Viaggio al Capo Nord fatto l'anno 1799 dal Sig. cavaliere Giuseppe Acerbi
Part 13
Arrivati a Kantokeino fummo costretti a fare un altro lungo viaggio a piedi fino ad Enontékis, luogo che volevamo conoscere per collocarlo nel nostro itinerario. Non si sapeva a quel tempo che ne fosse aperta la strada, nissuno avendola per l’addietro praticata. Le montagne, che separano Enontékis da Kantokeino, non sono della metà alte come quelle che separano Alten-Gaard da Massi; ma noi eravamo destinati ad incontrare qui difficoltà maggiori che le provate nella Laponia norvegia. Ci bisognò passare fiumi a guazzo: poi ci trovammo in mezzo a paludi estesissime, e in qualche sorta perduti in orrendi deserti. I nostri buoni Laponi non ne sapevano più di noi: erano in continui dispareri; e senza il soccorso del nostro compasso correvamo pericolo di errare in que’ boschi sino all’approssimarsi dell’inverno, o d’essere obbligati a ritornare a Kantokeino. Per fortuna finalmente scoprimmo la punta del campanile di Enontékis dopo una strada di due giorni e mezzo, ed una corsa di quasi cento miglia. Vi arrivammo il dì appresso che n’erano partiti due Inglesi, i quali aveano intrapreso l’istesso viaggio, che noi: ma essendo uno d’essi stato preso da febbre, furono obbligati a dare addietro dopo essersi ivi fermati alcuni giorni. Erano questi il sig. _Clook_, e il sig. _Cripps_, due giovani molto bene istruiti, e studenti del collegio di Gesù in Cambridge. Il sig. _Clook_ era stato in Italia, e sapendo che un italiano viaggiava verso il Nord, e che potrebbe prendere forse la strada verso questo luogo, avea scritto sul registro tenuto dal ministro quattro versi dell’_Ariosto_, che eccellentemente si appropriavano alla mia situazione, e che dipingevano al naturale le fatiche del mio viaggio. Eccoli.
_Sei giorni me ne andai mattina e sera_ _Per balze e per pendii orride e strane_, _Dove non via, dove cammin non era_, _Dove nè segno, nè vestigia umane._
Questi due Inglesi aveano passata una settimana in casa del curato, ed erano stati trattati da tutta la famiglia colla più cordiale amicizia. Durante il tempo di malattia, che li obbligò a fermarsi, vollero dare uno spettacolo assai proprio per attirare i Laponi di tutti i cantoni del vicinato, e capace di fare sulle anime di questo popolo semplice la più viva impressione: consisteva questo spettacolo in alzarsi in aria entro un pallone. Ignoro l’effetto che la vista di un tal prodigio avrebbe prodotto sopra questa gente; ma sarei tentato a credere che il concorso non sarebbe stato numeroso. Mancarono loro i mezzi materiali per eseguire il loro divisamento. Alla loro partenza scrissero i loro nomi sul registro coll’apostrofe seguente: _Straniero, qualunque tu sii, che visiti queste contrade remote del Nord, ritornando al tuo paese nativo, di’ a’ tuoi, che la filantropia è insegnata presso le nazioni incivilite, ma che non si pratica se non là, dove la sua teoria non penetrò mai._ Sulla pagina opposta del libro era il nome di M. _Vesvroti_, venuto ivi per far sapere ai Laponi, come lo avea annunciato ai Filandesi, in un latino infranciosato, ch’egli era stato in addietro presidente del Parlamento di Dijon. Ecco la sua nota: _Libertatem querens, seditionisque theatrum fugiens, hic fuit die quindecimo martii anno millesimo nonagentesimo secundo Carolus Richard de Vesvroti, dijionensis, praeses in suprema rationum Curia Burgundiae._
Il ministro di Enontékis era persona istrutta: egl’impiegava il tempo dalle sue funzioni lasciatogli libero in ricerche statistiche e filosofiche. Avea fatte molte raccolte in istoria naturale; avea anche scritto un picciol libro contenente le risposte a varie domande fattegli da un naturalista svedese che viaggiò in codeste contrade pei progressi della storia naturale. Avendo egli nella sua sposa una donna di molta intelligenza, ed assai bene educata, noi ad essa facemmo varie ricerche sulla popolazione, e sulle produzioni naturali di questa porzione di mondo; ed ella per dispensarsi dal lungo proloquio, che la materia richiedeva, per tutta risposta ci diede il libro di suo marito dicendoci che vi troveremmo quanto desideravamo di sapere da lei. Il manoscritto era diviso in cinque capitoli: il primo trattava della popolazione della parrocchia, il secondo degli affari ecclesiastici; il terzo delle colonie stabilite ne’ contorni; il quarto de’ Laponi nomadi, ossia pastori; e il quinto delle produzioni naturali del paese. Feci qualche transunto del manoscritto, che io inserisco qui più brevemente che mi sia possibile.
La popolazione del villaggio di Enontékis è di circa 930 abitanti: 258 sono coloni, Laponi fissi, e 662 sono nomadi, ossia famiglie erranti, che vivono nelle montagne, e che non si occupano che della cura delle loro renne. Il manoscritto taceva sulla rendita che il ministro traeva da’ suoi parrocchiani; ma si estendeva molto sulla rinomanza della chiesa di Enontékis, della quale parlavasi fino alle estremità del Nord!!
I Norvegi, diceva il manoscritto, quando si dispongono a lungo e pericoloso viaggio sogliono mandare un cereo da bruciarsi in questa chiesa, ed altri piccoli doni votivi. Assicurava, che malgrado tutto ciò ch’egli avea potuto fare per recare la luce evangelica in mezzo alle montagne più lontane, i Laponi non conservavano meno un residuo di paganesimo. Trovansi qua e là, diceva egli, nel deserto delle pietre, le quali hanno qualche somiglianza colla figura umana; e quando mutando stazione colla loro famiglia e i loro armenti passano presso a codeste pietre, offrono ad esse un sacrifizio; e vi si veggono sempre messe all’intorno parecchie corna di renne. — I Laponi hanno tra le loro mani molte monete, che usano seppellire sotto terra: ond’è che centinaja di risdalleri vanno perdute quando chi le ha sepolte, sorpreso da malattie gravi ed acute muore prima d’aver potuto significare ad alcuno il luogo del suo tesoro.
In quanto al vestito de’ Laponi, il manoscritto diceva, che appena v’è qualche differenza tra quello de’ Laponi erranti, e quello de’ Laponi che hanno domicilio stabile: eccetto che questi usano in estate di vestirsi con stoffe di lana in vece di pelli di renna, e che portano camicie; laddove i Laponi erranti di queste non ne hanno.
Il manoscritto parlava di una specie di mucilaggine, o colla, fatta col corno della renna, che ben preparata possiede grandi virtù. Vi si leggeva pure che la malattia più comune tra le renne era quella che attacca l’epiploon, contro della quale non v’ha rimedio che valga; e che l’animale che ne sia attaccato, forza è che muoja nello spazio di un anno. I mali di testa, di fegato, di cuore, e de’ piedi erano fra questi animali frequentissimi. Il manoscritto si estendeva ancora sul numero spaventoso dei lupi, i quali nel corso del 1798 aveano fatto un esterminio nelle renne: particolarità che il ministro attribuiva alla guerra di Finlandia.
Quanto a produzioni naturali vi si leggeva, che i pomi di terra riuscivano assai bene ne’ contorni; ma che con grande difficoltà le radiche, ed altre piante di cucina crescevano nella loro stagione; che l’orzo e l’avena potevano essere seminate con utilità. Del rimanente qui per lavorare la terra si usa un aratro particolare al paese, ed appropriato a questo suolo, ove bisogna evitare nell’arare le grosse pietre.
Parlava in oltre il manoscritto del lampone artico, che ivi cresce naturalmente, ma non sì bene come quello che dà il così dai botanici detto _rubus chamaemorus_. Faceva pur menzione degli uccelli; ma non diceva nulla degli insetti, come sarebbe stato il desiderio nostro. Ne avea però il buon ministro fatta una raccolta, che avea mandata a Stockholm ad uno de’ suoi corrispondenti, come pure all’Accademia, dalla quale riceveva una pensione annua di sessanta risdalleri per ajutarlo a proseguire le sue ricerche statistiche, e scientifiche, a continuare le sue osservazioni, e ad occuparsi con buona riuscita delle cose appartenenti alla storia naturale.
Il nostro viaggio da Enontékis a Tornea si continuò lungo il fiume: arrivammo a Muonionisca, dove vedemmo il nostro amico, il curato, e l’eccellente nostro piloto, _Simone_. Facemmo visita a tutte le persone che avevamo conosciute ne’ diversi luoghi, ne’ quali eravamo stati accolti tanto bene; e spezialmente a Kengis, e ad Uper-Tornea, ove salutammo il ministro della parrocchia, e le sue amabili figlie. A Tornea non lasciammo di rivedere i nostri amici, il rettore, e il mercante, che ci riguardarono con venerazione, meravigliati del viaggio, che avevamo fatto; e finalmente entrammo trionfanti in Uleaborg, dove esponemmo alla vista degl’increduli amici le conchiglie, gli uccelli, le spugne, e gli altri oggetti di storia naturale proprii del Mar-gelato: cose tutte raccolte da noi come prove autentiche del viaggio fatto al Capo-Nord, ultima e più remota estremità dell’Europa, a’ 71 gradi, e 10 minuti di latitudine settentrionale.
CAPO XXI.
_Costituzione fisica de’ Laponi. Loro origine e loro lingua. Robustezza ed agilità de’ Laponi, e lavori. Loro religione e moralità; e cause di corruzione. Vestito: incombenze dei due sessi. Abitazioni, letti, cibi, cucina, e mobili di casa. Caccia delle renne selvaggie: caccia d’altri animali del paese. Alcuni particolari usi de’ Laponi. Loro nozze, e loro giuochi._
Molte cose nel decorso di questa relazione sono state dette riguardo ai Laponi; ma non quante possano interessare la curiosità di un lettore, che ami istruirsi. Si darà qui un compendio delle più importanti notizie, che finora hannosi di questa razza d’uomini.
Il complesso de’ tratti, che nella sua persona il Lapone presenta, lo fa vedere di una razza veramente particolare. Egli nasce, e nella sua prima età si mostra grosso, grasso, e direbbesi gonfio in tutto il corpo: cresciuto poi, rimane piccolo di corpo, e magro, con capelli neri, distesi, e corti, e coll’iride degli occhi tendente al nero. Bronzino n’è il color della pelle e tendente al nero: larga è la sua bocca, scavate le gote, il mento alquanto lungo ed aguzzo. I suoi occhi sono deboli, e sgocciolano continuamente: il che facilmente può attribuirsi tanto al fumo, che ne riempie l’abitazione, quanto al riverbero della neve, che copre tutto il paese. Alcuni scrissero d’aver veduto Laponi coperti di pelo come gli animali: ne avrebbero avuto bisogno; ma egli è molto probabile che chi disse pelosi i Laponi confondesse coll’abito, di che erano vestiti, la loro pelle. Altri dissero che i Laponi aveano un occhio solo. Questi non videro mai Laponi; e si contentarono di ripetere favole udite.
Chi abbia dato il nome di Laponi a questa generazione d’uomini, è cosa da nissuno indicata; nè è indicato da qual tempo in qua tale denominazione si usi. Solo si nota che il nome di _Lapone_ comprende tre etimologie della lingua svedese: _lapp_ è la prima, che vuol dire _lusso_; la seconda è _lappa_, che significa _pipistrello_; la terza è _lapa_ che significa _correre_. Si è creduto giustificata la prima dall’abito, la seconda dal brutto aspetto; e la terza dalla vita errante. Se ciò è, hanno ragione i popolani della Norvegia e della Finlandia, abitanti sui confini della Laponia, di sdegnarsi quando si sentono chiamare col nome di Laponi.
Ma quale è l’origine di questo popolo? La storia anteriore per tre e più mil’anni all’era nostra volgare lo direbbe, s’essa fosse stata scritta ne’ debiti tempi. Tutto ciò, che la sana critica può permettere di credere, si è che per la famosa irruzione degl’_Hiong-nu_ ne’ paesi meridionali della Siberia e Tartaria, tra le generazioni, che dovettero dar luogo a quella bellicosa moltitudine, vi fosse pur quella, da cui sono derivati i Laponi. Nel primo loro concetto adunque essi sono a modo nostro di dire Sciti o Tartari. I popoli per tale motivo profughi si spinsero avanti, accomodandosi come poterono; ma non è credibile, che scegliessero spontaneamente gli aspri climi, ne’ quali li vediamo stabiliti: nè uno fu l’urto, nè di un’epoca sola. Le stesse cagioni produssero gli stessi effetti più volte; e le orde più deboli furono costrette a ripararsi come poterono; e la necessità le portò a contentarsi del ricovero, che trovarono nella più settentrionale striscia del continente. Il tempo e il clima hanno poi operati in que’ popoli i caratteri, che ora li distinguono. Chi sapesse a fondo le lingue tartare, e coi debiti sussidii le potesse paragonare con quelle che parlansi dai Finlandesi, Norvegii, Samojedi, Laponi ed altri, troverebbe forse non poche traccie della origine comune. È poi fuori di ogni dubbio, che i costumi e gli usi de’ Laponi conservano profondi indizii della loro provenienza scitica, o tartara che vogliam dire; e che le aspre contrade situate verso l’Oceano-glaciale dal Kamtschatka in qua, sono abitate da razze d’uomini simili in tutto ai Laponi.
Del rimanente parlando della lingua particolare de’ Laponi, essa è interamente distinta da qualunque altra, eccettuatane la finlandese, colla quale sembra avere qualche analogia, minore però di quella che si noti tra la lingua danese e la tedesca. Anzi è da dire, che quantunque la lingua lapona contenga molti termini somigliantissimi alla lingua della Finlandia e della Danimarca, o per dir meglio di quella di Norvegia, essa differisce tanto da queste lingue nella maniera generale di parlare, che pronunciando certi termini il Lapone, il Finlandese e il Danese o Norvegio non potrebbero intendersi, sempre che ciascuno usasse il proprio dialetto. La comunione poi di tali vocaboli presso codesti popoli altro infine non proverebbe che una origine comune. Questa induzione però cesserebbe d’essere giusta, se si applicasse a que’ termini notati nella lingua lapona che sanno di somiglianza a voci ebraiche. Tutto rispetto agli Ebrei è nuovo, se si confronti coll’epoche precedentemente da noi indicate; e in meno remoti tempi che relazione si può egli sognare tra Laponi ed Ebrei? E coloro i quali si arrischiarono di pensare che i Laponi possono avere avuta origine dagli Ebrei, perchè hanno in quelli notati alcuni usi proprii di questi, non hanno fatto che abusare del senso comune.
La lingua lapona per attestazione del missionario _Leemens_, che ne ha scritta una gramatica, è commendabile per una elegante concisione, poichè esprime con una sola parola ciò che in altre lingue ne richiede parecchie. Una proprietà di questa lingua si è l’abbondanza di diminutivi: il che le dà grazia ed espressione. Un’altra proprietà sua è di annunciare in plurale i nomi de’ fluidi, de’ metalli, de’ grani, dell’erbe e de’ frutti.
Il Lapone, piccolo com’è di corpo, secondo che abbiamo notato, non è meno robusto e gagliardo di forza: il che deve e alla sua naturale costituzione, e al costante esercizio. Egli in ogni suo intraprendimento ha pazienza e coraggio meraviglioso. Ma quantunque dotato d’organi vigorosi e di membra esercitate alla fatica, non è meno degli altri Europei viventi in migliori climi esposto a malattie. Però in essolui codeste malattie hanno un certo carattere di benignità, così che i rimedii più semplici le dissipano, e loro rendono la salute quando almeno la causa non sia acuta. Ciò è un gran compenso nella impossibilità, in cui sono di procurarsi grandi soccorsi. Per questo il più prezioso regalo, che possa farsi ad un Lapone è quello di pepe, di zenzero, di cannella, di noce moscata, di tabacco e di droghe simili, per quanto piccola ne sia la dose.
Uno de’ loro caratteri fisici assai notabile è la somma loro agilità. Le loro membra hanno una flessibilità stupenda. È sorprendente cosa il vedere in che numero sanno ammucchiarsi insieme in un luogo, che non potrebbe capirne che la metà, od un terzo. A questa loro agilità può riferirsi la maniera, con cui quando le montagne sono coperte di neve, discendono dalla cima delle medesime giù per un fianco scosceso e dirupato, armati di una specie di scivolatojo fatto di legno, e di una certa lunghezza, curvato in forma di un quarto di circolo, in mezzo del quale piantano il piede. Coll’ajuto di questo scivolatojo scansano di profondarsi nella neve, ed agevolano il cammino, venendo giù con tale velocità, che l’aria fischia nelle loro orecchie, e i loro capegli si sparpagliano al di dietro della testa. E sono sì valenti in conservar l’equilibrio, che per quanto forte sia l’impulsione che hannosi data, possono senza fermarsi levare da terra il loro berretto, se per caso sia caduto, o tutt’altra cosa che trovino sul loro passaggio. Incominciano ad esercitarsi in questa facenda sin da fanciulli.
Quando i Laponi viaggiano sulle loro renne, la celerità del marciare di codeste bestie non può concepirsi, se non se n’è stati testimoni. Le renne giungono con tanta prestezza sia alla cima, sia a’ piedi delle montagne, che il moto delle reni del cavalcante può appena distinguersi. I Laponi della costa sono singolarmente svelti nel maneggio de’ loro battelli.
Alcuni Laponi sanno scolpire il legno e il corno, quantunque non abbiano altro stromento che un piccolo coltello ordinario; e con esso fanno piccoli mobili, come tavole, cucchiai e cose simili, come dirò qui appresso. Le loro slitte, nella maniera colla quale sono costruite, provano in essi sagacità e antiveggenza. Anche le donne sono industriosissime; e ne fanno una prova i begli ornamenti delle loro cinture. Questo popolo sì abile alla caccia in addietro non usava che l’arco e le freccie: oggi conosce l’uso delle armi da fuoco; e sono divenuti eccellenti nel tirare.
Tutto fa presumere, che fin verso la metà del Seicento i Laponi vivessero nelle tenebre del paganesimo, e senza alcuna cognizione di lettere. _Federico IV_, re di Danimarca, salito al trono nel 1619, stabilì una missione religiosa, continuata poi da _Cristiano VI_, da _Federico V_ e da _Cristiano VII_. Molti Laponi sanno a memoria non solamente il catechismo, ma parecchi salmi e parte degli Evangelii. Hanno poi in grande venerazione i loro missionarii e curati; e spesso li regalano di latte gelato, di lingue e di grasso delle loro renne. Sono attentissimi ad osservare le feste; e allora si guardano dallo spergiurare e dal maledire, vizii ordinarii tra i Norvegii; ed in generale è giusto dire che menano una vita veramente pia e regolata: raro è che commettano fornicazione ed adulterio; e il furto è un delitto poco o nulla cognito presso di loro: perciò sono per essi inutili spranghe, catenacci e serrature. In Norvegia v’ha qualche mendicante: in Laponia non ve n’ha; e quando per caso si trovi uno, che l’età, o la infermità riduca alla indigenza, egli è abbondantemente soccorso: ma non ha nulla, se la sua povertà non sia scusabile.
Il commercio, che i mercanti danesi, svedesi, olandesi hanno aperto, gli uni sulla costa, gli altri nell’interno, ha portata qualche corruzione in alcuni Laponi. L’acquavite li ha talora indotti ad ubbriacarsi; e tante volte ingannati da chi viene a trafficare con loro, hanno imparato a diventare ingannatori. Per esempio: le pelli di renne valgono più, o meno, secondo che gli animali sieno stati uccisi piuttosto in una stagione, che in un’altra; ed alcuni, se non hanno paura d’essere scoperti, danno la scadente per l’ottima. Così, la pelle di primavera viene guasta da un insetto, che vi depone le uova; e il Lapone cerca di chiudere il buco; e dà questa pelle per buona, con aggiunte di quelle bugie, che usano tutti i merciai da noi.
Molte esagerazioni sono state scritte sui vestiti de’ Laponi. La verità si riduce a questi termini. Portano in testa un berretto della forma di un pane di zucchero, fatto di grosso panno per lo più rosso, con un fiocco alla punta, e con un orlo di pelliccia; i Laponi russi vi mettono l’armellino. Però v’ha famiglie che vanno a testa scoperta; e v’hanno altre che non usano se non se una calotta. Alla caccia, o alla guardia delle renne nella cattiva stagione adoperano un cappuccio, che vien giù sino al petto, coprendo le spalle; questo cappuccio ha una piccola apertura corrispondente agli occhi. I più tengono sempre il collo scoperto, e se lo coprono, adoprano a tal effetto una stretta striscia di grosso panno con un giro solo intorno al collo. L’abito principale è una tunica, o camiciotto di pelle di montone, colla lana di dentro: questo camiciotto non ha altra apertura che al basso, e sul petto; e secondo la condizione, o il gusto della persona: ha qualche ornamento in alto, fatto di panno, ed una guarnizione di pelliccia. Un’altra guarnizione di panno, o di pelliccia, consistente in una piccola striscia, è apposta sul lato sinistro; e sul destro, spezialmente nella tunica delle donne, v’ha una piccola specie di nastro con qualche piastrella di stagno, o di argento. Simile guarnizione orna le maniche, e il petto. Il vestito sopra posto è fatto di un grosso panno, e qualche volta di una pelle di renna di un color grigio. Questo vestito ha un colletto duro, che s’alza sino al mento, ed abbraccia il collo. Anche questo ha ornamenti di ricamo; ed altri ornamenti sono sopra ambe le spalle, fatti di pezzetti di panno tagliati in diverse figure, e scelti di varii colori. Il basso dell’abito è pure ornato anch’esso con liste di diversi colori. I Laponi non hanno ai loro abiti scarselle: invece portano un sacchetto, che pende loro sul petto, e contiene il battifuoco, ed altre cosucce d’uso.
Il gran freddo, che fa nel paese, freddo sì forte, che i fiumi, e i laghi gelano fino a sei, e sette piedi, obbliga i Laponi a ben coprirsi per ogni verso di pelliccie, e ad usare molte provvidenze per tenersi calde tutte le parti del corpo. Così non solo si fanno guanti, e stivaletti, e scarpe di pelli con pelo; ma mettono di più nelle scarpe e ne’ guanti uno stoppaccio molle al pari del cotone, fatto da una pianta, che raccolgono l’estate, detta dai botanici _cavax vesicuria_, la quale fanno con istropicciamento divenir morbida, ed in appresso cardano.
Nè uomini, nè donne usano calzette, ma pantaloni stretti alle cosce ed alle gambe, fatti di grosso panno, o di cuojo concio; e alcuna volta della pelle delle gambe delle renne.
Le scarpe de’ Laponi non hanno che una suola; per ordinario lasciano il pelo di fuori, con che le rendono più sdrucciolevoli, massime sul ghiaccio, finchè il pelo non sia consunto. Per questa, od altra maniera ridotte a superficie ineguale servono principalmente ai ragazzi, i quali altrimenti correrebbero pericolo di cadute funeste.
Gli uomini portano cinture guernite di ornamenti di stagno; e vi attaccano una borsa pel tabacco che masticano: d’altra parte a questa cintura per mezzo di striscie di corame ornate di perlette di stagno, appendono il coltello. Le donne sono quelle che fanno ed adornano queste cinture.