Viaggio al Capo Nord fatto l'anno 1799 dal Sig. cavaliere Giuseppe Acerbi

Part 5

Chapter 53,771 wordsPublic domain

Ma diamo l’esempio di più lunga composizione. Il seguente racconto è uno squarcio d’improvvisatura finlandese di un giovine poeta chiamato _Vanoen_, che vivea tra Wasa ed Uleaborg, regalatomi dal governatore di Wasa, il quale conosceva di persona il poeta. Questi era povero, perchè preferiva i piaceri della immaginazione ai lavori rustici, ne’ quali occupavansi gli altri paesani. Egli non sapeva nè leggere, nè scrivere; ma avea per natura un umore allegro; ed era di un carattere affatto singolare. Perciò era ben veduto da tutti, e volentieri accolto nelle case de’ paesani, i quali egli divertiva co’ suoi racconti, e le sue facezie. La traduzione, quantunque letterale, mentre riferisce esattamente ii senso, comprende però poche di quelle bellezze, e singolarità, che consistono nella brevità, precisione, e forza dell’originale. Questa composizione, intitolata il _Paldamo_, è di circa dugento quarant’otto versi; e rappresenta un ricambio burlesco da un astuto paesano di Finlandia presosi sopra un officiale di dogana. Ho vedute persone ben istruite del significato, e dell’indole della lingua finlandese, leggendo questo poemetto, lodarlo a cielo, e ridere sgangheratamente a ciascun verso.

_Il pasticcio di Paldamo._

«Il mio racconto sarà esposto in termini convenienti. Io canto il regalo che un abitante di Paldamo preparò da fare a un doganiere. Non si tratta di null’altro che di un gatto colla sua pelle, e il suo pelo, che cotto eccellentemente gli fu presentato per suo pasto».

«Era una domenica sera: gli abitanti della buona città di Paldamo trovavansi raccolti insieme; ed essendo tra loro caduto discorso sugli abitanti della città di Uleaborg, dicevano concordemente tutti, che coloro erano una massa di birbi, e spezialmente i doganieri. Erano pagati per mangiare, ed esitavano a pagare ciò che mangiavano: il loro vero mestiere consisteva in dare il sacco alle slitte, e in rubare le provvigioni ai viaggiatori».

«A questo proposito, disse uno scherzoso vecchio della partita, farei volentieri un piccol viaggio, se potessi trovare un compagno di buon umore; perciocchè vorrei vedere almeno una volta la nostra grande città: ho un poco di sevo da vendere, e del burro, di cui posso disfarmi, quantunque la stagione mi sia stata avversa. I paesani gli risposero tutti d’accordo: anche noi quanti siam qui, desideriamo di fare una corsa ad Uleaborg; vi accompagneremo al più presto che vogliate nel basso paese».

«Così poi parlò un altro buon compagnone, famoso per le sue bizzarre storielle: nelle feste di Natale non si dee far nulla; ed io vi accompagnerò di tutto cuore. Ma mi ricordo di avere ultimamente servito uno di que’ doganieri; e temo d’essere riconosciuto. Voi dovete tutti sapere, che ultimamente andai ad Uleaborg, e che avea nella mia slitta un eccellente pasticcio di pesce, che i doganieri mi presero, sebbene io dicessi loro che non poteva privarmene trovandomi assai lontano da casa mia, ed avendolo portato meco per mangiarlo in città nel tempo, in cui mi vi fossi fermato. Nulla di quanto potei dire giovò: que’ ghiottoni aveano risoluto di avere il mio pasticcio, e me lo rubarono senza che io me ne avvedessi. Cani veramente! cani tre volte, che rubano ai paesani le loro provvigioni nella maniera più detestabile».

«Quando fui di ritorno a casa, proseguì egli, dissi a mia moglie com’era stato servito; ed essa mi disse il ben di dio: come, sciocco, poltronaccio! e perchè non hai rotta la testa a quel briccone di doganiere? Bravo! dagli il tuo pasticcio. Dagli il diavolo che porti te, e lui».

«Così gridò mia moglie. — Ma chi mi mette in testa il bel pensiero? Ah! Ah! diss’io. Signorini miei! ve la farò bella; e mi rimpatterò: non dubitate; nè tarderò molto».

«Dicendo così, presi per le zampe di dietro la mia bella gattona; e in un istante le feci la festa. Ora, dissi a mia moglie, scalda il forno; ed io fo intanto la pasta: e vedrai il bel pasticcio di gatto. — Essa veramente avrebbe voluto ritenere la pelle per guarnirne la sua pelliccia. Come! le dissi io in collera, vorresti dare a codesti birbanti di doganieri una sì buona vivanda! Se levo la pelle alla gatta, codesti signorini prenderanno la gatta per un buon lepre; e saranno ben contenti di gozzovigliare co’ nostri buoni bocconi. Allora le slitte de’ nostri poveri borghesi saranno più che sicure d’essere messe a sacco. No, no: avranno la gatta, pelle e zampe; ed infine vedranno, che noi possiamo pareggiarli in malizia».

«Mia moglie voleva a tutti i patti quella pelle della gatta; ma finalmente si ridusse a cederla; e la gatta con tutta la sua superba pelle fu messa nel pasticcio; e il pasticcio fu messo nel forno.

«Quando il pasticcio fu cotto; e non lo fu che verso la mattina, lo avviluppai in un sacco; ed allegramente mi posi in viaggio per Uleaborg. Si aggiustava il ponte di Uleaborg; e noi dovemmo attraversare il fiume sul ghiaccio. Giunti alla dogana, trassi fuori del sacco un piccolo pasticcio, e lo presentai all’officiale. — E che intendi con questo? diss’egli. Pretendi forse con siffatta miseria guadagnarti le buone grazie del primo officiale delle dogane? Via, via: voi altri paesani di _Paldamo_, vi conosco; non andate mai fuori di contado senza un buon pasticcio di merluzzo, o d’altro pesce eccellente; dà qua il più grosso che t’abbi, che questo darà credito alla tua città. — Questo era quello che io voleva. Trassi dunque fuori il grosso pasticcio, che conteneva la gatta; e lo diedi all’officiale, che ne fu contentissimo a segno che invitò l’altro paesano e me a bere con essolui. Egli ci diede un bicchiere di punch, ed un altro di acquavite eccellente. Noi poscia ci congedammo; e seguitammo la nostra strada».

«Così terminò il suo racconto il paesano di _Paldamo_; ed io _Vanoen_ l’ho messo in versi per divertimento di quelli, che vorranno udirlo: certo che per la mia composizione guadagnerò più di quello che per la sua civiltà guadagnasse l’official di dogana; voglio dire una delle zampe di dietro del gatto, perchè il doganiere mangiò l’altra, come presto udirete».

«L’officiale _Ritzi_, che così chiamavasi quel doganiere stato presentato di quel famoso pasticcio, sedutosi a tavola se l’avea posto d’innanzi. Da prima tagliò un pezzo della crosta, che assaggiò, e trovò buona. Poi tirò fuori una zampa di dietro; e nel mangiarsela si graffiò un poco la bocca colle unghie; ma credette che l’accidente provenisse da un dente del pesce, tenendo per fermo che in fondo del pasticcio si trovasse un grosso merluzzo; e la zampa di dietro, egli la credeva la testa del merluzzo. In fine aprì il pasticcio; e allora quale fu il suo stupore quando vi trovò dentro un gatto cotto col suo pelo, e col resto?»

«Pestò co’ piedi la terra per la rabbia: disse, giurò, bestemmiò; ed esalò la collera dicendo: chi avrebbe mai potuto credere che un paesano di _Paldamo_ avrebbe dato ad un commissario della dogana un gatto cotto dentro un pasticcio? Che bricconeria! Chi potrà mai sapere cosa campando gli può avvenir di mangiare, se io, giovine qual sono, era sul punto di mangiare un gatto colla pelle, e il pelo?»

«Così finì il racconto, che io, _Vanoen_ suddetto, ho composto, e che tutti si accordano in dire essere finito bene, e in un modo ingegnosissimo».

Del rimanente v’hanno molte canzoni runiche composte da donne della classe de’ paesani, le quali non sono senza merito. Le donne che aveano un certo spirito le componevano, e le cantavano, applicate ai loro materali officii di famiglia, e segnatamente macinando il formento, od altre granaglie, quando non si usavano ancora nel paese molini ad acqua, o a vento: le altre ripetevano le imparate a memoria. Ve n’ha di soggetto grave, ve n’ha di soggetto satirico, o burlesco, e più spesso di argomento amoroso. Il sig. _Frauzen_ in Abo mi fece vedere una canzone composta da una giovane paesana, nativa dell’Ostro-Botnia, e serva del maestro ecclesiastico del villaggio, dove essa avea costantemente dimorato. Questa piccola composizione considerata come il parto d’ingegno di una ragazza che non sapeva nè leggere, nè scrivere, è cosa stupenda. Ecco tradotte letteralmente in prosa le produzioni di questa _Saffo_ finlandese, la quale in mezzo alle nevi del suo tristo paese non mostra meno calore della musa di Lesbo.

I.

«Oh! perchè il mio diletto non è qui? Se almeno l’aspetto suo, che tanto conosco, mi fosse presente! come, come io volerei tra le sue braccia! Quanti baci le mie labbra non istamperebbero sul suo volto, fosse pur egli tutto imbrattato del sangue di un lupo da lui combattuto! Come stringerei la sua mano, fosse pur essa attortigliata da un serpente!»

II.

«Ah! perchè i venti non hanno intelligenza; perchè quello che ora spira, non può parlare? I venti potrebbero riferirci a vicenda i nostri sentimenti, comunicandone l’espressione del mio diletto a me! Questo venticello che sì spesso spira, potrebbe ad ogni istante recargli le mie parole, e riportarmi rapidamente le sue».

III.

«Oh! allora non penserei certamente ai piaceri della tavola del mio padrone; e poco mi presserei a vestir la sua figlia. Sì: dimenticherei tutto per non occuparmi che del mio amoroso, l’oggetto più caro de’ miei pensieri nella estate, l’oggetto de’ miei più penosi affanni nella stagione cruda dell’inverno».

Ultimo esempio sia un tratto di più lunga canzone cantata dalle Finlandesi nel cullare i loro bambini. Ne cantano qualche volta anche le nostre nutrici: in breve queste rimarranno dimenticate, giacchè ormai generalmente si abbandona il cattivo uso di agitare la culla. Questo tratto di canzone finlandese dimostrerà nella semplicità sua come la tenerezza, la ingenuità, l’affetto materno parlano al cuore di quelle donne. Eccolo.

«Dormi, dormi, bell’uccellino del prato: prendi riposo, caro Pettorosso: prendi riposo. Dio ti risveglierà in buon tempo. Egli ti ha preparato un bel ramuscello, su cui fermarti; un ramuscello graziosamente piegato ad arco colle foglie di betulla. Il sonno è alla porta, e dice: Non è qui un bambinello, un caro bambinello addormentato nella sua culla? un bambinello fasciato, un bambinello giacentesi sotto una coperta di lana?»

I Finlandesi hanno anche un altro genere di versi, giustamente riguardati come monumenti inapprezzabili dell’antichità, e modelli perfetti della più pura poesia runica. Questi sono versi di magia, d’incanto, di stregonerie, di quello di simil sorte che volete, avanzo delle vecchie superstizioni; e tenuti per efficaci massimamente in fatto di guarir malattie. Chi li possiede va cauto a comunicarli ad altri, molto più se si volesse scrivere; e ciò per paura che vengano denunciati ai magistrati, o ai ministri di religione. E ministri di religione, e magistrati fanno tutto il possibile per distruggere queste superstizioni, reliquie delle credenze di questi popolani prima che fosse loro predicato il cristianesimo.

CAPO VIII.

_Si parte da Uleaborg. Difficoltà supposte per andare al Capo-Nord attraverso della Laponia. Nuovi compagni e provvigioni. Addii. — Descrizione di un ballo finlandese. Divertimenti in Hutta. Arrivo a Kemi. Il curato, e la sua famiglia: bella chiesa, e bei contorni. Bagno a vapore. Passaggio a Tornea. Suo clima, e suo commercio. Fine del mondo incivilito. Curato dell’Alta-Tornea: sua ospitalità._

Ma era tempo di lasciare Uleaborg, e d’incamminarci alla nostra meta. Parlando di andare al Capo-Nord, tutti trovavano strano il nostro disegno, e ci dipingevano l’impresa impraticabile sì per le difficoltà della strada, sì per l’incontro pericoloso de’ Laponi, che ci si rappresentavano sotto spaventosissimo aspetto. Massimamente poi ostacolo immenso ci si diceva fare a tal viaggio la stagione estiva: che i missionarii, e mercanti, che andavano a quella razza d’uomini, approfittavano dell’inverno, e all’estate avvicinavansi ai luoghi di città. E tali furono anche i riscontri che io ebbi da Tornea, d’onde cercai notizie. Erasi comunemente e in Uleaborg, e ne’ vicini paesi tanto persuasi, che la nostra idea fosse un delirio, che i più riguardavano come un oggetto di stravaganza. Noi, ad onta di tutto questo, fermi nel nostro proposito, deliberammo di andare per una strada tutta nuova, prendendo possibilmente la linea del meridiano di Tornea, e seguendola sino al Capo-Nord, chè speravamo per quel modo di giungervi. Il sig. _Julin_, buon naturalista, eccitato dal desiderio di acquistare nuove cognizioni, tentato dal nostro disegno, confidando in noi, e cedendo alle nostre istanze, acconsentì d’esserci compagno. Ci si aggiunse il sig. _Castrein_, ministro a Kemi, uomo istruttissimo, e versato assai nella botanica. Comprammo una tenda russa per metterci al coperto della pioggia, e d’ogni influsso d’intemperie; e ci provvedemmo di quanto potesse occorrerci di vettovaglia per 20 giorni; poi di un fucile a due canne, di un termometro di _Celsius_, di una carta d’_Hermelin_, e di una del _Pontoppidano_, di un compasso che indicasse anche l’ora, di una scatola per mettervi i nostr’insetti, di tabacco, di solfo, e di canfora per preparare uccelli, e pelli; nè ci dimenticammo i regali che volevamo fare ai Laponi, i quali doveano consistere in tabacco da masticare, e da fumare, e in acquavite comune.

Saluti, abbracciamenti, lagrime ancora, augurii d’ogni sorta, accompagnarono la nostra partenza da Uleaborg. Passammo il fiume; e ci mettemmo in istrada sopra una carretta tirata da cavalli. Il primo luogo, ove li cambiammo, fu Sukurri, nove miglia lungi da Uleaborg; e li cambiammo tre, o quattro volte da Sukurri fino a Testile, luogo di due, o tre case di legno. Passato in barca un piccol fiume detto Lesvaniemi, udimmo il suono di un violino; e volgemmo all’abituro di un paesano, ove trovammo dieci, o dodici persone che ballavano. Al nostro arrivo tutti furono sconcertati, eccetto il suonatore, che continuò a maltrattare il suo istromento, come se niente fosse. E sapete perchè? per non altro che per essere orbo. A poco a poco però que’ paesani si riebbero dalla prima sorpresa; e ripigliarono i loro posti.

Il loro ballo non consisteva che in salti e capriole rustiche, di niuna grazia, ma di molta forza; e le donne ne mostravano quanto gli uomini. Nè varietà, nè passione ne’ loro atteggiamenti, nè espressione vedevasi ne’ loro volti: ma facevano tutto con aria grave, e con un’attenzione scrupolosa. Di lietezza non v’era su quelle fisonomie il minimo segno; e un vaso di birra posto sopra la tavola, la conteneva mista ad acqua: ne bevevano per puro bisogno di estinguer la sete; e il suonatore non era meno sobrio degli altri. V’erano sei, o sette donne; e tutte goffe, mal fatte. Anche il loro vestito contribuiva a renderle sgraziate. Volli far nota della loro musica; e potei copiare qualche danza finlandese. Partendo dalla _sala del ballo_ demmo qualche mancia al povero suonatore, che per gratitudine si fece accompagnare dalla sua guida per onorarci alcun tratto di strada della sua musica.

Da Testile andammo ad Hutta, villaggio di quattro, o cinque case di legno: una ve n’era, ove noi deliberammo di rimanere, essendo stanchi del viaggio. Alcuni paesani, e alcune ragazze entrarono senza cerimonie nella camera, ove, avendo alcuni stromenti di fisica, pensammo di dare qualche divertimento a quelle buone creature. La prima cosa che ferì gli occhi a que’ paesani, fu il fucile a due canne. Fu per essi una meraviglia: oh! con questo l’uom vecchio in pelliccia (intendevano l’orso) non troverebbe quartiere. Così dicevano concordemente; e per un tal fucile avrebbero dato e la casa, e che so io? Noi mostrammo loro il termometro, il cannocchiale, e per ultimo un microscopio. Ma prima di far loro conoscere quest’ultimo stromento, dicemmo loro di trovarci un pulce. Tutti andarono a cercarlo. Una delle ragazze, ritiratasi un momento, presto ritornò col pulce. È impossibile esprimere i gesti, l’esclamazioni, le grida di meraviglia e di stupore di tutti, quando videro ingrandire quel piccolissimo animaletto, e ne osservarono la mostruosa figura. Non potevano saziarsi di guardarlo, e riguardarlo per ogni verso. — Senza dubbio che si ricorderanno per lungo tempo di quanto hanno veduto.

Da Hutta a Kemi vi sono 18 miglia; e noi vi fummo il lunedì 10 di giugno.

È ben naturale che a Kemi dovevamo alloggiare dal sig. _Castrein_, che avea da essere il nostro compagno di viaggio. Egli era un ecclesiastico d’irreprensibili costumi, di pulitissime maniere, di molte cognizioni: parlava assai bene il latino, un poco il francese, ed intendeva passabilmente il tedesco. La sua parrocchia, di cui era il ministro principale, non ha meno di 900 miglia quadrate di estensione. Oltre la moglie, e i figli, avea undici tra fratelli e sorelle, che mantiene; ed era riguardato il padre della famiglia. Stemmo in casa sua due giorni; e vedemmo quanto era in Kemi, e ne’ contorni. I contorni di Kemi paragonati a quelli di Uleaborg ci parvero il paradiso terrestre. Grande è il fiume che dà il nome al villaggio, ed è abbondante di sermoni, la cui pesca assai lucrosa è una delle principali rendite del parroco. La chiesa può far sorpresa a qualunque forestiere. Collocata in mezzo ad un bosco di abeti, e circondata da tugurii miserabili, parrebbe qualche cosa di magnifico quand’anche non fosse bella, e maestosa, com’è. Ha una superba cupola, e tre ingressi principali, decorati di un colonnato d’ordine dorico. Peccato! che tanto lusso facesse contrasto colla miseria che vidi in qualche casa di paesani, e che tutto mi faceva con gran fondamento credere, che non si limitasse a quella casa. Le sorelle del parroco mi fecero vedere due campane destinate all’uso di quella chiesa. Erano quelle campane coperte di varie iscrizioni finlandesi, una delle quali incominciava con una parola, che in italiano è oscena, e che in lingua finlandese non significa che la parola innocentissima _ecco_. Noi c’eravam messi a ridere sgangheratamente; e come rendere la giusta ragione del tanto ridere alle signorine, che pur erano vogliose di saperla?

Intanto il sig. _Castrein_ volle farci gustare il piacere del bagno all’uso di Finlandia. Si scaldarono le pietre; e quando tutto fu pronto, dietro l’avviso di una ragazza di 18 anni, a cui le faccende del bagno erano commesse, entrammo nella camera, ove codesta ragazza ci spogliò, e ci presentò un bacino d’acqua fredda con alcuni rami di betulla perchè ci sferzassimo da noi, indi essa gittò dell’acqua sulla massa delle pietre infocate. Io debbo confessare l’imbarazzo, in cui mi trovai in tale situazione, tutta nuova per me. Per tenere a segno la testa cercai di fissare costantemente gli occhi sul mio compagno, e d’imitare la sua indifferenza esemplare. Ma trovai molto forte, e sul principio molto incomodo il calore del luogo. Pure mi ci avvezzai, sicchè lo sostenni a 65 gradi del termometro di _Celsius_. In una tale temperatura provai una deliziosissima sensazione quando la ragazza venne a buttarmi dell’acqua sul capo, e che questa mi calava giù per tutta la vita. Lo stesso pur fu quando bagnati nell’acqua que’ rami di betulla che ho accennati, mi misi a battermi il corpo. Stato così mezz’ora, il sig. _Castrein_, a cui aveva esposto il desiderio di vedere prima lui sottomettersi alla cerimonia d’uso, egli vi si prestò senza ritardo; e capii come avea da fare anch’io alla mia volta. La ragazza gli presentò uno scabelletto su cui egli si assise; essa gli gettò sulla testa dell’acqua fredda, ne spremette i capelli, e con sapone ed acqua gli lavò tutto il corpo, e lo fregò sino alla cintura. In appresso passò ai piedi, gli fregò le gambe, e particolarmente il collo del piede, e il tallone. Io era stupefatto vedendo questa operazione; ma ciò che più mi colpiva, era la perfetta apatia del ministro. Non avendo avuto coraggio a tanta prova, presi i miei abiti, e saltai fuori del bagno. L’uso porta che si dia qualche mancia alla ragazza; e deve darla anche il padrone. Questa mancia si chiama in finlandese _sauna raha_.

Dopo avermi fatto erborizzare ne’ suoi contorni il sig. _Castrein_ si mise in viaggio con noi. Nulla d’interessante presenta il paese da Kemi a Tornea, se non che l’aspetto della primavera dappertutto consolante sì per l’adornamento, in che si pone la natura, sì per la speranza de’ beni ch’essa prepara alla estate: ma qui è ben diverso. Lo squagliamento delle nevi e de’ ghiacci sulle montagne produce ne’ fiumi delle alluvioni, non d’acque solo, che pur ruinano le campagne, ma di masse affastellate di ghiacci, che rompono e distruggono ogni ostacolo che incontrano, non perdonando nè a ponti, nè ad abitazioni.

Nissuno sapeva che Tornea fosse al mondo prima della celebre spedizione di _Maupertuis_, e degli astronomi suoi compagni. Ora è cognita a tutti. Egli ne fece una orribile descrizione perchè vi fu in inverno. In estate ha diverso aspetto. Veramente essa non conta più di 600 anime: le case sono quasi tutte di un solo piano, alto però da non soffrire la umidità. I mercanti abitano al mezzodì; e l’hanno abbellita con viali d’alberi, con un passeggio pubblico, con orti e giardini. Le lunghe tenebre dell’inverno sono compensate dalla quasi continua presenza del sole durante l’estate; e i 40 gradi di freddo dai 27 gradi di calore. Magnifico è il fiume che dà il nome alla città, e che quasi affatto la cinge; e superbo è l’aspetto delle sue sponde, sulle cui alture si veggono varii mulini da vento; e la chiesa col suo campanile, e con varie case si specchia vagamente sull’acque del fiume. Sopra alcuno di que’ mulini si va a vedere il sole a mezza notte nel mese di giugno. Meglio però si gode questo spettacolo alla chiesa di Bassa-Tornea nella vicina isola di Biorkon. I vascelli mercantili che battono le acque del golfo di Botnia possono abbordare presso la città: essa anticamente avea un buon porto; oggi è interrito. Burro, sevo, carni salate, o seccate, sermoni affumicati, o messi in sale, piccole aringhe, legnami da fabbrica, catrame, pelli di renne, di orsi, di lupi, di armellini, e d’altri animali del paese, ed una gran quantità di uccelli, sono le merci che se n’estraggono. Vi s’introducono frumento, sale, farina, canepa, cera, panni, tele grosse, tabacco, e spezierie. In inverno i mercanti vanno colle loro slitte a diverse fiere, ove comprano dai Laponi belle pelliccerie, dando in cambio pesce, farina, sale, tabacco, ed acquavite. Alcuni vanno fino ad Arcangelo, ed altri ad Alten.

[Illustrazione: _Tav. II._ — VEDUTA DELLA CITTÀ DI TORNEA A MEZZANOTTE PRECISA]

Le più distinte persone di Tornea ci hanno fatta un’accoglienza gentilissima. Tra queste più intimamente vivemmo col dottor _Deutsch_, giovine mollo istrutto, e grande amatore di storia naturale. Egli si aggiunse compagno a noi, ma solamente sino a Kengis-bruk, atteso che non poteva allontanarsi da Tornea più di 15 giorni. Avremmo facilmente avuto per altro compagno il segretario _Swamberg_, mandato in Laponia dall’Accademia delle scienze di Stockholm per verificare le operazioni di _Maupertuis_, se il ritardo del vascello, che portava i suoi istromenti astronomici non lo avesse obbligato ad arrestarsi a Tornea. Rimanemmo dunque in cinque, cioè il sig. _Castrein_, eccellente botanico, _Julin_ minerologo, il colonnello _Skioldebrand_, pittore di paesaggi, _Bellotti_ bresciano, ed io, che c’incaricammo degli articoli di ornitologia, e della compilazione di quanto a giorno per giorno i nostri compagni avrebbero potuto osservare. _Deutsch_ non sarebbe stato con noi che per un tratto di strada; ma non ci sarebbe per quel tratto mancata l’utile sua opera come entomologista. Partimmo adunque prendendo la direzione pel paese detto l’Alta-Tornea.