Viaggj del Capitano Lemuel Gulliver in Diversi Paesi Lontani
Part 11
Oltra il cassettino grande, in cui d’ordinario era io portato, la Regina lavorar ne fece per me un altro più picciolo, di circa dodici piedi in quadro, e di altezza di dieci, per viaggiare con maggior comodità: e questo, perchè il primo non potea ben addatarsi al grembiule di _Glumdalclitch_, e serviva di troppo imbarazzo nel Cocchio. Questa nuova moda di Gabinetto da viaggio, era un quadrato perfetto; tre lati di cui aveano, cadauno, una finestra nel mezzo, e ciascuna finestra una rete di fil ferro, per riparo di qualunque accidente ne’lunghi cammini. Nel quarto lato non aveavi finestra veruna; bensì due poderosi ritegni, onde il Cocchiere attaccava la mia piccola camera con un cinturone di cuojo a traverso del corpo di lui, quando mi prendeva la voglia d’uscirmene all’aria. Incombenza tale era appoggiata a qualche saggio e posato servidore; fosse che io accompagnassi il Re, e la Regina, ne’loro viaggj; o che visita facessi a qualche Ministro di Stato, o a qualche Dama della Corte, quando accadeva che _Glumdalclitch_ indisposta si trovasse: essendo che guari non istetti ad essere conosciuto, e rispettato dagli Uffiziali della Corona; non tanto, secondo il mio credere, pel merito mio, quanto per la confidenza che mi testimoniava Sua Maestà. In viaggio, quand’io mi sentiva faticato dalla Carrozza, un servidore a Cavallo legava il mio cassettino con una fibbia, e collocava la innanzi a se sopra un guanciale; e allora poteva io vedere il paese da tre parti per le mie finestre. Io aveva in quello studiolo un letto da campagna, e un picciolo materasso appeso alla fronte, due sedie, e un tavolino, raccomandati con madrevitti al soffitto, perchè il muovimento del cavallo, o del cocchio, non gli rovesciasse. Tutto che violentissimi que’generi di muovimenti, men disagiavano me che chiunque altro, il quale non fosse stato avvezzo, come io l’era, agli agitamenti del mare.
Ogni volta che mi prendeva l’umore di veder la Città, sempre ciò seguiva nel mio Gabinetto da viaggio, che _Glumdalclitch_ entro una sedia portatile teneva nel suo grembiule. Da qua tr’uomini era portata questa sedia, e scortata da due altri con la livrea della Regina. Il Popolo che frequentemente avea inteso a parlar di me, affolavasi d’intorno alla mia lettiga; e la mia balietta molto spesso si compiaceva di ordinar a’portatori di arrestarsi, mi pigliava in sua mano, perchè più distintamente ognuno mi ravisasse.
Io moriva di voglia di ammirare un famoso Tempio situato nella Capitale; e in ispezieltà la Torre, la quale passava per la più eminente del Regno. Mi vi condusse un giorno _Glumdalclitch_, ma cosa vera posso asserire, che molto restai deluso nella mia espettazione; mercè che l’altezza non trascendeva i tre mila piedi; il che, ben riflettutasi la differenza che vi ha fra il taglio di quel Popolo, e quel o degli _Europei_, non è poi un grande argomento di stupore; anzi, se non m’inganno, in fatto di proporzione col campanile di _Salisbury_, è quella molto inferiore. Ma, per non inferire torto veruno a una Nazione, a cui per tutta la mia vita professerò grand’obblighi, confessar si dee, che ciò che in altezza manca a quella famosa Torre, sofficientemente è risarcito dalla bellezza, e dalla fortezza di lei. Presso che cento piedi sono grosse le sue muraglie, e son costrutte di pietre dure; essendo ogni pietra di quaranta piedi in quadro, e tutte da tutti i lati adorne di simulacri degli Dei, e degl’Imperadori. Misurai un dito auriculare che era caduto da una di quelle statue, e il trovai appuntino di quattro piedi e un police di lunghezza. Inviluppollo _Glumdalclitch_ in un fazzoletto, e lo portò in casa per unirlo ad altre bagattelluzze ond’ella diveniva pazza, come è solito delle fanciulle di sua età.
E’forza convenire che la Cucina del Re è un magnifico Edifizio, eretto in forma di volta, ed alto quasi che secento piedi. Il forno maggiore non è però sì largo come la cupola della Chiesa di S. Paolo; avendo io a bella posta, dopo il mio ritorno, prese le misure di questa. Che se entrar volessi in una specifica relazione delle suppellettili di cucina, de’pignati, de’caldaj, de’pezzi di carne che giravano agli spiedi, e d’altre cose di simil genere, si stentarebbe a credermi; per lo meno, una critica alquanto rigida taccerebbemi di esagerazione; che è solita della maggior parte de’Viaggiatori. Con tutto ciò, ben lungi dal meritarmi questa spezie di censura, temo di aver urtato nell’altro eccesso: e che se mai questo viaggio è traddoto nella lingua di _Brobdingnag_, (chè è il nome generale di quel Regno) e trasferito nel Paese, il Re ed il Popolo non si lagnino che io ingiuriati gli abbia, impicciolendogli in grazia della verisimilitudine. Di rado sua Maestà, nelle sue stalle ha un maggior numero di secento Cavalli; i quali, generalmente parlando, an cinquanta e quattro, e sessanta piedi di altezza. Ma, quando ella esce in certi giorni solenni, e scortata da cinquecento cavalli, che certamente era il più magnifico spettacolo onde io essere stato possa testimonio di vista; avendo ancora veduta una parte delle sue milizie schierate in battaglia, come nel progresso avrò l’opportunità di narrare.
CAPITOLO V.
Differenti Avventure ch’ebbe l’Autore. Sentenza d’un criminoso eseguita. L’Autore dà saggio della propia abilita nell’Arte Nautica.
IN un modo aggradevolissimo passato avrei il mio tempo in quella Regione, se la mia picciolezza non mi avesse esposto a parecchie Avventure per me pericolosissime, tutto che assai ridicole in se medesime. Ne farò il racconto di alcune. Ricreavasi sovente _Glumdalclitch_ ne’Giardini della Corte portandomi nel mio più picciolo cassettino, donde ella talvolta mi traeva per mettermi a terra. Mi rammento che il Nano della Regina ci seguì un giorno in que’Giardini; e che avendomi la mia balia messo a terra, come trovavami solo con esso lui accosto di alcuni alberi nani, (eran questi de’pomieri,) non potei trattenermi dal praticargli qualche malizioso motteggio sul rapporto che aveavi fra quegli alberi e lui, chiamandosi eglino, a caso, in loro lingua, nel modo stesso che nella nostra. Per tutta risposta, colse il bricconcello la congiuntura che io mi stessi sott’una di quelle piante; e allora si mise egli a scuoterla sì forte, che una dozzina di mele cadde d’intorno a me: ma fra tutte, una ve ne fu, che piombando sulla mia schiena in tempo che io mi abbassava, fece che in sul terreno io dessi ben bene del naso: nè occorre farsene le maraviglie; poichè que’pomi anno co’nostri la proporzione medesima, che gli Abitanti del Paese anno con noi. Ecco tutto il male ch’ebbi; ed io stesso implorai a favore del Nano, perchè gastigato ei non fosse a motivo di un tale scherzo, da me medesimo, per altro, promosso.
Un altro giorno _Glumdalclitch_ lasciommi sopra una motta di prato assai liscia, tempo che ella se ne stava spasseggiando in qualche distanza con la sua Governatrice; ed ecco nello stesso instante una grandine sì gagliarda, che ne fui improvvisamente gettato a terra. In tale costituzione, operava essa grandine le più dolorose contusioni per tutto il mio corpo; nulladimeno procurando di mettermi al coperto, mi ricovrai in quattro zampe sotto una spalliera di Cedri, ma così ammaccato da’piedi perfino alla testa, che vi volle più di dieci giorni innanzi che senza dolore potessi muovermi. Che se vi ha qualche incredulo di questo fatto, spero che sia per prestarvi fede, quando gli avrò detto che in quel paese i grani della tempesta son mille, e ottocento volte più grossi di que, che cadono in _Europa_: cosa più che certa, poichè io medesimo gli ho pesati, e misurati.
Ma nel Giardino stesso mi accadde un accidente, di gran lunga più pericoloso, un giorno che la piccola mia Nutrice, supponendo di avermi adagiato in un luogo ove io nulla dovessi temere, del che assai spesso ne la pregava; affine di darmi in preda con libertà a’miei pensieri; ed avendo collocato il mio cassettino a terra per non aver l’incomodo di portarlo, erasi renduta in un altro sito del Giardino con la sua Governatrice, ed altre Dame di sua conoscenza. In tempo di sua lontananza, un picciolo braccio, che apparteneva a un de’principali Giardinieri, entrato a fortuna nel Giardino, venne alla mia volta. Mi fiutò appena, che corse sopra di me, mi prese in bocca, mi portò al suo padrone, e mi pose bellamente a terra. Per la più grande delle buone fortune, e gli era stato sì bene instruito, che in portandomi fra i suoi denti, non mi cagionò verun male, e neppure daneggiò i miei vestiti. Ma il povero Giardiniero che ben mi conosceva, e che mi amava assaissimo, non se la passò senza una furiosa paura. Mi pigliò fra le sue mani, e mi chiese come me ne stessi; ma era sì enorme il mio spavento, e mi trovava così sfiatato, che una sola parola pronunziar non potei. Pochi minuti dopo me ne rinvenni; ed egli mi portò sano e salvo alla mia Nutrice, che in quel tempo si era restituita al luogo ove lasciato mi avea, e che stava in una terribile angoscia per non vendermi comparire, e perchè io non rispondeva alle sue affannose chiamate. Acremente rimbrottò ella il Giardiniero, per aver lasciato andar il Cane; ma la cosa restò sepolta, nè alla Corte mai si seppe cosa veruna del successo, temendo _Glumdalclitch_ che la Regina non si adirasse contra di lei: e per quello tocca a me, usai di discretezza, perchè sembravami che l’Avventura non mi facesse troppo onore.
Un tal accidente risolver fece la mia Nutricina di non perdermi mai più d’occhio. Era già molto tempo che io temeva d’un somigliante disegno di lei: e perciò mi era indotto ad occultarle alcuni minuti miei sgraziati avvenimenti, in tempo che mi trovava solo. Un Nibbio che volava sopra il Giardino, piombò un giorno sopra di me; e se, dopo di aver data coraggiosamente mano alla spada, cacciato non mi fossi in un folto cespuglio, senza altro, asportato egli mi avrebbe fra suoi artigli.
Un altra volta mi sprofondai fino al collo in un buco di topinara, e fui costretto di dire una bugia per mascherare il vero motivo, onde i miei vestiti si erano tutti guasti. E infine un altra volta mi ruppi la dritta gamba urtando in un guscio di lumaca, su cui ebbi la disgrazia di cadere in tempo che me ne stava spassegiando solo, e che pensava alla mia povera Patria.
Non saprei dire quale de’due prevalesse in me, il piacere, o la mortificazione, quand’io osservava ne’miei solitari passeggj che i più piccioli Uccelli non ispaventavansi nel vedermi; anzi in distanza d’una sola verga andavano in busca di vermi, e di altri alimenti, con tanta sicurezza, come non avessero assai vicino anima vivente. Non mi dimenticherò mai che un tordo fu così sfrontato, che col suo becco mi asportò fuor delle mani un pezzo di focaccia, che _Glumdalclitch_ data mi avea per farmene la merenda. Quand’io volea prendere alcuno di quegli Uccelli, essi coraggiosamente mi risistevano, procuravano di pugnermi le dita, e un momento dopo rintracciavano d’intorno a me de’vermi, o delle lumache, con l’indifferenza medesima, e con la medesima tranquillità di prima. Ma un giorno dato di piglio a un grosso bastone, colsi un fanello con un colpo sì forte, e di misura sì giusta, che rovesciatolo a terra, il presi con le due mani pel collo, e in aria di trionfo alla mia Nutrice il recai. Con tutto questo, come l’uccello non era che stordito dalla percossa, si riebbe, e con tanta forza si dibattè, che più d’una volta fui al cimento di abbandonare la preda; ma accorso subito in mio ajuto un servidore, torcè il collo al fanello, che per ordine della Regina fu il giorno dietro imbandito pel mio pranzo: Quest’Uccello, per quanto può la memoria servirmi, era poco pochetto, più grande che i Cigni nostri _Inglesi_.
Le Damigelle d’onore pregavano sovente _Glumdalclitch_ di andare ne’loro Appartamenti; e di condurmi con esso lei, per goder del piacere di vedermi, e di toccarmi. Talvolta mi adagiavan elleno per lungo nel loro seno; cosa, che enormemente mi disgustava; mercè che per vero dire, non suonavano di troppo buon odore; il che non asserisco con la malizia di discreditare quelle amabili Fanciulle, per cui nodrisco la più possibile considerazione; ma credo che la mia picciolezza la cagion fosse della finezza del mio odorato; e che quelle illustri persone sembrassero sì saporose agli Amanti loro, quanto a’giovani _Inglesi_ le nostre Donzelle. E in fine, io trovai che il loro naturale odore riusciva assai più soffribile di quello de’loro profumi. Sempre mi rammenterò, che uno de’miei intimi amici di _Lilliput_, un giorno che faceva un grandissimo caldo, e che io avea fatto molto esercizio borbottava d’un odore eccessivamente ingrato che esalava dal mio corpo, tutto che al pari di chi che sia io non patisca d’una somigliante incomodità. Ma conghietturo che l’odorato di lui fosse altrettanto fino a riguardo mio, come il mio l’era a riguardo degli Abitanti di _Brobdingnag_. E su tal proposito non posso dispensarmi dal rendere una sonora giustizia alla Regina mia Signora, e alla picciola mia Nutricina _Glumdalclitch_; e dal dichiarare amplamente che in _Inghilterra_ non vi ha Dama, più ch’esse esente dal diffetto testè mentovalo.
Il più che mi spiaceva di quelle Damigelle d’onore quando la mia balia mi conduceva nel loro Appartamento si è, che elleno mi trattavano senza nè pur ombra di complimenti, e come una Creatura assolutamente senza conseguenza. Non vi ha foggia di libertà che non la prendessero me presente: e ben mi sarebbe cosa impossibile l’esprimere il disgusto che la maggior parte di quelle libertà mi cagionava. Una di loro fra l’altre la qual era d’un umore estremamente allegro, facea di me tutto ciò che le saltava in capo, e avvisavasi delle più scherzevoli pazzie del mondo; onde io tuttavia ne prendeva poco gusto, che pregai _Glumdalclitch_ a non più espormivi.
Un giorno un Gentiluomo, che era Nipote della governatrice della mia balia, venne; e pregò entrambe di andar a vedere una Esecuzion di giustizia. Avea il reo ucciso un intimo amico di quel Gentiluomo. _Glumdalclitch_ finalmente si lasciò cogliere dalla proposizione, tutto che contra suo genio, perchè per natura era molto compassionevole: E per quanto tocca me, non ostante che in ogni tempo io abbia avuto dell’orrore per ispettacoli di questa sorta, la curiosità di vedere qualche co a di assai straordinario la vinse sopra la mia inclinazione. Stava il paziente legato ad un sedile sopra il palco, e con un solo colpo di spada, lunga quaranta piedi, fugli levata la testa. Il sangue, che delle vene, e delle arterie uscì, era in tanta quantità, ed elevavasi a una tale altezza, che in suo confronto si sarebbono svergognati i _getti d’Acqua_ di _Versailles_ ed il campo, in cadendo sovra del palco, diede un sì gran colpo, che io ne tremai, ancorchè lontano un mezzo miglio _Inglese_.
La Regina, la quale assai sil compiaceva del racconto de’miei Viaggj di Mare, e che non perdeva opportunità di divertirmi quando me ne stava di mala voglia, mi dimandò un giorno se m’intendessi del reggere una vela, un remo, e se converrebbe alla mia sanità l’esercitarmi alcuna volta nel vogare. Le risposi che io me ne intendeva assai bene; e che non ostante che il mio impiego stato sia quello di Chirurgo del Vascello, nientedimeno, chiedendolo la necessità, io sovente avea fatta la funzione di semplice Marinajo. Ma che concepire io non poteva come ciò si avesse dovuto eseguire nel suo Paese, ove i più piccioli Navilj erano del caglio de’nostri maggiori Vascelli di guerra. Ella mi replicò che io solamente pensassi come il mio picciolo bastimento costruto esser dovesse, che il suo falegname adempierebbe gli ordini miei in tal proposito; e che ella stessa si piglierebbe la cura di farmi allestire un luogo addattato alla mia navigazione. L’Operajo, che era espeito nel suo mestiere, compiè nello spazio di dieci giorni una Scafa, tale che io ordinata l’avea, e agevolmente capace di dieci _Europei_.
Tanto se ne compiacque, e trovolla sì gentile la Regina, che collocata la nel suo grembiule, corse a mostrarla al Re, che comandò fosse riposta in una cisterna piena d’acqua, e se ne facesse, standovi io dentro, la pruova. Ma la Regina fatto avea per l’addietro un altro progetto. Avea ella ordinato al Falegname di formare una spezie di Truogolo che avesse trecento piedi di lunghezza, che cinquanta fosse largo, ed otto profondo. Questo Truogolo, dopo di essere stato ben impeciato perchè tenesse all’acqua, fu messo a terra in un Appartamento esteriore del Palazzo. In minore spazio di mezz’ora poteano facilmente due servidori empiere d’acqua quella macchina; e quivi entro me ne stava ricreandomi a far andar avanti, e indietro, a forza di remi, la mia Scafa; non potendosi, per altro, esprimere il godimento della Regina, e delle Dame; in ammirando la mia destrezza, e la mia agilità. Alcune volte io mi metteva alla vela; e allora l’unica mia occupazione si era di tenermi al timone, in tempo che le Dame, co’ventaglj loro, mi somministravano il vento a misura del mio bisogno; e quando erano stanche; i Paggj andar facevano la mio Scafa col soffiar nella vela, nel mentre che io faceva pompa della mia abilità, governando ad orza, e a poggia, secondo che me ne dava il capricio. Finito il mio esercizio, _Glumdalclitch_ portava sempre il mio Vascello nel suo stanzino, e il pendeva a un chiodo per asciugarsi. Un giorno, uno de’servidori che erano incaricati di riempire due volte per settimana d’acqua fresca il mentovato Truogolo, senza avvedersene, misevi un grosso ranocchio, che, secondo tutte le apparenze, si era intruso nella secchia di lui, nell’attignere l’acqua. Il ranocchio non si lasciò mai vedere innanzi che io fossi posto entro il Truogolo con la mia Scafa; ma scopertossi da esso un luogo ove poteva riposarsi, vi si rampicò, e talmente fecela piegare da un fianco, che perchè non si rovesciasse sossopra, fui obbligato di gettarmi all’altro fianco per servirle di contrappeso. Entrato che fu il ranocchio, venne con un solo salto da una estremità della Scafa perfino al mezzo, e poscia sopra la mia testa dal davanti al di dietro spruzzando sulla mia faccia, e su’miei vestiti di quella vischioso materia, onde sempre abbondano questi Animali. La mole delle sue membra fece io il trovassi la bestia più spaventevole del Mondo; non ostante, supplicai _Glumdalclitch_ di lasciarmi terminare, solo, la querela che io avea con esso. Per un mese continuo lo stregghiai molto bene con un de’miei remi; e alla fine a saltar fuori della Scafa lo sforzai.
Ma il maggior pericolo che in quel Regno io abbia corso, mi venne da una una Scimal, la quale apparteneva ad uno degli Scrivani d’Uffizio. _Glumdalclitch_, avendo qualche cosa a fare, o a rendere qualche visita, nel suo Gabinetto rinchiuso mi avea. Come regnava un gran calore, avea ella lasciata la finestra del Gabinetto aperta, e altresì le finestre e la porta del mio cassettino più grande, in cui per ordinario io mi tratteneva; essendo molto spazioso, ed eziandio assai comodo. Me ne stava asportato da un profondo pensiero; quando all’improvviso intesi qualche cosa che all’uscio del Gabinetto faceva strepito, e che saltellava da un luogo all’altro. Con tutto lo spavento che io aveva indosso, procurai, senza levarmi dal mio sedile, di spirare ciò che fosse: e vidi allora quell’infame bestia, che dopo di aver fatti alcuni salti, e molte sgambettate, accostossi al mio cassettino, che mi parve che ella risguardasse con suo piacere. Ritirai mi nell’angolo più rimoto del cassettino medesimo; ma la Scimia che non lasciava una finestra che per mettersi, un instante dopo, in su d’un’altra, tanta paura ella mi fece, che non ebbi la prontezza di spirito di nascondermi sotto il letto, come avrei potuto assai facilmente. Finite le sue contemplazioni frammescolate di morfie, finalmente mi ravvisò; e avanzando per la porta una delle sue zampe, come appunto fanno i gatti quando si trastullano con un sorcio, tutto spesse volte cambiassi di luogo per non essere afferrato, mi colse alla fine pel lembo del mio vestimento, (ch’era d’un panno fortissimo, ed assai massiccio del Paese,) e mi trasse fuori del cassettino. Mi pigliò nella sua zampa d’avanti, e mi tenne come una balia il suo bambino in positura di dargli il latte; e precisamente come vidi fare la razza, medesima d’animale co’gattucj in _Europa_: e quando io cercava scuotermi, sì forte colei mi teneva, che giudicai miglior partito il non fare un menomo muovimento. E’assai probabile cosa che ella mi prendesse per qualche scimmiotolo della sua spezie, mercè che in tempo che mi teneva con una zampa, mi accarezzava con l’altra. Uno strepito che la bestia sentì alla porta del Gabinetto, come se alcuno volesse entrarvi, interuppe cotale divertimento: ed ella presto saltossene sulla finestra ond’era entrata, quindi su’tegoli e sulle grondaje, camminando in tre zampe, e tenendomi nella quarta, finchè all’alto del Palagio arrivata fosse. _Glumdalclitch_ l’avea veduta saltando fuori della finestra, e aveva gettato un grido che fu da me sentito. Trovavasi la povera ragazza in una furiosa commozione. Tutta la Regia in un istante si mise sossopra; e i servidori si affrettavano di rintracciar delle scale. Molte centinaja di persone scorgevano distintamente la scimia sul tetto del Palagio che mi teneva fralle sue braccia, e mi accarrezzava come un piccino de’suoi. Uno spettacolo sì curioso rider faceva la maggior parte degli astanti; e, per dir vero, non saprei troppo biasimargli, perchè egli è certo, che all’eccezione di me, ognuno rinveniva la cosa perfettamente ridicola. Pensarono alcuni di voler gettar delle pietre all’animale per isforzarlo a venir a basso; ma espressamente fù ciò proibito: e gran buona sorte per me; poche senza questo, per un eccesso di amore, avrebbesi potuto ben accopparmi.
Inalberatesi le scale, molti uomini vi salirono per soccorrermi, il che appena vedutosi dalla scima, ed altresì l’impossibilità di fuggirsene con la sua preda camminando con sole tre zampe, mi adagiò ella sopra un bucato tegolo, e se ne andò. Ivi me ne ristetti per qualche tempo in distanza di trecento verghe da terra, aspettando ad ogni momento che il vento mi gittasse a basso, oppure che qualche capogiro rotolar mi facesse da’tegoli in una grondaja. Ma un de’servidori della mia Nutrice, il qual era un obbligantissimo giovane, si rampicò perfino a me, e dopo di avermi posto in una saccoccia de’suoi calzoni, mi portò a terra sano, e salvo.
Lo sbigottimento, e il dolore, cagionatimi da quella brutta bestia, mi produssero una malattia, che per quindici giorni mi tenne obbligato al letto. Il Re, la Regina, e tutti i principali Signori della Corte, mandavano, tutti i dì, per sapere dello stato mio, e la Regina in persona, in tempo della mia infermità, volle avere la compiacenza di farmi molte visite.