Viaggio al Capo Nord fatto l'anno 1799 dal Sig. cavaliere Giuseppe Acerbi
Part 12
Il _Capo-Nord_ è una roccia, la cui fronte, ed i cui enormi fianchi spingonsi assai lungi nel mare. Gigantesco avversario de’ flutti e degli uragani sembra sulla sua profonda base sicuro di comandare alla loro agitazione; ma assalitori instancabili que’ flutti contro di esso sollevati, non gli lasciano altra tregua che quella, la quale di tratto in tratto la calma del cielo impone a’ loro proprii furori; e terribili tosto che rimangano scatenati, tornano ad assalirlo, a batterlo, a minarlo. Ogni anno l’antica sua caducità si va vieppiù manifestando: i progressi di questa loro vittoria sono evidentissimi; e questo grande sostegno del globo si va distruggendo senza alcun testimonio della sua lunga e continua decadenza. Là tutto è solitario, tutto lugubre, tutto sterile: niuna foresta sulla cima di que’ monti, niuna verzura sulle grigie asperità di quegli scogli: non un uccello terrestre rompe col suo volo la pacatezza dell’aria: niuna voce vi si ode fuori del muggito dell’onde marine, e del fischio delle tempeste. Un Oceano immensurabile, un cielo senza orizzonte, un sole senza riposo, notti senza risvegliamento: la infecondità, il silenzio, la desolazione, ecco i tratti di questo quadro sublime e tremendo: ecco il _Capo-Nord_. Qui le occupazioni, l’industria, e le inquietudini degli uomini non si presentano alla memoria che come un sogno: l’energia della natura animata, le sue forme diverse, le innumerabili sue modificazioni cancellansi dalla ricordanza. Non si vede più il globo che ne’ suoi nudi elementi. Non è più il soggiorno della vita; è un punto del sistema dell’universo.
CAPO XVIII.
_Effetti prodotti nelle menti de’ viaggiatori dall’essere giunti al Capo-Nord. Visita del promontorio, ed osservazioni fatte nelle vicinanze. Angelica, e grotta. Roccie, licheni, alghe, crostacei, spugne, ecc. Uccelli di mare. Caldo e calma sofferti nel dare addietro dal Capo-Nord._
La ebbrietà, in che ci avea immersi la veduta del Capo-Nord; il vivo piacere d’essere giunti al termine de’ nostri desiderii, e quella inesprimibile impressione che sugli animi nostri avea fatto lo spettacolo di codesti luoghi incogniti al rimanente degli uomini, finalmente sedaronsi: noi incominciammo a pensare a noi; e la prima riflessione che occupò le menti nostre fu quella della gran distanza, che ci separava dalla nostra patria; ed alla idea dell’immenso paese, che avevamo attraversato, si unì naturalmente quella dell’altro che dovevamo scorrere per rivedere i nostri amici, e le nostre famiglie. Noi avevamo da salire di nuovo le stesse montagne, da arrischiarci al trapasso degli stessi deserti, da cimentarci colle stesse cataratte, le quali cose tutte avendo per noi perduto il merito della novità, non ci si presentavano più che nel solo aspetto della fatica e dello stento. E come mai il desiderio solo di trovarci in sì abbandonato paese, ed a sì grave costo, avea potuto sedurci? In qualche momento saremmo stati tentati a condannarci giustamente di giovanil leggerezza, d’imprudenza, di temerità. Ma le parole hanno sulle menti degli uomini una forza, che difficilmente può calcolarsi: onde i nomi di Capo-Nord, di Mar-gelato, di estremità ultima della Europa riscaldavano ancora la nostra immaginazione, e ci davano nuove forze. Quindi la mano stendevasi alla matita per disegnare que’ massi enormi che sono altrettante pagine formidabili degli annali de’ secoli; ed allora tutti intenti all’opera gustavamo un genere nuovo di piacere, che ogni pensier tristo faceva fuggire da noi. Attraversando in idea la immensità del Mar-gelato, visitammo la Groelandia, e lo Spitzberg, e più lungi quelle montagne di ghiaccio, che rimarrannosi immobili in mezzo alle acque fin tanto che il globo si aggirerà sul suo asse invariabile. Allora concependo, dirò così, come cosa reale quel punto che si chiama Polo, ci godevamo di porvici sopra per ivi contemplare lo spettacolo dell’anno diviso in un solo giorno, ed una notte sola, e quello non meno meraviglioso del giro immenso intorno a noi di tutti gli astri, che adornano la metà dell’universo.
Ma finalmente era d’uopo rinunziare a sì seducenti e vaghi delirii. Abbandonammo quelle cime, e scendemmo al lido. Ivi con legne, che il mare avea gittate sulle sponde, accendemmo il fuoco per prepararci il pasto; nè questo ci era stato mai più necessario, perciocchè la nostr’agitazione morale, le fatiche fisiche, la vivacità dell’aria aveano aguzzato il nostro appetito; e il buon umore succeduto alla gravità di tanti pensieri, e sensazioni triste, condì di delizioso sapore quanto avevamo per ristorarci; e ci pose in istato di far più di un brindisi da que’ confini ultimi della terra ai nostri amici de’ paesi meridionali.
Cercando sul lido un luogo ove comodamente trarci a prendere il ristoro accennato, scoprimmo una grotta formata da tre rupi, le cui superficie liscie e lucenti dimostravano com’erano state battute dai flutti. Nel mezzo d’essa era una pietra rotonda, sotto la quale usciva un sottil filo d’acqua, che scendendo da una montagna vicina formava un ruscelletto, sul corso del quale trovammo alcune piante di angelica. Questa scoperta fu per noi di un pregio inestimabile trattandosi di una contrada sì estranea ad ogni specie di vegetazione, e dove per certo noi eravamo lontanissimi dal supporre che la natura volesse presentarci qualche cosa buona per la nostra tavola. Del rimanente la grotta era sì ben disposta, che sarebbesi facilmente creduta opera dell’arte, anzichè della natura. Il largo masso che vi si trovava in mezzo, ci servì di tavola; e vi ci sedemmo in modo che non avevamo se non da abbassarci per empiere i nostri bicchieri di un’acqua eccellentemente fresca, e dolce, quantunque fossimo a pochi passi dall’Oceano.
Dopo aver mangiato ci divertimmo a salire sul più alto sito della roccia, e di là a fare sdrucciolare al basso enormi pezzi di rupe, secondo che potevamo distaccarne: i quali precipitando facevano un rimbombo simile a quello del tuono, e rovesciavano quanto alla loro caduta si opponeva. Le roccie di quella costa sono quasi tutte di granito; e lo stesso Capo-Nord è un ammasso di roccie dello stesso genere, misto ad alcune vene di quarzo, e corrente da mezzodì a tramontana. In alcuni siti ci parve vedere della neve non ancora disciolta, i cui strati sulla riva erano quasi a livello del mare. Questa circostanza sarebbe in contraddizione colla opinione dei dotti, i quali hanno stabilito il sistema della regione della neve perpetua ad una cert’altura dell’atmosfera.
Noi non trovammo nè basalto, nè produzioni vulcaniche per quel poco tempo, che potemmo dare alla visita de’ contorni. Le pietre più conosciute erano della natura del granito, delle pietre calcaree miste di mica, e di un marmo grisastro, attraversato da grandi vene di quarzo, il quale generalmente seguiva la direzione dal mezzodì a tramontana anch’esso.
I licheni coprono dappertutto la superficie delle roccie esposte all’aria: comunissimo vi è il licheno geografico del _Linneo_, e vi si trova pure quello che gl’Inglesi usano invece di cocciniglia per fare il loro bel rosso. Quest’ultimo è abbondantissimo su tutte le coste della Norvegia, di dove se ne trae ogni anno grande quantità.
Le alghe guarniscono il piede delle roccie, che il mare bagna. I Norvegii ne fanno soda abbruciandole; e la vendono cara agli Inglesi.
Al di sopra di queste alghe trovansi fitti prati di piccole conchiglie bivalve, e frantumi d’altri crostacei stretti talmente insieme per opera della natura, che si assomigliano ad un lavoro in mosaico. Innumerabili poi sono le ghiande di mare (_lepades balani_), le quali si attaccano, non solamente alle roccie, ai battelli, e alle navi; ma di una specie particolarmente ve n’ha, che sì forte si attaccano alle balene, ch’esse non possono liberarsene. Abbiamo trovato ancora nelle nostre corse su questi lidi l’_echinus esculentus_, il _buccinum glaciale_, il _dimidiatum_, il _pecten_, qualche specie della _venus meretrix_, l’_helix crepidularossa_, ed altre, che il mare avea spezzate, e frantumate a modo da non essere più riconoscibili. Ma per la più parte aveano colori poco brillanti, e poco grati agli occhi.
Le spugne anch’esse trovansi qui, e ne vedemmo di gittate sulla riva dalla forza de’ flutti anche a grande distanza. Ma questi zoofiti si tengono ad una certa profondità nel mare, e i pescatori sono bene spesso quelli che le distaccano colle loro reti. Vi ho vedute spugne di somma bellezza, formanti ramificazioni dell’altezza di un metro e più; e ve n’ha di perfettamente bianche, ma le loro fibre sono meno tenaci, e più tenui di quelle, di cui ordinariamente si fa uso.
Madrepore, stelle di mare, millepore, e tali altre cose qui pure abbondano: ma non vi si trovano coralli.
Diverse specie di uccelli di mare chiamavano la nostr’attenzione, e la tanta loro quantità ci compensò della mancanza degli uccelli di terra. Le _alche_ fra gli altri, in que’ luoghi comunissime, e tra queste quella che si distingue col nome di _artica_, veniva di tempo in tempo presso il nostro battello più dell’_alca_, e della _pica_; e pareva che intendesse di provare quanto fossimo abili a tirare al volo. Essa ha due qualità, che possono farle perdonar tanta baldanza. Sa stancare il cacciatore coi mille giri, e rigiri, ch’egli è obbligato a fare inseguendola; ed ha sì fitta la piuma, che per ammazzarla bisogna averla ad una mediocrissima distanza. Del rimanente l’alca artica in aria rassomiglia molto al pappagallo per la figura del suo becco blù e rosso, ricurvo e spianato perpendicolarmente.
Anche le anitre, che ivi sono di molte specie, e numerosissime, furono un oggetto di nostro divertimento, e particolarmente quelle che portano alla coda due penne assai lunghe, e forcute come quelle della rondine. Codesta specie è indigena de’ paesi settentrionali; e il _Linneo_ l’ha chiamata _anitra iemale_.
Ma essendosi levato un venticello settentrionale i nostri uomini ci persuasero ad approfittarne per avvicinarci ad Alten; e non avevamo fatto più di tre, o quattro miglia quando ci venne a sorprendere la calma, la quale obbligò i nostri battellanti a lavorare di remi, e di braccia. Osserverò qui di passaggio, che nelle acque, in cui ci trovavamo, qualche volta la calma è oppressiva al pari di quella che ci viene descritta da chi ha navigato nel mare del Sud. Il calore del sole alza una specie di sottil nebbia a sei, o sette piedi sopra la superficie del mare, che rende l’aria sì grave, e soffocante, da non poter respirare che a stento. Senza ombrello adunque, e senza tenda, o coperta di sorte noi rimanevamo arrostiti dal sole, e tenendo la bocca aperta aspiravamo quel poco d’aria esteriore, che n’era presso. Il mio compagno di viaggio diceva di non avere provato mai un calore sì costante: però stando alle dimostrazioni del termometro trovavamo che quel grande soffocamento procedeva piuttosto da quella nebbia disossigenata, che dal calore.
Verso sera, o per parlare con più esattezza, quando il sole era nel punto, in cui più si avvicina all’orizzonte, in luogo del venticello rinfrescante, il calore crebbe, e il termometro che alla mattina indicava 12 gradi, allora ne segnava 20. I nostri remiganti non facevano che bere acquavite per rinfrescarsi, e non potevano lavorare. Il battello appena appena movevasi: e pareva che in quel momento la natura fosse sepolta in un tristo silenzio: il solo _colimbo artico_, co’ suoi gridi lugubri, e di mal’augurio, empiva quelle acque solitarie de’ suoi tuoni funebri, e raddoppiava nei nostri cuori la noja.
CAPO XIX.
_Ritorno ad Alten per diversa strada. Isola di Maaso: suoi abitanti, e loro ospitalità. Vantaggio di chi viaggiando è tenuto per un principe. Hammerfest. Penisola Hwalmysling. Fregata inglese. Arrivo in Alten. Corsa a Felwig: gran mercato di pesce._
Non ritornammo ad Alten per la strada tenuta dianzi: ma approfittando della occasione visitammo tutto quello che ci si era detto meritare attenzione nelle isole che sorgono presso la costa. La prima fu l’isola di Maaso, abitata da un ministro, da un mercante, e da una trentina di famiglie. Il mercante ci accolse colla più alta distinzione: ci offrì diverse qualità di liquori; ci regalò alcune delle spugne che trovansi sulle coste, di alcune conchiglie, e di un’alca, che suo figliuolo avea impagliata. Poscia ci fece vedere i contorni della sua abitazione, i quali non erano che semplici rupi, e caverne, ove andava a caccia di lontre. Alla nostra partenza alzò padiglione, e ci salutò con tre colpi di cannone. Questi segni di rispetto, e, se vuolsi, di sommissione, erano senza fallo meno l’effetto della semplice ospitalità, che un omaggio ch’egli credeva di rendere a due principi, i quali per curiosità viaggiassero in codesto paese in _incognito_, per godere di maggior libertà. Questo errore era fondato sopra un avvenimento precedente. Un figlio dell’ultimo duca d’Orleans dopo avere attraversata tutta la Norvegia, venne di là su questa costa montato sopra un vascello: da quest’isola passò ad Alten, e da Alten continuò la sua strada a cavallo, accompagnato da un giovine chiamato _Montjoye_. Tutti e due seguivano a un di presso la stessa direzione, che tenemmo noi; e tutti e due viaggiavano sotto finti nomi; il primo sotto quello di _Müller_, e l’altro sotto quello di _Fröberg_, che in alemanno significa lo stesso che il nome francese. L’anno appresso i mercanti furono informati dai loro corrispondenti, che uno d’essi era il principe d’Orleans; e da quel tempo in poi tanto in Norvegia, quanto sulla costa di Laponia si credeva che ogni forestiere accompagnato da un amico, e da due domestici, dovess’essere un principe viaggiatore o per propria istruzione, o per piacere. Per formarsi poi una giusta idea della ospitalità da noi ricevuta a Maaso sarebbe necessario sapere, se i due personaggi accennati ricevessero le stesse dimostrazioni di rispetto, che si usarono con noi. Io viaggiai in appresso col mio compatriota _Bellotti_ attraverso della Norvegia, ove fummo trattati della stessa maniera, ricevendo i più distinti onori; e mi compiaccio di ricordare con viva riconoscenza l’ospitalità che in quel paese si praticò con noi. Se non che senza mancare alla verità non posso dispensarmi dal dire che dappertutto eravamo tolti per principi italiani venuti verso il Nord per passarvi il tempo delle turbolenze, che regnavano ne’ loro paesi; e cercavasi in tutti gli almanacchi che principi potessimo essere. Il mio compagno, di una complessione e di una ciera delicatissima, passava pel principe incognito; ed io, più forte e robusto, era il suo segretario, o il suo Mentore. Alcuni lo riguardavano come il figlio del duca di Parma; altri lo prendevano pel figlio di quello di Modena; ed alcuni più scrupolosi nelle loro ricerche, dicevano ne’ loro scrutinii genealogici, che confrontando la sua età con quella d’altri principi mentovati negli almanacchi, potevano con sicurezza asserire ciò che affermavasi della sua condizione. Voglio credere che questa opinione influisse sopra una certa classe di persone nelle principali città di Norvegia, ove passammo alquanti giorni.
Da Maaso andammo ad Hammerfest, luogo, ove sono due, o tre mercanti, un ministro, ed alcune famiglie. Tutti questi stabilimenti sulla costa hanno molta somiglianza fra loro. Dappertutto si vede la stessa sterilità, la nudità stessa, e lo stesso taglio delle rupi. In quest’ultimo sito scorre un fiumicello, che passa attraverso di una bella stretta ombreggiata di betulle; e vi si pescano sermoni eccellenti. Alla riva direttamente posta all’incontro di Hammerfest v’è una penisola chiamata Hwalmysling, in cui trovansi molte lepri, le pelli delle quali fruttano al padrone ogni anno i dugento e trecento risdalleri. Uno de’ mercanti di Hammerfest ci disse vagamente, che al tempo de’ suoi predecessori una fregata inglese, sette od otto anni all’incirca indietro, era venuta sulla costa con due astronomi, uno de’ quali inalzò un osservatorio sopra una montagna vicina, mentre l’altro, per quanto egli credeva, era andato a fissare la sua residenza per alcun tempo sul Capo-Nord. Ma non si ricordava nè in quale anno quella fregata inglese fosse comparsa colà, nè i nomi degli astronomi: tutto quello che sapeva dire, si era, che l’apparizione di quella fregata avea fatta tale impressione sugli abitanti della costa, che andarono tutti per vederla, e ritornaronsi colla terribile apprensione, che non forse portasse la guerra, e la distruzione in tutto il loro circondario. Il ministro era sì grosso di persona, sì robusto, e di una statura sì gigantesca, che se il suo ingegno avesse potuto sostenere un parallelo colla statura, egli sarebbe stato il più gran teologo della età nostra. Egli parlava latino e tedesco; e pareva molto sollecito per sapere tutto ciò che appartenesse a politica. Gran piacere ebbe in veder noi, persuaso che potremmo dargli delle nuove più fresche di quelle ch’egli aveva. E si può farsi una idea della lenta comunicazione di questa parte del globo col rimanente d’Europa, da questo, che eravamo ai 19 di luglio del 1799, e il ministro di Hammerfest non aveva ancora udito parlare de’ grandi affari politici seguiti dopo la battaglia navale di Aboukir, accaduta nell’agosto del 1798.
Noi trovammo in Alten una persona, che io avea incaricata di farci una raccolta di piante e d’insetti, ed un’altra per darci un saggio della sua abilità in sonare il violino, onde poter conoscere lo stato della musica in questa parte d’Europa. Ivi ci fermammo parecchi giorni per fare i preparativi necessarii pel nostro ritorno verso il golfo di Botnia. Durante questa fermata facemmo una piccola corsa a Felwig colla intenzione di vedervi i Laponi, i quali vi capitavano da tutte le parti per vendere i loro pesci. Chiamasi Felwig un piccolo porto tre miglia distante da Alten; e vicinissimo a quel porto è un villaggio abitato da alcuni mercanti, e da un ministro: vi si vede pure una chiesiuola.
CAPO XX.
_Imbarco, e navigazione sull’Alten. Tre singolari cataratte. Motivi di rimontarne una, e sforzi inutili. Viaggio per le montagne, e gran cambiamento di temperatura. Si ripiglia la navigazione dell’Alten. Arrivo a Kantokeino. Passaggio ad Enontékis. Viaggiatori inglesi, e loro memorie. Memoria di un emigrato francese. Estratto di un manoscritto del curato di Enontékis. Partenza da Enontékis per Tornea ed Uleaborg._
Io risparmierò al mio lettore le particolarità del nostro ritorno attraverso del deserto; e lo condurrò rapidamente a Tornea presentandogli in compendio la sostanza del mio giornale.
Noi rimontammo il fiume Alten in due battelli, avendo contro di noi tutte le cataratte, che con uno sforzo incredibile di perseveranza superammo in più lunga misura, che mai si fosse fatto. Il cammino pel fiume presenta vedute pittoresche quante, e quali la immaginazione di un pittore possa mai desiderare. Le sponde dell’Alten qualche volta sono graziosamente ornate di belle betulle, e qualche volta presentano un orrido aspetto, la cui asprezza non si vede però senza un certo secreto diletto; ed è là che veggonsi masse di rupi a picco, ed inaccessibili, fra le quali apronsi precipizii profondi. Seguendo il fiume trovammo una cascata che veniva giù perpendicolarmente da una rupe, che sarebbesi presa per le ruine di una gran cattedrale. A’ piedi di quella rupe era un laghetto avente sulle sue sponde degli scaglioni tagliati naturalmente nello scoglio: il che dava ad un tale accidente della natura l’apparenza di un tempio antico. Qui noi vedemmo un orso venuto al fiume per bere; ma appena ci ravvisò, corse ad internarsi nel bosco. Anche una volpe venne sul sito medesimo per bere; e si tenne nel suo cammino direttamente in faccia alla tenda, sotto cui avevamo passata la notte: declinò però anch’essa a quella vista, ma senza mostrar paura.
Più lungi fummo colpiti dalla vista di due cascate opposte l’una all’altra, e tutte e due precipitantisi da un banco del fiume Alten, il quale a poca distanza forma anch’esso una cascata insormontabile. Tre cataratte tanto vicine l’una all’altra in sì piccolo spazio sono un fenomeno di tal genere, che non ne avea ancora veduto l’esempio; e se lo avessi veduto presentato in un quadro, io l’avrei preso più per un capriccio ideato da pittore immaginoso, che operato realmente dalla mano della natura. Noi facemmo tutti gli sforzi possibili per rimontare la cataratta del fiume, sebbene mostrava di ridersi del nostro disegno; e dover essere il _non plus ultra_ della nostra navigazione. Per riuscire nella impresa disponemmo i nostri Laponi in diverse maniere, facendo loro tenere in mano delle corde per fermare il battello, ed altre legando alle nostre reni pel caso, che il battello venisse a spezzarsi sopra uno scoglio, o cedendo al vortice si affondasse. E mancò poco infatti, che così non succedesse: se non che fortunatamente il Lapone, che teneva la corda ferma al di dietro d’esso battello, seppe tirarla a tempo. I pericoli da noi corsi su questa cataratta non sono qui presentati con esagerazione: essi furono reali; e noi non vi ci esponemmo, che per evitare la fatica de’ lunghi giri, che avremmo dovuto fare per terra.
Noi stavamo sufficientemente bene in quel nostro battello; ma se dopo tutte le pene sostenute la navigazione che rimaneva da farsi per quel fiume si fosse renduta impraticabile, non avremmo avuto altro partito che quello di attraversare la catena di montagne terribili, e di fare un lungo, e faticoso viaggio a piedi con grande pericolo di perderci ne’ deserti. Al contrario più che noi ci fossimo internati nel paese seguitando il fiume, più la nostra strada per terra sarebbe riuscita breve. Superando poi questa cataratta era a presumere, che il fiume divenendo piano di più, e navigabile per un più lungo spazio di via, potrebbe permetterci l’uso de’ nostri remi; e queste presunzioni erano abbastanza fondate per impegnarci a fare qualche sforzo: noi facemmo tutti i possibili; ma inutilmente.
Ripigliammo adunque la strada delle montagne facendo nuove giravolte per evitare fiumi e laghi; e non passò gran tempo che ci trovammo in un’altra temperatura, poichè il termometro di _Celsius_ cadde ai 4 gradi; e alcune nubi che passavano sulle nostre teste ci coprivano di fiocchi di neve. Camminammo dodici ore di seguito prima di riguadagnare l’Alten; nè ci fermammo che per qualche istante, necessitati a pigliare un po’ di fiato. Il timore di qualche mutazione di tempo, o di qualche temporale procelloso ci faceva menar le gambe ben bene: per questo non facemmo mai in questa traversata alcuna fermata vera; e il cammino non fu meno di cinquanta miglia. Finalmente giungemmo al sito, ove avevamo lasciati i Laponi di Kantokeino coi loro battelli: essi aspettavanci per ricondurci a quel villaggio. Avevamo già spedito loro qualcuno per avvertirli del nostro ritorno, ed impegnarli a venirci incontro. Un venticello di settentrione alquanto forte risparmiò alla nostra gente la fatica di remigare contra la corrente; e alcune frasche di betulla in questa stagione tuttora verdi, piantate a poppa, ci tennero le veci di vela.