Viaggj del Capitano Lemuel Gulliver in Diversi Paesi Lontani

Part 1

Chapter 13,668 wordsPublic domain

VIAGGJ

DEL CAPITANO

LEMUEL GULLIVER

In diversi Paesi lontani.

Traduzione dal Franzese.

DI F. ZANNINO MARSECCO.

Tomo Primo:

PARTE PRIMA.

Contenente il Viaggio di LILLIPUT

IN VENEZIA, MDCCXLIX.

Appresso Giovanni Tevernin.

All’Insegna della Providenza

Con Licenza de’Superiori, c Privilegio.

LO STAMPATORE

A chi Legge.

SE mai con vostro gradimento vi ho servito colle mie Stampe; di servirvi con vostro piacere pel mezzo delle presenti non poco presumo. L’Inglese Aurore di quest’immaginarj Viaggj, comechè sotto il finto nome di Capitan LEMUEL GULLIVER, scontento (al suo dire,) non già della prediletta sua Patria, e neppure del generale della sua stimata Nazione; di certi difetti bensì notati da lui in taluni de’suoi Campatrioti, meditó di assalire i difetti stessi non affatto alla scoperta, ma si bene per imboscata. Anzi dunque (se siete Leggitore erudito) che vi rincresca il tornio ond’egli si è prevaluto, ammiratene l’industria, e la graziosità: rendendovi persuaso che non sono puramente inezie quelle che a prima vista per tali vi compariranno. Vivete felice.

TAVOLA DE’CAPITOLI

Del Viaggio di Lilliput.

CAPITOLO I. CHI sia, e di qual Famiglia, l’Autore di questo Viaggio: primarj motivi che lo indussero a viaggiare. Fa egli naufragio, e si salva a nuoto sulla spiaggia di Lilliput; vi è fatto prigioniero, e più a dentro nel Paese resta condotto.

Cap. II. L’Imperadore di Lilliput, scortato da molte persone riguardevoli, va a vedere l’Autore. Descrizione della Persona, e delle vestimenta dell’Imperadore. Alcuni Letterati del primo ordine sono incaricati d’instruire l’Autore del linguaggio del Paese. Ei si fa amare per la sua affabilità. Formasi l’Inventario di quanto si rinviene nelle tasche di lui, e se gli tolgono le pistole, e la spada.

Cap. III. Strana maniera dell’Autore per tener ricreata Sua Maeftà Imperiale, e la Nobiltà tutta dell’uno, e dell’altro sesso della Corte di Lilliput, Altri divertimenti di questa Corte. Sotto certe condizioni è l’Autore rimesso in libertà.

Cap. IV. Descrizione della Città Capitale di Lilliput, nomata Mildendo, e del Palagio dell’Imperadore. Conversazione dell’Autore con uno de’primi Segretarj degli affari dell’Imperio. Offresi l’Autore di servir al Monarca contro agl’inimici di Lui.

Cap. V. Con uno stratagemma inudito l’Autore previene una incursione, Titolo d’onore che viengli conferito. L’Imperadore de Blefuscu spedisce Ambasciadori per chieder la pace. Appicciasi il fuoco all’Apartamento dell’Imperadrice; ma col soccorso dell’Autore resta estinto.

Cap. VI. Scienze, Leggi, e Costumanze degli Abitanti di Lilliput. Maniera di allevare i loro Figliuoli. In qual modo vivesse in quel Paese l’Autore. Giustificazione d’una delle principali Dame della Corte.

Cap. VII. L’Autore, essendo informato che i suoi nemici intentavano d’accusarlo d’Alto-Tradimento, rifugge a Blefuscu. Maniera ond’egli vi è ricevuto.

Cap. VIII. Per una singolar buona sorte, presentasi all’Autore il modo di lasciare Blefuscu; e dopo di aver superare alcune difficoltà, sano e salvo alla sua Patria ei ritorna.

DEL VIAGGIO DI BROBDINGNAG.

Cap. I. DEscrizione d’una suriosa tempesta. E’inviato a terra lo Schifo per provvedersi d’acqua: vi s’imbarca l’Autore per iscoprir il Paese, Egli è lasciato sulla spiaggia; vien preso da uno degli Abitanti, ed è condotto in Casa d’un Fattor di Campagna. Modo ond’egli vi fu ricevuto. Descrizione degli Abitanti.

Cap. II. Descrizione della figliuola del Fattor di Campagna. L’Autore è condotto a una vicina Città , e di poi alla Capitale. Particolarità di questo Viaggio.

Cap. III. L’Autore è condotto alla Corte. La Regina il compra dal Fattor di Campagna, e il regala al Re. Ei disputa co’Professori di Sua Maeftà; e alloggiato in Corte, ed è assai ben veduto dalla Regina. Difende l’onore della sua Patria, e con un Nano della Regina contrasta.

Cap. IV. Descrizione del Paese. Progetto per la correzione delle Carte Geografiche. Cosa fosse il Palagio del Re, e la Capitale. Maniera con cui l’Autore viaggiava. Descrizione d’uno de’principali Templi di Lorbrulgrud.

Cap. V. Differenti Avventure ch’ebbe l’Autore. Sentenza d’un criminoso eseguita. L’Autore dà saggio della propia abilità nell’Arte Nautica.

Cap. VI. L’Autore, con ogni sorta di mezzi procura di guadagnarsi la benevolenza del Re, e della Regina. Dà saggio della propia abilità nella Musica. Informasi il Re dello stato dell’Europa, e l’Autore soddisfa ampiamente alla curiosità di lui. Riflessioni del Re sopra quanto gli ha narrato l’Autore.

Cap. VII. Amor dell’Autore per la sua Patria. Ei fa al Re un’assai vantaggiosa obblazione, la quale tuttavia è rigettata. Ingnoranza del Re in fatto di Politica. Angusti limiti onde ristringosi le Scienze di quel Paese. Leggi, e Militari affari di quel Regno. Quali turbolenze l’agitarono.

Cap. VIII. Il Re e la Regina fanno un giro verso le Frontiere, e l’Autore ha l’onore d’accompagnargli. In qual modo ei ritirossi da quel Regno. Ritorna in Inghilterra.

DEL VIAGGIO DI LAPUTA BALNIB. ec.

Cap. I. IMprende l’Autore un terzo Viaggio; vien preso da Corsali. Ribalderia d’un Fiamingo L’Autore approda ad un’Isola, ed è ricevuto nella Città di Laputa.

Cap. II. Descrizione de’Lapuziani. Quali scienze presso loro sieno più in voga. Compendiata idea del Re, e della sua Corte. Maniera con cui evvi ricevuto l’Autore. Timori ed inquietudini a quali quegli Abitanti sono suggetti. Descrizione delle Donne.

Cap. III. Fenomeno spiegato col soccorso della Filosofia, e dell’Astronomia Moderna. Abilità de’Lapuziani nell’ultima di queste due Scienze. Metodo del Re per reprimere le sedizioni.

Cap. IV. L’Autore parte da Laputa, è condotto a Balnibarbi, e arriva alla Capitale. Descrizione di questa Città, e del suo Distretto. Ospitalità con cui egli è ricevuto da un Gran Signore. Sua conversazione con esse lui.

Cap. V. L’Autore ha la permissione di vedere la Grande Accademia di Lagado. Ampia descrizione di quest’Accademia. Arti nelle quali vi c’impiegano i Professori.

Cap. VI. Continuazione del medesimo Argomento. Propone l’Autore alcuni nuovi Ritrovamenti, che con grandi applausi sono ricevuti.

Cap. VII. L’Autore lascia Lagado, e arriva a Maldonada. Non essendovi pronto alla vela verun Vascello, fa un giro a Glubbdubdribb. Accoglimento che gli fa il Governatore.

Cap. VIII. Curioso specificato racconto sopra la Città di Glubbdubdribb. Alcune correzioni dell’Antica e della Moderna Storia.

Cap. IX. Ritorna l’Autore a Maldonada, e fa vela pel Regno di Luggnagg. Vi è posto prigione, ed è poscia spedito alla Corte. Maniera con cui egli vi è ricevuto. Clemenza estrema del Re verso i suoi Sudditi.

Cap. X. Elogio de’Luggnaggiani. Particolar descrizione degli Strulbdruggs, con molte conversazioni fra l’Autore ed alcune persone del primo carattere, su questo Suggetto.

Cap. XI. L’Autore lascia Luggnagg, e va al Giapone: donde sopra un Vascello Ollandese si restituisce ad Amsterdam, e d’Amsterdam in Inghilterra.

DEL VIAGGIO AL PAESE DEGLI HOUYHNHNMS.

Cap. I. IN qualità di Capitano d’un Vascello imprendesi dall’Autore un Viaggio. La sua Ciurma cospira contra di lui; per qualche spazio di tempo il tiene sequestrato uella di lui Camera, e il mette a terra in un Paese incognito. Ei s’interna nel Paese medesimo. Descrizione d’un strano animale nominato Yahoo. Due Houyhnhnms sono riscontrati dall’Autore.

Cap. II. Un Houyhnhnms guida l’Autore alla sua Casa. Descrizione di questa Casa. Maniera con cui vi è ricevuto l’Autore. Nutritura degli Houyhnhnms. E’Ll’Autore proveduto d’alimenti dopa d’aver temuto di mancarne. Suo modo di nutricarsi in quel Paese.

Cap. III. Applicasi l’Autore ad apprendere la favella del Paese, e il suo Padrone, l’Houyhnhnms, gliene dà delle lezioni. Descrizione di questa favella. Molti Houyhnhnms di qualità vanno a visitare l’Autore. Fa egli al suo Padrone un compendiato racconto del suo Viaggio.

Cap. IV. Intelligenza degli Houyhnhnms in proposito del vero e del falso. Discorso dell’Autore disapprovato dal suo Padrone. Introducesi l’Autore in un racconto più specificato di se medesimo, e degli avvenimenti del suo Viaggio.

Cap. V. Per ubbidire agli ordini del suo Padrone,lo informa l’Autore dello Stato dell’Inghilterra, ed altresì de’motivi della Guerra fra alcuni Potentati dell’Europa, e ad inspirargli qualche idea della Natura del Governo Inglese incomincia.

Cap. VI. Continuazione del discorso dell’Autore, sopra la stato del suo Paese, sì ben governato da una Regina, che vi si può far di meno d’un Primo Ministro. Ritratto d’un tal Ministro.

Cap. VII. Amor dell’Autore per la sua Patria. Riflessioni del Padrone di lui sopra il Governo dell’Inghilterra, tale che avealo descritto l’Autore; con alcune comparazioni e con alcuni paralelli sopra il medesimo Argomento. Osservazioni dell’Houyhnhnm sopra la Natura umana.

Cap. VIlI. Particolarità concernenti gli Yahoos. Eccellenti qualità degli Houyhnhnms. Qual sia la loro educazione, e in quali esercizj nella lor giovinezza s’impiegino. Loro Assemblèa generale.

Cap. IX. Gran dibattimento nell’Assemblea generale degli Houyhnhnms, e in qual modo terminò. Scienze che anno corso fra loro. Loro Edifizj, Maniera con la quale essi seppelliscono i loro Morti. Imperfezione del loro Linguaggio.

Cap. X. Qual beata vita menasse l’Autore fra gli Houyhnhnms. Progressi ch’egli fa nella Virtù conversando con esso loro. L’Autore è avvertito dal suo Padrone di dover abbandonar il Paese. Egli sviene per lo dolore, e dopo di aver ricuperati i suoi sensi, promette d’ubbidire. Riesce gli di costruire una barchetta, e all’avventura in mare ei si mette.

Cap. XI. Quali pericoli asciugò l’Autore.Approda alla Nuova Ollanda, sperando di fissarvi il suo soggiorno. E’ferito con un colpo di freccia da un Naturale del Paese, ed è trasportato sopra un Vascello di Portogallo. Gli usa gran cortesie il Capitano, e arriva in Inghilterra l’Autore .

Cap. XII. Veracità dell’Autore. Disegno ch’ei si è proposto in pubblicar quest’Opera. Ei censura que’Viaggiatori che non anno un inviolabile rispetto per la verità. Confuta l’Autore l’accusa che forse potrebbesi addossargli di aver avuto qualche sinistro oggetto nello scrivere. Risposta a un’obbiezione. Metodo di piantar Colonie. Elogio del suo Paese, Ei pruova che l’Inghilterra possiede giusti titoli sopra que’Paesi ond’egli ne ha fatta la descrizione. Difficoltà che si opporrebbe all’impadronirsene. L’Autore si licenzia da chi legge; dichiara in qual modo ei pretende di passare i rimanenti suoi giorni; dà un buon consìglio, e finisce.

Noi Refformatori dello Studio di Padoa.

COncedemo Licenza à Zuanne Tavernìn Stam pator di Venezia di poter ristampare il Libro intitolato Viaggi del Capitanio Lemuel Gulliver in diversi paesi lontani. Traduzione del Francese in Italiano già stampato in Venezia: osservando gl’ordini soliti in materia di Stampe, e presentando le Copie alle Pubbliche Librarie di Venezia, e di Padoa.

Dat. li 2. Agosto 1748.

Gio, Emo Proc. Rif.

Barbon Morosini Cav, Proc. Rif.

Registrato in Libro a Carte 30. al Num. 239.

Mihiel Angelo Marino Seg.

Licenziato dal Mag. Eccell. contro la Bestemia

Gio; Gadaldin Seg.

VIAGGIO DI LILLIPUT.

PARTE PRIMA.

CAPITOLO I.

Chi sia, e di qual Famiglia, l’Autore di questo Viaggio: primarj motivi che lo indussero a viaggiare. Fa egli naufragio, e si salva a nuoto sulla spiaggia di Lilliput: vi è fatto prigioniero, e più a dentro nel Paese resta condotto.

POchi erano i beni di fortuna di mio Padre, situati nella Contea di _Nottingham_: ma in ricompensa egli era ricco di cinque figliuoli, onde io sono il Terzogenito. In età di quattordici anni inviommi al Colleggio di _Cambridge_, ove per lo spazio d’anni dodici m’applicai con serietà agli studj: ma perchè i paterni sussidj, per supplire a’dispendj del mio mantenimento, (che, per dir vero, troppo lunge non istendevansi,) un po troppo erano mediocri, allogato fui in allievo del Signor _Jacopo Bates_, uno de’migliori Chirurghi di Londra, presso cui quattr’anni me ne rimasi. Di tempo in tempo riceveva io da mio Padre qualche danajo, che restava da me impiegato nel farmi rendere instruito di quella parte delle Matematiche che ha rapporto colla Navigazione, e la cui conoscenza è necessaria agl’intenzionati di viaggiare; divisamento, onde l’esecuzione, in qualche modo, a me destinata mi sembrava.

In lasciando il Padrone, fui di ritorno alla Casa di mio Padre; il quale con l’ajuto di _Giovanni_ mio Zio, e di diversi altri parenti, providemi di quaranta lire Sterline, con promissione di annualmente somministrarmene trenta, per mantenermi a _Leide_; ove per due anni, e lette mesi, mi appigliai allo studio della Medicina; essendo ne’Viaggj di lunga tratta utilissima questa Scienza.

Poco dopo il mio ritorno di _Leide_, il mio buon Padrone Signor _Bates_ raccomandommi in Chirurgo della Nave nomata la _Rondine_, e governata da _Abramo Panell_ suo Capitano. Due Viaggi pe _Levante_, e per altre parti effettuai con essolui nel termine di due anni e mezzo; e dopo ciò, determinai di stabilirmi a Londrai. Approvò il Signor _Bates_ il mio disegno, e diverse pratiche mi piocurò. Presi un meschino allegio; e saltatomi in capo di ammogliarmi, sposai la figliuola d’un buon Borghese, che quattrocento lire Sterline mi portò in dote. Ma la morte del mio Padrone accaduta due anni dopo, o circa; e la scarsezza degli Amici miei, furono la cagione che ben presto io non avessi ad operare gran cose. D’altra parte, non volea la mia coscienza che io imitassi certuni de’miei Confratelli, i quali trattano in un modo i loro pazienti, che poco temer non deggiono di restarsene inoffiziosi. Consultati, per tanto, la moglie, ed alcuni amici, risolvetti di darmi di nuovo al Mare. Successivamente fui Chirurgo di due Vascelli; e pel corso d’anni sei, compiei diversi Viaggi all’Indie _Orientali_, e dell’_Occidente_, che qualche cosa mi profittarono. Le mie ore di ricreazione erano impiegate nella lettura degli antichi, e moderni migliori Autori, standone io sempre ben provveduto; e quando io poneva piede a terra, m’applicava ad istudiare il genio, e la maniera de’Popoli, co’quali io conversava, ed altresì ad apprendere i lor linguaggj, il che sempre mi fu agevolissimo, essendo assistito da una memoria felice.

Poco ben riuscitomi l’ultimo Viaggio, m’infastidj del Mare, e formai il disegno di restarmene colla Moglie, e co’miei figliuoli. Cambiai per due volte d’abitazione, lusingandomi di cambiar fortuna, ma era sempre a un di presso la stessa cosa, e vale a dire, nulla. Dopo tre anni d’inutili tentativi, aderj ad un offerta assai vantaggiosa fattami dal Capitano _Guglielmo Prichard_, comandante un Vascello nomato _la Gazella_, e che disegnava di mettersi alla vela pe’Mari d’Ostro. A’quattro di _Maggio_ 1699. levammo l’ancora da _Bristol_, e da principio fu prosperissimo il nostro cammino.

Con qualche ragione io penso non essere necessario di stancare il Leggitore con la recitazione delle Avventure che in que’Mari ci accadettero: basterà l’avvertirlo, che scorrendo alla volta dell’Indie Orientali, fummo assaliti da una violenta tempesta, che al Ponente Maestro del Paese di _Diemen_ ci sospinse. Osservatasi la meridionale latitudine, ci trovammo a trenta gradi, e due minuti. Gli eccessivi patimenti, e la pessima nodritura ci avean fatti perdere dodici Marinaj; e in assai cattivo stato trovavansi i rimanenti.

Nel giorno quinto di _Novembre_, tempo, in cui la State in que’Paesi comincia, annebbiatasi straordinariamente l’aria, scoprirono i Marinaj una Roccia in distanza dal Vascello di circa la metà d’una gomena; ma era sì furioso il vento, che la Nave gettatavi a traverso, poco dopo restovvi infranta. Cinque uomini ed io, procurammo di salvarci nello Schifo, e di staccarci dalla Rupe, e dal Vascello. A forza di remi ottennemmo l’intento; e, se non m’inganno, ci allontanammo per nove miglia: ma allora sì che a mal partito ci ritrovammo; nercè che intieramente fummo abbandonati dalle nostre forze, di già estenuate dall’operar nella Nave. Lasciammo dunque alla discrezion de flutti il nostro schifo, che mezz’ora dopo restò ingojato. Emmi ignoto il destino de’cinque miei, compagni, e degli altri che io lasciati avea sul Bastimento; ma è probabilissimo che sieno periti tutti. Quanto a me; sospinto dal vento, e dalla marea, nuotai alla ventura; e più d’una volta, comechè inutilmente, procurai di sentir fondo: alla fine, per rara felicissima sorte, sul punto che io stava di già mancando, ne sentj; e quasi nel tempo stesso la burrasca si mitigò. Pria di guadagnare la terra asciuta, faticai per quasi un miglio; essendo poco men impercettibile il pendio di quel lido; e non fu che alle ore otto della sera che vi pervenni. Camminai presso poco un mezzo miglio senza scuoprire nè Case, nè Abitatori: gli estremi sofferti stenti, il caldo che regnava; oltraccio, una mezza boccia d’acquavite che io aveva tracannata innanzi di lasciar il Vascello, m’oppressero di sonno. Era morbida l’erba; mi vi corcai, e dormj più di nove ore così profondo, che nol feci mai per tutta la mia vita; poichè sullo spuntar dell’alba solamente mi risvegliai. Volli levarmi; ma mi riuscì impossibile, per aver da due lati le mie braccia, e le mie gambe strettamente attaccate al terreno: e gli stessi miei capelli, ch’erano lungi, e folti, talmente annessi vi si rinvennero, che alzar il capo non potei; e pure avrei sommamente desiderato di farlo, giacchè cominciava ad incomodarvi il calore del Sole. Sentiva io qualche confuso strepito d’intorno a me; ma null’altro che il Cielo scorgere io poteva, a cagion dell’attitudine nella quale me ne stava. Poco tempo dopo, qualche cosa sentj che muovevasi sopra la mia manca gamba, e che piano piano avanzandosi sopra il mio petto, arrivò sino al mento. Procurando, per quanto potea permettermi la situazione onde mi trovava, di saper ciò che fosse, ravvisai una creatura umana, di altezza non più che di sei grosse dita, con in mano un arco, e una freccia, e in sulle spalle un carcasso, di saette ripieno. M’accorsi nell’instante stesso, per via di conghietture, d’una quarantina di piccoli’uomini del medesimo taglio, che seguivano il primo. Nell’enorme stordimento in cui men giaceva, gettai un sì forte grido, che tutti spaventati si diedero alla fuga; e per quanto seppi da poi, alcuni d’essi saltando dalle mie coste a terra, non si fecero poco male. Con tutto questo, poco tardarono a ritornarsene; ed uno di loro che tanto si avanzò per potere guatarmi in faccia, levando tutto maraviglia le mani, e gli occhj al Cielo, esclamò con piccola, ma distinta voce: _Hekinach Degul_: per più volte ripeterono gli altri le parole medesime, ma per allora ciò che spiegassero io non sapeva. Malagevolmente non concepisce il Leggitore, che in tutto quel frattempo me la dovessi passar poco bene. Finalmente, tentati tutti i possibili sforzi per istaccarmi dal terreno, ebbi la buona sorte di spezzare i legaccioli del sinistro braccio, e in levandolo, mi avvidi della maniera da coloro tenuta per imprigionarmi, che fu con piccole caviglie confitte in terra, a cui i legacioli stessi stavano raccomandati. Tanto nel tempo medesimo mi dimenai; benchè non senza un tal qual dolore, che i legami, che a sinistra attaccavano i miei capelli, avendo ceduto di due dita, mi permisero di girare, ma molto poco, la testa fuggirono allora per una seconda volta quelle piccole creature, senza che io potessi afferarne veruna, e saltando a terra, gettarono un orribile grido, (già intendesi a proporzione del loro taglio) che fu seguito da queste due parole _Tolgo phonac_, che uno d’essi con alto suono pronunziò. Già detto appena; sentj cento, e più frecce scoccate contrala mia sinistra mano, che mi ferirono dal pià a meno come tante aguglie; e oltracciò, lanciarono nell’aria un’altra sorta di saette a somiglianza delle nostre bombe; molte di cui (comecchè sentite io non l’abbia) certamente sul corpo mi son cadute, ed alcune altre sulla faccia, che io stava con la mano mia mancina cuoprendo. Cessato che fu cotale tempestoso saettame, con gran crepacuore mi misi a gemere; e tentando di bel nuovo di disbrigarmi, asciugar dovetti un’altra scarica, maggiore della prima. Alcuni di loro, tutto fecero per traforarmi colle loro picche; ma per buona mia ventura non vi riuscirono, stando io guarnito d’una camiciuola di bufalo. Credetti miglior partito il restarmene cheto cheto per fin alla notte nella positura medesima; assicurato, che potendo prevalermi della mano manca interamente allora mi sarei sciolto: essendo che io pensava con molta ragione, che a riguardo di quegli Abitanti, anche che un compiuto esercito se ne assembiasse contra di me, potessi tenere lor fronte, quando tutti della statura di que’che io vedeva esser dovessero. Ma svanirono tutti i miei progetti. Scortasi da’Paesani la mia tranquilità, cessaron eglino dal tirare, ma dallo strepito che io sentiva, conobbi che aumentava il lor numero; e in distanza di circa quattro verghe (misura del braccio d’Inghilterra,) rimpetto alla mia destra orecchia, intesi, per più d’un’ora, una sorta di sussurro, somigliante a quello che si fa quando si fabbrica. Al meglio che potei, girai la testa a quella parte, e vidi una spezie di Teatro, elevato da terra d’un piede e mezzo; e due, o tre scale per salirvi. Potea il Teatro esser capevole di quattro Abitatori. Un di coloro che vi erano, e che mi sembrava un uomo di distinzione, m’indirizzo un lungo discorso, onde una sola parola neppur capj. Non mi sovveniva di dire, che prima di dar principio alla sua aringa, gridato egli avea per tre volte _Langro Dehulsan_: (cotali termini e gli altri di cui parlai, mi furono poscia spiegati:) e appena pronunziati gli ebbe, che cinquanta Paesani, e più, si accostarono, e recisero i legaccioli, a’quali stava attaccata la sinistra parte della mia testa; cosicchè rivolgerla potei alla destra, e considerare attentamente colui che mi perorava. Ei mi pareva di mezza na eta, e di maggiore statura che veruno degli altri tre che tenevanlo accompagnato; uno de’quali era un Paggio che gli sosteneva la coda, e che a’miei occhj non più grande comparve del mio dito medio; e gli altri due stavano a’suoi lati per fiancheggiarlo.

Bastevolmente son persuaso ch’egli fosse molto eloquente; mercè che, non ostante il non intendersi da me la sua favella, m’accorsi della somma di lui pratica ne’patetici muovimenti, e che a vicenda metteva egli in uso le promesse, e le minacce, per persuadermi. Risposigli con la più sommessa rassegnazione, alzando la mano manca, e gli occhj verso del Sole, come chiamandolo in testimonio. Mi suggerì la fame una parte della mia risposta, non avendo mangiata la menoma cosa da venti quattr’ore addietro, cosicchè non potei di meno di far conoscere che io avea bisogno di nodrimento, sovente mettendo un dito nella ma bocca: cosa che, per dir vero, non suonava di buona creanza. Mi comprese molto bene l’_Hurgo_; (questi si è il nome con cui essi onorano un gran Signore, come susseguentemente ne fui informato,) calò dal suo Teatro, e comandò che a’miei fianchi si applicassero molte scale furono montate da più di cento Abitatori, recando perfino al margine della mia bocca de’cofanetti ripieni d’alimenti, che il Re, immediate che intese il mio arrivo nel suo Paese, diede ordine mi si spedissero. Osservai fra le altre cose che mi si offerivano, la carne di animali diversi, ma mi riusciva impossibile di distinguere le parti col solo tatto. Aveavi spalletti, lacchette, ed altre membra, formate come quelle d’un Castrato, e a perfezione imbandite, ma più picciole che l’ale d’un’Allodola. Due o tre d’esse non mi valevano che una boccata; giuntandovi altrettanti pani grossi, ciascuno, come una palla da moschetto.