Viaggio al Capo Nord fatto l'anno 1799 dal Sig. cavaliere Giuseppe Acerbi
Part 8
Estremo era il caldo, montando il termometro all’ombra a 29 gradi, e a 45 gradi esposto al sole. Il terreno ci abbruciava i piedi, e i pochi alberelli, che potevamo incontrare, non ci difendevano dai raggi del sole. Eravamo poco meno che soffocati; e per giunta dovevamo portare abiti di panno ben fitto per salvarci possibilmente dalle punture delle zenzale; intanto che il velo, con cui tenevamo per la stessa ragione coperta la testa, c’impediva la libera respirazione. E questo gran caldo operava pure potentemente sui nostri Laponi, che aveano bevuto i tre bicchieri d’acquavite. Costoro si fermavano a prender riposo ad ogni momento, e domandavano altr’acquavite. Ben ci accorgemmo di non aver più a fare co’ Finlandesi, sobrii al pari che robusti, operosi ed arditi: costoro invece non pensavano che alla loro gola. In sei miglia che facemmo si fermarono cinquanta volte, e sempre chiedendo acquavite. Se non fossimo stati forti a ricusarla, non saremmo andati innanzi di più in quel giorno. Per fare sei miglia ci vollero sei ore: bisognava che li cacciassimo innanzi per forza, e ben guardare che non si allontanassero. Quando uno di loro cadeva, tutti gli altri fermavansi; e quello era il segnale di far alto: con che tutta la carovana si gittava per terra: e ci volevano suppliche d’ogni maniera per farli alzare. Finalmente arrivammo alle sponde di un picciol lago detto Kerijervi, sulla destra del quale stendesi una catena di montagne, che forma il confine del Finmark, ossia della Laponia norvegia e svedese. Ivi trovammo due battelli interamente sdrusciti con remi mezzo rotti e disuguali in lunghezza, i quali erano stati tutto il lungo inverno sepolti nella neve, ed esposti alla inclemenza delle stagioni. Con questi dovevamo attraversare per due miglia quel lago. Due dei nostri Laponi si misero a remigare, e due altri a cacciar fuori continuamente l’acqua che entrava nel battello per le fessure: certo essendo che se non avessero posta in tale operazione la maggiore possibile attività, noi saremmo rimasti annegati. In sì gran frangente ci toccò eziandio di vedere i nostri remiganti andare con tanta flemma e indolenza, con quanta sarebbesi potuto andare in una partita di piacere; e se toccammo infine la riva sani e salvi, noi non ne fummo obbligati che al nostro gridare, pestare, minacciare, bastonare infine sì poltrona canaglia; e metterci all’opera noi medesimi tanto coi nostri cappelli cacciando fuori l’acqua, quanto colle nostre braccia vogando.
CAPO XIII.
_Erba angelica. Arrivo al Pepojovaivi. Incontro di pescatori laponi. Loro usi e sospetti sui viaggiatori. Cagioni di questi sospetti. Quantità immensa di pesce nel Pepojovaivi, ed acque adjacenti. Caccia su quel fiume. Altre particolarità sui Laponi nomadi. Arrivo a Kantokeino._
Usciti di quel lago ripigliammo il cammino a piedi; ma intanto una delle nostre guide avendo sulla riva del medesimo adocchiata una certa pianta, corse a strapparla, e se la divorò con incredibile avidità. Che pianta dunque era questa? Era un’angelica della miglior forza e vivacità. Cresce essa appunto in codeste parti polari; ed è il più eccellente antiscorbutico, che possa darsi. Mostrai a quell’uomo piacere di gustarla; e la trovai di sì buon sapore, che ne divenni avido quanto un lapone; e debbo dire ingenuamente che se mi sono mantenuto sano in codeste parti, fin che mi vi sono trattenuto, lo debbo all’angelica, di cui ho fatto uso continuo, potendo averne; ed essa mi servì a temperare i tristi effetti dei troppo riscaldanti e poco sani cibi, de’ quali la necessità ci obbligava a far uso, com’erano il pesce o salato, o seccato al sole, la carne di renna di tal modo seccata, il formaggio secco, il biscotto e l’acquavite. Prova n’è, che il mio compagno, che non faceva uso di questa pianta benefica, spesso provava dolori di stomaco, accompagnati da indigestioni.
Quantunque fosse mezza notte le zenzale non lasciavano di tormentarci. L’aria era calma; e le zenzale moltiplicavansi attratte dall’odore esalato da que’ sporchi Laponi; defatigavaci inoltre il musco assai alto, e l’ingombro de’ cespugli. Facemmo tre miglia; e non avevamo più forza di andar oltre. Fortunatamente trovammo la sponda del fiume Pepojovaivi, ed alcuni pescatori sdrajati attorno ad un fuoco con due ragazzi di circa 5, o 6 anni. Deliberammo di passar ivi la notte accanto a loro, mentre essi facevano cuocere la loro cena. Ma le zenzale ci perseguitarono a segno che non ci fu possibile aprir bocca per mangiare, senza inghiottirne centinaja. L’aria era poco agitata: il fumo saliva in lunga colonna perpendicolare; e non ci era di verun soccorso. Dovevamo mangiando tenere i guanti, e prendere tutte le precauzioni ad ogni boccone, per introdurlo sotto il velo che ci copriva la testa, onde non fosse accompagnato da veruna di quelle implacabili persecutrici. Ma quante e quante, ciò nondimeno ci dovevamo aver sotto i denti! Per evitare possibilmente tanta noja niun altro partito trovammo, che quello d’immergere la testa nel fumo ad ogni boccone che volevamo prendere. Era però insopportabile anche il calore, che così facendo dovevamo sostenere: ma almeno questo incomodo ci parve preferibile all’orrore d’inghiottire ad ogn’istante insetti sì disgustosi: d’altra parte non potevamo pensare ad alzare la nostra tenda, perchè l’opera voleva tempo e fatica; e i nostri Laponi aveano bisogno di riposo.
Finita che avemmo la trista cena, ci mettemmo ad osservare gli usi e le azioni di que’ Laponi ivi trovati, per incominciare a prendere un’idea de’ loro costumi e delle loro abitudini. I due ragazzi mentovati aveano e faccia e corpo estremamente grossi, così che parevano gonfii; ma però erano vivaci e robusti. La nostra presenza non fece loro sensazione veruna; nè punto si sconcertarono. Essi andavano al fiume, ne recavano acqua, e divertivansi gittandola ora su di noi, ed ora sulle nostre robe: guastavano insolentemente tutto quello, che cadeva sotto le loro mani; e disordinavano tutto quello che fosse alla loro portata: nè i loro genitori s’imbarazzavano punto di ciò che facessero, come se niente fosse. E mentre i loro figli si esercitavano in fare a noi tutto il male, di che erano capaci, essi non badavano che a cucinare diverse sorte di pesci, che tagliati in varii pezzi facevano bollire in una pignatta con grasso secco di renna, e un poco di farina. Mentre poi la pignatta era ancora sul fuoco, tutti que’ Laponi vi si assisero intorno con un cucchiajo in mano; e quando credettero che la pietanza fosse cotta, incominciarono a dare dentro quella pignatta uno alla volta, adoperando quel loro cucchiajo. Chi n’avea preso abbastanza si poneva a dormire, e svegliato poscia tornava a mangiare; e così vicendevolmente finchè fossero satolli. In tutto questo niun’altra regola potemmo vedere da costoro osservata, se non quella dell’appetito e dell’istinto. Quando non erano occupati a mangiare, dormivano, o pipavano. Avendo due di costoro preferito il pipare al dormire, cercammo di legare con essi discorso. Ci domandarono se uno di noi fosse il re, o un commissario del re. Si mostrarono curiosi di sapere perchè fossimo penetrati nel loro paese, e cosa fossimo andati a farvi. Io pensai che sospettassero in noi degli emissarii mandati per prendere cognizione di loro, del loro stato, delle loro ricchezze e della loro condotta; e da una folla di cose, che il nostro interprete non sempre facilmente intendeva, ci parve poter comprendere che cercavano di convincerci di loro estrema povertà. Nè le loro risposte alle nostre domande erano di quella franchezza, che potevamo attenderci dalla loro semplicità. Le passioni che sì spesso allontanano gli uomini dal buon senso, e dalla verità, danno della politica e della destrezza al più stupido; e non v’è passione più atta a produr questo effetto, quanto l’amor proprio e la cura interessata di conservare la propria roba. Ora bisogna sapere che quando i re del Nord mandarono missionarii in quelle deserte regioni per predicarvi l’evangelo, non solamente que’ zelanti apostoli fecero pagare ai miserabili indigeni le spese del loro viaggio, ma diedero inoltre a intender loro che dovevano ricompensarli delle pene che a riguardo d’essi s’aveano prese. Quel popolo errabondo fino allora era vissuto senza ministri di culto, e senza alcun peso a questo titolo. Invocava al bisogno, e quando così gli piaceva, un certo numero di Dei che non gli costavano niente fuori che il sacrifizio di una renna, la quale non veniva offerta che di tempo in tempo, e di cui agli Dei non toccavano che le ossa e le corna, poichè la carne mangiavasi dall’offerente. Si può quindi presumere che non senza rincrescimento que’ poveri Laponi si vedessero sforzati a dividere i loro beni con gente straniera, che non capivano in che potesse loro essere utile. Ma deboli, indolenti, poltroni per carattere, e per fisica costituzione; d’altra parte dispersi e disuniti in virtù della loro maniera di vivere, attaccati puramente alle loro greggie ed incapaci di combinare alcun mezzo di resistenza al dispotismo, credettero con sommissione, e senza opposizione veruna, a tutto quello che a’ quei zelanti stranieri piacque di dare loro ad intendere; e per salvare il resto piegaronsi a dare a coloro una parte del loro avere. Il Lapone ignorante e povero pagò con rassegnazione le requisizioni de’ missionarii, i quali in ricambio gli promisero la felicità di un altro mondo, che senza dubbio per uomini sì limitati di mente non poteva consistere che in bere acquavite dalla mattina alla sera. Ma l’interesse apre gli occhi anche ai più rozzi uomini. I Laponi non potevano concepire per qual ragione, e meno poi per qual diritto dovessero essi dividere quanto aveano cogl’inviati di un governo, la cui polizia, le cui leggi, la cui giustizia non erano loro di alcuna utilità. Ed in fatti non consideravano i riformatori ed altri inviati, che come ladroni, che preferivano di vivere agiatamente a spese altrui, piuttosto che correr dietro con tanta fatica alle renne, ed occuparsi nella caccia e nella pesca. Essi non potevano sperare nè protezione, nè profitto da persone, le quali infin de’ conti bevendo e mangiando, consumavano provvigioni bastanti a cento di loro per sussistere. Così la pensavano i veri Laponi, vale a dire quegli uomini erranti, i quali contenti dei deserti, ove sono nati, stannosi ne’ recinti delle loro montagne, e non si accostano mai abbastanza alle nazioni incivilite per acquistare qualche cognizione sulla forma delle loro costituzioni. Liberi per diritto imperscrittibile di natura, non concepiscono punto la necessità di leggi, atteso il modo con cui vivono. Il paese che abitano, non converrebbe ad alcun’altra razza d’uomini. Essi trovano nella carne delle renne, e in un vegetabile che ogni animale rigetta, il nudrimento ad essi adattato. Società? la trovano nella unione di alcune famiglie, avvicinate da bisogni comuni; e quando accade che due famiglie di questo genere si trovino sul medesimo suolo colle loro greggie, v’è spazio bastante perchè l’una si accosti all’altra, e le tenga il discorso che _Abramo_ tenne a _Lot_: _Se tu prendi a mano manca, io andrò a mano dritta; e se tu andrai alla dritta, io andrò a manca._
Noi stentammo molto a persuadere que’ Laponi, che non eravamo nè re, nè inviati, nè missionari; ma persone da curiosità, e da bisogno d’istruirci, condotti in quelle loro contrade. Per essi anche queste erano idee astratte, pienamente incomprensibili. In tutti però i discorsi, che passarono fra essi e noi, non potemmo notare in essi il minimo indizio di una credenza religiosa. Nè quando mettevansi a mangiare, o aveano finito il loro pasto; nè quando andavano al riposo, o la mattina si alzavano, li vedemmo mai alzar gli occhi al cielo per ringraziare il Dio benefattore, che provvedeva ai loro bisogni.
Cercando noi di stabilire qual potess’essere il calore del sole a mezza notte, tempo in cui colà non è alto sull’orizzonte più di due o tre de’ suoi diametri, volemmo provare se potessimo accendere le nostre pipe con un cristallo. I Laponi meravigliaronsi fortemente, vedendo come tosto le nostre pipe fumarono; e noi tememmo che ci tenessero per tanti stregoni. Per lo che domandammo loro se pensassero che tra essi fossero uomini eccellenti in questo genere di cognizioni; ed avevamo infatti udito molto parlarsi di stregoni di Laponia. Il fatto è però che codesti nostri Laponi ci dissero di no; aggiungendo che s’inquietavano poco assai se ve ne fossero, o non ve ne fossero. A tutte le ricerche che loro facevamo, rispondevano coll’aria della più grande indifferenza, e di un tuono da far credere che fossero stanchi della insipida nostra conversazione. Anzi quelle ricerche nostre non facevano che svegliare la loro diffidenza e inquietezza; e forse forse la persuasione che fossimo veramente commissarii mandati dal Governo. E quando loro domandammo ove fossero le loro renne, e quante ne avessero, ci risposero essere poverissimi; che ne aveano possedute ventiquattro, ma che loro non ne rimanevano più che sette, essendo le altre state divorate dai lupi. E ciò era vero; e di tale disastro de’ Laponi noi avevamo udito parlare in Uleaborg.
È un singolar fenomeno questo, che il numero de’ lupi in Laponia siasi aumentato successivamente ciascun anno dopo il cominciamento della guerra in Finlandia. Si sono allegate varie congetture per ispiegarlo: io credo che il miglior partito sia quello di aspettare lumi migliori, e sul presente sospendere ogni giudizio.
Intanto ripigliammo il viaggio per giungere a Kantokeino animati dal pensiero che non avremmo più a sostenere i tanti ostacoli congiunti col risalire correnti di fiumi; perciocchè il fiume che avevamo d’avanti, guidava le sue acque verso il Mar-glaciale; e le cataratte del Pepojovaivi non erano tali, a cui non potessero bastare i nostri Laponi, ancorchè deboli, goffi, e facili ad imbrogliarsi per ogni minimo intoppo, che incontrassero.
All’atto d’imbarcarci sul Pepojovaivi lasciammo sulla sua sponda la ragazza, di cui ho già parlato. Avevamo due battelli, e tre Laponi stavano al servizio di ciascuno di questi: uno d’essi nuotava in avanti, un altro teneva il remo a foggia di timone, e il terzo era continuamente occupato a gittar fuori del battello l’acqua. Costoro, senza che noi ce ne accorgessimo fecero una diversione con animo di andar a vedere alcune reti da essi piantate un giorno o due prima. La diversione consisteva in avere lasciato il corso del fiume, e in essersi internati nell’alveo di uno minore, che in quello metteva foce. Per darci poi ragione della cosa, risposero d’aver fatto, e di fare ciò che conveniva; e che ci avrebbero in poco tempo condotti a Kantokeino. Non avendo nè pratica, nè carta, con cui regolarci, dovemmo starci al loro detto: ma non tardammo a vedere ch’era loro intenzione raccogliere il pesce trovato nelle reti: le quali reti vedemmo in molte parti squarciate, ed il pesce uscitone: ma tanta era la quantità del pesce in quelle acque, ch’essi ne presero in gran copia in tutte le reti che si erano conservate intere. Usano i Laponi tenere sempre le reti in acqua, e quando hanno bisogno di una certa provvigione, vanno alle reti, e prendono quello, che sono già sicuri di trovarvi, e lo seccano all’aria, e al sole. Ma qual differenza tra questi pescatori, e quelli dell’isola Kintasari! I secondi tengono nel miglior ordine tutti gli utensili necessarii; e in quanto alle reti diligentemente le asciugano tratte che le abbiano dall’acqua: i primi le lasciano marcire nell’acqua. Ma que’ di Kintasari erano Finlandesi passati in Laponia; quelli, che di presente avevamo, erano Laponi in tutta l’estensione del termine.
Noi arrivammo finalmente a Kantokeino, situata al confluente del Pepojovaivi, e dell’Alten, dopo un viaggio di 40 miglia dal luogo, d’onde eravamo partiti. Nel corso seguito del Pepojovaivi incontrammo diversi laghi, o spazii di alluvioni di questo fiume, i quali presentano amenissime prospettive, per la quantità di belle betulle, che non solo s’alzano superbe sulle sponde, ma sorgono a gruppi anche dal seno stesso delle acque. E in queste acque veggonsi guizzare i pesci in incredibile quantità, e molti fin anche gittarsi fuori per attrappare gl’insetti, che vi spaziano sopra. I nostri Laponi, sorpresi anch’essi di tanta fecondità, pensarono di approfittarne al loro ritorno. Le cataratte poi del Pepojovaivi non erano nè considerabili, nè guari pericolose: pe’ nostri Finlandesi sarebbero stati un giuoco, e massime per quel bravo _Simone_ di Kollare; ma per codesti Laponi erano una grande cosa, non avendo nè pratica, nè talento per condursi a passarle colla facilità, colla quale potevansi superarle: ond’è che ci toccava assai spesso scendere di battello, e fare gran parte di strada a piedi lungo la riva. Allora due di coloro uscivano del battello, e uno solo rimaneva sopra ciascuno de’ due. Il primo procedeva innanzi, e rimorchiava il battello con una corda fatta di scorza di betulla, e l’altro con egual corda stava di dietro, fermandone, o moderandone il corso, quando la corrente era troppo forte. Ma se per caso costoro vedevano una pianta di angelica, vi saltavano addosso con una inesprimibile avidità; e quando le loro mani l’aveano abbrancata, addio corda! addio battello! non se ne rammentavano più; ed avrebbero lasciata andare la corda, e sofferto che il battello corresse a fracassarsi tra gli scogli, piuttosto che abbandonare la loro preda. La più parte del tempo, in cui noi eravamo in battello, essi erano ben più occupati a ciarlar tra loro, o a pipare, che a stare attenti onde non incontrar pericolo. Tanta loro incuria teneva in continuo studio noi; e spesso dovevamo dar loro qualche avvertimento: ma credete voi che badassero? Essi amavano meglio lasciar correre il battello contro qualche scoglio, che interrompere la grave loro occupazione di mangiare angelica, e di fumare tabacco. Ed una volta accadde loro di prendere una falsa direzione sopra un sito del fiume basso d’acqua, e tutto pieno di scogli; cosicchè si trovarono impegnati in mezzo a larghe pietre per modo, che non potevano muoversi. In sì trista circostanza il Lapone che maneggiava i remi s’alzò dal suo sedile; e vedendolo prendere un’aria seria e risoluta, credemmo che volesse fare un grande sforzo per superare ogni ostacolo. No, signori. Il movimento fatto da costui con tanta importanza non avea altr’oggetto che di scaricare il ventre. Noi eravamo ad ogni momento lì lì per perdere la pazienza con questa razza di bestie; ma non conoscendo i luoghi, e non avendo con chi supplire, dovemmo accomodarci alla loro stupidità, alla loro poltroneria, e allo spettacolo della loro svergognatezza. Sono disceso a queste minute particolarità per dare una idea de’ loro costumi, e delle loro abitudini.
Prima di arrivare a Kantokeino noi volemmo prenderci il divertimento della caccia sul fiume. I nostri Laponi aveano seco un cane, il quale fu obbligato a venirci sempre dietro per terra. Non saprei dire abbastanza l’attenzione, e il buon senso mostrato costantemente da questo povero animale per non perderci in mezzo a tante giravolte che noi dovevamo prendere navigando, e che dal canto suo dovea prender esso sfondando boschi, e cespugli, e deviando per paludi, e per terre coperte di fanghi profondi. Se gli si presentavano due strade, non mancava mai di scegliere la migliore. Se doveva attraversare de’ laghi, o delle isole, osservava prima, paragonava, e si risolveva: tre operazioni della mente, che i nostri Laponi non mostravano certamente di saper fare. Nel corso della sua strada, lungo il fiume, attraverso de’ cespugli, e de’ boschetti esso faceva alzare la selvaggina, la quale nella stagione, in cui eravamo allora, in que’ luoghi è abbondantissima. Noi tirammo ad alcune anitre di una specie particolare a codeste regioni, e particolarmente all’_anitra nera_, e ad un’altra _anitra_, distinta per la _coda aguzza_, come pure ad alcune razze d’oca, e massime a quella che chiamasi _anitra albifronte_, e a’ _tetrai_, qui comuni. Altri uccelli curiosi io uccisi nel passare dal fiume a Kantokeino, che n’è distante da circa un miglio. Noi arrivammo a Kantokeino un’ora dopo la mezza notte, e fummo meravigliati trovando tutto il villaggio spaventato, e le donne in camicia agli uscii delle case, e gli uomini sulle strade. La scarica de’ nostri archibugii era stata il motivo del loro terrore, perchè è d’uopo ricordarsi che a mezza notte colà era giorno, sicchè avevamo potuto comodamente tirare agli uccelli a quell’ora; e la gente del paese misura le azioni della vita nelle due porzioni della giornata di 24 ore, come se una fosse il dì, e l’altra la notte.
CAPO XIV.
_Isolamento di Kantokeino. Ragione del confine apparentemente irragionevole. Musica lapona. Maestro di scuola: sue imprese, e sua singolare incombenza. Notizie statistiche su questa parrocchia, e stato economico de’ suoi abitanti. Partenza, e cordiali addii delle donne del villaggio. Il bel fiume dell’Alten. Cataratta magnifica. Rapidità singolare della corrente. Chiesa pigmea. Montagne. Guerra colle zenzale. Incontro di un pescatore di sermoni. Laberinto. Arrivo ad Alten._
Fino all’epoca, in cui mettemmo piede in Kantokeino, questo villaggio era stato considerato come un’isola inaccessibile in questa stagione dell’anno ad ogni viaggiatore. Il paese che lo circonda, viene dai geografi danesi descritto come pieno di aspre montagne, separate le une dalle altre da paludi impraticabili. E la sicurezza, in cui questa opinione poneva gli abitanti, veniva ad essere stata turbata, siccome ho detto, dalla esplosione delle nostre armi da fuoco. Non sapevano a che attribuire quel rimbombo, ed erano ben lontani dal pensare di poter avere una visita di alcuni stranieri curiosi.
Kantokeino è un villaggio di quattro famiglie, e di un ministro del culto che serve la chiesa. Il villaggio fu compreso nei domini del re di Danimarca nella linea di demarcazione stabilita, e riconosciuta da questo monarca, e da quello di Svezia. Osservando la carta non si sa comprendere come sia stato preso qui il confine, in luogo di seguire le creste delle montagne, separazione più naturale tra il mezzodì, e il settentrione, quando diversamente si è fatto voltare il territorio danese verso il mezzodì con un angolo verso la Laponia, che dovrebbe appartenere alla Svezia. Cercammo la ragione di un fatto contrario, per ciò che apparisce, alla ragione ed alla giustizia; e ci fu detto, che il commissario svedese si era lasciato corrompere dall’oro della Danimarca, quell’uomo dipingendoci come perduto tra le donne e il vino. Il mio colonnello svedese non mancò da buon patriota di rimaner colpito da tanto tradimento dell’interesse del suo paese; e facemmo insieme cento considerazioni, non solo sui differenti mezzi che la malizia umana può condurre gli uomini a corrompere, e a lasciarsi corrompere; ma eziandio sulla sottigliezza, e sui secondi fini, che i diplomatici possono avere nelle transazioni politiche. Fatto è intanto che tutti que’ discorsi, e tutte le nostre investigazioni, e deduzioni reggevansi sopra un falso supposto. La vera ragione di quella eccentrica linea di demarcazione era cosa tutta naturale, e conforme al trattato del 1751 concluso tra le Corti di Stockholm, e di Copenaghen, nel qual trattato restò convenuto che i confini tra i due Stati sarebbero fissati dalla sorgente de’ fiumi: cioè, che tutta la estensione de’ paesi percorsi dai fiumi scendenti all’Oceano-glaciale sarebbe della Danimarca, e della Svezia quelli, i cui fiumi cadessero nel golfo della Botnia. Un anno incirca dopo il mio viaggio in Laponia conobbi a Drontheim, capitale della Norvegia settentrionale, il commissario danese, ch’era stato impiegato in quell’affare, uffizial bravo, ed uomo per ogni verso rispettabile, il quale mi diede conto del vero motivo della cosa, e rise della favola, che ne correva.