Viaggio al Capo Nord fatto l'anno 1799 dal Sig. cavaliere Giuseppe Acerbi

Part 2

Chapter 23,679 wordsPublic domain

Nè poche erano le difficoltà, poche le fatiche che i conduttori e i cavalli andavano incontrando per ritrovare la strada sovente perduta in mezzo ai tanti giri e alle tante diversioni, ch’erano obbligati di fare per iscansare que’ gruppi di ghiaccio, che qua e là sorgevano per attraversarci il cammino. A malgrado poi di tutte le cure della prudenza, e di tutte le precauzioni della paura, ad ogn’istante le nostre slitte rovesciavansi; e servivano or l’una, or l’altra di segnale alla carovana perchè si arrestasse. Ma una circostanza impossibile a prevedersi venne ad accrescere i nostri pericoli. La vista delle nostre lunghe pellicce fatte di lupo o d’orso di Russia, e l’odore che n’esalava, spaventarono qualcuno de’ cavalli a tanto, che li trasse a furore. Accadde ciò singolarmente quando rovesciata la slitta, occorrendo di uscirne per drizzarla, venivamo ad avvicinarci a’ cavalli, i quali per cagione di quelle pellicce confondendoci cogli animali, da cui erano tratte, dibattevansi tra le stanghe e le redini, mordevano il freno, cercavano in ogni maniera di fuggire con immenso spavento de’ viaggiatori e de’ conduttori. In quel frangente il paesano per paura di perdere il suo cavallo in mezzo a tanto deserto, s’incatenava, dirò così, alla briglia; e piuttosto che separarsi dal cavallo, lasciavasi a costo della vita strascinare per que’ rottami di ghiaccio, le cui punte sovente gli aprivano larghe ferite sulle membra; e durava in quella funestissima condizione, fin tanto che stanco il cavallo pe’ suoi inutili sforzi, e scoraggiato dai crescenti ostacoli, si fermasse. Allora noi rientravamo nelle slitte, mentre il conduttore istruito dalla esperienza prendeva in fine la precauzione di bendare gli occhi al cavallo. Uno però di questi animali, il più selvatico e focoso della carovana, spaventato scappò; e ci toccò vedere il povero suo conduttore, che dopo essersi lasciato strascinare attraverso de’ ghiacci per lunga corsa, non potendo più resistere ai dolori che lo laceravano, ne abbandonò la briglia. Fatto allora libero quel cavallo raddoppiò la rapidità della corsa; imperciocchè il rumore, che per rimbalzi fra que’ ghiacci faceva la slitta, che seco traeva, accrescendo il suo spavento, pareva che gli prestasse vere ali alla fuga. Noi lo seguimmo lungo tempo cogli occhi, a misura che andava internandosi nell’orizzonte; e lo vedevamo di tratto in tratto sulle sommità de’ flutti gelati come una macchia nera, la quale insensibilmente s’impiccioliva, finchè in ultimo disparve affatto. Allora poi conoscemmo come la prudenza voleva che si avesse qualche cavallo di più per siffatte occorrenze; e conoscemmo nel tempo stesso ne’ pericoli di quella traversata quanto una tale precauzione fosse stata negletta. Il padrone di quel cavallo montò sopra una slitta di riserva, sperando di ritrovarlo correndo sulle traccie di esso; e noi continuammo il nostro viaggio verso le isole di Aland, prendendo, per quanto ci era possibile, il mezzo de’ passi più spianati, non però senza esserci rovesciati di nuovo, e senza essere ancora in pericolo di perdere l’uno o l’altro de’ nostri cavalli: cosa che ci avrebbe messi in un estremo imbarazzo.

Difficilmente può figurarsi la tristezza che infonde la solitudine di quell’immenso campo di ghiaccio. In sì vasto spazio niun essere vivente si presentò a’ nostri sguardi; non uomo, non quadrupede, non volatile: ivi la natura era morta. Che abbandono! che isolamento! che silenzio! Qualche volta venti in contrasto tra loro cozzando impetuosi su quelle rupi gelate, mettevano un fischio profondo, che propagavasi nello spazio, e vi si estingueva: qualche volta l’aria condensata in quelle masse gelate si apriva violenta una strada, e le spezzava con orribil rimbombo, che in un momento rompeva il cupo silenzio spaventosamente, e in un momento quel silenzio repristinavasi, e diventava più terribile. A tante cagioni di malinconia che opprimeva l’anima, a tanti pericoli che ad ogni passo moltiplicavansi, bisogna aggiungere l’incontro frequente di profonde crepature, che presentano all’occhio l’abisso delle acque coperte di ghiacci. Desolante è l’apparizione di quelle crepature, massimamente perchè non aspettate; e talune obbligano a fare un ponte di tavole per valicarle.

Noi abbiam detto che in queste orribili solitudini tutta la natura presentasi come morta. Ciò non è esatto. V’hanno creature viventi, che ne amano il soggiorno; e queste sono le _foche_, o direm meglio, i vitelli marini. Nelle caverne de’ ghiacci depongono i frutti de’ loro amori; ed insegnano a’ loro piccoli a sopportare i rigori della più cruda stagione. Le madri ve li depongono nudi affatto, come sono nati; e i padri hanno cura di assicurarsi di qualche apertura, per la quale possano avere pronta comunicazione coll’acqua. Al comparire di un cacciatore corrono a salvare sè stessi, le loro femmine, la loro prole per quella via. Fuori di quel pericolo, per quell’apertura vanno a procacciar cibo per sè e per la famiglia; e questo cibo è pesce. La maniera con cui i maschi fanno quell’apertura, è singolare. Nè denti, nè zampe v’hanno parte: servonsi del solo loro alito caldo, che dirigono diligentemente e con intensa perseveranza sul medesimo punto, onde scioglierne il ghiaccio. I paesani delle isole vicine sono i più fieri nemici di queste bestie; perciocchè quando essi ne scuoprono qualcheduna, si mettono in imboscata a qualche distanza, appiattati dietro ad un masso di ghiaccio; e muniti di fucile e di bastone ivi aspettano la _foca_ veduta discendere nell’acqua, sapendo che deve ritornare di sopra per respirare. È allora che le tirano addosso, e l’ammazzano. E come qualche volta avviene che l’acqua del buco si geli subito che l’animale ne sia uscito, allora vi corrono sopra co’ bastoni, non dandogli tempo di aprirsi l’adito all’acqua impiegando il suo alito. In questo assalto sì pericoloso per lui, l’animale impiega tutto il coraggio, che la natura gli ha dato: morde co’ denti i bastoni degli aggressori, e talvolta ne attacca le persone medesime. Ma il cacciatore si ride della resistenza oppostagli; molto più che la _foca_ è troppo lenta ne’ suoi movimenti; e la costituzione delle sue membra la rende poco atta ad operare sopra una superficie solida.

Dopo tante fatiche, ed alcune meno importanti avventure, noi facemmo riposare i nostri cavalli a metà del cammino; e finalmente abbordammo alla piccola isola detta Signilskar. Essa è nuda interamente, e non abitata che da qualche paesano e da un offiziale del telegrafo ivi posto per corrispondere con quello di Grisselhamn, il primo che fosse stabilito nella Svezia. Questa isoletta è una delle molte, che sparpagliate in quella parte del golfo prendono collettivamente la denominazione di Aland. Signilskar è distante in linea retta da Grisselhamn 35 miglia all’incirca. Ma il giro che noi avevamo dovuto prendere nel nostro viaggio ce ne avea fatto impiegare forse dieci di più.

Eravamo per partire da Signilskar, quando vedemmo di ritorno il cavallo che era fuggito. Quell’animale faceva pietà per lo stato miserabile in cui dopo tanto strappazzo si trovava. Ma era fiero ancora come prima, e come prima intollerante della vista e dell’odore delle nostre pellicce. Dovemmo cercare di stargli lontani, onde non s’inquietasse di nuovo.

Attraversando le isole di Aland si trovano case, ove prendere nuovi cavalli; e si viaggia parte sul ghiaccio del mare, e parte sulla neve che cuopre il terreno. Tra le due poste di Heralsby e di Skorpas trovasi posta sopra una rupe la famosa fortezza di Castelholmen, tutta cinta dall’acqua fuorchè ove una lingua di terra l’attacca all’isola. Questa fortezza occupa parecchie pagine della storia di Svezia.

Tra le isole di Vergata e di Kumlinge noi avemmo per guida un paesano di circa 55 anni, il quale ci sorprese tanto per la decenza e giocondità del suo conversare, quanto pel buon senso delle sue osservazioni. Egli, ben diverso da’ suoi compatrioti, costantemente taciturni ed incapaci di dare il minimo indizio di curiosità ai viaggiatori, con una civiltà rara per un uomo di sua condizione e di que’ climi, ci andava facendo molte domande sul nostro paese, sulla situazione di esso, sulla natura del governo, sul clima, sulle produzioni naturali e sopra altre interessanti materie. Il piacere da noi provato in udirlo uguagliava la sorpresa di tanta sua intelligenza. Ed avendo egli udito che noi eravamo d’Italia, mostrò qualche stupore, aggiungendo nello stesso tempo qualmente egli sapeva che l’Italia allora era involta in gran guerra; e che un guerriero che metteva spavento dappertutto, la scorreva vittorioso. Ognuno comprende di chi egli parlasse. Noi gli domandammo quante miglia credess’egli che l’Italia fosse lontana da Aland; ed egli confessò di non potercelo dire; ma credeva che l’Italia fosse assai più lontana che la Danimarca. E quando gli dicemmo che l’Italia era di là dalla Danimarca trecento buone leghe svedesi, ci guardò con grande sorpresa; e dopo un breve silenzio replicò che non concepiva che motivi ci conducessero a venire nel suo paese, e a spendere tanti risdalleri in poste. I suoi discorsi particolarmente battevano sul clero, ch’egli si compiaceva di mettere in ridicolo con quella vena di buon umore che è il sintomo ordinario di un buon criterio. Egli era grande ammiratore di _Gustavo III_, con cui ci diceva aver discorso; e non v’è dubbio che non lo divertisse. Nè mai perdendo di vista il suo argomento favorito, cioè di satirizzare sul clero, vi ritornava sopra costantemente terminato che avesse alcuna digressione, che noi avevamo la compiacenza di ascoltare. _Gustavo III_, diceva egli, era un grand’uomo, un gran re; e nondimeno egli non pretendeva la metà del rispetto e della venerazione, che da noi richiede il nostro clero. Questo clero predica la umiltà; ma intanto egli spinge l’orgoglio al di là di quanto possa mai credersi. I nostri parrochi godono di buone prebende; vivonsi in una beata tranquillità; e per non avere disturbi prendono a giornata de’ preti poveri, che facciano per loro le domeniche quello che dovrebbero fare eglino medesimi. In quanto a loro non fanno altra cosa che starsi quietamente sdrajati sulle loro careghe, e ricevere gli omaggi de’ paesani che passano vicini ad essi. E sappiate bene che codesta oziosità loro non dee imputarsi a poca capacità e dottrina; perciocchè se sorga qualche quistione sul pagamento delle decime, imposta ch’essi mettono sul prodotto de’ nostri sudori, si fanno presto conoscere pei più dotti e più sensati uomini del mondo. Nè sono eglino soltanto buoni aritmetici; ma sanno di più sulle dita tutte le leggi, tutti gli editti, e tutti gli statuti del regno.

Io ripeto qui parola per parola il discorso di codesto paesano per dare una idea del modo di pensare sopra una materia che interessa, come per tutto altrove, il popolo di queste contrade. Ma quello che ci rendeva più sorprendente la intelligenza di codest’uomo, egli è che non avea avuta alcuna educazione, nè letto alcun libro, di modo che quanto diceva, tutto era parto della sola sua testa. Il nostro filosofo della natura mesceva ne’ suoi discorsi qualche osservazione meteorologica. Così, p. e., prediceva una estate assai tarda dietro alcune macchie da lui osservate sulla da noi detta Via Lattea. Ci riferì pur anco alcuni aneddoti della guerra di Finlandia fatta da _Gustavo III_; e ci disse che la battaglia di Hogland sarebbe stata più decisiva in favore degli Svedesi, se tutti gli ordini fossero stati eseguiti convenientemente; ma che il principe _Federico_ non potè mandare la flottiglia in soccorso della squadra, che mancava di munizioni. La quale circostanza veramente è una delle più notabili in tutta la storia di quella guerra, confermatami da persone, ch’erano al fatto di ben sapere le cose, e sulle quali non può cadere sospetto di nissuna specie.

Le isole di Aland non sono meno di 80, e per la più parte piccole e deserte. Sono situate tra il golfo di Botnia e quello di Finlandia, e si stendono dal 59.º grado e 47 minuti di latitudine, fino al 60 e mezzo: la loro longitudine è dal 56.º grado e 57 minuti, al grado 39.º e minuti 47. Aland, che dà il nome a tutte, ha 20 miglia di lunghezza, e ne ha di larghezza 16. Il mare che circonda l’isola di Aland, gela rare volte; e gelava in addietro meno frequentemente che oggidì. Credesi da alcuni, che i forti agghiacciamenti, pe’ quali si può transitare a piedi e nelle slitte, succedano ogni dieci anni. In generale gli abitanti di queste isole vivono lungamente: coltivano frumento, segala, orzo, avena; fanno la pesca delle aringhe; e si alimentano di pane di frumento e di segala, di pesce fresco, o salato, di latte, di burro, di formaggio e di carne: usano molto la carne del vitello marino; ed è per essi un piatto squisitissimo quello che chiamano _skarkroppe_, fatto di fette di carne concie con farina e con lardo. È loro particolar costume il maritarsi verso la metà della estate, con che pretendono di provare che non hanno bisogno di aspettare la raccolta delle messi per porsi in istato di mantenere la loro famiglia. Il vestito degli uomini consiste in un corto soprabito, il quale alla domenica per lo più è di panno turchino. I giovani portano calzette di cotone, ed alcuni di loro hanno un orologio: le donne hanno una gonella ed un grembiale di cambellotto, di cotone o di tela dipinta, e qualche volta di seta: di seta nera in generale è il loro abito da lutto e di cambellotto la gonnella. In testa portano de’ berretti; e si coprono il seno con parecchi fazzoletti di seta: stando poi in casa usano panni fabbricati nel paese; e ne hanno di varie sorti. Le maritate s’empiono le dita di anelli, essendo questa la loro più evidente passione. Ma in Aland si veggono meno cucchiai e nappi di argento che presso i contadini di Finlandia. Le abitazioni di quest’isolani sono comunemente di legname, coperte di scorza di betulla; e nell’interno ben illuminate e pulite. La mancanza d’acqua corrente fa che usino molini a vento.

In quanto al carattere degli Alandesi è giusto dire che sono ingegnosi, vivaci ed obbliganti: che sul mare spiegano molta destrezza ad ogni uopo, e coraggio: costumati poi e buoni a segno, che si è osservato qualmente dal 1749 fino al 1793 sette sole persone furono convinte di delitto capitale; e non vi seguirono che sette omicidii. Questo popolo non è per nulla inclinato alla superstizione; ma viene accusato d’essere litigioso; il che non so su qual fondamento.

Queste isole non hanno nè orsi, nè scojattoli; e l’alce, che in addietro era comune, vi è scomparso affatto. Bensì vi sono lupi che vi provengono dalla Finlandia attraversando il mare quando è gelato. Noi non ne abbiamo incontrati, ma ne abbiamo vedute le traccia nelle foreste. Vi sono parimente volpi, martori, armellini, lepri, talpe, sorci di varie specie: rare sono le lontre; e frequenti sulle coste i vitelli marini. Di uccelli si contano più di cento specie, e molte specie di pesci. I naturalisti possono avere largo campo di esercitarsi sugl’insetti proprii di queste isole; e i botanici sulle piante. Ma pochi minerali trovansi nelle montagne d’Aland, le quali sono principalmente formate di una specie di granito rosso. Gli Alandesi curano poco le api, ed hanno torto.

CAPO III.

_Abo e cose notabili di questa città. Stato e vivere degli abitanti del paese. Incontro di un bardo moderno. Aurora boreale. Yervenkile. Sua cascata. Caccia. Stato economico dell’albergatore._

Non v’era gran che a quest’isole, perchè vi ci fermassimo. Noi dovevamo spingerci ad Abo; e per arrivarvi passammo presso il castello di Abo-Hus, situato alla foce del fiume Aura. Abo è una di quelle città, che nel paese si chiamano _Stapestad_, cioè che hanno il permesso di commerciare co’ forestieri. È situata al 60.º grado e 10 minuti di latitudine settentrionale, sopra un promontorio formato dal golfo di Finlandia e da quello di altrove Botnia. È distante da Stockholm 287 miglia; e siede in riva del fiume Aurajocki, ivi largo da 180 a 300 piedi, e le cui acque fangose poco o nulla servono agli usi domestici. La città, lunga 12,820 piedi e larga 7,250, è divisa in cinque quartieri, tre de’ quali sono situati al nord-est del fiume, e due al nord-ovest; e comunicano insieme per mezzo di un ponte di legno. Ha tre piazze. La detta _piazza grande_ è cinta di parecchi edifizii pubblici e privati, costrutti in pietra: la _piazza nuova_ ha fabbriche d’ogni specie fatte di legname; e presso la _piazza della chiesa_ è l’accademia. Questa chiesa è la cattedrale, detta di _Sant’Enrico_: bel fabbricato gotico, lungo 350 piedi e largo 190. Essa serve ai due cleri, lo svedese e il finlandese: il primo incomincia le sue funzioni alle sei ore della mattina; e il secondo alle ore nove. Abo non ha altra chiesa che questa.

L’accademia ha due piani, ed è fabbricata in pietra. Ha sale per le sedute degli accademici, per gli esercizii ginnastici, per la biblioteca e per altri usi. In questo fabbricato alloggia il vescovo d’Abo; e sta inoltre anche il seminario.

L’università ha molto credito, e singolarmente in grazia di uno statuto, il quale obbliga tutti quelli che hanno terreni o pensioni dalla corona, a lasciare i loro corpi, morti che sieno, ad uso del teatro anatomico. Questa università ha professori adunque di anatomia, che vi si sono distinti, e ne ha di chimica, di storia naturale e di economia. Recentemente si sono assegnati stipendii fissi e sicuri a’ professori che prima non ne avevano; e si è istituita una nuova cattedra di poesia unita a quella di eloquenza. Il numero degli studenti si valuta a cinquecento cinquanta all’incirca. Questa università deve la sua fondazione alla famosa regina _Cristina_: essa ne formò pure la biblioteca, accresciuta poscia da diversi personaggi assai rispettabili; ed oggi è ricca di libri rari, di manoscritti, di medaglie, ecc. Tra varii oggetti di curiosità ci si mostrò un libro di orazioni incise da un paesano sopra tavolette di legno. V’è ancora una bella raccolta di medaglie svedesi antiche e moderne; e vi si contano più di dieci mila volumi, e si ha un fondo annuo di centocinquanta risdalleri per ampliarla.

A tre miglia di distanza da Abo verso il sud-ovest è Beckholmen, piccolo porto, ma sicuro, e per la profondità delle sue acque atto a ricevere le più grosse navi mercantili, provveduto inoltre di quanto occorre per caricare e scaricare. I legni che non hanno bisogno di oltre 8 o 10 piedi d’acqua, possono risalire quasi fino al ponte.

Abo ha varie manifatture di tabacco, di zucchero, di fettucce di seta, di tele, di corami, di carta, ecc., e le piantagioni di tabacco sono per essa un oggetto importantissimo, poichè ne producono ogni anno per lo meno 152,000 libbre grosse. Considerabile è pure il commercio, ch’essa fa non solo nei porti del Baltico, o ne’ vicini, ma in quelli di Cadice, di Lisbona, di Bordeaux, di Genova e di Amsterdam. Ma è d’uopo partire da Abo.

Noi ne partimmo ai 20 di marzo, e ci dirigemmo verso il nord. Per risparmiarci la pena di scaricare e caricare le nostre cose ad ogni posta, avevamo comperate ad Abo delle slitte, affatto simili alle usate dai paesani. Ma come in quell’anno non era caduta moltissima quantità di neve, il cammino riusciva stentato; e il cavallo incontrando de’ tratti di terreno spoglio o in tutto, o in gran parte di neve, faceva una enorme fatica a strascinare la slitta, e ad ogni momento ci bisognava discendere, e andare a piedi finchè si trovasse neve, o qualche lago, o fiume gelato. Molte volte adunque la slitta si rovesciava; e com’era stretta e bassa, noi non correvamo per ciò gran pericolo.

Nulla di gran momento il viaggiatore incontra sul cammino da Abo a Yervenkile. Il paese è in gran parte piano; e solamente a qualche miglio da Yervenkile diventa un poco montuoso, senza presentare però punti di vista dilettevoli. In generale le case de’ paesani sono ben fatte; e il forestiere vi trova alloggiamento e letto. Il paesano lo accoglie con buona ciera; e gli fa parte delle sue provvisioni, le quali comunemente consistono in latte rappreso, in aringhe salate, e in carne pure salata anch’essa. Questi paesani sarebbero poveri confrontati colla nostra maniera di vivere; ma confrontatisi tra loro sono ricchi, perchè hanno tutto quello, che secondo essi costituisce l’agiatezza. Potendo risparmiare qualche denaro, lo tengono pei loro bisogni impreveduti, o lo spendono in vasellami ed utensili necessarii alla famiglia. E in Finlandia non è cosa rara il vedere che in una casa di legname, ove non si trova che aringhe e latte, si porti acqua in una coppa di argento, che vale 50 o 60 risdalleri. Le donne sono vestite di abiti caldi; e sopra i loro abiti portano una specie di duglietta di tela, di modo che vedendole in tale figura si crederebbe che fossero miserabilmente coperte. L’interno della casa è sempre caldo ed anche molte volte troppo per que’ medesimi ch’entrano dall’aria aperta. Gli uomini rimangonsi costantemente in casa con una semplice camicia e un piccolo giubbettino sopra di essa; ed escono sovente anche fuori in quella maniera senza paura nè di febbri, nè di reumi. Ne troveremo la ragione quando ci avverrà di parlare de’ loro bagni. I Finlandesi che accompagnano i viaggiatori per di dietro alle slitte, sono coperti di un piccolo sopratutto di pelle di vitello marino o di panno, chiuso alla metà del corpo con una cintura: essi mettonsi sopra gli stivali delle grosse calzette di lana, avendo così il doppio vantaggio di tenersi caldi e di non iscivolar camminando sul ghiaccio.

L’interno della famiglia di un paesano presenta all’uomo che non abbia il cuore corrotto, un quadro giocondissimo d’innocente costume. Le donne sono intese a cardare o a filare la lana; e badano bene a queste loro faccende mentre gli uomini fanno fascine o reti, o fabbricano od acconciano slitte. A Mamola noi incontrammo un cieco con un violino sotto il braccio, circondato da una folla di giovinetti e di ragazze. Era calvo sulla parte davanti della testa, avea una lunga barba che gli arrivava al petto e bianchissima come la neve, con che ispirava una certa venerazione. Sarebbesi preso per uno di que’ bardi, o poeti descritti con una specie di entusiasmo nella storia del Nord. Quella folla nol circondava invano, perciocchè cantava strofe graziose, e le alternava con istorielle di varie maniere. Al giunger nostro tutto tacque, e molti si sbandarono; e come i ragazzi sono ragazzi in ogni paese, veggendo essi de’ forestieri, cosa per loro affatto nuova, dimenticando il bardo si misero a burlarsi, e a ridere di noi. Il povero bardo approfittando della occasione ci domandò in cattivo svedese qualche moneta in limosina.