Viaggio al Capo Nord fatto l'anno 1799 dal Sig. cavaliere Giuseppe Acerbi
Part 3
La maniera nostra di viaggiare parte in islitta, e parte a piedi mi condusse a meditare sulla utilità di una slitta, il cui modello avea veduto nel deposito delle macchine di Stockholm. Era questa una slitta sospesa a’ due fianchi, la quale con una sorta di molla potevasi collocare sopra quattro ruote, e le molle l’alzavano dal terreno, e servivano a convertirla in una vettura. Ai 30 di marzo verso mezza notte eravamo ancora in istrada, con un freddo di 13 gradi sotto il gelo, secondo il termometro del _Celsio_, quando, molto a proposito per distrarci dalla nojosa monotonia del viaggio, ci si presentò lo spettacolo di un’aurora boreale. Il cielo nella parte del settentrione parve ad un tratto tutto infuocato; ed insensibilmente prese quel brillante colore del rubino, di cui il tramonto del sole arricchisce le belle serate d’Italia, felice presagio, al dir di _Virgilio_ ed alla prova della esperienza, della bellezza del dì susseguente. Dal seno di questa porpora superba immantinente s’alzò verso il polo un arco splendentissimo di tutte le varietà dell’iride, e tagliato da moltissimi altri archi non meno vivi, ma mobili, e con maestà ondeggianti, i quali disegnavansi sopra un immenso velo di un fosforo luminoso, le cui pieghe diafane, agitate continuamente si sviluppavano in lunghi solchi di fiamma, ed ognor più animati da come fiaccole ardentissime, colle quali sarebbesi detto, che il cielo ad ogn’istante le fulminava, prolungavano lungi l’incendio sotto la volta celeste. Tutta l’atmosfera veniva presa dal loro chiarore; e indoravano vivamente i contorni di tutte le nubi. Se queste meteore frequenti nelle contrade vicine al polo interessano per la loro magnificenza gli abitanti del Nord, accostumati pure a vederle, facil’è giudicare l’effetto che questo spettacolo produsse in noi, che ne godevamo la vista per la prima volta.
Finalmente giungemmo ad Yervenkile, piccolo distretto, il quale appartenendo alla università di Abo è affittato ad un onesto paesano. Questo galantuomo ci accolse eccellentemente, e ci diede una camera e de’ letti. L’ingenua sua ospitalità ci rendette giocondissimi i tre giorni di riposo che prendemmo in casa sua, e di cui avevamo gran bisogno. Quest’abitazione, vicina ad una bellissima cascata, offre un eguale interesse al pittore e al cacciatore. Non sarà grave udirne una breve descrizione a chi ami più particolarmente conoscere codesta parte della Finlandia in cui ora siamo.
Yervenkile è un piccolo villaggio di tre o quattro famiglie situato sopra un lago. Noi prendemmo la strada di questo villaggio invece di quella di Wasa, perchè volevamo vedere la cascata che n’è distante un quarto di lega, e ch’è famosa per la sua elevazione. Essa è formata dal fiume Kyro, il quale uscendo del lago che porta lo stesso nome si precipita attraverso di scogli e rupi scoscesissime e disuguali per un’altezza di circa 210 piedi. È difficile dire in quante diverse forme si presenti l’acqua impetuosa e schiumante che si gitta giù da tante asperità enormi. Noi per meglio contemplarne lo spettacolo ci fermammo sopra un’altura, da cui si discopriva un paese mirabilmente variato, e quasi tutto coperto di pini, la cui verzura tetra, indorata dai raggi del sole faceva un contrasto pittorico colla bianchezza abbagliante della neve e colle masse de’ ghiacci sospesi sull’orlo della cataratta. L’aspetto della cascata è particolare affatto alle regioni del Nord; nè di simile se ne trova alcuna in Italia. Vedevasi l’acqua scagliarsi da enormi volte di ghiaccio cristallizzate in mille maniere; e come il vapore che s’alzava, ivasi congelando nell’aria in forma di polvere, percosso dai raggi solari presentava iridi sorprendenti pe’ vivi e diversi colori, e per la loro ineffabile mobilità. Cadendo poi que’ vapori gelati sopra la discendente corrente, formavano de’ ponti di ghiaccio di tale solidità, che si potevano passare con tutta sicurezza; e siccome i flutti urtavansi e precipitavansi con somma violenza contro le pareti di que’ ponti, sovente accadeva che travasassero al di sopra de’ medesimi, e ne rendessero la superficie sì liscia e sdrucciolevole, che i paesani per passarvi erano obbligati a mettersi col ventre a terra e a camminare colle ginocchia e colle mani. Essendo stati a questa cascata più volte ne’ giorni che ci fermammo nel villaggio, ci prendemmo anche il piacere della caccia per tirare alle lepri, alle volpi e ai lupi, delle quali bestie vedevamo i segni nelle foreste; ma non avendo cani con noi, non ne potemmo snidare alcuna. Ci limitammo a tirare a piccoli uccelli, che osservammo di razza non veduta in Italia. I paesani vedendoci gittare la nostra polvere per sì poca cosa, ridevansi di noi; e come uno di loro credette di farci cosa grata ammazzandoci qualcuno di quegli uccelli, prese il suo archibugio, lo sparò, e ce ne portò uno, il quale avendo noi trovato senza testa, gli facemmo intendere che il dono non poteva esserci grato: l’avremmo desiderato intero. Il suo archibugio avea una canna simile a quella di una carabina, ma di calibro piccolissimo; adoperava inoltre palle grosse quanto un pisello. Io gli mostrai la nostra minutissima munizione: egli ne fu meravigliato, non avendone mai veduta di simile; ma ricusò di adoperarla; e caricato di nuovo l’archibugio alla sua maniera, tirò, e mi recò un uccello della specie del primo, tutto intero, e non avente che una piccola contusione al petto. Non avea fatto che toccarlo leggierissimamente. Ammirammo la sua destrezza e la giustezza del suo colpo d’occhio; ed egli disse che tutti i paesani tiravano colla medesima abilità.
Prima di lasciare Yervenkile desideravamo informarci della maniera di vivere del nostro ospite, delle sue spese domestiche, e del prezzo delle derrate in quella parte di Finlandia. Il legname non costa che la fatica di tagliarlo e di trasportarlo; e la giornata di un lavoratore è cara, perchè costa dai 12 ai 16 soldi. Il nostro ospite avea tutta l’aria di un uomo comodo. Avea sei vacche, le quali gli avevano dati sei bei vitelli: avea sei capre, che ogni sera ritornando dal pascolo gli somministravano latte abbondante: avea di più otto agnelli e tre cavalli, de’ quali servivasi per le sue slitte: le vacche gliene davano ogni mattina un secchio. Una vacca gli costava da cinque a sei risdalleri; un vitello due; e sedici soldi una capra e un capretto. Il cantone non dava frumento; e il prezzo della segala era di cinque risdalleri e mezzo il barile. Gli domandammo se fosse stato mai nella necessità di mangiare pane fatto colla scorza d’albero, e se mai si fosse trovato costretto a nudrire le sue vacche coi loro escrementi, conciandoli con un poco di sale, di farina e di paglia, conforme usano quelli della Dalecarlia; e rispose non essersi mai trovato in tali angustie. L’affittanza che avea era una casa, che abitava colla sua famiglia: a destra di essa era un piccolo alloggiamento pe’ forestieri, a sinistra le stalle per gli animali.
CAPO IV.
_Foresta famosa in Finlandia. Indole dei lupi che vi abitano. Incendii ed uragani che la devastano. Cammino pericoloso, e mal passo sul ghiaccio. Altro ghiaccio più spaventoso. Wasa: descrizione di questa città._
Abbandonando Yervenkil entrammo in una foresta famosa in Finlandia, tanto per l’altezza delle piante, quanto per la sua profondità, dicendosi che va oltre le 80 miglia inglesi. I lupi sono i soli animali, che ivi possano temersi: non assaltano mai l’uomo; ma non risparmierebbero mai il suo cavallo senza la presenza di lui; e quando sono veramente affamati si uniscono in truppe, e danno addosso furenti a quelli che strascinano le slitte. Guai se allora la slitta si rovescia! Scappato il cavallo, e rimasto l’uomo abbandonato sulla terra, essi precipitansi sopra di lui, e sel divorano. Noi non ne vedemmo alcuno.
Queste foreste sono scure a cagione dei fitti rami che s’intrecciano insieme sulle cime di quelle piante gigantesche; e la temperatura n’è assai dolce. Ma tutto colà è muto; se non che tanto silenzio vien rotto dallo scoppio, che il gelo cagiona nel corpo de’ grossi fusti. E non è questo l’aspetto unico che presentano. Noi vedemmo gl’immensi guasti di uragani terribili, e d’incendii spaventosi. Montagne, valli, spazii di più miglia coperti di boschi, sono frequentemente esterminati dalle fiamme. Onde quest’incendii? La poca cura de’ paesani, che non abbandonano mai la pipa transitando per queste foreste; e una scintilla che cada sopra foglie secche, ajutata da leggiero venticello, può esserne una cagione. Oltre ciò i paesani soventi volte accendono de’ fuochi o per riscaldarsi, o per cuocere le loro vivande; e trascurano poi di estinguerli partendone. La seconda cagione è riposta nelle leggi del paese. In parecchi distretti i paesani traggono i legnami dalle foreste reali pagando una certa tassa: in altri hanno la facoltà di tagliarne; ma sono multati, se oltrepassano i limiti. Più: quando una foresta della Corona s’incendia i paesani hanno il diritto di abbattere, e di portar via gli alberi attaccati dal fuoco. Avviene adunque che se i paesani mancano di legname, o se la quantità loro assegnata non basta ai loro bisogni, l’interesse loro li spinge a metter fuoco ai boschi della loro vicinanza, essendo allora liberi ad appropriarsi quanti alberi mai vogliono. Io vidi in questa foresta un esempio dei terribili guasti di uno di questi incendii. Le fiamme aveano divorato il bosco per una estensione di sei in sette miglia. Non può vedersi spettacolo più tristo. Non solo si tratta che presentinsi allo sguardo tronchi e rimasugli d’alberi confusamente giacenti sul suolo, e interamente ridotti in carboni; ma ve n’ha molti altri ancora ritti in piedi, che le fiamme hanno spogliati dei loro rami, e della loro scorza dalla cima fino alle radici. Alcuni sono stesi tutti interi sulle brage estinte: altri semplicemente inclinati appoggiano i loro neri scheletri ai vicini, morti anch’essi, ma senza essersi smossi dalla prima loro positura. In mezzo poi a tanta ruina se ne osservano de’ giovani pieni di sanità, di succhio, e di forza, i quali sembrano nudrirsi delle ceneri de’ loro padri, e vanno crescendo per rimpiazzare la generazione scomparsa. Ma eguale terribil guasto fanno anche gli uragani.
È impossibile concepire come i venti possano penetrare attraverso della fitta volta, che ad essi codesti boschi oppongono. Si sarebbe tentati a credere che questi uragani fossero tante di quelle formidabili trombe descritte da altri Viaggiatori, e che trionfano di ogni resistenza. Alberi di un volume enorme sono strappati dalla terra, e mostrano nude le loro profonde radici: pini che tre uomini non potrebbero abbracciare, e i cui tronchi impunemente sfiderebbero le più furiose tempeste dell’Oceano, ivi sono piegati come un debole giunco; ed abbassano nella polvere la superba loro fronte. I colossi in apparenza più indomabili sono precisamente quelli, che i venti maltrattano con maggior violenza.
In estate si batte una strada praticata in mezzo della foresta; ma in inverno i paesani vanno più a dirittura che possono, attraversando fiumi e laghi sulle loro slitte. Ed usano poi, perchè nissuno si smarrisca in codeste profonde e tenebrose foreste, ove pei primi trovino una buona strada, marcarne tutti gli alberi con un colpo di accetta, come fanno i selvaggi di America. Codeste strade però sono cattive perchè sassose ed aspre: e le scosse che le slitte soffrivano, ci defatigavano non mediocremente; e dovevamo andar lenti. Fummo sollevati da questo flagello incontrandoci in un lago, che i nostri cavalli attraversarono colla rapidità di un uccello. Non senza pericolo però: perciocchè da ogni parte il ghiaccio scoppiava; e noi tremavamo all’aspetto delle crepature, che ad ogn’istante il peso delle slitte faceva divergere in raggi all’intorno di noi. Noi non ci saremmo esposti a tante angustie, se andando per terra non avessimo sofferto mille volte di più.
Fu spezialmente tra Tuokola e Gumsila, che trovammo la strada sul fiume estremamente spaventosa; e saremmo periti senza dubbio senza il soccorso di due paesani, che ci servirono di guida spontaneamente, indicandoci i luoghi ove il ghiaccio era ancora forte per sostenerci. Tra que’ due villaggi il fiume è di una singolare rapidità; e la forza della corrente in alcuni siti rendea il ghiaccio di una tessitura più tenera. Bisognava per esser sicuri conoscer bene la direzione della corrente; e le nostre guide precedendoci nella loro slitta c’incoraggiavano. Giungemmo ad un sito ove noi credemmo somma imprudenza il tentare il passaggio: ma o ritornare per sei, o sette miglia indietro, e rimetterci su quella diabolica strada che non avevamo potuto proseguire, o andare avanti qui; e trattavasi di far saltare una barriera ai nostri cavalli, e di tirare la slitta sopra un mucchio di pietre finchè potessimo riguadagnare il ghiaccio di quel fiume. Preferimmo questo partito: i cavalli attraversarono la barriera: noi ci ajutammo ad alzare la slitta, e a portarla dall’altra parte; ed in appresso ci rimettemmo sul ghiaccio presso un mulino. Ma qual desolante sorpresa! Ci si presentò un pericolo cento volte maggiore: il ghiaccio non era più attaccato alle sponde del fiume; e bisognava abbandonarci alla crosta rimasta in mezzo dello stesso, e sotto la quale sentivamo la corrente gorgogliare con fracasso. Le nostre guide si esposero le prime al pericolo; e superato che l’ebbero, ci dissero che l’avremmo con un poco di coraggio superato anche noi; e che quando avessimo passato il mal luogo, nulla più era a temere. Dicevano bene; ma il terrore non ci abbandonava. Ci risolvemmo di arrampicarci colle ginocchia sopra un monticello di ghiaccio, il quale pareva a noi che ne impedisse il cammino; e ci lasciammo scivolare dall’altra parte per giungere alla nostra slitta, che ci aspettava colà. Le nostre guide risero della nostra paura, e del partito che prendemmo; e riusciti in bene ridemmo di noi medesimi anche noi. Que’ buoni Finlandesi dissero che non avevamo più bisogno di loro, e congedaronsi: noi volevamo gratificarli con qualche moneta; e parvero stupefatti della esibizione.
Fin qui avevamo veduto il ghiaccio coperto di uno strato di neve piuttosto sporca, che ne nascondeva la trasparenza; e ci faceva quasi dimenticare che camminassimo sul liquido elemento. Che nuova paura quando dovemmo attraversare un fiume, il cui ghiaccio era talmente diafano, che vedevamo non solo la corrente e profondità dell’acqua, ma fin anco i più piccoli pesci che vi guizzavano dentro? Nel primo momento, nuovo essendo per noi il fenomeno, ci credemmo perduti: vedevamo l’abisso che stava per ingojarci; e il cavallo medesimo atterrito anch’esso si fermò; e non voleva più muoversi. Se non che l’impulsione ricevuta nella sua corsa lo spinse avanti, e sdrucciolando sulle sue quattro gambe scorse lo spazio di ventiquattro in trenta piedi. La cosa non era per noi la più dilettevole. D’onde veniva mai questa singolare diafaneità? Dall’azione de’ raggi solari e del vento. Così almeno ho creduto io. Il vento avea spazzata la neve, e nettata la superficie del ghiaccio: il sole alla fine di marzo e al principio di aprile, avendo acquistata forza, avea fusa ed appianata la superficie, che da prima era alquanto scabra. Questa superficie fusa durante il giorno, tornando a congelarsi la notte formava allora uno specchio liscio perfettamente; ed era sì diafana, che se non avessimo vedute le crepature perpendicolari, che ci facevano vedere la spessezza del ghiaccio, non avremmo potuto distinguerlo dall’acqua che vi correva sotto. Non posso dire il terrore sofferto in quella circostanza; noi cercammo di liberarcene chiudendo gli occhi. Quando però il fiume non avea che la profondità di pochi piedi, godemmo del piacere di considerare i ciottoli, di cui era coperto il suo letto, e di spaventare i pesci che ci stavano sotto i piedi.
Prima di arrivare a Wasa avemmo qualche altro incomodo; e fummo obbligati a fermarci ad un piccol luogo detto Sillampe, che serve di posta. Ivi facemmo buona stazione.
Wasa è la prima città che trovasi entrando nella Ostro-Botnia. Le case sono tutte di legno, e la più parte di un piano solo. Essa è situata al 64.º grado di latitudine, e lontana da Stockholm 1144 miglia. _Gustavo III_ le diede un consiglio supremo di giustizia pel Nord della Finlandia; e costruì per residenza di questo consiglio un superbo edifizio di 210 piedi lungo, largo di 71, ed alto di 99: ha due piani, una facciata magnifica; ed è posto sul pendío di una collina presso la città; ed è un edifizio in pietra. Quel Re molte altre cose avea fatte per la prosperità e l’accrescimento di Wasa. Essa si estende attualmente per la lunghezza di 4,800 piedi, e di 3,000 in larghezza, con 17 strade tutte larghe e dritte. Ha bei viali d’alberi, una scuola, una chiesa, una farmacia, un orto botanico, una fabbrica di panni, una di tabacco, una d’olio di vitelli marini, tre di corami, due di tinture, e due per fondere la pece. Ottimo è il nuovo porto sostituito all’antico; ed è considerabile il suo commercio co’ forestieri, esportando catrame, pece, tavole, e travicelli, e segala, e burro, e carne bovina, e sevo, e pelli, ed olio di pesce, ecc. Nelle sue vicinanze ha due sorgenti di acque minerali; ed ha infine una comoda strada aperta nel 1775 attraverso di varie parrocchie, la quale porta al Savolax[1].
CAPO V.
_Civiltà incontrata in Wasa. Aneddoti curiosi riguardanti _Linneo_. Gamla-Carleby. Nuovi motivi di spavento sul ghiaccio. Pescatori sul ghiaccio e loro industrie. Illusioni prodotte dal ghiaccio. Brachestad. Uleaborg. Avventura galante. Particolari riguardanti Uleaborg. Risoluzione di fermarsi in questa città._
Al nostro arrivo a Wasa eravamo stati a far visita al governatore e al presidente, i quali cortesemente c’invitarono a pranzo, e radunarono presso di sè la società migliore del luogo. Noi trovammo tutto sul piede di Stockholm. Ma parvemi un sogno l’avere in quelle adunanze trovata una dama di una somma amabilità, squisitamente educata e perfettamente intendente delle lingue e delle lettere sì francesi che italiane, e de’ migliori scrittori delle medesime. Essa era la moglie dei presidente. Vi trovai pure un ecclesiastico pieno di erudizione e di conversazione piacevolissima. Molte cose importanti imparai da lui riguardanti i Finlandesi e i loro poeti; e ragionandomi del _Linneo_, da lui conosciuto in particolare in Upsal, del carattere di quel valentuomo assai cose mi disse, e molte compassionevoli in proposito della incredibile vanità che lo predominava. Fra gli altri aneddoti raccontatimi fu questo. Una dama della provincia di Upsal, che non era uscita mai del suo paese, domandò ad un amico del _Linneo_ una commendatizia, desiderando di conoscere un uomo sì distinto, e di vedere le sue collezioni. Ebbe la lettera, andò a visitare il _Linneo_, vide il suo museo. Ma sbalordita da tante cose in esso raccolte, nel suo entusiasmo esclamò innocentemente: _Ah! non mi meraviglio più che il Linneo sia conosciuto in tutta la provincia di Upsal!_ Il _Linneo_ che si aspettava di udire _nell’universo mondo_, cessò sull’istante d’indicarle più altro; la condusse alla porta, e sgarbatamente la congedò. — Altro aneddoto. Un giorno in un accesso di melanconia diede ordine che non s’introducesse nissuno, e in veste da camera e in berretta da notte si sdrajò sopra un sofà per riposare. Intanto presentossi un uffiziale svedese che conosceva assai bene la debolezza di lui; ed era accompagnato da varie dame, venute espressamente per vedere la collezione del _Linneo_. Si negò l’ingresso all’uffiziale, che conoscendo l’umor del filosofo, nulla badando al domestico, si spinse innanzi, ed entrò nella camera, ove il _Linneo_ stava. Il _Linneo_ da prima si mostrò molto sdegnato della inciviltà; ma l’uffiziale senza punto badarvi, introdusse le dame; e con molta gravità disse loro: _Signore! vi presento all’illustre filosofo, l’oggetto solo del viaggio che avete fatto, all’uomo che tutto il mondo ammira meravigliato, e che mette al di sopra di tutti gli uomini grandi: a quello che ha messa la natura ai tormenti per istrapparle i suoi più cari secreti._ — Il Linneo si spogliò in un lampo del suo cattivo umore, e diventò la più gentile e carezzevole persona.
In Wasa tutto è ad un infimo prezzo. Nel 1790 non contava che 2,166 anime.
Partendo da Wasa il governatore ci diede tutte le istruzioni opportune per viaggiare il meno male che fosse possibile, e ci accompagnò con un ordine, onde fino ai confini della sua giurisdizione fossimo assistiti in ogni nostro bisogno. Ma i paesani di quel paese non erano avvezzi a condur viaggiatori, e mancavano di una infinità delle cose necessarie. La strada da Wasa ad Uleaborg è di circa 190 miglia. Seguimmo nel nostro viaggio la costa attraversando fiumi, boschi e bracci di mare; e qualche volta non di poco allontanandoci anche dalla costa. Il paese è piano ed abbondante di grossissimi pini. La costa è nuda e sassosa. Facemmo molta fatica per arrivare a Gamla-Carleby. Questa è un’assai bella città posta sopra un piccol golfo, e passabilmente commerciante. È lontana da Stockholm 1,023 miglia e 98 da Wasa; nel 1790 vi si contavano 1,367 abitanti. Ha molti bastimenti proprii pel suo commercio; molti ne fabbrica per venderli; e il suo commercio consiste in catrame, in pece, in tavole e in sevo, burro e frumento. Coltiva poi, e consuma per sè, segala, orzo, pomi di terra e tabacco; ed ha una fabbrica di tele di cotone dipinte.
Da Gamla-Carleby continuammo a viaggiare sul ghiaccio; e qui trovammo una novità che non mancò di sorprenderci e di farci piacere. Il gelo in quel paese è sì forte, che ferma nel loro moto i flutti del mare; e intanto il sole acquistando forza nel corso della giornata a misura che la stagione si avanza, squaglia notabilmente il gelo alla superficie; e l’acqua radunasi entro cavità o solchi, ne’ quali poi alla notte fa una crosta di gelo, rimanendone così una parte nel suo stato naturale tra questa crosta e il gelo inferiore. Ora nel procedere, questa crosta facilmente si rompe, e il cavallo e la slitta pescano entro l’acqua di quelle cavità; e vuolsi tutta la fede di un buon cristiano per non temere che in quel momento non siasi per discendere ne’ gorghi del mare. Di sì fatte paure ne provammo molte. E chi poteva dirci che se in un luogo o nell’altro al di sotto il grosso ghiaccio ci sosteneva, in altri luoghi non fosse per mancarci? Ogni volta che il povero cavallo rotta la fragile crosta cadeva, non mancava il terrore; e cresceva infinitamente, se la crosta essendo larga vi cadeva dentro la slitta e noi con essa.
Camminando di questa maniera incontrammo alcuni pescatori, che pescavano sul ghiaccio. Ecco la loro industria: fanno un buco nel ghiaccio e vi gettano dentro un amo, approfondandolo circa venti piedi; e intanto perchè quel buco non si serri pel gelo, vanno continuamente movendo l’acqua che al medesimo corrisponde. Costoro usano camminando sul ghiaccio scivolatoi di legno assai lunghi; e per ispingerli innanzi servonsi de’ loro bastoni, sicchè per nissun conto muovono le gambe, e corrono intanto con mirabile celerità. Un’altra loro industria è quella di portar seco una piccola vela triangolare che distendono contro il vento, quando questo fortemente gl’incomoda; e mettonla tra il vento e le loro persone.