, o d’un Demostene, per celebrar degnamente tutte le lodi, onde è degna a sì giusto titolo la cara mia Patria!

Cominciai il mio discorso dall’informanre Sua Maestà, che i nostri Stati consistevano in due grand’Isole, che formavano tre possenti Regni sotto un solo Sovrano, non comprese le nostre Colonie d’America. Insistei lungo tempo sopra la fertilità del nostro Territorio, e sopra la tempera del nostro Clima. La trattenni poscia sopra la Costituzione d’un Parlamento _Inglese_, formato, in parte, da un Corpo illustre, dinominato, la Casa de’Pari, che era d’Uomini d’un Sangue il più nobile, e di Famiglie le più antiche del Regno. Le parlai della straordinaria sollecitudine che sempre prendevasi della loro educazione, affin di rendergli idonei ad essere Consiglieri nati del Re, e del Regno; ad aver parte nella Potestà _Legislativa_; ad esser Membri della Corte più alta di Giustizia, le cui decisioni sono inappellabili; e a difendere con la loro saggezza, e col loro valore la loro Patria, e il loro Re, contra tutti gl’imprendimenti de’loro nemici: Che eran eglino l’ornamento, e il Baluardo del loro Paese, degni successori degl’Illustri lor Avoli, la cui virtù non aveano giammai smentita: Che ad essi, come Membri ad un medesimo Corpo, erano uniti Personaggj d’una eminente pietà, sotto il titolo di Vescovi, onde la peculiar funzione si era d’invigilare al sostegno della Religione, e all’instruzione del Popolo: Che erano sempre scelti dal Re, e da’più saggj Ministri di lui, fra que’che si distinguevano nel Sacerdozio per la purità de’propj costumi, e per la profondità della propia erudizione.

Che l’altra parte del Parlamento consisteva in un’Assemblea, detta la Casa de’Comuni, e composta di Gentiluomini, e di ben agiati Borghesi, _liberamente_ eletti dal Popolo medesimo, a cagion della loro abilità, e del loro zelo pel vantaggio della Patria: Che questi due Corpi formavano insieme una delle più Auguste Assemblee dell’_Europa_; e che in essi, congiuntamente col Principe, la Sovrana autorità risiedeva.

Le spiegai allora ciò che sieno le nostre Corti di Giustizia: Che que’che vi presiedono sono Interpreti venerabili delle Leggi, chiamati a mantenerci i nostri Diritti, e i nostri Possessi, a punir il delitto, e a proteggere l’innocenza. Le parlai della prudenza nell’uso de’nostri Erarj, e della grandezza delle nostre Forze, tanto marittime, che terrestri. Le feci l’enumerazione del nostro Popolo, calcolandone i molti milioni che aveavene di differenti Sette in materia di Religione, o di differenti Partiti in fatto di Politica. Non ommisi i nostri divertimenti; per dir brieve, nulla dimenticai di tutto ciò che io credeva poter far onore alla diletta mia Patria. E diedi fine con un Compendio Storico di quanto è accaduto, da un secolo in quà, o più o meno, di più riguardevole in _Inghilterra_.

Come si vede, era assai vasto l’Argomento: perciò vi vollero molte udienze; ognuna delle quali durò alcune ore, innanzi di poter votarla. Con grande attenzione mi ascoltò sempre il Re; e comechè non m’interropesse mai, non lasciò tuttavia passare cosa veruna senza riflessione, come con le quistioni susseguentemente propostemi, il diede a conoscere.

Detta che ebbi ogni cosa, mi fece Sua Maestà un gran numero di dimande, e di obbiezioni fu cadaun Articolo. M’interrogò sopra la maniera che praticavasi per coltivar i talenti dello spirito, e del corpo della nostra gioventù Nobile; e in qual genere d’occupazioni passava ella la prima, e la più disciplinabile parte della sua vita: Che si faceva, quando estinguendosi qualche Famiglia Nobile, bisognava riempiere il posto nella Casa de’Pari? Quali caratteri eran richiesti in que’che erano investiti del titolo di _Lord_: Se il genio della Corte, una somma di dannajo presentata a qualche Dama, o l’idea di rinforzare un partito opposto all’interesse pubblico, n’erano sovente le cagioni, creditrici di tali sorte di distinzioni? Fin a qual segno que’Signori eran versati nella conoscenza delle Leggi del loro Paese? Che conveniva che fossero ben eglino d’una grande abilità per poter decidere inappellabilmente quistioni, che risguardavano la vita, e i beni de’loro Concittadini: Se sempre rinvenivano molto esenti dalla taccia d’avarizia, e bastevolmente superiori al bisogno, perchè i regali, o altri criminosi motivi, non avessero la forza di corrompergli? Se i Signori, chiamati a mantenere la Religione, erano sempre innalzati al posto che occupavano, per motivo della loro capacità nelle materie che concernono la lor Professione, o della santità della loro vita? Se in tempo che essi non erano che semplici Cappellani, non disonoravansi mai con una vil compiacenza pe’soro Signori, di cui forse continuavano a seguir servilmente i sentimenti, dopo di essere stati ammessi a quell’Assemblea sì Augusta.

Il Re poscia desiderò d’essere instruito de’mezzi che si mettevano in pratica per essere eletto Membro della Casa de Comuni. Se uno Straniere non potea forse, a forza di denajo, farsi scegliere, con preferenza a un Signor del Paese, o a qualche Gentiluomo qualificato del contorno? Come poteva darsi, che ognuno sollecitasse con tanta premura il carattere di Membro di quella Ragunanza, (giacchè io gli avea detto che un tal intento sempre gli costava caro,) senza mercede di sorta, nè pensione veruna; essendo che, ei diceva, è troppo eminente un somigliante grado di virtù, perchè sempre possa essere sincero, e legittimo? Insiste poscia di sapere precisamente, se que’Gentiluomini zelanti, non istudiavano risarcirsi delle cure, e de’dispendj stati obbligati di fare, in sacrificando il Ben pubblico? A tali quistioni ei ne aggiunse un gran numero d’altre, che io penso non essere necessità di ripetere.

In proposito a quanto io gli avea detto delle nostre Corti di Giustizia, mi pregò Sua Maestà di darlene specificazioni sopra alcuni Articoli; nel che mi fu agevole di contentarla, perchè una volta mi trovai in risico d’essere interamente ruinato per una tediosa lite che ebbi nella Cancelleria, e che ho anche perduta con tutte le spese. Chiesemi quanto tempo s’impiegava, per ordinario, in decidere se giusta, o ingiusta fosse una cosa, e qual fosse il prezzo dell’ottenimento di questa decisione? Se gl’Avvocati aveano la libertà di difendere Cause notoriamente ingiuste? Se la Setta di Religione, o il Partito di Politica, non entrava mai nella bilancia della Giustizia, per farla chinare o dall’una, o dall’altra parte? Se tutti gli Avvocati eran uomini generalmente conoscitori delle Leggi dell’Equità; o solamente di alcune particolari costumanze della Città loro, della loro Provincia, o della loro Nazione? Se in tempi diversi aveano talvolta sostenute due contrarie sentenze in medesimo affare? Se componevan eglino una povera o ricca Comunità? Se riceveano qualche pecuniario riconoscimento per aver trattata, o consultata una Causa? E particolarmente se nell’inferior Senato ammettevansi mai come Membri?

Passò in oltre ad altre quistioni sopra l’amministrazione del pubblico Erario. Convien certamente dicevami Sua Maestà, che vi abbia tradito la vostra memoria; poichè non faceste montare che cinque, a sei milioni per anno le vostre Tasse, e qualche volta al doppio le vostre spese. Ella avea in ispezieltà fatta attenzione a quest’Articolo, perchè sperava, così ella diceva, che la cognizione della nostra condotta potesse giovarle molto, e tenerla lontana dagli abbaglj ne’suoi calcoli. Mi dimandò chi erano i nostri Creditori? E dove prenderemmo dannajo per pagargli? Stupiva che spesse volte portata avessimo la guerra, sempre gravosa, sì lontano dal nostro Paese. E’forza, diceva, che siate un Popolo molto rissoso, o che abbiate confinanti molto cattivi, e che per necessità i vostri Generali, più ricchi divengono che i vostri Re. Mi dimandò quali affari noi avevamo fuori delle nostre Isole, se eccettuansi il Commerzio, e la difesa delle nostre spiagge? Soprattutto si faceva incredibili maraviglie per intendermi parlare d’un Esercito mercenario, mantenuto nel mezzo della Pace, e nel seno d’un Popolo libero. Opposemi, che se eravamo noi governati di nostro assenso da uomini non che servivano che a metterci in iscena, non poteva Sua Maestà concepire di chi avevamo noi paura, o contro a chi pensavamo di batterci: e m’interrogò da chi meglio fosse difesa la casa d’un Particolare; se da lui stesso, da’suo figliuoli, e dal resto di sua famiglia; oppure da una mezza dozzina di vagabondi a caso presi nelle strade, e miseramente pagati; in tempo che possono eglino guadagnar mille volte più, scannando coloro che anno l’imprudenza di destinargli in lor guardie.

Nulla di più ameno riuscivale quanto la mia Aritmetica, nel far entrare nell’enumerazione del nostro Popolo, le differenti Sette di Religione, e le Fazioni diverse dentro lo Stato. Prostava Sua Maestà di non iscoprirvi ragione veruna, perchè que’che anno opinioni pregiudiziali al Pubblico fossero obbligati di cangiare, o obbligati non fossero di occultarle: E che come sarebbe una Tirannia in un Governo l’esigere la prima di queste cose, era una debolezza il non far osservar la seconda: imperocchè è ben permesso a un uomo il tener in Casa de’veleni, ma non già di vendergli per Cordiali.

Ella notò, che fra’passatempi della nostra Nobiltà, e di altre qualificate persone, io del giuoco parlato avea. Desiderò di sapere a qual età si cominciava, per ordinario, a prendere un tale ricreamento, e quando vi si rinunziava? Quale porzione di tempo vi si perdeva, e se mai il giuoco arrivava a ruinare una famiglia. Se taluni della plebaglia con la loro desterità potevano alcune volte far acquisto di ricchezze immense, e riddure gli stessi Nobili nella lor dipendenza; altresì inspirar loro, con la loro amistà, ignobili e codardi sentimenti, e costrignerli, per le sofferte perdite, ad apprendere e a saggiare sugli altri l’infame industria cheruinati gli avea?

Inorridiva Sua Maestà per la Storia che io aveale rappresentata del mio Paese nel corso del passato secolo, aggiugnendo, che ciò non era che una concatenazione di conspirazioni, d’omicidj, di ribellioni, di stragi, di rivoluzioni, di esilj; effetti i più esecrabili, che l’avarizia, la fazione, l’ipocrisia, la crudeltà, la perfidia, la rabbia, la viltà, l’odio, l’invidia, e l’ambizione, produrre possano.

In un’altra Udienza, racapitolò il Re tutto ciò che io detto gli avea, e comparò le risposte che io gli avea fatte, con le dimande ch’egli mi avea promosse. Prendendomi poscia fralle sue mani, e piacevolmente accarezzandomi, mi disse queste parole che io non mai dimenticherò, e neppur la maniera onde furono pronunziate. "Picciolo amico mio _Grildrig_, voi avete fatto un eccellente Panegirico del vostro Paese. Dimostrativamente avete pruovato, che l’ignoranza, l’infingardia, e il misfatto, possono talvolta intrudersi per necessità nel governo d’un Regno: Che le Leggi son meglio interpretate da quegli che vi anno più d’interesse, e più di abilità nell’oscurarle, e nel diluderle: Scuopro fra voi altri, alcuni tratti d’un ottimo Governo nella prima sua instituzione; ma di molto scancellati dall’abuso, e dalla corruttela: Da tutto il vostro racconto si deduce, che nè pure una sola virtù fra necessaria per essere innalzato ad alcuna delle vostre Cariche, molto meno; che gli uomini vi sieno annobiliti da’propj lor meriti; che sia avanzato agli onori ri il Sacerdozio in considerazione della pietà o del sapere; i Soldati per la loro condotta, o pel loro valore; i Giudizi per la loro integrità; i Senatori pel loro amore verso la Patria, o i Consiglieri per la loro saggezza. Quanto a voi, continuò il Re, che passata avete la maggior parte della vostra vita nel viaggiare, penso che abbiate sfuggite molte di queste inconvenienze. Ma per quanto io posso raccogliere dalla vostra relazione, e dalle risposte che vi ho estorte con grande stento, costretto sono di conchiudere, che il grosso della vostra Nazione è il più tristo, e il più odibile picciol verme, e cui la Natura abbia mai permesso di strisciarsi sulla superficie della Terra."

CAPITOLO VII.

Amor dell’Autore per la sua Patria. Ei fu al Re un’assai vantaggiosa obblazione, la quale tuttavia è rigettata. Ignoranza del Re in fatto di Politica. Angusti limiti onde ristringonsi le Scienze di quel Paese. Leggi, e Militari affari di quel Regno. Quali turbolenze l’agitarono.

NON aveavi che un amor estremo per la verità, che indur mi potesse a rispondere alle quistioni del Re con tanta schiettezza, con quanta io l’avea già fatto. Vane sarebbermi riuscite le rimostranze del mio resentimento, perchè sempre sarei comparuto ridicolo, e perciò soffogar dovetti nel mio cuore la passione, e lo sdegno, in tempo che la cara, ed Augusta mia Patria era trattata in un modo così ingiurioso. Ne patì tanta Afflizione, quanta ne può patire chi legge. Ma era così curioso quel Principe; e con tanta precisione m’interrogava su cadaun articolo, che peccato avrei contra le Leggi della pulitezza, e soprattutto contra quelle della gratitudine, se non gli avessi data tutta la più possibile soddisfazione. Con tutto ciò, dir deggio per mia discolpa, che procurai di diludere industriosamente molte delle dimande di lui, e che sopra cadaun particolare, io dava un tornio assai più vantaggioso, di quel che il potea permettere l’esatta verità: avuta avendo io sempre pel mio Paese quella lodevole parzialità, che con tanta giustizia _Diogini di Alicarnasso_ racomanda uno a uno Storico. Con tutto il mio cuore avrei voluto occultare i difetti della mia Nazione, e riporvi in loro luogo le virtù nella loro luce più luminosa. Questa si era la mia intenzione nelle moltiplici conversazioni che ebbi con quel Monarca; ma per disgrazia, nè al mio genio, ne agli sforzi miei corrispose l’avvenimento.