Viaggio pel lago di Como

Part 4

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Dervio [DERVIO] quindi gode di vasti equabili campi, e fa di se mostra leggiadra ai naviganti, ma non ha comodo accesso alla prossima valle d'Introzzo. Di bel nome gli furon larghi gli scrittor nostri, che l'appellarono Delfo in latino, come pur toccò in sorte per essi a Corenno quel di Corinto. Soggiace alla Pieve di Dervio la valle d'Introzzo; e la compongon con altre pure le terre di Sueglio, Tremenico, e Vestreno. Giuseppe II nel 1786 avendo stabilite nella Lombardia Austriaca otto politiche prefetture pensò a meglio dividere le province, e perchè le cure d'ogni municipalità meglio vi potessero provvedere, e perchè tutte al possibile si avvicinassero le province ad una eguaglianza di carico. Quindi non sol tutte queste parti di lago dieronsi da Cesare ai Comaschi, ma ben anche le feraci Pievi di Casale d'Incino, Garlate, Oggionno ed altre. Ma infelicemente poi il tutto tantosto cadde a vuoto, e la città nostra seguirà a patire il danno, che già soffre da quasi tre secoli colla perdita della Valtellina ceduta a Grigioni, e de' Baliaggi, che godono in Italia gli Svizzeri, abbenchè il sagrifizio di tanto territorio abbia assicurato il resto dell'Insubria ai Duchi di Milano.

Sebben queste doglie d'amor patrio sedinsi alquanto coll'ilarità della navigazione, che già ne guida a Bellano [BELLANO] celebre borgo e simile a nobil città. Ne accoglie il porto ampio di quadrate pietre costrutto, e i guardi nostri si attraggono dagli edifizj decenti, quantunque le guerre l'abbiano assai danneggiato. Sulla maggior chiesa, a' fortissimi martiri Celso e Nazario dedicata, conservansi ancora gli stemmi dei Torriani e Visconti. Il tempio marmoreo vi fu innalzato per Azzo Visconti e lo Zio Giovanni Milanese Arcivescovo. Nicola Boldoni avo, e più Sigismondo il nipote accrebbero al luogo la fama colle doti dell'ingegno. Godono i Bellanesi di mitissima estate, ma nel verno travagliali una pungente aria, che accrescesi dalla Pioverna e dalla prossima Valsasina. Nel di lei distretto quantunque alpestre v'hanno Comunità ventotto, delle quali però non facciam motto, siccome remote dal guardo di chi navighi. La caduta della Pioverna attira ognor forastieri a Bellano. Questo fiume scaturisce non lungi da Introzzo, e piomba da scogli altissimi: altre fonti l'accrescono fino a[59] Corte Nuova. I paesani vogliono, che ivi per ciechi sfoghi si diminuiscono le di lui acque, e queste col girare de' secoli fra i massi del monte, che le strozzava, si approfondarono a perpendicolo un alveo, che meglio non avria potuto farlo la polvere a forza di mine, e la costanza e la spesa pazza di più scarpellini. Vassi a vederne la spumante romorosa cascata, ed avvi ponte sopra, che raccomandato a catene fisse nello scoglio accresce coll'orrore la maestà dello spettacolo, indi con più larghe sponde va la Pioverna al Lago[60]. Non si può a parole spiegar il sasso scavato a foggia di laguna, nè il muggir del fiume. Bello è il contrasto d'aperta luce a pochi passi, bella la tenebrìa muta d'ogni raggio, pel che talor vi s'aggira anche nel meriggio la nottola.

Dopo lo severo spettacolo tanto fanno maggior l'impressione le felicissime campagne, cui diedero i maggior nostri l'appellazion di Cultonio. Queste si terminano dal promontorio di Murcò, e già si scopre Varenna [VARENNA] locata sopra scogli. A que' soli in quel lido ben si può ignorare il decembre tristo, o l'ispido gennajo. Infatti non i lauri soltanto o le mortelle o i melaranci, ma fin gli aloe e le _melie azederach_ vi fioriscono spontanee, e molti in que' dirupi si provvidero di quella pianta siriaca e de' cerei ambiti. Di sì beata temperie scrisse elegantemente in verso l'abate Francesco Venini al patrizio nostro don Antonio Canarisi, anteponendo a sì caro soggiorno il fumo, il fango e lo strepito Parigino. All'eccidio degl'Isolani deve Varenna i principj suoi, ivi quella bellicosa gente ricovrossi, e il Roman rito introdusse fralle piagge ambrosiane. I maggiori Giovj là pur si ridussero per qualche tempo, come apparve per la vetusta lapida da Gianmario Scoto trasmessa a Benedetto Giovio; ma presto mutaron sede, ed erano già Comaschi nel secolo XIII. Sono degni da vedersi i giardini del conte Angel Serponti, e di là può l'occhio scorrere sovra la maggiore ampiezza del Lario, il quale ivi si parte alla foggia della greca ypsilon, il che accennossi da Paolo Giovio, che scrisse ivi il Lario accostarsi[61] alla figura della lettera pittagorica. I monti sopra Varenna non sono infecondi di tartufi fraganti; del qual genere non punto scarseggia il Comasco.[62]

Scorgesi indi presso la riva un palagio, che già fu chiostro; ma quelle vergini con salutare consiglio stimò di trasportare altrove Carlo Cardinale Borromeo per la santità de' costumi ad ognun venerabile.

Sarebbe lunga cosa l'indagare i prodigj del Latteo, dal quale fiumicello prende nome la prossima terra di Fiume Latte. [FIUME LATTE] In questi contorni Ercole Sfondrato edificò la Capuana ricca di fontane. Il Boldoni con eleganza descrissela in due pagine, e con un libricciuolo il padre Giovanni Bonanome nel 1646; ma chi può leggerlo povero di cose e guasto tutto de' bisticci e delle lascivie dello stil secentistico? Spetta ora la Capuana al Conte Alessandro Serbelloni, a cui pervenne l'eredità dell'ultimo Sfondrato Conte della Riviera.

Costeggiano indi il Lario vigne perpetue; dopo sieguono i due piccioli promontorj di Vetergnano. Poco da quelli dista Lierna [LIERNA] cinta da non ingrato territorio. Lodansi i di lei vini per coloro, che soffran di calcoli e podagre, perciocchè al sapor graziosamente tagliente congiungono la facilità d'esser passanti. Nè già mancan d'oliveti quei campi, ma più fecondi ancor ne sono i prossimi, che dierono il nome ad Olcio [OLCIO] terra di qualche fama anche pel marmo Luculléo ossia nero, di cui i maggior nostri si valsero per alcuni pilastri del maggior tempio in Como, e Girolamo Borsieri crede, che ne usassero non già per mancanza di marmo candido, ma per accrescere maestà.

Di qui tantosto orrida innalzasi una balza aspra e forte in varj massi squarciata, la qual copre Mandello, [MANDELLO] borgo e pel numero degli abitanti e per gli edifizj e per la fertil pianura, che lo circonda, a niun altro secondo del Lario. Ivi i Marchesi Airoldi hanno un palagio, che per la sua mole cede soltanto al Gallio di Gravedona. Soggiace Mandello per l'ecclesiastica giurisdizione al Vescovo di Como, e soggiacciono a quell'Arciprete Plebano Vassena, Olcio, Lierna, S. Lorenzo sopra Adda, e Grebbio. Se non che la bellezza del lido piano, reca talora a Mandello qualche insalubrità d'aere, allorchè il Lario soverchiamente gonfio straripisi in esso. Celebre fatto d'armi accadde in vista del borgo nel 1532, quando azzuffatesi le navi Sforzesche con quelle di Giangiacomo Medici vennero disperse dal minor numero delle Medicee, ma il Castellano di Musso vi perdette sul fior degli anni il fratel suo Gabriele fortissimo giovane, e lui squarciato nel fianco da una bombarda coperse Giangiacomo, perchè i soldati da compassion tocchi non si lasciassero fuggir di man la vittoria; e poco dopo perdette pure la vita Luigi Borsieri Ammiraglio del predator Mussiano.

Dal promontorio Roboreo si chiudono le campagne di Mandello. In dentro è la Chiesa di S. Giorgio, poi Teolo, indi il Tempio di S. Lorenzo, e il Villaggio della Abbadìa, [ABBADÌA] ove stettero anticamente Monaci Benedettini, e in fin quasi della punta il chiostro già dei Serviti, or vuoto, dacchè si ridussero essi in Como al chiostro di S. Chiara presso la Cosia, abbandonando anche l'altro di S. Girolamo presso le mura della città.

Giungesi poi là dove il lago stretto dalle montagne non ha larghezza che di tre quarti appena d'un miglio. Ivi ebbero i Capitani Sforzeschi il vano pensiero di tirare una catena, onde frenare le scorrerie delle guerre civili. Ma di bel nuovo fuggono le rupi a foggia di gomito, e per rotti massi schiudesi il varco alle contrade di Gessima per vini austeri nota e per buone cave di calce. Questi scogli son tuttora infami per la miserabil morte di Lodovico Savelli, della quale parlò Paolo Giovio. Sdrucciolovvi quel giovane infelice, e nel cadere avvenutosi ad un ramo abbrancollo. Frattanto, chi lo vide pendente dall'altissimo scoglio, invan tentò di soccorrerlo; cinque ore bruciato dal sole stette egli pendente, alfin le forze abbandonandolo cadde, nè gli giovaron punto i letti, che s'eran sul terreno distesi, perciocchè l'urto dell'aria l'estinse pria, che giungesse a terra.

Comincia poscia il fertil territorio di Lecco, [LECCO] da cui anche avvi strada, che mette in Valsasina[63]. Lecco già sede di Conti Rurali sotto i Re di Germania è castello ampio. Le manifatture del ferro possono intrattenervi l'osservatore: molto pure è il traffico d'ogni sorte, che esercitasi da' suoi abitanti. Avvi anche un mercato di grani, a cui concorrono i popoli limitrofi. Ma ciò, che più distingue Lecco, è la gloria del ferro, e lo diria il maggior Plinio nobilitato da quello, come a' suoi tempi lo erano Como e Tarragona in Ispagna. Dal rivo detto il _fiumicello_ si aggirano ben più che cento edifizj. Vi si fila il ferro ancor sottilissimo, ma i conoscitori della chimica vorriano, che si perfezionasser le macchine per render meno insalubre il travaglio agli artefici. In iscambio ei non è guari, che vi si aperse una fonderia di vasi da cucina foggiati con quella massa di ferro più scabbra e spumosa, che appellasi _ghisa_, e certamente è da bramarsi per le viscere umane, che bandiscasi il rame, onde, se non vogliamo imitar gl'inglesi, che usan l'acciajo, dovremmo almeno cenare come Agatocle Re in piatti di terra cotta. Ma se ora in queste piaggie ferve il commercio, altre volte squillavan le trombe d'intorno a Lecco. Ne' tempi andati faceasi molto conto di quella rocca. L'assediarono i Veneti nella guerra da essi rotta a Filippo ultimo Duca Visconti, e lunga pezza ve gli stancò Eusebio Crivelli. Romor di conflitti sonovvi pure d'intorno sul principio del secolo XVI: Francesi, Sforzeschi, Antonio da Leva per Carlo V, e il summentovato Giangiacomo Medici vi si stabilirono a vicenda. A pochi passi sotto Lecco si ristringon le acque a canale, e scorre troppo placidamente l'Adda, su cui quasi cinque secoli fa i Visconti edificarono di nobil opera un ponte. Ma non esistono più su quello le ritonde torricelle, colle quali a difesa l'avean munito que' Principi. Giovio ne favella, e vi restavano ai giorni di Boldoni appena i vestigj de' lavori vetusti. Lenta per vizioso declive e sabbie strascinasi l'Adda, che di bel nuovo stagna nel ricettacol di Moggio, che appellossi anche di Pescarenico, Rauso e Garlate. A manca d'esso signoreggiano i Veneti, e Vercurate è loro. Ma di spinger più oltre la gondoletta nostra ne sconsigliano i pigri stagni, che si succedono resi deformi da tanti edifizj pescarecci: laonde convien quasi di navigarvi per lo filo della sinopia, e l'aer grave ne sprona al ritorno non men, che il dolore che a buon Comasco recasi dall'aspetto di tanti disordini, contro i quali pur riclamasi invano[64].

Poco oltre il ponte di Lecco veggiam tosto al nostro ritorno sul lido manco la villa del Marchese Recalcati, la cui vedova e degna madre è il rampollo ultimo de' nostri Conti Lambertenghi.

Giacciono qui le radici del Monte Barro, nella cui destra spalla Desiderio re de' Longobardi ultimo innalzò tempio a Michele Arcangelo, nè di là lunge i di lui predecessori dotato aveano il monastero di Civate. Ma i pensier vaganti richiama alle spiagge Lariane l'amenità di Malgrate, [MALGRATE] il qual guarda Lecco di fronte. Ivi è dove principalmente radunansi coloro, che mercanteggian di calce. Siegue Parezzo, alle cui spalle si apre pianura, che guida alla Pieve di Incino. Sorge poi altissimo monte Reale, e le radici spinge ben addentro nel Lario dirimpetto alla punta di Roboreo nell'altro lido, onde questa è la maggior angustia de' di lui flutti.

Poi sotto macigni nudi curvi su lui sta locato infelicemente Onio, [ONIO E VALASSINA] e di là schiudesi il varco alla Valle Ascina, che il nome ebbe dal principal borgo. Ivi scavossi una lapida, che venne illustrata dall'Alciato, e tuttor vi sussiste. Il marmo ha queste parole:

GENIO. ASCI. P. PLINIVS. BVRRVS. ET. C. PLINIVS. AETERNI.

In essa, come ognun vede, spira un gusto d'antichità venerabile, e vi si scorgono mentovati due Plinj, Pubblio e Cajo. Quindi tante memorie della gente Plinia fra noi e contorni nostri, e niuna altrove, rendono sempre più inferma la pretesa de' Veronesi per rapirci lo storico naturale. Nella valle di Vicino, che trovasi tra Onno ed Asso, avvi torbiera, di cui si potrebbe trarre profitto con miglioramento anche de' campi e dell'aere. Valbrona non n'è lungi, e di là scendesi agli scoglj, che stanno rimpetto a Mandello, ed alla Badìa. V'ha legge, che vi siano piloti ognor pronti per tragittare i viandanti, e questi sono perciò stipendiati dalle prossime comunità. Vocian quindi alto i passeggieri, se bramano il tragitto di Mandello, o danno fiato ad un corno, se giunger vogliano alla Badìa. Ma di sovente que' barcajuoli mancano ai dover loro, abbenchè dall'altro lido si superin le voci degli Achèi Omerici, o squillisi il corno in metro più lungo, che mai nol sentissero giusta Bojardo e l'Ariosto le foreste in Francia al tempo dei Paladini e del Re Carlo.

Nativi d'Onio sono que' fratelli Torri, i quali co' fuochi artificiali e co' razzi divenner ricchi a Parigi, ed accrebbero concorso al Vaux Hall di Londra sì mal imitato altrove.

Dopo Onio non sì aspri succedono i monti; ricompajon le vigne e le selve, e fra queste è Vassenna. Breve tragitto [VASSENNA E LIMONTA] ne guida a Limonta, che fu nel 835 donata da Lotario Augusto a' Monaci di Sant'Ambrogio, i quali v'esercitan pertanto i diritti sacerdotali e principeschi. Leggiam nel diploma, che lor si desse per ricavarne l'olio per le lampadi, onde deducesi, che anco in que' tempi per l'Italia non lieti vi prosperassero gli uliveti. In questo soggiorno trattenevasi nel secolo XVI il monaco Roberto Rusca, di cui alcuni libri conservansi presso i collettori di cose patrie, ma scarseggiano di quella critica, della quale fa di mestieri in opere di tal genere. Civenna pure fra monti soggiace al feudo de' monaci Ambrosiani, i quali hanno somiglianti signorie sul lago di Lugano a Campione terra felice, della quale escirono artisti illustri, qual fu quell'Enrico nel 1322 scultor della torre e pulpito nella cattedral modonese, e quel Matteo nel XIV secolo architetto del tempio Monzese, e quel Giacomo che adoperato venne nella Metropolitana di Milano nel 1386, non che all'edifizio della Certosa Pavese; vi nacque pure il pittor degno Isidoro Bianchi. Sebbene dal Ceresio ritorniamo al Lario.

Non breve tratto or dobbiamo scorrere di piaggia deserta, ma finalmente a varj piani scendenti discopronsi i giardini di Villa Giulia ne' quali il signor loro impiegò molto oro, ma non si avvinse alla linea retta, e volle anzi secondare il curvo ed angoloso protendersi e ritrarsi del lido. Qui tacciamo di Villa Giulia, perchè avremo a parlarne quando rinavigheremo per il ramo di Como.

Siegue Pescallo già chiostro di Vergini, ora dal 1580 circa vuoto d'esse, e quasi senza nome. L'orrore de' nudi scogli e della cima del monte salente su dritto accompagna il promontorio di Bellagio, [BELLAGIO] ma nel tempo stesso una vicina foresta di pini rallegra il guardo. Il nome del luogo suona troppo chiaramente il latino vocabolo di _Bilaco_ o _Bilacio_, e tiensi con ottimo giudizio, che qui Plinio avesse quell'altra sua villa detta _Tragedia_, perciocchè dagli scogli sostenevasi quasi come dai coturni l'attore sovra il teatro. Nè questa collocazione della Tragedia è congettura, mentre Plinio nella lettera a Voconio Romano VII del IX libro dice chiaramente che quella villa _coll'alta schiera del monte divideva due laghi_. Trovò il Boldoni, che il Bellagin promontorio più d'ogni altro somiglia al Miseno. Vi fu già in vetta d'esso una rocca di pietre quadrate, ove annidavasi alcuni assassini, ma con salutare consiglio Gian Galeazzo padre di Filippo Visconti Duca diroccolla nel 1375. Poscia a mezzo del giogo Stanga[65] _Marchesino_, come colui, che l'affetto godeva e l'oro del Duca Lodovico il Moro Sforza, potè ergervi signoril villa, la quale incendiossi dall'ira de' Cavargnoni. Ivi gli Sfondrati edificarono il palagio loro volto a meriggio, il qual ora appartiene al loro erede Conte Alessandro Serbelloni. L'edifizio egli è più grande, che leggiadro. Vi si trova l'inscrizion seguente:

M. PLIN.... OVF. SA.... IIII. VIR. I. T. V. Non saprei, se tal marmo quello sia, che accennasi da Benedetto Giovio nella sua collettanea, mentre il dotto uomo il riferisce soltanto colle lettere M. PLIN.... e dice, che il sasso sia bruno, quando l'inscrizione da noi qui recata, vedesi scolpita sovra una pietra cenerognola. Ma quel che io so, egli è che i parecchi monumenti Pliniani favellano tutti in favor de' Comaschi, nè lasciano appiglio a Veronesi, perchè possano vantar loro il maggior Plinio[66]. Aggiungasi, che il di lui nipote ed erede nato dalla gente Cecilia possedeva sul Lario beni materni, come appare dalla lettera al prosuocero suo Calpurnio Fabato XI del libro VII. Ma tale questione altrove trattossi da noi, e può anche vedersi nel dizionario degli Illustri Comaschi.

Scendesi dalla Villa Serbelloni al borgo di Bellagio partito in due sì, che dell'un popolo ha cura un preposito, dell'altro l'arciprete. Fra mezzo apresi l'accesso a Villa Giulia così detta dal nome della gentil moglie sua, ed edificata con grave dispendio da don Pietro Venini. [VILLA GIULIA] Apparteneva prima il luogo ai Camuzj. Il Venini fra gli ampi fondi, che acquistovvi d'intorno, e mise in istato d'agricoltura eccellente, vasto e profondo aprì viale, che sbocca alla Villa. Duol però all'occhio, che per certo gusto del padrone non vi siano le pareti laterali vestite di verdi spalliere, e duol poi anche più, che il viale non dirigesi al mezzo della casa. Contuttociò l'ardimento dell'opera fu grande, si spezzarono scogli, s'alzaron valli, s'appianarono dorsi di colline, e magnanimo fu il progetto d'unire con una Villa il ramo di Lecco e quel di Como. Più vicina al primo stassi l'ampia e comoda casa, in cui oltre ogni altro agio avvi anche lusso di scelte stampe in rame, ed una sala dipinta assai bene dagli ultimi Bibiena. Se fosse dato di vederla a quel gentile spirito del Conte Francesco Algarotti, non diria egli già, che in quelle prospettive ed architetture vi _si passi il limite[67] del vero e del verisimile_. Al di là della casa apresi un pian vasto, e per averlo forzossi la natura del luogo; l'occhio si perde nelle montagne aspre, che fiancheggiano il lido del Lario volgentesi a Lecco, ed hannovi ai lati le scale per lunga discesa al porto, e per più breve a varj piani dei giardini ricchi di elette frutta. In questo soggiorno visse più volte col fratel suo quel maestro solenne del pulpito Italiano Ignazio Venini dopo, che dal XIV Clemente fu prescritta la quiete alla Compagnia di Gesù.

E nacque a Bellagio, e dimoravi nei tempi liberi il chiaro professore Giacomo Rezia, le cui preparazioni anatomiche arricchirono l'Università Pavese prima, che vi giungesse il celebre Antonio Scarpa. Del resto va intorno anche qualche libretto del Rezia, che il mostra fornito della più sapiente diligenza, dote per la profession sua l'eccellentissima, e che lo rese ancora scopritore.

In questa beata spiaggia, che tutta ha di contro la fiorentissima Tremezzina, seguono poi le ville Ciceri e Trotti[68]. [VILLE MELZI CICERI E TROTTI] Nella prima il fu conte Ignazio Caimo villeggiò molti anni splendidamente nella state, come colui, che univa l'amore dell'ospitalità all'ampiezza della fortuna accresciutagli dalle sostanze della famiglia, da cui nacque Carlo Ciceri vescovo nostro sotto Innocenzo XI e Cardinale di Santa Chiesa. Giace questa a mezzo il poggio difesa dal mezzo-giorno. Non gode quindi l'aspetto ampio del Lario; però a supplimento in sulle sabbie flagellate dalle onde locossi il caserino detto il _Quattrocchio_. Ma i giardini in vece del marchese Trotti si specchian nel lago, ed abbenchè non siano della maniera ultima, sono agli occhi coll'ampiezza e il lor compartimento gratissimi, e i viali a docili carpinate ed a ramosa rotondità d'ombriferi tigli si nobilitano anche da nativi tartufi. Nè duolmi punto, che tal giardino sia della foggia antica, perciocchè quando lo spazio non sia vastissimo, l'anglomania d'imitar coll'arte la natura ci riduce sempre a sforzi meschini, e un gobbo quindi nel giardino s'appella collina, e foresta un picciolo intralciamento di rami, fra quale si lascia germinare l'ortica e il cardo. Sebben tal fantasie son nulla rimpetto a quelle, che fin d'ossa spolpate e di scheletri vollero popolare le lor delizie strane.

Si può dalla Lombardia giungere a Bellagio per terra, e forse anche per tal motivo i conti Taverna[69], ed Anguisciola pensano ora di alzarvi una fabbrica di diporto. I due rami del Lario formano colle terre di Pieve d'Incino e la Valle Assina[70] un ampio triangolo nel quale stanno e monti aspri, e valli feconde! Qualche terra ci rammenta anche il culto de' Gentili, come Castel Marte, e Proserpio, che ci ricorda la consorte di Plutone. Tutto questo gran corpo di contadi sbocca per così dire per varie vie al promontorio di Bellagio.

Tosto però, che da quel lido ci scostiamo alquanto, già mutasi scena, e l'aspetto ne attende severo della Grosgalla inospita. Frangonsi i flutti del lago adirato per ben due miglia contro gli scogli di questa montagna, e stanzian volontieri tra que' sassi que' pesci, cui noi diamo il volgar nome di _carpani_. Finalmente il deserto lido oltrepassata di poco la linea del promontorio di Lavedo ricomincia a spargersi di case, ed ivi è Lezzeno, [LEZZENO] di cui corre il proverbio, che sia senza luna d'estate, e senza sole nel verno. I vini infatti, che si raccolgono ivi, hanno dell'acquoso, e solo ebbero fama per l'autorità di Lodovico Duca Sforza, il quale consigliato da' medici usavali a giovamento delle aduste viscere e delle ferventi podagre. A giorni di Paolo Giovio era il costume di mischiarli con nobil tempera a quei di Griante o di Varenna, quando i mosti bollivan tuttora. I Vigoni, e i Bellini, che vivono a Milano, v'hanno buone abitazioni: più remota dal luogo è l'origine dei conti Silva. Perpetue vigne e castagneti ne guidano alla punta della Cavagnola, [CAVAGNOLA] dove amano d'approdare i nocchieri per riprendervi lena con una giara di vin robusto. Sono già tre secoli, che sul campanile della chiesa, che or più non esiste, tenevasi una lanterna col lume, acciocchè i naviganti avessero una scorta nel bujo, quando scendevano dal faro di Lavedo.

Di qui s'apre quel seno d'otto miglia piegandosi fortemente fino ai lidi de' Tornaschi. In questo ottiene le glorie prime Nesso, [NESSO] capo di Pieve, distinto di antichissima arcipretura. Per una valle, che il divide, spumeggia un fiumicello, e puossi ivi godere nel caldo un zefiro perenne. Mette Nesso per dirupate vie alle terre di Veleso e Zelbio, le quali ad onta delle alte rupi pur raccolgono grani, e vassi pure al famoso pian del Tivano[71]. Su queste montagne venne di recente introdotta una buona manifattura di coltri di lana.

Lungo il lido non si veggono più terre. Ma sul dorso de' monti stanno Careno, Pognana, Lemna, Molina non iscarse d'uomini, che per commercio sparsi nel mondo si ridussero a tetti loro arricchiti. Avvi a Molina sovra un picciol torrente un arco di due balze, che quasi insieme si congiungono. Ma Palanza gode ancora di più vago sito, e le di lei cipolle paragona il Merula con quelle d'Ascalona lodate da Strabone. Sulle creste verdeggiano i pascoli, ove mugolano per tutta la state le mandrie, e a giorni di Paolo Giovio vi s'incontravano i cervi sovente, ma non so io, che ora i pastori ve li veggano.