Viaggio al Capo Nord fatto l'anno 1799 dal Sig. cavaliere Giuseppe Acerbi
Part 7
Ecco le notizie che io mi procurai intorno a questo villaggio, e ai costumi de’ suoi abitanti. Tutta la parrocchia conta circa 400 anime, disperse sopra una superficie, siccome ho detto, di 200 miglia quadrate: gli abitanti sono tutti finlandesi emigrati. Tutti i viaggiatori venuti in queste contrade li chiamano Laponi, perchè è Laponia il paese, ove sono venuti a stabilirsi. I costumi e il modo di vivere sono gli stessi che quelli de’ nativi finlandesi, colla differenza però dell’alterazione prodotta dal clima, e dalla situazione topografica. Questi Laponi finlandesi, come i pastori laponi, nulla sanno nè di poesia, nè di musica; nè hanno veruno strumento musicale. Circondati da laghi e da fiumi, abbondanti di pesce, poco coltivano la terra, e vivono principalmente della pesca. Hanno comuni colle nazioni selvaggie la forza, e l’attività: conoscono l’amore, ma non le grazie che lo accompagnano presso i popoli più inciviliti: hanno tutti i segni di una tristezza abituale: nè qui ho veduto mai un giovine lanciare uno sguardo d’interessamento sopra una ragazza. È uso generale che i due sessi dormano insieme, senza che tale intimità abbia alcuna delle conseguenze, che potrebbe avere, se fosse sofferta in un paese più meridionale. Il padre è quegli che trova la sposa al figlio; e le sole convenienze di famiglia dirigono il contratto. Il figlio è indifferente a prendere per moglie questa, o quella ragazza. Conviene però dire, che anche tra questo freddissimo popolo si sono dati tristissimi esempi di gelosia feroce; ed un caso veramente pietoso ne narrò il ministro. Nè furti, nè omicidii in questa alta regione d’Europa si odono; ma bensì suicidii, che non possono attribuirsi se non se a qualche genere di follia, o ad eccesso di abbattimento di spirito.
In estate il nudrimento principale di questi popoli è il pesce seccato al sole, se la pesca è buona: vendono il superfluo per aver farina, sale, e ferro, di cui abbisognano pei loro usi domestici. D’agricoltura poco sanno, e poco vogliono sapere; il loro Ministro ha predicato loro colle parole e coll’esempio l’uso dell’aratro; e non v’è stato verso che se ne sieno persuasi. Quando in autunno comincia a nevicare fanno la posta all’orso; e si uniscono in tre, o quattro per dargli la caccia. Alla metà di agosto vanno alla caccia delle anitre selvatiche, e d’altri uccelli, i quali allora mutando le penne non possono volare, e ne ammazzano quanti vogliono.
Finito che abbiano di raccogliere i loro fieni, li mettono a coperto in trabacche erette sopra legni ben forti, e tenendo alto il palco, onde l’umidità delle alluvioni non lo guasti. Alcuni posseggono renne, che danno a custodire, e a pascere a qualche Lapone.
Somma è la sobrietà di questi popoli: non bevono liquori spiritosi che il dì delle nozze: nel qual giorno usano un desinare alla loro maniera, ed un ballo accompagnato da grida, e da sbattimenti di mani. Non amano punto la birra; e gustando del vino, che loro offrivamo, facevano mille smorfie, come se bevessero una medicina. Il Ministro ci assicurò che in tutta la sua parrocchia forse non v’era un solo bicchiere di acquavite; e che la ubbriachezza è riguardata da questo popolo come il vizio più scandaloso, a cui possa essere soggetto un uomo. Il che ci fece pensare, che questa fosse una delle cagioni per le quali egli era sì poco riverito e stimato dal suo gregge. Vivendo questi popoli di tale maniera non è meraviglia se non soffrono le malattie, le quali affliggono gli abitanti de’ paesi più meridionali; e il Ministro ci disse aversi esempi di paesani, che hanno vissuto fino a cento dieci anni. La malattia unica, che faccia strage tra loro, si è una specie di febbre infiammatoria, che sbriga le persone in pochissimi giorni.
Nel breve tempo che noi stemmo in Muonionisca il ministro ci propose di fare qualche corsa all’intorno; e noi volentieri scegliemmo di visitare il monte Pallas, della cui denominazione il nostro conduttore non seppe darci conto. La gita fu faticosa in quanto al salir la montagna, alla cui cima non potemmo giungere. Da quelle alture, a cui salimmo, ci si presentarono superbi punti di vista, che meriterebbero la diligenza del pittore. Ci mettemmo a raccogliere insetti, e piante: il buon Ministro non sapeva comprendere a che pro tanta fatica per cose da nulla. Dacchè gli si era abbruciata la biblioteca, si era accostumato a far senza teologia. D’allora in poi avea capito che la cognizione dell’Esser supremo riguardata come scienza non era in generale buona a niente nel mondo, se non sia per divertir l’intelletto, e a togliere dal corso della vita la non curanza, in cui l’uomo pensante potrebbe cadere sugli avvenimenti futuri. In 20 ore avevamo fatto trentasei miglia: il calore era eccessivo, poichè a mezzogiorno, ma all’ombra, il termometro di _Celsius_ segnava 37 gradi. Ritornammo dunque a Muonionisca, ove dopo breve riposo ci mettemmo in ordine per tirare innanzi il nostro viaggio.
CAPO XII.
_Pallajovenso. Errori de’ viaggiatori e geografi circa la Laponia. Ciarlataneria di Maupertuis. Aspetto del paese tra Muonionisca e Pallajovenso. Musco delle renne. Arrivo a Lapajervi, e crudele persecuzione delle zenzale. Lago di Pallajervi: isola Kuntigari: fermata in essa deliziosissima. Rondinelle di mare come servizievoli ai pescatori. Laponi nomadi presi a guida, congedati i Finlandesi; e penoso viaggio fatto con coloro._
Partimmo adunque il dì 1 di luglio da Muonionisca circa le ore 10 della sera. La giornata era stata caldissima, perciocchè a mezzo giorno il termometro di _Celsius_ segnava 29 gradi, e a mezzanotte discese ai 19, ond’è poi che deliberammo di viaggiare per l’avvenire la notte, e riposare il giorno. Noi risalimmo il Muonio sino alla imboccatura del piccol fiume chiamato Pallojoki, presso al quale trovasi una piccola colonia detta Pallajovenso. Parlo di questo villaggio perchè esso è propriamente il confine della Laponia dalla parte di Tornea; mentre è locuzione impropria quella di chiamar Laponia il vasto paese, che comprende Lulea, Pitea, ed Umea sino a Tornea, il quale invece appartiene alla parte occidentale della Botnia. E ben fa meraviglia che _Maupertuis_, a cui le scienze sono obbligate di una topografia del luogo, ove fece le sue osservazioni, e sì celebre per le sue operazioni astronomiche in queste parti, abbia sì poco conosciuti i luoghi ove si è fermato, chiamando Laponia la Vestro-Botnia, e intitolato _Viaggio in fondo alla Laponia_ quello ch’egli fece per visitare con _Celsius_ la già rammentata rupe coperta di caratteri runici. Egli avea appena appena toccati i confini della Laponia. Ed egli, e gli accademici suoi compagni dissero una bella bugia, e furono veri ciarlatani, quando dissero a’ Parigini, che presentavano loro due donne lapone, che non lapone erano quelle miserabili, ma vere finlandesi; e non parlavano che la lingua di Finlandia.
Il paese da Tornea a Muonionisca, ed a Pallajovenso, comunque vada insensibilmente prendendo un carattere selvaggio, non varia gran fatto all’occhio: le montagne, i laghi, i boschi, le cateratte che lo coprono, non presentano molta differenza. Ma procedendo da Pallajovenso a Kantokeino pel fiumicello Pallojoki la differenza salta agli occhi: potrebbe dirsi, che qui tutto comparisce nuovo. Pallajovenso è uno stabilimento finlandese di quattro, o cinque famiglie. I mercanti di Tornea vi hanno costruita una camera, ove fanno fuoco, e si ricoverano nel loro passaggio l’inverno; e gli abitanti vivonvi in migliore stato, che quelli d’altri luoghi vicini. La navigazione sul Pallojoki non fu meno faticosa delle sostenute dianzi, sebbene per altre cagioni. Siccome era lungo tempo dacchè non era piovuto, poca era l’acqua, di modo che spesso il battello toccava il fondo, e i rematori doveano spingerlo avanti a forza di andarlo alzando. Più: il fiume è sommamente tortuoso; e con tante fatiche sovente invece di andare innanzi si andava indietro allontanandosi dal punto, a cui tendevamo. Sudavano que’ poveri uomini; e noi ci annojavamo, c’inquietavamo, ci trovavamo male, perchè obbligati a camminare a piedi dietro la riva, ci toccava farci strada attraverso del bosco, ove i rami degli alberi, e i cespugli ad ogni passo ci arrestavano, lacerandoci inoltre il velo, che ciascheduno di noi portava intorno al volto per non essere divorati da quelle maladettissime zenzale, che a migliaja e migliaja ci erano continuamente addosso. Noi eravamo diretti a Lapajervi: intanto prima di giungervi facemmo alto per riposarci sopra una rupe considerabile, che veniva a formare un isolotto. Ivi accendemmo un gran fuoco per cacciare da noi quegli eterni nemici di ogni creatura fatta di carne; e di là avemmo la veduta di una prospettiva tutta ancora nuova per noi. Il musco, di cui si nudrono le renne, copriva tutto il terreno del contorno, che appariva quasi affatto piano, e da lontano chiuso da alcuni monticelli egualmente coperti dello stesso musco, che, naturalmente di un giallo pallido, allora per la siccità era quasi bianco. Un sì vasto tappeto così colorato, faceva all’occhio un colpo singolarissimo: tanto più, che per le circostanze del suolo prendendo quel musco alcune gradazioni di colorito, presentava qua e là de’ pezzi di forme diverse, e prendeva a guardarlo in totale la figura di un gran mosaico a cagione de’ varii compartimenti, in che appariva diviso. Quel colore biancastro del musco poteva ricordare quello della neve; ma tale idea spariva per la verzura de’ piccoli boschetti qua e là sorgenti, e più ancora pel senso del calore, che qualche volta riusciva insopportabile. Essendo poi quel musco ben secco, faceva che ivi si potesse piantar la tenda, e godervi migliore e più grata stazione, che altrove: perciocchè altrove io avea bensì incontrati luoghi coperti di questa pianta; ma nè mai tanto secca, nè in tanta copia: chè qui soltanto parea avere essa dalla natura il regno, essa sola dominando, senza che altra pianta possa prendervi posto; e non è che su que’ monticelli, che ho accennati, o sulla sponda del fiume, che si vegga disperso qualche abete, o qualche cespuglio. Qui dunque veramente vedemmo d’essere in un paese totalmente straniero, ove la superficie del terreno, e il genere delle sue produzioni dimostrano, che la natura l’ha destinato a razze d’uomini, e di animali interamente differenti da quelle, che sussistono in Europa.
La sera giungemmo a Lapajervi con grande contentezza de’ nostri rematori, i quali speravano di rifarsi ivi della fatica sostenuta in tutta la giornata. Abbordando alla sponda del lago, su cui è il villaggio, incontrammo due Laponi, che ritornavano dalla pesca, ed erano per passare la notte sul luogo. Una densa colonna di fumo che si alzava in aria voluminosa, ci guidò senza bisogno d’altra scorta al luogo, ov’essi trovavansi; ed avvicinandoci ad essi vedemmo che aveansi intonacata tutta la faccia con catrame, e coperta la testa, le spalle, e il corpo con un vestito di lana, per difendersi dalle morsicature delle zenzale. Uno d’essi pipava; e l’altro preparava il pesce preso per farlo seccare al sole. La sporchezza loro, la loro magrezza, e bruttezza, erano una prova evidente della loro povertà. Erano assediati da capo a piedi da sciami immensi di zenzale, che li beccavano penetrando attraverso de’ loro abiti con quegli acuti loro pungiglioni: ond’è che non aveano cuore di spogliarsi, quantunque fossero inondati dal sudore; e meno ancora di allontanarsi dal fuoco ad onta della caldissima temperatura. L’arrivo nostro a quel luogo fu annunciato dai milioni di zenzale, che accompagnavano noi medesimi, e che tosto si unirono a quelle che tormentavano quelle buone creature. Non ci fu verso di avere un momento di calma: ad ogn’istante eravamo costretti a bagnarci, dirò, la testa nel più fitto del fumo, ed a saltare sulla fiamma, affine di liberarci da sì terribili persecutori.
Volemmo visitare le famiglie di que’ pescatori, che abitavano alla distanza di un miglio. Trovammo dappertutto fuochi accesi. Ve n’erano ove stavano i majali, e le vacche, e ve n’erano non solo nell’interno, ma anche di fuori, presso alla porta delle case. Queste case de’ Laponi non sono grandi come quelle de’ Finlandesi; e la porta di quella che noi visitammo, non era più alta di quattro piedi. Avevamo lasciate indietro le tende sperando di trovare alloggio con codesti Laponi; ma facemmo i nostri conti assai male. Ci fu forza accettare l’offerta di quella famiglia; e quando venne l’ora di ritirarci fummo condotti in una cameruccia tutta piena di fumo, dove trovammo delle pelli di renne stese sopra foglie di betulla, delle quali era coperto il pavimento. Noi entrammo a tentone, poichè il fumo non ci lasciava vedere alcuna cosa. Quando stavamo per addormentarci io intesi una specie di respiro, procedente da un angolo della camera, e forte a maniera che poteva meritare attenzione, tanto più che noi ci eravamo immaginati d’essere le sole creature viventi, che si trovassero ivi. Io adunque pensai che quel respiro fosse di qualche cane, o d’altro animale venutovi per passare la notte vicino a noi. Ma ben presto distinsi un sordo sospiro, che mi parve più d’uomo, che di animale. Alzai pian piano la testa provandomi di vedere che cosa fosse; e come alcune crepature della muraglia facevano penetrare una debole luce, colle mani e colle ginocchie mi mossi per approfittare di quella luce; e non tardai a scoprire il luogo da cui veniva il rumore udito: erano due ragazzetti nudi, giacenti sopra pelli di renne, i quali vedendomi ebbero paura, credendoci animali feroci venuti per divorarli, onde gridando corsero dalla loro madre cercando ajuto. La paura di que’ ragazzetti fece ridere noi, e servì a distrarci dalla tristezza, in che ci aveano gittati quelle faccie de’ Laponi impegolate di catrame, e quel tormento, che soffrivano quanti erano ivi uomini, ed animali da quei crudelissimi insetti. Le donne erano estremamente brutte, e sporche; e tutto indicava miseria.
A Lapajervi noi cercammo informazioni sul viaggio, che dovevamo fare verso Kantokeino, e nulla ci fu detto di confortante. Eppure non si trattava che della distanza di 70 miglia: ma bisognava attraversare parecchi laghi, risalire, e discendere varii fiumi, affrontar paludi, rinunciare a trovare abitazioni di sorta, e a vedere stampa di umana creatura per tutto il viaggio. Al più ci si diede ad intendere che avremmo potuto trovare qualche pescatore lapone sul lago di Pallajervi; e su questa speranza rimontammo il fiumicello Pallajoki, che viene da quel lago. Ho detto già la fatica occorsa in navigarlo: gli ostacoli furono i medesimi, ed anzi crebbero, perchè molte volte fummo obbligati a portare noi stessi le nostre robe per alleggerire il battello. Quando poi giungemmo al lago si alzò un sì fiero vento, che il battello corse gran pericolo di sommergersi, prima di giungere all’isoletta Kintasari. Posto piede in essa, trovammo tre pescatori, i quali s’avean fatta una capannuccia con rami d’alberi, ed ivi aveano esposti al sole molti pesci per seccarli. In mezz’ora può farsi il giro di quell’isola, accanto alla quale ve n’ha un’altra più piccola. Da quella, in cui eravamo, vedevasi il circuito del lago, formato da piccole alture coperte di musco, con boschetti frammezzati di betulla e di abeti. Dappertutto poi avevamo d’innanzi il paesaggio, che ho già descritto; e la nostra immaginazione si esaltava a segno, che pareaci d’essere in un’isola incantata. Mai non avevamo veduta cosa simile: il sole non calava mai giù dell’orizzonte; non vedevamo altri colori che il bianco e il verde; e la forma delle casucce de’ pastori, e quella, novissima per noi, de’ fiori che smaltavano il suolo, la novità degli uccelli, che empivano i boschi, e facevano eccheggiar l’aria de’ loro canti: tutto ci riempiva di sorpresa, di ammirazione, di diletto. La nostra tenda quando fu piantata, pareva la reggia dell’isola dominante; e superava in lusso la capannuccia de’ nostri Laponi, come la residenza di un sultano dell’Asia supera le catapecchie de’ suoi schiavi. Ci mettemmo nel nostro battello per contemplare in distanza quel nostro regno chimerico; e n’andammo superbi. Avevamo fatto stendere nell’interno della tenda foglie di betulla, e musco; ed olezzava il luogo di un grato profumo. I nostri pescatori erano incantati dello splendore di un tale stabilimento; e per la prima volta poterono farsi idea delle pompose abitazioni de’ popoli inciviliti!!!
Tre giorni ci fermammo ivi deliziandoci; e que’ tre giorni ci parvero corti. Ivi non avevamo il flagello delle zenzale, poichè un vento assai forte ne le avea cacciate lungi: quel vento avea anche rinfrescata l’aria. Noi andammo raccogliendo piante ed insetti, e cacciando quadrupedi, ed uccelli; ed un nuovo piacere ci recava il ritorno de’ nostri pescatori: ritorno che assai prima che li vedessimo, venivaci annunciato da una nube di rondinelle acquatiche, le quali nudrendosi di piccoli pesci non cessano di fare la loro corte a’ pescatori, trovando sempre di che guadagnarvi. Per lo che questi uccelli, pieni d’intelligenza, veggonsi regolarmente venir la mattina al luogo ove i pescatori hanno dormito, quasi avvertendoli qualmente è tempo di porsi all’opera; e partono coi battelli pescarecci, e servono a’ pescatori in luogo di bussola, volando innanzi a quelle parti del lago, ove veggono l’adunamento de’ pesci, perciocchè hanno vista acutissima. Le loro grida poi, e il loro immergersi nell’acqua serve per non fallace segno, che con ottimo successo in quella parte saranno gittate le reti. Quelle rondinelle sono sì famigliari co’ loro amici, che vengono sul battello in presenza loro; e come lo scoppio delle nostre armi avrebbe potuto spaventarle, i nostri pescatori pregarono a non usarne; e così feci.
Mentre però così ci sollazzavamo in codesta isola incantata, non perdevamo di mira il nostro viaggio. Mancavaci qualche Lapone viaggiatore, che ci ajutasse ad attraversar le montagne colle sue renne, e ci aditasse i passaggi, pe’ quali potere inoltrarci alla nostra meta. Uno de’ nostri pescatori andò per cercare, ed accordare chi ci prestasse l’opera, della quale abbisognavamo; e trovò, ed appuntò tutto, e noi movemmo al luogo, ov’egli avea concertato che troveremmo que’ Laponi. Erano sei uomini, ed una ragazza di circa diciotto anni. Stavano sdrajati sotto una betulla, a’ rami della quale aveano appese lo loro provvigioni, consistenti in pesce seccato al sole, ed aveano in mezzo a loro un gran fuoco, a cui facevano arrostire pesce fresco, infilzato in una bacchetta, che andavano voltando di tratto in tratto, affinchè quel pesce prendesse il calor del fuoco per ogni verso. La ragazza fu la prima a vederci giungere; e n’avvertì i suoi; ma essi nè si mossero allora, nè alcun’attenzione mostrarono per noi quando fummo smontati di battello. Erano costoro vestiti di una specie di camiciotto annerito dal fumo, e fatto di pelle di renna, con un collo alto di dietro, e ben dritto: aveano alle reni una cintura, che stringeva quel camiciotto, a modo che gli dava l’aria di un sacco, ove riponevano tutto quello, ch’era di loro uso: portavano inoltre de’ pantaloni, e degli stivaletti; cose fatte anch’esse di pelle di renna; e i piedi di quegli stivaletti erano molto larghi, e pieni di una sorta di fieno ch’essi pestano, e rendono morbido quanto la canapa. La ragazza avea de’ pantaloni anch’essa, e degli stivaletti come gli uomini; ma i suoi vestiti erano di lana, e di un panno verde era il suo berretto, che s’alzava dritto, e colla punta sulla cima della testa, a un di presso come il berretto degli antichi popoli della Scizia.
Que’ Laponi erano quasi tutti piccoli; e i tratti della loro fisonomia più caratteristici consistevano in avere le gote spianate, il mento aguzzo, e molto sporgenti gli ossi delle guancie. La ragazza era lontana dall’esser bella. Di sei uomini quattro aveano i capelli neri: cosa che mi fece presumere che tra i Laponi prevalesse questo colore, con che si distinguessero dai Finlandesi, non ne avendo io tra questi trovato uno solo che avesse i capelli di questo colore. E le persone poi, e il vestito di codesti Laponi, erano di una sporcizia inesprimibile: tenevano nelle mani il pesce che doveano mangiare, e l’olio che ne colava, dalle loro braccia scendeva alle maniche del vestito, sicchè anche da lontano se ne poteva sentir l’odore. La ragazza era passabilmente netta; ed avea qualche cosa di quella decenza, che forma il più bell’ornamento del suo sesso: il che potemmo vedere dal modo di ricusare la bevanda che le si offeriva, e segnatamente l’acquavite, ch’essa pure amava quanto gli uomini. Onde dissi meco stesso: ve’ dunque, che anche in mezzo alla Laponia le donne hanno quell’affettazione di modestia, quell’aria di ricusare ciò che pure desiderano vivamente di avere!
Noi sbarcammo le nostre robe, e saldammo i nostri conti co’ buoni Finlandesi che sì fedelmente e sì bene ci aveano servito da Muonionisca fin lì. Avemmo per essi tutti i riguardi, che il loro buon procedere poteva aspettarsi; e vedemmo un sincero sentimento di affetto, e di riconoscenza destar loro le lagrime; e ci presero per le mani, e ci dissero le più toccanti cose. A modo che i Laponi, che furono testimoni di questa scena, a malgrado del loro carattere flemmatico ne sembrarono commossi: cosa che a noi fece piacere, perchè potevano formarsi buona idea di noi.
La partenza da noi di que’ buoni Finlandesi fu un’epoca notabile nel nostro viaggio. A noi in quel momento parve di rimanere distaccati dal rimanente del mondo; e veramente la nostra situazione era critica. La sorte nostra stava tutta nelle mani di que’ Laponi; e da essi dipendeva non solo il compimento del nostro viaggio, ma la vita nostra medesima. Solamente ch’essi avessero creduta impossibile la continuazione del nostro viaggio, e ci avessero abbandonati a noi, come ritornare alla beata nostra isoletta di Kintasari? Non avevamo più battello, con cui attraversare il lago, sul quale essa giace. Questi tristi pensieri ci occupavano: se non che d’altra parte poi considerammo, che que’ Laponi non erano un popolo crudele; e quantunque fossero sette colla ragazza, noi, sebben quattro soli, eravamo bastantemente forti per farli stare al dovere. La ragione, per la quale erano venuti in tanti, dissero essere per dover portare le robe nostre, attesochè in quella stagione, in cui eravamo, le morditure delle zenzale rendevano intrattabili le renne, e talvolta pericolose, perchè sì forte è il tormento, che soffrono da quegl’insetti, che arrabbiano disperatamente fuggendo. Caricaronsi dunque delle robe, spartendole tra loro colla discretezza di darne meno a chi era meno robusto. Per animarli a ben servirci, nell’atto che facevano gl’involti, noi demmo a ciascheduno un bicchiere di acquavite, e ne promettemmo un secondo al momento della partenza. Ma appena ebbero avuto questo secondo ne chiesero un terzo, giovandoci di un proverbio lapone, che dice: _Prima di porti in viaggio bevi un bicchiere di acquavite per la salute del corpo; e partendo bevine un altro per trovar coraggio a terminarlo._ In fine ci mettemmo in istrada: uno di loro andava innanzi a tutti: gli altri lo seguivano in fila ad uno ad uno; e noi facevamo la retroguardia per vegliare sulle cose nostre, e nissuna se ne perdesse: ma stando di dietro a coloro, rimanevamo ammorbati dal pestifero odore, che cominciarono a tramandare tosto che si posero in sudore: chè flagello di puzza simile non soffrii in vita mia giammai.