Viaggio al Capo Nord fatto l'anno 1799 dal Sig. cavaliere Giuseppe Acerbi

Part 6

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Ivi termina il mondo incivilito: non più cavalli, non più strade, non più alloggi pe’ viaggiatori, salvo una baracca stabilita dai mercanti di Tornea per loro uso ne’ viaggi che, come ho detto, fanno l’inverno per le varie fiere che frequentano. Però prima di giungere colà da Tornea, varii villaggi s’incontrano. Kukko è il primo, distante 7 miglia: 9 miglia oltre è Frankila, le cui donne ci parvero di fisonomia gradevole. Otto miglia più oltre è Kerpicula, ove il fiume fa un bacino d’acqua quieta e nera, proveniente da una strepitosa cascata; ed altrettante più oltre ancora è la chiesa di Kirkomeki, ove vedemmo l’industria, colla quale i pescatori di sermone ivi sanno piantar palizzate attraverso del fiume per assicurarsi pesca copiosa. Una forte pioggia ci obbligò a cercar ricovero in una casa, che vedevasi sopra un’altura. Vi andammo: in quella casa era una camera pel bagno; e noi ci divertimmo a vedere gli uomini e le donne a mano a mano che vi entravano. I primi si spogliavano nella casa, e correvano al bagno situato 20 passi più oltre: le donne si spogliavano nella camera del bagno; ma perchè le loro gonnelle non prendessero umidità, le gittavano fuori; ed erano poi obbligate ad ire a pigliarsele affatto nude. Io volli entrare in quella camera per misurare il grado di calore, e mi si toglieva il respiro. Il nostro interprete potè sostenere sì alta temperatura; e seppe dirmi sulla osservazione del termometro, che saliva a 65 gradi. Di là da Kirkomeki 6 miglia è Niemis, 8 miglia distante dal quale è l’Alta-Tornea, ove giungemmo ai 18 di giugno.

Quest’Alta-Tornea è una parrocchia, il cui curato invigila sopra tutte le altre chiese di questa parte della Laponia. Quello che ivi trovammo, era uomo compitissimo. Volle che tutti otto (di tanti era la nostra brigata) alloggiassimo da lui. E ciò fu bene perchè troppo per noi sarebbe stato angusto il piccolo albergo pubblico di Mattarange. Bisogna poi sapere, che fuori che sulle grandi strade, l’uso in Isvezia porta, che il viaggiatore volgasi alla casa del curato, e vi domandi una camera, giacchè le case de’ paesani sono assai miserabili per ogni verso; ed al curato, persona comoda, in generale non pare vero di veder qualche persona di garbo, che rompa la monotonia della vita triste ed uniforme, ch’egli è obbligato a menare sequestrato in codeste regioni remote da ogni società. Codesti curati parlano quasi tutti il latino, parecchi il tedesco, alcuni il francese. Con queste lingue ogni viaggiatore può farsi facilmente intendere. Aggiungasi che assai spesso in casa di questi ministri trovansi giovani belle e garbate, state in educazione nella capitale; e che mal si affanno alla solitudine, a cui nel seno della loro famiglia sono costrette ad accomodarsi. Se capita qualche giovine viaggiatore di buona maniera, non v’è cortesia che non gli si usi, nè cura, o pensiero che non s’impieghi per far che prolunghi il suo soggiorno; e il momento in cui egli dee partire, è un momento di tristezza per tutta la famiglia; poichè la cordialità de’ padroni si estende sino alla servitù. Così accadde a noi in casa del sig. _Sandberg_, le cui amabili figlie, giovinette vive di carattere, e per natura spiritose, nulla omisero per renderci gradevole il soggiorno che in casa loro facemmo.

Il sig. _Sandberg_ ci condusse al monte Avasaxa, di cui parla _Maupertuis_, e sul quale questi fece le sue operazioni per l’oggetto, a cui mirava la sua spedizione. Noi tenemmo per andarvi la stessa strada, e trovammo dappertutto vera la descrizione, ch’egli ne ha lasciata. I nostri naturalisti e botanici fecero osservazioni e raccolte. Ritornammo a casa morti di fatica, e di fame; e mad. _Sandberg_ ci avea preparata una cena sontuosa, ove mangiai un arrosto di renna, la quale era stata tenuta otto mesi nella dispensa. Era stata ammazzata nel novembre del 1798, e la mangiavamo ai 19 di giugno del 1799. Ciò dimostra la lunghezza dell’inverno in quel paese; e come il gelo vi conserva bella e fresca la carne.

CAPO IX.

_Faticoso viaggio dall’Alta-Tornea a Kardis. Kassila-Koski sul punto, su cui passa il circolo polare. Più faticoso è il viaggio da Kardis a Kengis. Graziosa accoglienza avuta in Kengis dall’ispettore delle miniere di quel luogo. Ragazze del contorno; e particolarità di una di Kollare. Separazione de’ viaggiatori. L’autore rimane solo con un compagno._

Ai 20 di giugno abbandonammo l’Alta Tornea non senza rincrescimento; e ce lo accrebbe la risoluzione dell’ottimo sig. _Castrein_, obbligato per urgenti motivi a lasciarci per ritornare alla propria famiglia. Nel paese, in cui entravamo, può viaggiarsi per cento miglia senza trovare un sentiero. Noi andavamo per acqua, e in un angusto battello, che doveva rompere la resistenza dell’acqua con molta forza scendente da cataratte: un venticello assai vivo in ciò ajutò i nostri rematori, e noi. Kaulimpe è il primo villaggio che incontrammo sulla sponda sinistra del fiume; ed ivi vedemmo una di quelle palizzate che ho detto usarsi nel paese per la pesca del sermone. Comprammo il più grosso di que’ pesci; e in quella occasione imparai come si mangia crudo. Si taglia in piccole fette transversali; si pongono queste in sale umettato con un poco d’acqua, e vi si lascia tre giorni: così preparato si mangia con delizia.

Mutammo battello e rematori per la seconda volta a Toullis, otto miglia al di sopra di Kaulimpe. Il viaggio fu più faticoso, e di maggior pericolo, dovendo passare tra scogli e cascate. A Kassila-Koski, che è una lunga sequela di cascate, formata dal letto pietroso del fiume, e da grossi scogli, che s’alzano al di sopra dell’acqua, i nostri rematori ci fecero vedere tutta la loro bravura in risalire contro la corrente rapidissima delle cataratte. Queste cataratte poi sono famose sulle carte geografiche per essere il punto, che corrisponde alla divisione del globo, nota sotto il nome di circolo polare. Non vorrebbevi che il sangue freddo, e la imperturbabilità de’ Laponi finlandesi per azzardare con un battello sì fragile una navigazione di sì manifesto pericolo. Ebbero però i nostri la precauzione di farci smontare a terra; e noi fummo contentissimi di potere seguire a piedi la riva del fiume. Ma con che fatica! tutto è pieno di boschi, di ceppaje, e di un ruvido musco alto verso due piedi, ed in fondi pantanosi. Noi tirammo di lungo per acqua sino a Pello. Pello è un piccolo villaggio di quattro, o cinque case di paesani dal quale si vede la montagna di Kittis, ove _Maupertuis_ terminò le sue operazioni trigonometriche. Il dotto sig. _Swamberg_ era venuto in queste parti della Laponia per esaminare, siccome ho già detto, le operazioni degli accademici francesi nel 1736. Le eccezioni ch’egli ha creduto di opporre, tendenti a dimostrare la necessità di nuove misure, furono lette da lui nella pubblica adunanza dell’Accademia di Stockholm nel 1799; e trovansi nel rapporto sul suo viaggio in Laponia.

Da Pello a Kardis v’ha 18 miglia; e bisogna farle sempre contr’acqua, e contr’acqua corrente da alto. Lungo il fiume vedemmo come si possono avere le uova dell’_harle_, uccello dal Linneo detto _mergus mergunser_, delle quali i nativi di questo paese sono assai ghiotti. Quest’uccello, sia per indolenza, sia per sottrarre le sue uova agli uccelli di rapina, invece di fare un piccol nido come le anitre sulle sponde dell’acqua, o tra i giunchi, o alle radici de’ cespugli, mette le sue uova ne’ vuoti tronchi d’alberi vecchi. Ora chi vuol godersene le uova, mette un tronco vuoto di un vecchio albero in mezzo ad uno di abete, o di pino, e comunemente in riva al fiume: l’uccello ne approfitta, e vi depone le uova; ma il paesano gliele porta via, lasciandone però una, o due, e se le mangia. L’uccello ritorna, e non trovando che un uovo, o due, ne lascia due o tre di più, che sono portate via come le prime. L’uccello ritorna un’altra volta; e come se si fosse dimenticato del numero delle uova, che avea ivi deposte, continua a deporvene delle altre; e il paesano continua a portargliene via: cosicchè dopo averne goduto una ventina, finalmente ne lascia le ultime, onde la razza non si perda. Appena poi i piccoli escon dall’uovo, la madre li prende a un per uno nel suo becco, e li porta a piedi dell’albero per insegnar loro la maniera di correre all’acqua, ov’essi la sieguono con sorprendente agilità.

Da Kardis a Kengis corrono 15 miglia: viaggio sempre più faticoso, e pieno di pericoli. Qui i nostri servitori perdettero la pazienza, atterriti anche più dalla considerazione, che avevamo ancora 400 buone miglia da fare verso il Nord. Si calmarono però alquanto giunti che fummo a Kengis, ove trovammo un ispettore delle miniere, che ci trattò molto amichevolmente dandoci viveri ed alloggio. Era egli un bravo e buon uomo, che in quella solitudine avea formata una specie di colonia, dando valore a miniere prima di lui neglette, e per esse aprendo un nuovo ramo di commercio utile alla Laponia. Quando _Maupertuis_ volle inoltrarsi nel cuore della Laponia per vedere certi sfregi sopra una pietra, ch’egli chiamò caratteri, e disse la più antica scrittura del mondo, considerò Kengis come un luogo miserabile, non distinto da altri simili se non per avere qualche fucina di ferro; e come alloggiò in casa del parroco, convien dire che allora non vi fosse ispettore. Noi di quello, che vi trovammo, fummo ben contenti: del resto ci era venuta voglia di andare a vedere quella pietra; ma essa ci andò via udendo dagli abitanti di Kengis, ch’essi non ne hanno veruna cognizione. Dubitammo della fervida immaginazione dell’Accademico francese. Nel corso di questo viaggio raccogliemmo molte piante in fioritura.

Non vi fu cosa fattibile che l’ospite nostro non facesse per nostro piacere. Egli raccolse i paesani del luogo per farci conoscere il _ballo dell’orso_, e la loro musica. Tra i varii loro balli fissò la nostr’attenzione appunto quello che chiamano dell’_orso_. Fa da orso un paesano, che si mette a terra con quattro gambe, e fa salti e capriole, come fa l’orso, studiandosi di seguire il tempo della musica, la quale è interamente gotica. Codesto ballo è faticosissimo, e continuato per soli tre o quattro minuti costa un immenso sudore. Ma un tale esercizio conforta mirabilmente i muscoli delle braccia; e l’abituarvisi giova, a chi ha da risalire le cataratte. Mentre godevamo di questo divertimento, vennero sul luogo, attratte dalla curiosità di vederci, parecchie ragazze del paese, le più belle delle quali invitammo ad avvicinarsi al nostro circolo, essendo noi sotto una tenda, che l’ispettore avea fatto alzare sopra una bella eminenza coronata di pioppi d’Italia. Offrimmo loro del vino, che ricusarono, non amandolo; del punch, che non mostrarono di gustar molto: della birra, che appena l’assaggiarono. Erano accostumate troppo a ber acqua e latte. Tra quelle ragazze una ve n’era nativa di Kollare che si distingueva dalle altre per l’alta statura, per l’umor lieto, per la risolutezza del suo contegno. Colei avea nelle braccia una tale forza, che quando vi ci accostavamo con qualche famigliarità, respingevasi a modo da farci fare quattro, o cinque passi indietro. Era insieme flessibile, ed agile in ogni suo membro, e poteva passare dappertutto per bellina. Siccome andavamo folleggiando intorno a codeste ragazze, il nostro interprete ci avvertì di guardarci dal far cosa che potesse disgustare la giovine di Kollare, poichè essa dovea darci alloggio in casa sua nel nostro passaggio colà. Il che avendo essa inteso, ci promise che farebbe di tutto per riceverci alla meglio.

Partimmo infatti la mattina seguente da Kengis, e quanto eravamo stati lieti il dì precedente, altrettanto fummo tristi il susseguente, non solo per lasciare sì cordiale ospite, ma per dover perdere la compagnia del _Bellotti_, del _Julin_, e del _Deutsch_, i quali per particolari loro ragioni non poterono esporsi ai pericoli, che ci minacciavano in regioni più elevate. Quella loro risoluzione ci fece esitare sulla nostra. Ma un certo orgoglio la vinse: il colonnello _Skioldebrand_, e il suo domestico mi restarono fedeli. Eccomi dunque in viaggio per la Laponia.

CAPO X.

_Primo trattamento di ospitalità in Kollare far piangere chi entra in casa, e perchè. Descrizione di questo villaggio, e de’ contorni. Simon, l’eroe delle cataratte. Pericoli sotto la sua direzione evitati. Digressione._

Da Kengis a Kollare, che vi è distante 22 miglia, non cambiammo battello. Impiegammo dodici ore nel viaggio; e i nostri rematori non ne presero di riposo che cinque. Avemmo per istrada una pioggia, simile alla quale, tanto era grossa e fitta, io non ne avea mai veduta alcuna dacchè n’era partito d’Italia. Non credeva che se ne desse di tale in sì elevate regioni; e fu anche l’unica volta, che colà udimmo il tuono. Navigando a Kollare incontrammo molte cataratte, che prima ci avrebbero messo terrore, e che allora ci erano cosa indifferente; ma però una volta andammo a dare sopra uno scoglio; e il caso solo ci salvò dall’annegarci.

La erculea ragazza, di cui ho parlato, ci avea preceduto; ed avea preparati buoni letti, e buon pasto di latte, di burro, e di carne di renna. Noi la trovammo in casa con sua madre, e con una figlia di una sua vicina: gli uomini erano andati alla pesca. Il primo trattamento che codeste donne ci fecero, fu empier di fumo le camere a tanto da farci continuamente lagrimare. L’intenzione era buona, volendoci liberare dall’incomodo delle zenzale, che ivi è veramente orribile; ma il rimedio era molto penoso. Il fumo impediva che quegl’insetti entrassero in casa; e fuori un gran fuoco li cacciava a migliaja lontani. In questi paesi il conservare continuamente nelle camere il fumo è una specie di lusso; e noi nol considerammo che come un oggetto di prima necessità. Che terribil flagello per gli Europei sono in questo paese codesti insetti! Ci coprivano in ogni parte della persona; e se ci riparavamo dalle loro beccate, niun mezzo poi avevamo per liberarci dal loro continuo ronzìo, che non ci lasciava dormire. Fummo parecchie volte tentati a non andare più oltre.

Il villaggio di Kollare è abitato da paesani finlandesi, che ci parvero passabilmente comodi. Esso sta sopra una isoletta formata dal fiume Muonio: vi si coltiva dell’orzo; e v’hanno pascoli abbondanti di fieno eccellente. Il paese all’intorno dà belle viste, massime per le due rive del fiume coronate di betulle, albero in più maniere utilissimo a questi popoli settentrionali. Della sua scorza si fanno calzari, corde, piatti, sporte, secchi, e vasi, ed utensili diversi, e per fino un certo manto, o copertojo per difendersi dalla pioggia. Del legno si fa tutto quello che vuolsi.

Noi per nostra buona fortuna trovammo in Kollare quattro rematori più esperimentati di quanti n’avessimo avuti mai; ed uno di questi fu da noi salutato per l’_eroe delle cataratte_, appunto perchè colla meravigliosa sua destrezza fece che il nostro viaggio non finisse tra Kollare e Muonionisca.

Del rimanente da Kollare a quest’ultimo luogo, che è di 66 miglia, si va sempre in mezzo alle cataratte; ed è inesprimibile la fatica, che i Finlandesi fanno per condurre il battello, vuoto de’ viaggiatori, tirandolo dalla riva per mezzo di corde, e cercando di liberarlo dalle strette degli scogli, e dall’impeto violento della corrente. Noi intanto, non potendo essere di nissun ajuto a’ nostri rematori, facevamo cammino lungo la riva come potevamo, seguendola, o dilungandocene conforme volevano le boscaglie, e i siti paludosi, che la contornano. Avevamo camminato di questa maniera un buon tratto, quando ci si disse che non era possibile condurre più oltre il battello. Per lo che andar più innanzi senza di esso, non era cosa da pensarvi; nè potevamo arrivare a Muonionisca senza attraversare il fiume; ed in quel luogo la cosa era impossibile. L’unico ripiego era di chiamare e il battello, su cui stavamo noi, e l’altro, che portava il nostro convoglio, a terra, e strascinarli per circa due miglia attraverso delle boscaglie, onde guadagnare una parte del fiume, che fosse più facile a salire. Il nostro eroe delle cataratte non trovava niuna difficoltà insuperabile. Volle spingere la magnanimità sua sino a proporre che noi montassimo sul battello, ch’egli, e i suoi compagni l’avrebbero strascinato per lo spazio occorrente. Noi scegliemmo di fare le due miglia a piedi, domandando solamente di riposarci mentre la nostra gente andava a cercare il nostro bagaglio, e il battello, che n’era carico. Nel corso di questo viaggio, invitati dal rumore straordinario del fiume, vi ci accostammo per vedere la famosa cataratta di Muonio-Koski, la cui corrente rapidissima sopra ogni credere, quantunque ci paresse impossibile a sostenere volendo scendere per essa, pure al ritorno nostro avemmo la temerità di affrontare; e vi riuscimmo. Dirò qui il come, per non aver più da parlare di siffatto argomento.

Bisogna figurarsi prima di tutto il fiume chiuso entro un letto estremamente stretto, ed imbarazzato da roccie, e massi a modo, che per superarli la corrente è forzata a raddoppiare la sua rapidità. Il canale intanto è per un miglio tutto pieno di scogli, le cui cime acute frangono l’acqua, e l’alzano in forma di bianca spuma. Come sperare che un piccol battello, portato attraverso di tanti ostacoli con una rapidità, per la quale in tre o quattro minuti fa un miglio, non abbia da andare in mille pezzi? E notisi che il battello non può passare per codeste strette seguendo semplicemente la corrente: bisogna che vada con una velocità accelerata per lo meno del doppio. A tal fine due rematori de’ più svelti e robusti hanno da vogare senza intermissione, mentre un altro uomo sta al timone per regolare la direzione secondo le circostanze; e quest’uomo intanto può appena vedere gli scogli e le rupi che deve evitare. Egli dirige la prora del battello verso la rupe che dee oltrepassare, e quando sta per toccarla dà un colpo al timone, con ciò facendo un angolo acuto per allontanarsene, e muovere al largo. Il passeggiero freme all’aspetto della manovra, che non si aspettava; crede che il battello vada a spezzarsi in mille schegge; ed un momento appresso rimane attonito vedendosi salvo; e vedendo quella rupe di dietro a sè per una distanza prodigiosa. Ma non istà qui tutto l’imbarazzo e tutto il pericolo. I flutti bollenti, e accumolati intorno al battello, ora entrano dentro il medesimo, e lo riempiono; ora lo trapassano da una sponda all’altra quasi senza toccare i rematori; e in tante forme si presenta la morte, che si stenta ad aprir gli occhi, qualunque cosa dicano per darvi conforto e sicurezza le persone, che la sperienza ha addomesticate con questi pericoli. Parecchi uomini del contorno erano periti; e due soli del villaggio di Muonio rimanevano, nella capacità de’ quali si potesse confidare: erano questi un vecchio di 67 anni, e suo figlio di 26. Non saprei esprimere la impassibilità di quel vecchio nel corso di quel tragitto. Quando eravamo in un momento de’ più critici di codesti passaggi, ci bastava gittar gli occhi sopra di lui; e la nostra paura dileguavasi. — Chi legge s’immaginerà la contentezza nostra quando avemmo superato quel mal passo; ed allora finirono le fatiche, e i pericoli, che una vanità temeraria ci avea fatto incontrare. Ma noi dobbiamo ritornare, secondo il naturale ordine delle cose, al nostro primo racconto.

CAPO XI.

_Povera colonia di Finlandesi. Muonionisca. Ministro di questa parrocchia, e suo singolare carattere. Costumi de’ paesani di questo villaggio, e de’ contorni._

Prima di giungere a Muonionisca ci fermammo ad una piccola colonia di Finlandesi, che ci parve estremamente povera, e la cui situazione vivamente c’interessò. Due sole famiglie la componevano, consistenti in tutto in sette persone, comprendendovi due donne, e un ragazzo. Il paese all’intorno era superbamente ridente. Un pittore non lo potrebbe disegnare più vago, ed ameno. Ma questa piccola comunità per cinque mesi dell’anno non poteva comunicare con nissun altro luogo: vivea, si può dire, solitaria anche il rimanente dell’anno, essendo caso fortuito, che colà capitasse qualcheduno, come vi capitammo noi. Essi dispongono di un territorio di sei miglia all’intorno, fiumi, peschiere, boschi, prati, sono loro: ma sì grande e ricco possedimento faceva un gran contrasto colla loro indigenza. Non aveano che quattro vacche, non seminavano che un barile d’orzo, il quale nelle annate buone non ne dava che sette: in alcune cattive non dava nemmeno la semenza; ed era un anno, che sarebbero morti di fame, se non fosse capitato colà un mercante di Tornea, che provvide al loro bisogno. Queste due famiglie trovandosi per mala fortuna entrambe disperate, erano venute d’accordo a questo luogo, e vi si erano stabilite giovandosi dell’uso che in Laponia corre; ed è che chi vuole fissarvisi non ha che da scegliersi un cantone a piacimento, purchè sia discosto dal più vicino villaggio sei miglia; e quando vi ha piantata la sua baracca, tutto il terreno circondante per sei miglia all’intorno è cosa sua.

Muonionisca è un villaggio di 16, o 18 fuochi, posto sulla riva sinistra del fiume Muonio, che qui ha il suo principio. V’è una chiesa, e un ministro, come a Kengis: e questo ministro è suffraganeo del curato dell’Alta-Tornea. La sua parrocchia, come ho detto, non è estesa meno di 200 miglia quadrate; ed in lui non vedevasi segno alcuno che lo distinguesse dai suoi paesani, salvo un pajo di calzoni neri. Avea avuta la disgrazia di vedere abbruciarsi in un incendio tutti i suoi mobili, e tutti i suoi libri, compresa fin anco la bibbia. Forse codesta disgrazia avea contribuito a dargli una certa rusticità, che lo metteva a livello de’ suoi parrocchiani. Però avea una gran dose di buon senso, ragionava con sagacità e giustezza in materie politiche: masticava male il latino; ma sapeva la lingua svedese, e finlandese e ci spiegò assai bene molte etimologie, che desideravamo intendere. Del rimanente com’egli era povero, declamava violentemente contro la maniera, colla quale l’alto clero usava delle ricchezze. Era dichiarato nemico d’ogni potere dispotico; e badando a’ suoi discorsi sarebbesi detto ch’egli avesse ferma speranza di vedere che il giovine Conquistatore giugnesse un giorno a Muonionisca, e lo facesse patriarca della Laponia. Egli odiava altissimamente la Russia, e il suo governo, dicendo che avviliva il popolo, e per ragione di Stato lo teneva nella più brutale ignoranza. Qualche volta discorreva sugli abusi della nascita, e della successione ereditaria di un tuono sicuramente notabile in un uomo, che nulla aveva al mondo salvo una camicia, un pajo di calzoni, e le scarpe che portava ai piedi. Udendolo ragionare così, congetturai che gli fosse capitato per le mani qualche libro moderno; ma quando mi fece il catalogo de’ libri della sua biblioteca abbruciata intesi che non avea posseduto che trattati di teologia, e libri su materie di controversia, aggiungendo però che poco avea studiato gli uni, e gli altri. Non era poi uno di que’ Ministri, presso i quali i viaggiatori potessero trovare alloggio; ma egli avea piacere di vederne, perchè ne traeva qualche bicchiere di acquavite; e fece molto elogio di quella, che noi gli davamo ogni volta che veniva a trovarci.