Viaggio al Capo Nord fatto l'anno 1799 dal Sig. cavaliere Giuseppe Acerbi

Part 11

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Noi lasciammo quella casa per continuare la nostra navigazione. Ma fatte appena cinque, o sei miglia, la violenza del vento ci sforzò a ritornare a terra. Approfittammo adunque di questa nuova circostanza per fare una corsa nell’interno del paese, e cercare qualche oggetto capace di fissare la nostr’attenzione, come sarebbe stato l’incontro di Laponi nomadi colle loro greggie, e le loro tende. Facemmo da sette in otto miglia a piedi, e trovammo qua e là tra quelle montagne siti deliziosi, fresche vallate cinte da montagne coperte di betulle, e d’altri alberi. In mezzo alle nostre fatiche gustammo il piacere di riposarci all’ombra sulla riva di limpidi ruscelli, che serpeggiano per quelle vallate. In fine trovammo una tenda di montanari, ove la nostra curiosità trovò materia, su cui esercitarsi. Questa tenda avea forma conica, in ciò dissimile da quella che per ordinario hanno le altre tende. Ficcano in terra parecchi pali, o grossi rami d’albero tagliati di fresco, e li raffermano sopra un largo cerchio fatto a terra, e a que’ pali, o rami, danno in alto una direzione diagonale in maniera che s’incontrano insieme nella loro estremità superiore. Foderano poi l’ossatura nel suo contorno di parecchie pezze di stoffa cucite le une colle altre. Il diametro di quella, in cui noi entrammo, avea alla sua base circa otto piedi: in mezzo era il fuoco, e presso questo era assisa la donna del padrone della tenda, suo figlio, ancor fanciullo, e alcuni cani poco ospitali, poichè non cessarono mai di abbajare finchè noi ci fermammo ivi. Presso la tenda era una catapecchia composta di cinque o sei pali obbliquamente disposti in modo che s’incrociavano alla cima, ove poi erano legati insieme tutti, e coperti, come la tenda, di pelli, e di pezze di stoffa. Sotto questa catapecchia que’ Laponi custodiscono le loro provvisioni; e quelle ch’erano ivi, consistevano in formaggio, in una piccola quantità di latte di renne, e in pesce secco. Più lungi una cattiva palizzata fatta in fretta serviva di parco alle renne quando le radunano per mungerle. Quegli animali non erano ancora ritornati allorchè noi arrivammo; e stavano pascolando alla montagna, d’onde non doveano ritornare che alla fine del giorno. Come noi non ci sentivamo in gambe per andare a trovarle con pericolo di perderci per le strette de’ monti, giacchè la troppa uniformità poteva ingannarci, pensammo far meglio offrendo a que’ Laponi un poco d’acquavite perchè coi loro cani andassero a trovar le renne, ed a condurle al loro domicilio, o ad altro luogo che riuscisse a noi vicino. Appena que’ Laponi ebbero assaggiata l’acquavite, che loro data avevamo come pegno di maggior ricompensa, sentimmo l’abbajare de’ cani eccheggiare per le montagne; e i Laponi ci dissero quello essere il segnale dell’arrivo delle renne. Infatti un istante appresso vedemmo comparire e discendere dalle alture trecento renne per guadagnar le vallate, la cui erba fresca prometteva ad esse miglior pascolo. Noi insistemmo perchè le facessero entrare nel recinto della palizzata, onde osservare i loro andamenti, e gustare del loro latte munto al momento. Tutto si fece secondo il desiderio nostro; ma non era senza difficoltà, perchè quegli animali non avvezzi ad essere chiusi tanto presto resistettero per qualche tempo. Ma e gli uomini, e i cani la vinsero. Avemmo dunque tutto l’agio, posciachè le renne furono pel chiuso, di vedere quegli utili animali, che i primi nomadi estranei ad ogni civiltà seppero addomesticare e sottomettere. — Que’ poveri animali erano magri magri: aveano un’aria di tristezza e di patimento: il loro pelo era basso, e il respiro, come lo mandavano fuori affannoso, dimostrava abbastanza, che una stagione sì calda gl’incomodava. La loro pelle inoltre qua e là era ulcerata per le morsicature di una specie di tafano, il quale cerca per tal maniera di aprirsi un luogo, in cui deporre le uova, con doppio tormento delle renne, sì per le piaghe che vi aprono sulle varie parti del corpo, sì pel rodimento che vi cagionano gl’insetti a mano a mano che in figura di vermi sbucciano da quelle uova. Io presi parecchi di quegli insetti, e molte di quelle uova colla intenzione di regalarne i miei amici entomologisti, che si dilettano di far raccolta di tali cose. In quanto al latte che assaporammo, era assai lontano da quello che le renne danno in inverno. In estate esso contrae un certo gusto di selvaticume e di forte, che si avvicina al rancido.

Ma le nostre guide ci avvertirono essere tempo di ridurci al battello, e di approfittare di un venticello fresco, che s’era alzato, e ch’era propizio alla nostr’andata. Prendemmo dunque congedo dai nostri Laponi, i quali ci testificarono il loro dispiacere per la sì presta nostra partenza, gittando uno sguardo di tutto cuore sul barilotto di acquavite che ci accompagnava.

CAPO XVI.

_Delle renne: dell’indole di questi animali: del governo che i Laponi ne fanno: delle varie sorti di slitte che usano, ecc._

Ma poichè ho fatto menzione e qui ed altrove delle renne de’ Laponi, è giusto che di questo sì interessante quadrupede dica qualche cosa di più particolare.

I più antichi naturalisti, che parlarono delle renne, le indicarono col nome di _rangiferi_. Il _Linneo_ chiama la renna _cervo dalle corna ramose, rotonde, colle sommità palmate_; e i caratteri che danno alla renna un’aria di famiglia co’ cervi, sono la mancanza de’ primi denti incisivi alla mascella superiore, il modo con cui le sue corna crescono, le quali divenute dure cadono tutti gli anni, e ripullulano ogni anno, come quelle del cervo. La differenza però tra la renna e il cervo si è, che la renna femmina ha le corna meno ramose, è vero, meno larghe e meno grandi, che quelle del maschio.

L’autunno è il tempo degli amori delle renne; e le femmine partoriscono in maggio. Una guerra sorge tra maschi quando s’incontra che desiderino la stessa femmina; ma il più attempato de’ maschi, che è anche il più forte, vince nella lotta, e rimane il signore del gregge. Alcune femmine partoriscono ogni anno, altre ogni due: ve n’ha anche delle sterili. Quando la renna ha partorito perde le sue corna: i loro piccoli pochi giorni dopo essere nati, sono agilissimi, e possono correre quanto la madre. Ogni renna conosce i suoi parti per quanto numerosa sia la greggia, nella quale si trova. Se la madre è di pelame grigio-cinericcio, il figlio è rosso di pelo, con una striscia lungo la schiena; e quel colore diventa poi più cupo quando verso l’autunno il pelo cade. Alcune renne diventano bianche con macchie cenericcie sul corpo; ed ogni piccolo di color bianco procede da una madre che avea questo colore.

Le renne femmine sono più alte, e più forti di statura de’ maschi. Molte hanno le corna ramosissime, ed alcune non ne hanno di nessuna sorta. Le corna cadono in autunno; le nuove sorgono da prima in figura di due piccoli tumori neri, che s’alzano sulla fronte. Quando le corna stanno per cadere, l’animale si mostra tristo; in questa circostanza le renne passano il loro tempo di riposo in mangiarsi reciprocamente que’ pezzi di pelle, che al cader delle corna si sono distaccati, e che loro dà un aspetto schifoso. Questo è ciò che più volte ho avuto occasione di vedere, e che, per quanto io sappia, sono il primo a notare. Codeste corna sono di un tessuto al loro centro ben fitto, e molle alla loro radice: il tronco è rotondo; e si avanza insensibilmente in rami spianati. Soventi volte sono sì macchinose, che quando questi animali combattono insieme, si attaccano, e s’imbarazzano tanto, che bisogna che l’uomo accorra a liberarneli.

Le renne in estate sono tormentate da una mosca, la quale s’introduce pel naso, e penetra ne’ seni frontali; e non se ne liberano che per mezzo dello sternuto, o di un respirar violento correndo. Soffrono anche di una malattia contagiosa, alla quale non si è ancora trovato rimedio, e che fa terribile strage di questi animali. La malattia, di cui parlo, consiste in un’affezione di milza. Si è altrove parlato del male, che alla renna fa il tafano. Un altro malanno, di cui le renne soffrono, è un panereccio, che loro viene all’unghia, e che il _Linneo_ crede procedere dal tafano. Le renne femmine hanno sulle mammelle alcune piccole eruzioni, simili alla vaccina. Quando la renna può salvarsi da queste malattie, vive fino ai quattordici ed anche sedici anni: termine di sua longevità.

Il principal nudrimento delle renne in inverno è un musco biancastro, che i botanici chiamano _licheno rangiferino_: esse però se lo debbono guadagnare a forza di scoprirlo colle loro zampe di sotto alla neve. Guai, se la neve gelata l’indurasse tanto, che la renna non potesse giungere a penetrarla! Tutta la generazione delle renne perirebbe.

Le renne domestiche, le quali formano la ricchezza principale de’ Laponi, in inverno non istanno mai al coperto. In estate trovano erba facilmente.

In alcuni luoghi della Norvegia s’impiegano le renne agli usi stessi, a cui s’impiegano i cavalli; e si tengono in inverno nelle stalle.

La renna ama appassionatamente l’orina dell’uomo; e fa meraviglia il vedere con che ardore lecchi la neve che ne sia imbevuta. Forse vi è attratta pe’ sali, che l’orina contiene. Dicesi pure che faccia la caccia a que’ sorci chiamati _lemmi_, de’ quali però sembra non mangiare che la testa. La loro bibita è la neve, ch’esse vanno prendendo da mucchii, presso i quali passano quando sono attaccate alle slitte.

I più fieri nemici delle renne sono i lupi; ed i custodi di quegli animali non invigilano mai abbastanza per proteggerli dalla strage, che i lupi ne fanno. La loro diligenza diventa vieppiù necessaria in tempo di procella, tempo che i lupi spezialmente scelgono ponendosi in agguato per assaltare con buon successo le renne. Le renne stesse concorrono al proprio danno in tale circostanza, perchè invece di rifugiarsi alle tende de’ pastori, ove sono chiamate, colte da terrore alla vista, od agli urli de’ lupi, si sbandano fuggendo; e i lupi allora più agevolmente così disperse le assaltano, e le ammazzano. Dico le ammazzano, e non le divorano, poichè il missionario che ci ha informati, attesta di averne vedute stese sulla neve sei alla volta morte, senza che sul loro corpo apparisse ferita alcuna: sì violento colpo il lupo sa dare ad esse. Il che fatto, le strascina poi alquanto lungi dal luogo, ove le ha ammazzate, e là esso le mette a brani, e le divora. È notabile un’altra particolarità in proposito; ed è questa, che quando i lupi mettonsi alla caccia delle renne, il più delle volte sono accompagnati da molti corvi e cornacchie, il cui gracchiamento serve di avviso al pastore lapone che l’inimico si approssima; e a quel segnale si mette in guardia. Un’altra particolarità si è, che le renne, le quali sono con una corda raccomandate a qualche palo spessissimo vengono dai lupi risparmiate: laddove quelle che sono libere, soccombono.

I Laponi per distinguere le proprie renne da quelle degli altri, non ostante la confusione, in cui questi animali sono tenuti necessariamente in sì vaste solitudini, usano fare a ciascheduna un loro particolar segno all’orecchio mediante una incisione. Perchè poi ogni greggia possa esserne ben sorvegliata, e nissun animale si smarrisca, due volte al giorno conducono le renne al pascolo, e due volte le chiamano alle tende; e quest’uso sieguono anche nel cuor dell’inverno, quando le giornate sono brevissime, e le notti lunghe di sedici ore. A proposito di che chiunque abbia la più leggiera tintura del sistema solare, facilmente comprenderà perchè il sole in codesti climi rimanga per sette settimane sotto l’orizzonte; e perduto nella più bassa parte dell’emisfero non lascia che un debil luciore di alcune ore. Però per quanto rimanga allora l’atmosfera ottenebrata, non è mai nera tanto, che non si possa vedere quanto occorre per iscrivere, o per fare alcuna faccenda ordinaria, sempre che almeno il cielo non sia tutto coperto di nubi: il che s’intende dalle dieci ore della mattina sino all’un’ora dopo il mezzodì. Ciò succede nel solstizio d’inverno. Nel qual tempo il lume della luna, che costantemente splende, e quello delle stelle compensano. Passate poi le sette settimane accennate il sole comincia di nuovo a farsi vedere con uno splendore, che agli occhi di ognuno comparisce più brillante. Ciò arriva al primo di aprile, tempo in cui le giornate si sono tanto allungate, che le tenebre della notte generale principiano a sparire; e come nell’inverno il sole avea cessato d’illuminare per sette settimane la terra, nel solstizio estivo ritorna a rallegrare l’abitante comparendo sull’orizzonte, e brillando notte e giorno per lo stesso spazio di tempo. È però da notare che il sole della notte pare più pallido e brillante meno che il sole del giorno. Ma ritorniamo alle renne.

Quando esse recansi verso le tende, formano intorno ad esse un circolo, e vi rimangono giacenti finchè ritornano al pascolo. In inverno non potendo sperare per alimento che il musco del vicinato, debbono estendersi molto pel paese, onde procacciarsene; e sia tempo bello o sia cattivo, sono condotte al pascolo ad un’ora regolare. Come poi sovente i pastori per mettersi al coperto di una burrasca nevosa sono obbligati a ritirarsi dietro a qualche ammasso di neve, e vi si addormentano, succede qualche volta, che un lupo porta via una renna allontanatasi dalla greggia. La custodia di una greggia generalmente è affidata ai ragazzi, o ai servitori; e quando appartiene ad una famiglia formatasi di recente, e che non ha nè servitori, nè ragazzi, allora la cura rimane affidata alla moglie, la quale se per avventura ha un bambino, lo porta seco nella sua culla, e segue le renne, per quanto il tempo sia rigido. I cani, molti de’ quali i Laponi mantengono, sono loro di grande ajuto per contenere e dirigere le renne, secondo l’occorrenza; e le renne ubbidiscon loro, ed essi ogni cenno intendono del custode; e tengono in buon ordine tutta la greggia. Quando nell’inverno questa è ricondotta alla tenda, e prende riposo, il Lapone, o la sua donna, esce per contare le renne, e per sapere se ne manchi alcuna, rimasta preda de’ lupi; ed è raro il caso, che il Lapone a prima vista non iscopra la mancanza, se ve n’è, anche nel caso che la greggia sia composta di uno, o di due migliaja di teste.

Quantunque i Laponi delle montagne usino di condurre, come si è detto, due volte al giorno le renne al pascolo, in estate i maschi castrati e le femmine sovente si abbandonano ne’ boschi a loro talento senza alcun pastore. In quella stagione le madri si lasciano allattare i loro piccoli, chiudendole in un parco fatto con rami d’alberi: parco che si costruisce a poca distanza dalla tenda. Ivi le donne hanno una facenda importante, ed è quella di sporcare le mammelle delle madri col loro sterco, onde quando sieno messi in libertà i loro piccoli non possano tettare. Dopo un certo tempo le femmine sono ricondotte a quel parco medesimo; e allora subitamente vengono le loro mammelle nettate; e come sono piene di un latte denso, si mungono. Ma le renne non soffrono molto pazientemente quella operazione; e bene spesso bisogna legarle per le corna con una corda. Una renna non dà più latte di una capra: contuttociò i Laponi ne hanno tante, che mai non mancano nè di latte, nè di burro, nè di formaggio.

Per la castratura de’ maschi i Laponi usano un mezzo singolarissimo. Non ricorrono al coltello, nè fanno l’incisione preliminare; ma ammaccano co’ denti le parti che altrove si tagliano. L’animale, che ha subita questa operazione, cresce di volume e di carne; ed è più forte de’ lasciati interi: diventano quindi di un gran valore per chi n’è il padrone, di modo che quando si tratta di cose di molto prezzo, sempre si paragona alla renna castrata.

Un montanaro, le cui ricchezze in renne sono mediocri, spesso lascia le sue montagne, colla sua famiglia, e va a fissarsi presso la costa ove si occupa della pescagione, lasciando la cura delle sue renne a qualche persona che voglia incaricarsene.

Diciamo infine, che per quanto bene una greggia sia custodita, succede talora verso la stagione in cui diventano calde che vi si mescoli un maschio di razza selvaggia; e se sfuggendo il fucile del custode, ne copre una, dall’accoppiamento nasce un meticcio, che non si rassomiglia nè al maschio, nè alla femmina, ed è più piccolo della renna selvaggia, e più grosso della domestica.

Ho detto che i Norvegii servonsi delle renne come di cavalli. I Laponi non hanno cavalli; e suppliscono ai loro bisogni colle renne attaccandole alle loro slitte pel trasporto sì delle persone, che delle robe. Usano a quest’uopo de’ maschi castrati. Ma l’assuefarle al servizio costa loro gran pena e gran tempo; e ve n’ha di quelle, che in nissuna maniera voglionvisi adattare. È inutile spiegare come compongano, e maneggino le redini, colle quali le dirigono, e come le leghino alla slitta. Basterà dire, che fanno tutto questo con molta industria. Molta industria pure dimostrano i Laponi nella costruzione delle slitte, le quali sono di quattro sorta. La prima è fatta per portare una persona, tutt’aperta, e breve tanto, che un Lapone assiso sulla parte di dietro tocca coi piedi il davanti, larga quanto basta per contenere le gambe e le cosce bene strette della persona, e sì poco alta, che il viaggiatore può toccare la neve che ha ad ognuno de’ lati. Questa slitta è leggierissima per modo che, occorrendo, si può alzare, ed anche trasportare sulle spalle agevolmente. Più lunga, più profonda e più larga è la seconda, che serve al trasporto delle mercanzie: essa è coperta di parecchie pelli bene assicurate, per preservarla dalla neve che cade. Allo stesso oggetto serve una terza incatramata di fuori, e provvista di una pelle di foca posta a modo di coprire le gambe e le ginocchia del conduttore, e di una grossa coperta che s’alza sul petto del medesimo per difenderlo dalla neve quando ne cada. La quarta, anch’essa incatramata di fuori, serve parimente al trasporto delle robe; ed è più larga della prima e della terza; ed ha un ponte che va da una estremità all’altra, ed alcuni ingegni ottimamente inservienti alle occorrenze. Prima di salire sulla slitta il Lapone si mette i guanti, poi monta su pigliando la briglia, che è attaccata alla testa della renna, e ch’egli tiene raccomandata al suo pollice destro. In questo frattempo la renna si conserva quietissima: quando il viaggiatore è disposto a partire, scuote con violenza da un canto all’altro la briglia; e l’animale s’avvia colla maggiore velocità. S’egli vuole che la renna affretti di più, si mette sulle sue ginocchia, e con certi suoni, o parole le fa animo, e volendo che si fermi tira la briglia da dritta a manca, ed essa ubbidisce sull’istante. Quando la renna si ostina, o vuol fuggire, se il Lapone viaggia in compagnia d’altri, dà la sua briglia al conduttore della slitta che lo precede, il quale l’attacca alla slitta sua; e la renna è forzata così a procedere avanti. Mirabile poi singolarmente è l’industria de’ Laponi in dirigere le renne nella discesa de’ più scoscesi monti. Ove la discesa è tanto ripida da equivalere ad un precipizio, sicchè la slitta potrebbe correre sulle gambe della renna: per ovviare a tale inconveniente il viaggiatore attacca al di dietro della slitta una corda, la quale egli annoda alle corna dell’animale, che viene così a moderare la calata della slitta, la quale scivola pel proprio peso. Ingegni simili, variati, all’uopo usano i Laponi nel dirigere le renne, che attaccano alle altre tre sorti di slitte già mentovate. Del rimanente, se come molte volte succede, la neve è sì alta, che la renna non può aprirsi la strada attraverso della medesima, o che vi si affonda sino alla pancia, il viaggio per necessità diventa lento e penoso. Ma comunemente quando la strada è buona e ben battuta, e che la slitta non ha da rompere la neve, ma puramente da scorrervi sopra, la renna fa cinque a sei leghe all’ora. Ma ciò basti.

CAPO XVII.

_Proseguimento della navigazione sul Mar-glaciale. Golfo delle Balene. Isola della Have-Sund, il più orribil sito, che possa vedersi. Isola Mageron. Arrivo al Capo-Nord. Descrizione di questo promontorio._

Entrati adunque nel nostro battello noi passammo il Whaal-Sund, ossia il golfo delle Balene. Esso era agitato da una violentissima correntia, e dal venticello gagliardo che soffiava in una direzione contraria alla nostra gita.

Le balene recansi in gran numero in quel golfo; e in que’ mari, per quanto ci si disse, sono comunissime. Ma quantunque le nostre genti ci assicurassero che non aveano mai passato quello stretto senza averne vedute otto o dieci, noi non ne incontrammo nessuna. Smontammo abbordando alla casa di un mercante posta in un’isola presso l’Have-Sund. Ardisco dire che quella era la più orrida abitazione di tutta quanta la contrada. Il terreno del contorno non avea un solo albero, nè un solo cespuglio, nè un filo d’erba: nè vi si vedeva che nude rupi. L’abitatore di quel luogo non avea nulla, se non ne andava a cercare ben lungi; e così era persino della legna da scaldarsi. In quel luogo il sole stava assente dall’orizzonte per quasi tre mesi, di modo che senza le aurore boreali, che spargono una luce utilissima agl’indigeni, que’ miserabili rimarrebbonsi sepolti nelle tenebre più profonde. Che soggiorno d’orrore per un abitante della zona temperata, se fosse condannato a passarvi la vita! L’amor del guadagno, e quello della pescagione, vi fissano nondimeno alcuni individui.

[Illustrazione: _Tav. III._ — VEDUTA DEL CAPO NORD]

Del rimanente più che si accosta al Capo-Nord, più la Natura sembra infoscarsi; la vegetazione debolissima, che fa ogni suo sforzo sulla superficie della terra, immantinente perisce, e non lascia presso di sè che rupi scarnate.

Continuando il nostro viaggio lasciammo alla sinistra lo stretto formato dall’isola deserta detta Mageron, e dal continente. Alla nostra destra aprivasi la vasta estensione dell’Oceano-glaciale; ed a mezza notte precisa arrivammo finalmente all’ultimo punto dell’Europa, cognito sotto il nome di _Nord-Cap_, o _Capo-Nord_.

Questo Capo-Nord, oggetto formidabile di una temerità vittoriosa di tanti ostacoli, di tanti pericoli, e di tante fatiche; scopo veramente colossale di un viaggio tanto lungo, intrapreso pel solo piacere di toccarlo, e perchè fosse detto una volta senza impostura che gli uomini non si erano arrestati se non dove era loro mancata la terra; il Capo-Nord presentandosi a’ nostri sguardi s’impadronì di tutte le nostre facoltà. Al suo aspetto la nostra immaginazione si separò da tutto quello che la nostra vita si lasciava alle spalle; e il mondo non fu più per noi che in questo confine della terra. Il nostro orgoglio si fece grande per la riuscita avuta; ci trovammo spettatori della nostra propria audacia; e calpestando codesto suolo, che nissuno prima di noi avea calpestato, pareaci di camminarvi sopra, non da uomini, ma da creatori. — Ah! questo delirio ben presto svanì. La malinconia, la tristezza cupa e profonda succedettero al nobile entusiasmo del nostro trionfo. Le rupi senza ornamento, il terreno senza vegetazione, l’aria senz’abitanti ci dissero ben chiaramente che tanta costanza, tanti sudori, tante cure ed ansietà non aveano servito che a condurci ov’è la tomba della Natura.