Viaggio al Capo Nord fatto l'anno 1799 dal Sig. cavaliere Giuseppe Acerbi

Part 14

Chapter 143,750 wordsPublic domain

In quanto al vestito delle donne, primieramente diremo ch’esse portano un berretto di stoffa di lana, e più spesso ancora di tela, orlato di stoffa di varii colori, e di laminette di stagno; talora vi attaccano un nastro di tela di colore d’oro, o di argento. Prima di mettersi il suo berretto la donna lapona vi aggiusta sulla cima un fiocco rotondo in figura di bottone; e messo che se l’ha in testa, lo assicura con una specie di fettuccia attaccata a quel fiocco. Se hanno bisogno di meglio garantire la testa, a tal uopo usano un berretto più grande, simile ad una corona più larga nella parte superiore, e restrignentesi al basso. Alla parte sinistra vi appongono un pezzo di panno di differenti colori, e qualche volta una correggia, la cui estremità è guernita di talco, e di una piccola palla di argento dorato. L’abito è di poco diverso da quello degli uomini, tunica cioè, e vestito soprapposto. Differisce la tunica delle donne da quella degli uomini in quanto ha delle pieghe d’avanti e di dietro, ed è più lunga, e serrata di più sul petto. In oltre ha un colletto, che s’alza dritto coprendo il collo, e le orecchie, e trapassa l’abito sopra posto. Questo poi, che è di pelle di renna, simile in tutto a quello degli uomini, in ciò solo n’è diverso, che gli uomini lo hanno lungo sino al tallone, e le donne lo portano corto a segno, che appena arriva loro al ginocchio. Per gli ornamenti, poco più, poco meno, questo vestito è del pari simile; e poche sono le differenze sì de’ guanti, che de’ pantaloni, e delle cinture: solo che ognuno dee figurarsi, che le donne nelle cose loro mettono un poco più di eleganza alla loro maniera; ed usano nelle cinture, oltre le laminette di stagno, o di talco, degli anelli di rame, o d’argento, se sono ricche. In fine usano una specie di mantello di tela russa, o di cotone qualche volta bianco, e qualche volta stampato. Usano pure di piccoli grembiali di tela russa: i bianchi sono sempre guarniti di una frangia. Le lapone russe portano alle orecchie anelli, e qualche volta collane d’argento, che cingendone il collo sono con de’ cordoni attaccate alle orecchie. Non rimane da aggiungere se non che quando le donne lapone sono in viaggio, o quando vegliano di notte alla custodia delle loro renne, portano un doppio vestito, il primo de’ quali protegge loro la testa, il collo, le spalle, e il mento; e che in generale è sì poca la differenza degli abiti degli uomini, e delle donne, che spesso è accaduto che un uomo ed una donna per errore avendoli cambiati, li hanno conservati ciascheduno tutta la giornata.

Del rimanente a cura delle donne è abbandonato quanto riguarda gli abiti, le pelliccie, le pelli, i guanti, le scarpe, ed ogni altr’oggetto di questo genere. Gli uomini badano al governo della casa, alla cucina, e a tutt’altro, che in altri paesi è commesso alle donne. Le donne fanno ancora diversi mobili; e sono opera loro le più belle scolture, di cui i mobili sono ornati.

Questo discorso ci conduce a parlare delle abitazioni de’ Laponi. Le capanne di quelli che abitano la costa sono fatte con quattro lunghi pali, che si uniscono curvati alquanto alla cima, ove si lascia un’apertura per la uscita del fumo. Scorze di betulla, e masse di terra la ricoprono. Bassissima è la porta, per la quale s’entra dentro, e bassa è la capanna medesima, in cui non si può star ritto in piedi, se non nel punto di mezzo, in cui però sta il focolare. La famiglia tutta siede all’intorno di quel focolare, su cui si mantiene vivo il fuoco, e che è formato di due massi di pietra paralleli l’un l’altro. Al di sopra del focolare per un palo messo attraverso pende la marmitta. I Laponi prima di mettersi a dormire estinguono il fuoco, e cessato il fumo chiudono l’apertura superiore con una tavola. Varii piccoli compartimenti ha quella capanna per se stessa già piccola, i quali possono chiamarsi camerette, quali destinate a contenere le masserizie, e quali a dormitorio. Ed ecco come si preparano per dormire. Se nella capanna non istà che una famiglia, il marito e la moglie mettonsi in una di quelle camerette, e i figli e i domestici stanno nelle altre. Se capita un missionario, che abbia a dormire presso questa famiglia, se gli dà per onorarlo la cameretta de’ conjugi. Se nella stessa capanna abitano due famiglie, il focolare diventa comune, ed una delle famiglie sta da una parte, l’altra dall’altra, secondo i compartimenti accennati; nè mai succede contrasto, o querela tra quelle due famiglie, chè anzi sono un esempio di cordialità, e di fraternità. I montoni, e l’altro bestiame hanno un luogo espressamente ad essi assegnato accanto alla capanna, e vi entrano per la porta medesima, per la quale entra la famiglia, di cui fanno parte. I Laponi della costa hanno un altro luogo per conservare il fieno. Costruiscono questo luogo in modo, che sotto il tavolato, su cui posa il fieno, hanno la comodità di conservare i loro vestiti, le pelli di renne, e molti loro utensili. Se finiscono presto il fieno, vanno a levare la scorza agli alberi per darla in pasto al loro bestiame; e se tanto è il freddo, che per la neve fortemente gelata le renne non possano procacciarsi il musco sepolto sotto la medesima, i Laponi vanno a tagliare grossi abeti, ed altri alberi per prenderne i licheni, e i muschi, che crescono sotto quelle piante. Con che si vede che esterminio essi fanno delle più belle piante così ridotte a imputridirsi. Spesso danno ai loro animali delle radici, e spesso pure fanno bollire teste, ossa, e viscere di pesci insieme con paglia, e con qualche pugno di varec (_fucus serratus_); e questa miscela è gustata eccellentemente dalle loro vacche.

Poco da codesta mentovata capanna differiscono le tende d’inverno de’ Laponi montanari, salvo che questi dispongono diversamente il luogo della cucina. Essi andando a dormire lasciano acceso il fuoco, che fa loro le veci di lampada. Questi Laponi usano costruire alcune tende ne’ boschi, ove ogni giorno vanno a cercar legna da scaldarsi. A poca distanza poi dalla tenda principale erigono una capannuccia, che serve di magazzino per tutte le loro robe e provvigioni. La tenda che usano in estate, è simile a quella dell’inverno, con questo che l’alzano sulle montagne alla portata delle alture fredde, ove le renne possano andare al pascolo: essa non è coperta che con un pezzo di grossa saglia. Piccolissima è la tenda de’ cacciatori che vanno in cerca delle renne selvatiche. Per alzarla il Lapone leva dal suolo tutta la neve; e d’essa si fa intorno una specie di muraglia: raccoglie poi le pietre, che ivi trova, per farne il suo focolare; e si prepara il mangiare con una specie di pignatta, che si porta dietro con altri arnesi. Una tenda simile usa il Lapone della costa quando si mette in mare sul suo battello, di quella servendosi abbordando a terra, secondo che ne ha occasione.

Rimane a dire de’ letti de’ Laponi. Questi letti consistono in una pelle di renna stesa sul suolo sopra uno strato di foglie. Per capezzale usano il loro soprabito: per coperta hanno una pelle di montone, la cui lana tengono dalla parte della persona; e a quella coperta altra ne soprappongono di lana che ha lungo pelo. I letti non sono separati gli uni dagli altri che per un pezzo di legno posto da ciascun lato. L’uomo e la donna dormono alla estremità: i figli nella divisione seguente; e i domestici presso la porta, secondo i compartimenti già accennati, e che impropriamente abbiamo detti camerette. Sono poi gli uni sì vicini agli altri, che l’uomo e la donna possono colle loro mani toccare i figli, e quasi i domestici. V’è però qualche eccezione da notarsi. In estate le zenzale, ed altri insetti volanti infestano orribilmente i Laponi montanari. Per difendersi da quel flagello, e non crepare di caldo sotto una coperta, che li soffocherebbe, hanno trovato il modo di tener alzata la coperta nel mezzo del letto mediante una corda, o cosa simile che da un capo è attaccata nel centro alla coperta, e dall’altro ad un legno della tenda perpendicolare al letto; e la coperta anche così elevata giugnendo colle sue tre estremità a terra, salva chi dorme dalle beccate di quegl’insetti. Essi sono di varie specie; ma una ve n’ha fra le altre più fiera di tutte, perchè penetra per le cuciture p. e. de’ guanti, e lascia tante beccate quanti ne sono i punti. La beccata produce un pizzicore incomodo, una leggiera gonfiezza, e tante piccole ulceri bianche, per le quali, quando una persona ritorna da di fuori, e ch’essa è stata attaccata da uno sciame di questi insetti, si stenta a riconoscerla: tanto il suo volto è pieno di pustole. Fuggono questi crudeli nemici di ogni vivente, se un vento viene a soffiare con forza; ma cessato appena, ritornano con un ronzìo fastidiosissimo esso solo. Assaltano al pari degli uomini i bestiami tutti, e le renne; e lasciano la pelle di queste povere bestie tutte insanguinate per le tante morsicature. Finora non si è trovato altro rimedio che quello del fumo. Ed è crudele disgrazia de’ poveri Laponi, che mentre sono per ripigliar vita dopo il lungo inverno, che ha durato dal s. Michele sino al s. Pietro, incontrino colla bella luce di un giorno di tre mesi continui un sì desolante flagello. Ma passiamo a parlare de’ cibi de’ Laponi, e della loro cucina.

Il latte delle renne è la base del loro nudrimento. In due maniere i Laponi lo preparano secondo la stagione. In estate fanno bollire col loro latte finchè si quagli una specie d’uva spina che cresce nelle praterie interposte alle loro più alte montagne: agitandolo continuamente mentre bolle, ne separano il siero, e cuocono di nuovo il quagliato, che poi mettono entro vesciche, e queste seppelliscono sotto terra, usandone nella breve stagione corrente. In inverno tengono altro modo; essi mettono il latte in barili, o vasi simili: il freddo lo fa gelare; e con ciò si conserva più facilmente. Il latte munto in appresso si mesce a bacche dell’uva spina, detta de’ cervi, che sono nere; e lo ripongono in ventricoli di renna: il latte si congela subito, e volendone far uso lo spezzano in fette con una scure. Non esponendosi al fuoco nel mangiarlo assidera i denti. L’ultimo latte munto l’inverno, che si ripone in piccoli vasi fatti con legni di betulla, si congela anch’esso subito, ma passa pel più delicato. Per usarne si mette appresso al fuoco, ed a misura che si fonde, si mangia col cucchiajo: ma bisogna tenerlo coperto; altrimente per poco che l’aria sia fredda ingiallisce e irrancidisce. — Il formaggio di renna si fa come siegue. Si mesce acqua col latte, perchè essendo questo troppo denso, stenterebbe a quagliarsi: e scaldato quindi sufficientemente vi si mette il presame: e separatone il siero, il latte quagliato si avviluppa in un pezzo di tela; e premuto gli si fa prendere una forma rotonda. Allora si mangia tanto freddo, quanto lessato, od arrostito: ma se si appressa troppo al fuoco, a cagione del molto burro che contiene, corre pericolo d’infiammarsi.

I Laponi della montagna fanno del burro col latte di renna, ma riesce meno buono di quello che i Laponi della costa fanno col latte di vacca, di pecora, e di capra.

Il desinare e il cenare de’ Laponi della montagna si fa costantemente con ciò che dà loro in inverno la caccia. Ogni settimana ammazzano una o due renne selvaggie, più o meno, secondo il numero degl’individui componenti la famiglia. Ecco tutta la loro cucina. Il cacciatore che ha ammazzata la renna, la taglia in pezzi, e mette questi nella marmitta senza badare nè al sangue, nè ad altro imbratto. La bollitura fa alzare il grasso, che si schiuma e si mette in una conchiglia, la quale serve di piatto, e vi si getta un poco di sale. Cotta, o creduta cotta la carne si cava dalla marmitta con una forchetta di legno, e si depone sopra un piatto, lasciando nella marmitta il brodo. Tutti siedonsi intorno al piatto, e ciascuno bagna il pezzo di carne che ha tolto, colla punta del suo coltello nella conchiglia del grasso schiumato; e di tempo in tempo beve un cucchiajo di brodo rimasto nella marmitta; così que’ Laponi cominciano e finiscono il loro pasto. E sono essi tanto economi, che neppure degli ossi fanno grazia ai loro cani; perciocchè dopo averli ben bene piluccati li spezzano minutamente, e li fanno bollire di nuovo per trarne una gelatina. Ma i Laponi mangiano la carne anche arrostita; e in luogo di spiedo infilzano la loro selvaggina in un palo aguzzo, che piantano d’innanzi ad un gran fuoco, e di quando in quando lo rivoltano, onde per tutti gli aspetti la carne sia penetrata dal calore; ma non usano poi percottarla col burro. Qualche volta per variare affumicano la carne; e perchè prenda bene il fumo le fanno qua e là molte incisioni: nel resto l’appendono all’alto della loro tenda. I Laponi viventi sulla costa mangiano bue, montone, orsi, volpi, e lontre, e vitelli marini, ed ogni altro animale, che lor riesca di uccidere, salvo però il porco, pel quale hanno un’avversione orribile. Que’ che si danno alla pescagione, mangiano sermoni, che fanno seccare al sole; e non vi fanno altra concia che quella dell’olio di balena. La madre ne dà de’ bocconi masticati al suo bambino, che ancora allatta; e così il Lapone contrae il gusto di quest’olio, che riguarda come la miglior cosa del mondo. Quando trovano finite le loro provvisioni, raccolgono le teste, e le spine, e gli ossi de’ pesci che abbiano ancora qualche bricciolo di carne; fanno arrostire queste cose; poi le mettono a bollire in una marmitta con fette di coscia del vitello marino: ma hanno la precauzione di porre questi ossami nel ventre di una foca, e di tenerveli, onde s’imbevano meglio dell’olio di quell’amfibio: quest’olio si serve poi come salsa. Arrostiscono parimente il pesce, come fanno della carne. Hanno una singolar passione pel pesce, che i naturalisti hanno battezzato col nome di _gadus eglesinus_; e vivanda per essi squisitissima è il fegato del medesimo, pesto, e conciato con certe loro bacche. Il mangiare di queste genti con tant’abbondanza di grassume, e di olii, potrebbe far credere che loro cagionasse varie malattie: ma essi non soffrono nè malattie croniche, nè dissenterie, nè febbri, nè altri malanni del genere, che soffronsi nei nostri paesi: la sola, che singolarmente li affligga, è una colica spasmodica, che viene attribuita a’ vermi, della quale si parlerà, e che è più incomoda, che inquietante. Nè usano, nè conoscono il pane: al più fannosi con farina ed acqua alcune piccole focaccie, che cuocono sul focolare. Bensì hanno certe delicatezze di loro gusto per aguzzar l’appetito; e sono i soli ricchi, che le usano: una è la scorza più interna dell’abete presa di recente dall’albero, e tenuta per darle maggior sapore al fumo, e intinta nell’olio di balena. A compimento de’ loro pasti godonsi dell’angelica, di cui mangiano fusto, foglie, e radici fino che è fresca; e la mangiano pure bollita nel latte. Dopo il pasto è loro delizia il tabacco o fumato, o masticato. È inesprimibile la loro passione per questa pianta irritante.

La bevanda comune de’ Laponi è l’acqua, che l’inverno procacciansi facendo fondere la neve al caldo. Se sono vicini ad un fiume, rompono il ghiaccio per provvedersene.

Rimane a far qualche cenno de’ mobili di casa, che i Laponi usano; e l’inventario di questi è corto. I Laponi erranti non potrebbero averne molti ancor che volessero, poichè oggi sono attendati qua, domani là, e le loro tende sono assai piccole. Nè, siccome si è già accennato, sono più ampiamente alloggiati quelli, che hanno ferma residenza, onde nemmeno quelli della costa s’imbarazzano di tavole, di scranne e di simili cose. Tutto adunque si riduce ad una marmitta, a qualche piatto, ad alcuni cucchiai di corno o di stagno; ed è un gran lusso de’ pochi più ricchi un qualche cucchiajo di argento. I montanari nella lunga notte di tanti mesi non hanno altro lume, che quello che si procacciano col fuoco continuo. L’abitante delle coste per veder lume empie un guscio di conchiglia d’olio di foca, vi pone uno stoppino fatto di giunco; e questo è il suo mobile più pregiato. Ma veramente il mobile più pregiato, in quanto il Lapone vi mette tutto il suo ingegno a farlo e ad ornarlo, si è la culla destinata a contenere il frutto del suo amore. Questa culla è fatta di un tronco d’albero ben incavato e fregiato di scolture. La madre l’attacca con alcune correggie alle sue spalle quando viaggiando ha da portar seco il suo bambino; ed ha l’attenzione di fargli pendere sul davanti raccomandata ad un mezzo cerchio una filza di globetti, onde giacendo sulla schiena, ed avendo libere le mani e le braccia, il figliuoletto possa divertirsi.

Si è detto delle renne, del governo e dell’uso che i Laponi ne fanno; qui non occorre che accennar qualche cosa della caccia che danno alle selvaggie. Non vi si abbandonano però che accidentalmente, tutte le loro cure essendo intese alla custodia delle domestiche. È in inverno spezialmente che vanno in traccia delle selvaggie, correndo a piedi sulla neve con quelle loro scarpe, che abbiamo chiamate scivolatoi, medianti le quali vanno più spediti della renna medesima, al cui corso l’altezza della neve fa grande ostacolo. Raggiungendola adunque l’ammazzano con qualche colpo sulla testa: diversamente le tirano sopra con arma da fuoco: usano ancora, secondo la circostanza de’ luoghi, di un laccio, in cui l’animale imbarazza le sue corna. Hanno anche la destrezza di ridurle o a certi parchi, o in qualche stretta, da cui le renne, entrate che vi sieno, non possono più uscire.

Col fucile o con lacci i Laponi prendono le lepri che abbondano nel paese. Questi animali in inverno hanno bianco il loro pelo. Abbondano pure nel paese le volpi; e ve n’ha di diverse specie, altre essendo rosse di colore, altre aventi sulla schiena, e su quel rosso una croce nera; alcune nette nere; altre nere, ma aventi sulle vertebre un lungo pelo di un grigio di cenere; e queste sono di gran prezzo in tutti i mercati d’Europa. Ve ne sono anche di bianche colle orecchie, e i piedi neri, e colle code bianche, e macchiate di peli neri. V’ha pure de’ martori. Quelli di montagna hanno il pelo corto, e nericcio, giallastra la coda, e grigio di cenere il petto: il martore detto di betulla, perchè spesso si trova dove quest’albero cresce, è giallo di pelo, ha la coda porporina, e bianco il petto. Più rara è la donnola, chiamata dai naturalisti _mustella martri_, la quale ha per proprietà di saltare sulla schiena della renna, ed a forza delle unghie e dei denti di ucciderla.

Anche la Laponia ha castori; e talora se ne sono veduti dei bianchi, i quali non sono, che una specie di mostruosità della natura. Troppo è nota l’indole singolare di questo animale perchè noi non commettiamo qui una superfluità parlandone. Diremo piuttosto dell’animale chiamato dai Laponi _zhjestes_ del quale v’ha tre specie: quello di mare, il cui pelo è giallo pallido, e molto fitto; ed una sua pelle costa ordinariamente in Danimarca uno scudo: il secondo è detto delle baje e delle paludi, più piccolo dell’altro, la cui pelle di un color nerastro è più brillante di quella dell’altro; e vale tre scudi e mezzo. Il terzo è quello d’acqua dolce, col petto bianco e la schiena nera come le penne del corvo; e vale cinque e più scudi.

Lo scojattolo e l’armellino sono altri animali preziosi per le loro pelli. Di questi e degli altri, che abbiamo accennati, i Laponi vendono le pelli ai Russi, che le adoperano quali nelle loro manifatture, quali facendone pelliccie, o per uso del paese, o per traffico con altri popoli. A tutti questi animali vanno unite alcune specie di sorci; e spezialmente quella, che i Laponi chiamano _lemmick_, che ivi sono in immenso numero. Va pure unito l’orso, di cui si è altrove già parlato abbastanza. Tocca a’ filosofi spiegare lo strano fenomeno, che in questa estrema parte del continente, in mezzo ai rigori di sì inclemente clima, gli animali tanto selvaggi, quanto domestici, sono di una singolare fecondità. Le stesse pecore danno due volte all’anno de’ gemelli; e le capre due gemelli costantemente, e qualche volta tre.

Nelle edizioni inglese, e francese di questo viaggio si parla a lungo de’ _pesci_, degli _uccelli_, degl’_insetti_, de’ _vegetabili_, e de’ _minerali_ della Laponia: quelli che di tali cose in particolare si dilettano, consulteranno quell’edizioni. Qui si parlerà piuttosto di alcuni usi proprii de’ Laponi, come argomento che può interessare i più de’ lettori.

I Laponi sono oggi quelli che erano nel secolo XII, in cui furono conosciuti sotto il nome di Skrit-Fiani. Quantunque posti sotto la zona boreale, hanno qualche costume degli abitanti dell’India: per esempio, dovendosi il Lapone presentare ad un magistrato, o al suo pastore, non lo fa mai senza regalarlo o di un formaggio, o di qualche pernice, o pesce, o di un agnello, o di alcune lingue di renne, ecc.; e ne riporta un po’ di tabacco, una bottiglia d’idromele, od un fiaschetta d’acquavite, o dello zenzero, del pepe, e simili droghe.

In addietro per dinotare le loro feste, ed i giorni lieti, o funesti, facevano uso di un bastone con tacche: questo era il loro almanacco. E sa di quel uso il complimento che incontrandosi praticano, abbracciandosi scambievolmente, e gridando _eurist_, che vuol dire: _dio ti salvi da ogni pericolo_. — L’isolamento, in cui vivono le famiglie lapone, non permette di aver ricorso alle mammane per ajutare le partorienti: quest’officio è esercitato dagli uomini. Un altro uso è, che al neonato si assegna una renna, come una specie di patrimonio, la quale quando sarà grande sarà sua insieme con quanto potrà provenirne: che vuol dire ch’egli avrà un bell’armento; nè per alcun titolo, o pretesto vi si può mettere su le mani.

In Laponia il ministro del culto è maestro di scuola, è sacristano, è tutto, poichè pochissime sono le funzioni religiose. — Se la famiglia nell’andare a provvedersi per bisogni della giornata non può menarsi dietro i piccoli figliuoletti, lasciandoli nell’abitazione, capanna, o tenda che sia, i piccini lega nella culla, onde non cadano movendosi troppo, e que’ di due, o tre anni lega per una gamba ad una corda raccomandata ad un piuolo, onde salvarli dal pericolo di cadere sul fuoco. — Le donne lapone radono fino alla pelle la testa de’ loro figli, essendo inimicissime degl’insetti, che altrove divorano la pelle de’ ragazzi, e di chiunque non si tenga netto.