Viaggj del Capitano Lemuel Gulliver in Diversi Paesi Lontani

Part 10

Chapter 103,755 wordsPublic domain

La Regina ne pur badò a miei sbagli nella lingua; parve bensì sopra di trovare tanto spirito, e sì buon senso in un animale cotanto picciolo. Mi pigliò in sua mano, e portommi al Rè, che stavasene allora nel suo Cabinetto. Egli, che era un Principe austero, e di serietà, non discernendo molto bene la mia figura, con aria fredda, e di sussiego, dimandò alla Regina da quando in qua ella dilettavasi degli _Splaknuck_? essendo che, per razza di somiglianti bestie ei mi prendeva, in tempo che corcato sul mio stomaco me ne stava nella destra mano di sua Maestà. Ma la Principessa, infinitamente spiritosa, ed allegra, mi mise in piedi ad alto d’uno studiolo, e mi ordinò d’informare io medesimo il Re di cio che mi risguardava; il che eseguii in pochi termini: e _Glumdalclitch_, che mi attendeva fuor della porta del Gabinetto, e che mal soffriva di non avermi sotto l’occhio, introdotta che fu, confermò quanto era avvenuto dopo il mio arrivo in casa di suo Padre.

Il Re, tutto che fatto avesse il suo corso di Filosofia, e che si fosse dedicato con istudio alle Matematiche, avendo attentamente esaminata la mia figura, e scorgendomi passeggiare, prima che io parlassi pensò prendermi per un _Automato_, fatto per mano di qualche ingegnosissimo artefice. Ma udita che gli ebbe la mia voce, e trovato che io discorreva ragionevolmente, non pote occultare il proprio stupore. Il racconto da me fattogli della maniera del mio approdare al Regno di lui, per niente affatto il persuase, e crede che fosse una concertata favola tra _Glumdalclitch_ e il padre di lei, che mi avessero insegnate alcune parole, e alcune frasi, affine di vendermi più caro. Un tal sofpetto fecegli propormi alcune quistioni, alle quali in un modo assai sensato sempre risposi, e senza diffetto di sorta, fuori d’un grand’imbroglio nello spiegarmi, d’un cattivo accento, e di alcune espressioni villane che in casa del Fattore io avea apprese, e che non erano del bell’uso della Corte. Sua Maestà fece chiamare tre Professori, che allora, secondo il costume del Paese, erano di settimana. Dopo di aver que’Signori spiata per qualche spazio dell’alto al basso la mia figura, furono di diversi pareri. Convennero solamente, che io non poteva essere stato prodotto secondo le leggi regolari della Natura, perchè io era privo del talento di poter conservarmi in vita, sia in volando per l’aria, o in rampicando sugli alberi, o in iscavando in terra de’buchi. Conchiuser eglino da’miei denti, che essi disaminavano con grande attenzione, che io era un animale _carnivoro_, con tutto ciò ignoravano quase stata fosse la mia nutritura; mercè che la maggior parte degli animali a quattro piedi era troppo pesante per me; e le talpe, del pari che alcune altre bestie, troppo leggiere. Secondo il loro credere, non restavano che le lumache: ed alcuni altri insetti; e pur ebbero la crudeltà di provar altresì co’dotti loro argomenti, che d’un tal genere di alimento non poteva servirmene. Uno di quegli Eruditi inclinava molto a credere che io fossi un Embrione, o al più un aborto. Ma quest’opinione fu rigettata dagli altri due, i quali osservarono che tutte le mie membra erano compiute, e perfette nel loro taglio; e che, stanti gli contrassegni della mia barba, i cui pel i distintamente ravvisavan essi con l’ajuto d’un Microscopio, io già avea vissuti alcuni anni. A patto veruno non vollero riconoscermi per un Nano, poichè inferiore a qualunque comparazione era la mia psccollezza: essendo che il Nano favorito della Regina, il qual era il più picciolo che si fosse veduto in quel Regno avea di altezza quasi trenta piedi. Dopo molti dibattimenti, decisero di comun accordo, che io era solamente _Relplum Scalcath_, cioè che i Latini chiamano _Lusus Naturæ_: Definizione esattamente conforme alla nostra moderna Filosofia; i cui Professori, sdegnando le _cause occulte_, colle quali i Discepoli _Aristotelici_ cercano vanamente di mascherare la loro ignoranza, hanno inventato questo maraviglioso scioglimento di tutte le difficoltà, con grande avanzamento delle umane conoscenze.

Dopo una sì autentica decisione, chiesi la libertà di dire due sole parole. Rivoltomi verso del Re, assicurai Sua Maestà che io veniva da un Paese abitato da molti milioni d’uomini de’due sessi, e tutti della mia statura; che gli Animali, gli Alberi, e le case, vi erano nella proporzione medesima; e che per conseguenza io era del pari capace di difendermivi, e di trovarvi la mia sussistenza, che verun altro suddito di Sua Maestà nel suo Paese: e mi sembrò che una tale risposta fosse sofficiente per confutare gli argomenti di que’Signori. Non replicarono eglino che con un sorriso disprezzante; dicendo che io egregiamente avea ritenuta la lezione statami dettata dal Fattor di Campagna. Il Re, che era dotato d’uno spirito più penetrante ch’essi non l’erano, dopo di aver licenziati i suoi Savj, fece cercare il Castaldo, che per buona sorte non era per anche uscito di Città lo inquisì da principio da solo a solo: il confrontò poscia con _Glumdalclitch_, e con me; e corne non traballammo nelle risposte, cominciò a credere, che dir vero noi ponessimo. Pregò egli la Regina di dar ordine che si avesse buona cura di me, e credè ben fatto che la picciola mia balia continuasse a starsene meco, giacchè si era accorto che assai ci amassimo scambievolmente. Se le assegnò nella Corte un agiato appartamento, una Governatrice che avesse l’impegno dell’educazione di lei, una serva per abbigliarla, e due servidori per ubbidirle; ma quanto a me io era onninamente affidato alle sue sollecitudini. Comandò la Regina che sul modello di mio piacere, e di quello di _Glumdalclitch_ mi si lavorasse un cassettino, perchè mi valesse di camera da letto. L’Operajo che vi s’impiegò, essendo espertissimo, in men di tre settimane mi fabbricò una stanza di sedici piedi in quadro, e di dodici in altezza con finestre invetriate, una porta, e due stanzucce. Potea la fronte del cassettino, col mezzo di due ganghesi, alzarsi ed abbassarsi, affine di riporvisi un letto, che l’Arziere di Sua Maestà teneva di già allestito, e che _Glumdalclitch_ si compiaceva di preparare ogni giorno colle proprie sue mani. Un Artefice, che si era renduto famoso per la sua industria di lavorare in picciolo, imprese di costruirmi due sedili cogli schienali loro, e colle altre attenenze tutte, d’una materia rassomigliante di molto all’avorio, e due tavole con uno studiolo per qualunque mio uso. Era la camera imbottita da tutte le parti, insino il tetto, e il frontispicio, a cautela delle disgrazie quali si fossero, e che avvenir potevano per la negligenza, o balorderia de’portatori; e affinchè io men mi risentissi dello scuotimento in andando in cocchio. Dimandai che la mia Camera fosse serrata a chiavi, perchè i Topi, ed i Sorcj entrare non ci potessero. Dopo molti esperimenti, un Operajo fu sì perito, che travagliò la più picciola serratura che siasi mai veduta in quel Paese; avendo io conosciuto in _Inghilterra_ un Gentiluomo, che ne avea una più grande all’uscio della sua Casa. Feci quanto potei per mettere la chiave nella mia tasca, per timore che _Glumdalclitch_ non la perdesse. Diede por ordine la Regina, che si facessescelta della più fina seta pe’miei panni, e questi panni non erano gran fatto più grossi delle nostre coperte da letto in _Inghilterra_; dovendo io confessare che durai una estrema fatica per avvezzarmi vi. Erano i miei vestiti tagliati alla moda del Paese, la quale in sè stessa ha qualche cosa di decente, e ritiene una spezie di mezzanità fra la maniera dell’abbigliarsi de’_Persiani_, e quella de’_Chinesi_.

A poco a poco prese la Regina tanto piacere della mia conversazione, che ella più non poteva andar in tavola senza di me. Io avea una picciola mensa collocata su quella, alla quale pranzava Sua Maestà, ed un sedile. Stavasene _Glumdalclitch_ in piedi al mio canto per servirmi, e averne cura. I piatti, ed i tondi di mio servigio che erano d’argento, in comparazione di quel della Regina, non eccedendo la grandezza di quegli che in tal genere vidi a _Londra_ in una bottega, che servia d’addobbamento in una casa di fantoccia. La picciola mia balia avea l’attenzione di tenergli in sua tasca entro una scatola d’argento, recandomegli a misura del bisogno, e pulendogli ella medesima. Mangiavano con la Regina le sole due Principesse Reali; la maggiore di cui contava gli anni sedici di età, e tredici anni, e un mese la minore. Era solita Sua Maestà di porre sopra un de’miei piatti un pezzo di carne, ond’io poscia ne trinciava il bisogno, ed era un gran suo diletto di vedermi mangiare col sopraffine della delicatezza: mercè che ella, che era una mangierina, gonfiava in una sola volta la sua bocca con quanto dodici bifolchi _Inglesi_ divorar potrebbono in tutto un pasto; il che mi riusciva uno spettacolo assai molesto. Per esempio, un’ala di Allodola, con tutte le sue ossa, servivale per una sola boccata, e pure quest’ala era più grande nove volte del più grosso Gallo d’Indie fra noi. Al talento mangione di lei esattamente si proporzionava quello del bere.

Stabilita costumanza di quella Corte si era, che ogni Mercoledì, (che, come già l’avvertii, passava colà come presso di noi la Domenica,) la Regina, e tutta la Famiglia d’entrambi i sessi, pranzassero col Re nell’Appartamento di lui. Io già di molto mi era innoltrato nella buona grazia di quel Monarca il quale ogni Mercoledì faceami collocare al sinistro suo lato, accanto d’una delle saliere; laddove negli altri giorni, il mio posto si era alla man sinistra della Regina. Compiacevasi assai il Principe d’intavolarmi quistioni sopra gli usi, la Religione, le Leggi, e le Scienze de’Popoli dell’_Europa_, ed io tutto faceva per contentare sopra questi punti la sua curiosità. Per quanto oscure che naturalmente parer gli dovessero alcune cose, ei non ostante, con estrema facilità le comprese, e maturamente profondo a qualunque mio racconto ben riflettè. Ma non posso non confessare, che essendomi allargato alquanto sul proposito della mia cara Patria: sopra il nostro commerzio; i nostri scismi in fatto di Religione, e le nostre fazioni dentro lo Stato, i pregiudizi dell’educazione ebbero sopra lui tanta forza, che prendendomi sulla sua destra mano, e gentilmente accarezzandomi con l’altra, ritenersi non potè dall’interrogarmi con uno scopio grande di ridere, se io era _Vuhig_, o _Tory_? Rivoltosi di poi al primo suo Ministro, che dietro di lui se ne stava in piedi col bianco suo bastone in pugno, meditò quanto spreggevoli fossero le umane grandezze, giacchè minuti insetti, qual mi era, tentavano di aspirarvi: e pure, egli diceva, ardirei di scommettere che quest’insetti hanno i lor titoli d’onore, che hanno piccioli nidi, e tane, che essi intitolano Palagi, e Città, e che affettano splendidezza nelle loro vestimenta, e ne’lor equipaggj; che amoreggiano, che combattono, che disputano, che s’ingannano, che si tradiscono. Sul tuono medesimo continuò egli per qualche tempo; ed io non saprei esprimere la mia indignazione, nell’intendere un discorso, onde la Patria mia, l’Augusta, la Maestra delle Arti e delle Scienze, il Soggiorno della verità, e della Virtù, e dell’Onore, e l’Oggetto dell’Ammirazione, e dell’invidia di tutto l’Universo, fosse sì crudelmente vituperata.

Ma come, da una parte, io non era molto in istato di vendicare somiglianti ingiurie; dall’altra, dopo di averci ben pensato, a dubitar cominciai se veramente fossi stato ingiurato, o nò. Essendo che, dopo d’essermi per alcuni mesi accostumato alla vista, e alla conversazion di quel Popolo, e di aver osservato che ogni oggetto, che io risguardava, trovavasi in una esatta proporzione di grandezze con tutti gli altri; l’orrore che io avea conceputo da prima, si era talmente dileguato, che se allora veduta avessi una truppa di Signori, e di Dame _Inglesi_ in tutte le loro pomposità, e in tutte le affettate loro maniere che la pulitezza prescrive, per vero dire, patita avrei una violenta tentazione di ridere di essi di sì buon gusto, come il Re ed i Grandi di sua Corte il facevan di me. Ciò che vi ha di certo si è, che poco poco vi volea che io medesimo non mi rinvenissi ridicolo; quando la Regina, mettendomi sopra la sua mano rimpetto ad uno specchio ove io poteva interamente vederci emtrambi, accorgere mi faceva della sterminata nostra sproporzione.

Nulla più acutamente mi punse, nè maggiormente mi mortificò, quanto il Nano della Regina; il quale effendo di una piccolezza senza esempio nel Paese, (e per verità, non arrivava affatto alla misura di trenta piedi,) in tal modo insolenti, scorgendomi una creatura così menoma in confronto di lui, e che gli affettava di risguardarmi dal di sopra al di sotto, quando nell’Anticamera della Regina passava accosto di me, e in tempo che io stava collocato sopra una tavola a disputare co’Signori, e colle Dame della Corte; ed ei non trascurava altresì opportunità veruna di motteggiarmi, del che io procurava di ritrarne vendetta, col chiamarlo _Fratello_, collo sfidarlo, e con altre maliziosette furfanterie, che sono ordinarie ne’_Paggj_. In tempo di pranzo un giorno, fu sì piccato il picciolo briccone che non so che che io gli avea detto, che presomi pel mezzo il corpo, in tempo che a tutt’altro io badava che a una somigliante imminente disgrazia, mi lasciò cadere in un gran cattino d’argento empiuto di fior di latte, dopo di che se ne fuggì come il vento. Sprofondai in quella bianca sostanza perfino al di sopra delle ciglia: e se non fossi stato un buon nuotatore, avrei corso un gran risico d’affogarmi; poichè in quell’instante _Glumdalclitch_ si trovava all’altra estremità della Camera, e sì spaventata per la mia caduta fu la Regina, che non ebbe prontezza di spirito per soccorrermi. Ma la mia Nutricina ben presto accorse, e mi tolse dal Catino, dopo che io avea ingojato più d’un boccale di fior di latte. Fui posto a letto, ma lode al Cielo i soli miei vestiti, interamente guastati, asciugarono quella burrasca, non essendo accaduto alla mia persona male di sorta. Molto bene restò stregghiato il Nano; e per maggiore mortificazione di lui, fu costretto a tracannare il fior di latte tutto, in cui egli mi avea gittato. Ma d’allora innanzi più egli in grazia non rientrò, avendolo la Regina regalato di poi a una Dama della prima qualità, cosicchè nol vidi mai più, cosa che assai mi piacque, perchè io non so esprimere fin a qual segno mi avrebbe trasportato il livore che io nutriva contra quel malizioso ribaldello.

Ei già per l’addietro aveami praticato un disobbligante scherzo, che molto fece ridere la Regina, tutto che: se ne restasse ella nel tempo stesso sì disgustata, che sul punto scacciato l’avrebbe, se io medesimo non avessi avuta la generosità d’intercedere per lui. Sopra il suo tondo, la Maestà Sua aveva preso un osso empiuto di midolla; e toltane questa, rimesso avea ritto nel piatto l’osso medesimo nella situazione stessa ond’egli era da prima. Il Nano, che avea aspettato di far il suo colpo in tempo che _Glumdalclitch_ se n’era gita alla Credenziera, montò sul sedile di lei, mi pigliò nelle sue due mani, e unendo insieme le mie due gambe, mi collocò perfino al ventre nell’osso votato della midolla, ed ove, negar non si può, io faceva una figura sovranamente ridicola. Credo che scorso siasene un buon minuto, innanzi che niuno sapesse ciò che fosse accaduto di me; imperocchè mi sembrava una mia viltà se gridato avessi. Ma come i Principi di rado mangiano caldo, le mie gambe nulla patirono; e non vi ebbe che le mie calze, e i miei calzoni, che la nuova foggia dell’Avventura pagarono. A mia intercessione se la passò il Nano con un solo buon carico di bastonate.

Mi motteggiava spesissimo la Regina in proposito alla mia timidezza: ed era solita di dimandarmi se i miei Compatriotti sossero sì gran poltroni come me? eccone l’incontro.

In tempo di State, le mosche di quel Regno sono furiosamente tormentose; e questi odiosi insetti, che tutti sono del taglio delle nostre Allodole, col loro continuato ronzio d’intorno alle mie orecchie, non mi lasciavano momento di quiete nel frattempo del mio pranzare. Talvolta si adagiavano sulla mia pietanza; ed erano eziandio sì impertinenti, che vi facevano le lordure loro; cosa che, per vero dire, in vedendola, non riusciva troppo saporosa per me, ma che i Naturali del Paese ravvisarla non potevano, poichè i lor occhj non erano sulla forma de’miei, per iscorgere oggetti così minuti. Alcune fiate si posavano sul mio naso, oppure sulla mia fronte, e mi pugnevano perfino al vivo; lasciandovi sempre de’marchj di quella vischioso materia, a cui elleno son debitrici della facoltà di camminare con la testa in giù sul frontispizio di qualunque corpo, come dicono i Naturalisti. Era indicibile il mio fastidio per difendermi da que’sozzi animali; e non potea di meno di stranamente agitarmi quando essi calavano sulla mia saccia. Una delle ordinarie malizie del Nano si era, di afferrare in sua mano un buon numero di que gl’insetti, a somiglianza degli Scolari fra di noi, e poscia di lasciargli volare di tutto un tratto sotto il mio naso, affine di farmi paura, e nel tempo stesso per ricrear la Regina. Io non sapeva altro rimedio che di tagliargli a pezzi col mio coltello, in tempo che svollazzavano per l’aria: Esercizio che io adempieva con industria tale, che mi attraeva gli applausi di tutti gli Spettatori.

Mi risovvengo, che una mattina che _Glumdalclitch_ aveami adagiato sopra il margine d’una finestra, cosa che ella avea in costume tutti i giorni di bel sereno, per farmi prendere un poco d’aria, (essendo che io non mi arrisicava di lasciar appendere il mio cassettino ad un chiodo fuor del balcone, come noi in _Inghilterra_ attacchiamo le nostre gabbie,) mi risovvengo, dissi, che avendo alzata una delle mie invetriate; e messomi a sedere alla mia tavola per far con un marzapane la mia colezione, più di venti vespe, invitate dall’odore, s’introdussero nella stanza, facendo più rumore col loro ronzio, che far nol potrebbono altrettante Cornamuse. Gettaronsi alcune sopra il mio marzapane, e a pezzi a pezzi se l’asportarono, si misero altre a svolazzare d’intorno alla mia testa, stordendomi col loro susurro, e cagionandomi uno spavento non mediocre co’loro pungoli. Ebbi, non ostante, il coraggio di levarmi, di dar mano alla spada, e di assalirle nell’aria. Quattro ne uccisi, andossene il resto, e chiusi la finestra dietro di loro. Erano quelle bestie così grandi come le nostre Pernici. Presi i loro pungoli, e trovai che essi erano lunghi un pollice e mezzo; e così aguzzi come le aguglie. Gli ho conservati tutti con somma cura, e con alcune altre curiosità gli ho mostrati in molti luoghi dell’_Europa_. Al mio ritorno in Inghilterra, tre ne ho regalati al Coleggio di _Cresham_, e il quarto l’ho ritenuto per me.

CAPITOLO IV.

Descrizione del Paese. Progetto per la correzione delle Carte Geografiche. Cosa fosse il Palagio del Re, e la Capitate. Maniera con cui l’Aurore viaggiava. Descrizione d’uno de’principali Templi di Lorbrulgrud.

MIO disegno al presente si è di esibire a’miei Leggitori una brieve descrizione di quel Paese; per lo meno, di ciò che ne ho veduto; non essendo io stato che a mille leghe in giro da _Lorbrulgrud_ la Capitale; mercè che la Regina, la quala da me non era abbandonata mai, avea il costume di non accompagnar più lunge il Re ne’viaggj di lui, fermandosi nella mentovata distanza dalla Dominante fin al ritorno di Sua Maestà dalle frontiere. Tre mila leghe, più o meno, allungasi l’Imperio di quel Principe, e per due mila si dilata; cosa, che conchiuder mi fece, che i nostri Geografi di _Europa_ an presi furiosi abbaglj, collocando una sola vasta estensione di mari fra il _Giapone_, e la _California_; poichè sempre fui d’opinione che esservi doveano Terre immense per contrappesare il Continente della Tartaria. Ecco perchè debbon eglino correggere le loro Carte Geografiche, unendo quel grande spazio di Regione al Ponente Libeccio dell’_America_; nel che io son prontissimo d’ajutar loro colle mie scoperte.

Il Regno è una penisola, circonscritta alla parte di Greco-Levante da una catena di monti alti quindici leghe, che è impossibile, a cagion de’Vulcani che nelle cime vi regnano, di sormontargli. Non è noto a chi che sia quale razza di gente sia abitatrice di que’dirupi; o se neppure vi si rinvengano uomini. Le tre altre parti an per confine l’Oceano. Non vi ha nel Regno Porto di mare di sorta; e i luoghi della Costa, ove le Riviere si gettano nell’Oceano stesso, son sì seminati di roccie, che di navigarvi co’più piccioli schifi non è possibile; e quindi ne proviene che quel Popolo non abbia assolutamente verun commerzio col rimanente dell’Universo. Ma ne’fiumi, che abbondano di pesci di squisìtissimo gusto, vi sono assaissimi Vascelli; conciossiacosache gli Abitanti pescano di rado nel mare, ove i pesci sono della grandezza medesima di que’d’_Europa_; non valendo per tal ragione la fatica di prendergli: nel che chiaramente apparisce, che il producimento di quelle piante, e quegli animali di mole sì smisurata, si è la Natura unicamente ristretta, a quel Continente, onde lascio a’Filosofi il discuterne la ragione. Di quando in quando, nulladimeno, prendono eglino delle balene che vanno ad urtare in quegli scogli, e con cui il Popolo minuto nobilmente si regala. Ne ho vedute alcune di grandezza sì sterminata, che un uomo sudava assai per portarne una sola in sulle sue spalle; e talvolta per curiosità se ne trasportano entro a panieri _Lorbrulgrud_. Una un giorno ne fu imbandita per la mensa del Re, e riputavasi per una rarità: io però osservai che egli non ne facea gran caso; immaginandomi che si trovasse nauseato dalla grossezza di quella bestia; comechè nella _Nuova Zemhla_ di assai più grandi io vedute ne abbia.

E’popolatissimo quel Paese, contenendo cencinquanta Città, sì grandi che piccole, e un numero prodigioso di Villaggj. Per formar a chi legge una qualche idea di quelle Città, mi contenterò di fargli la descrizione della Capitale. Ella è traversata pel mezzo da una Riviera che la divide in due parti eguali. Vi si annoverano più di ottanta mila Case, e a un di presso secento mila Abitatori. Per tre _Govglungs_ (che presso poco sono cinquanta quattro miglia _Inglesi_) stendesi la sua lunghezza; ed è larga due _Gonglungs_ e mezzo; come io stesso in una Carta delineata per ordine espresso del Re, e che a tal effetto fu spiegata in terra, ne ho tolte le misure.

Il Palagio del Re non è già un Edifizio regolare; bensì molte fabbriche unite insieme, il cui circuito gira sette miglia, o circa. Dugento quaranta piedi di altezza, e lunghe e larghe a proporzione, sono le principali Stanze. _Glumdalclitch_, ed io, avevamo un Cocchio, entro il quale allo spesso la Governatrice di lei la prendeva per veder la Città, o le botteghe; ed io era sempre della compagnia accomodato nel mio cassettino; tutto che la buona ragazza mi togliesse fuori quante fiate io il desiderava; e mi tenesse in sua mano, perchè scorgere potessi le Case, ed il Popolo, quando per le strade noi passavamo.