Viaggio a Costantinopoli (1609-1621)
Part 8
Il Re è obbligato, per Canon dell'Imperio, il primo giorno del suo Bairano, che è il Carnevale, cioè finito il Ramazano, che è la quadragesima, lasciarsi vedere in pubblico, e baciar le vesti da tutti li grandi ed altri di suo servizio. Però quel giorno, all'alba, vestito superbissimamente ed ornato delle più belle gioie che abbia, esce della porta del suo Serraglio, cioè di quella terza, guardata dalli suoi Eunuchi, in una certa piazzetta subito fuori del porticale, dove è accomodata sopra un tappeto persiano di seta ed oro una ricchissima sedia; si pone a sedere, e si ferma fino che da tutti gli vengono baciate le vesti in segno di riverenza, tenendo il Bassà primo Visir accanto, che gli dice il nome di quelli che gli pare, perchè siano conosciuti da lui, ammaestrandolo delle cerimonie, poichè ad alcuni Dottori della legge graduati si leva un poco, per riverirgli ed onorargli, ad altri fa anco salutazioni più affettuose degli altri e del suo ordinario; e finita la cerimonia, va alla moschea di Santa Sofia, accompagnato da tutti a cavallo, e nel ritorno licenziandosi si ritira alle sue stanze, dove desina solo al suo solito, facendo quel giorno nella stanza del Divano banchetto solennissimo alli Bassà ed altri grandi, e nel cortile un desinare assai lauto a tutti quelli che l'hanno accompagnato e che si trovano presenti. Manda poi la Maestà Sua, tenendo osservato il costume ordinario, a presentare al primo Visir una bellissima vesta foderata di preziosissime pelli, e facendo il medesimo con gli altri Bassà, ed altri grandi della Porta di vesti assai inferiori, continua con tutti gli altri Agalari, con tutte le Sultane, e con molti altri del Serraglio a far loro buona mano, dona a chi vesti, a chi spade, ed alle donne fornimenti d'oro gioiellati d'importanza; e la notte di quelli tre giorni del Bairano, che non sono più, resta fornito tutto il carnevale, fa fare dimostrazioni, espugnazioni di città con lumi e fuochi artificiali, che durano a giorno: li quali sono goduti dalle Sultane, ritirandosi la Maestà Sua con esse per vederli e goderli, e stare in continui tripudii. A queste feste sono convitate tutte le Sultane di fuori, le quali vanno a portar presenti al Re ed a riceverli; anco in questi tre giorni viene presentato all'incontro da tutti li Bassà ed altri grandi, e li presenti che gli vengono fatti sono di molta considerazione, perchè uno a gara dell'altro si sforza di dar nell'umore al Re. E le Sultane ancora non mancano di far il debito, ma di camicie, di fazzoletti, braghesse ed altre cose simili, di vaghezza e bellezza indicibile, delle quali poi ordinariamente si serve la Maestà Sua.
Il medesimo Bairano di tre giorni si fa per tutta la città ed in tutte le case, nè altro si vede per le strade che biscoli di diverse sorte, sopra i quali gli uomini si scapricciano a farsi lanciare in aria per festa e trattenimento; nel qual tempo, essendo il popolo molto licenzioso, riesce pericolosissimo ai Cristiani ed Ebrei il transir per le strade, perchè vogliono danari, e non ricevendone, pieni di vino ed insolenti fanno brutti scherzi, come il medesimo segue in un altro loro Bairano, chiamato piccolo.
Per aver diverse volte fatto menzione del Serraglio vecchio, il quale è dipendente accessorio e parte di quello del Re, sarà bene distintamente toccare con poche parole la sostanza. Questo è un Serraglio amplissimo, tutto serrato di muraglia altissima e fabbriche capacissime di molte persone, perchè passerà bene uno e più miglio italiano di giro, situato in una bellissima parte della città; e fu il primo Serraglio che fabbricò Memet secondo per abitarvi, quando prese Costantinopoli, con tutta la sua corte. È serrato con una sola porta doppia, serrata e guardata da una compagnia di Eunuchi bianchi. Nel qual mai entrano uomini, se non per portarvi le cose necessarie, ed entrando non vedono mai le donne che vengono levate, per non dir scacciate, dal Serraglio del Re, cioè le Sultane che sono state donne degli Imperatori morti, quelle che per alcuna mala disposizione del Re o delle Sultane che stanno con i Re, loro sono cadute in disgrazia, ed altre difettose, e così di mano in mano soggetti di questa considerazione: le quali tutte vengono governate da una maggiordoma vecchia la quale ha la cura di vedere che siano conformi all'uso, in abbondanza, che abbiano il suo vivere e vestire, il suo stipendio, ben spesso diminuito assai di quello che avevano prima; ma però quelle che sono state Regine e Sultane vivono fuori del comune nelli suoi appartamenti, con servitù e comodità onorata, se bene siano in poca grazia del Re. Questo hanno di buono, che la maggior parte di dette Sultane, non compresa la Regina, possono esser maritate ed uscire al modo loro, ma però con il beneplacito del Re; e questi matrimoni sono trattati per lo più da Eunuchi che le hanno in custodia con la maggiordoma; e maritandosi portano seco tutto quello che si trovano aver di rubato e ben guardato; perchè nell'uscire che fanno del Serraglio del Re, se hanno qualche cosa bella e preziosa che si sappia, gli viene levata dalla Cadum e restituita al Re. Però se hanno valsente di roba, secretamente danno fuori la fama, perchè alcuni soggetti di considerazione si dispongano a farle dimandare e promettendogli buona dote.
In detto Serraglio sono tutte le comodità necessarie, giardini, fontane e bagni bellissimi, ed il Re vi tiene un appartamento di tutte le cose, per andarvi alle volte a visitare li parenti, e particolarmente l'ava scacciata dopo aver tanti anni dominato assolutamente, sotto il marito e sotto il figliuolo, si può dire tutto l'Imperio.
Il vivere per le donne di detto Serraglio è assai parcamente assegnato di tutte le cose necessarie: e se non avessero da consolarsi del suo, alle volte la farebbono male. Però si trattengono con il lavorare, cavando da ciò molto utile col mezzo di diverse Ebree, che gli servono di mezzane per tal servizio.
Ed è da sapere come li Turchi possono tenere da sette mogli con li _Chiebini_, e quante schiave vogliono, e li figliuoli così di mogli come delle schiave sono tutti veri e legittimi alla successione ed eredità della roba: anzi che li figliuoli delle figliuole degli Imperatori non possono per Canon ascendere a maggior grado che di Sangiacco, o di Capiggi Bassi che è capo de' portonieri, per esser tenuti bassi e come parenti della Corona non atti a far rivoluzione; e se vi sono fratelli, cioè figliuoli del marito, fatti con le schiave, questi possono riuscire grandi e Bassà senza alcun rispetto, perchè non sono del sangue Imperiale; e da qui nasce che sovente si veggono li figliuoli d'un Bassà, che abbia avuto Sultana per moglie, in grado minore, perchè il nato di schiava domina il nato di Sultana.
Possono ancora ripudiare l'une e l'altre per diverse cause disposte nella loro legge, e massimamente quando non possono adottargli insieme; e se l'uomo ripudia, è obbligato pagargli la dote promessagli, e se la donna ripudia l'uomo, non la può conseguire, ma si parte con quanto ha portato del suo in casa del marito.
Quanto poi alle schiave, se figliano, non possono esser vendute, ma si intendono membri della famiglia, nella quale hanno da vivere sin alla morte; se riescono sterili, possono esser vendute e passare di mano in mano a quante case comporta la loro fortuna, avvertendo che i Turchi possono comprare d'ogni sorta di schiavi di tutte le religioni, e servirsi d'essi in tutte le cose che loro torna comodo, dall'ucciderli in poi, quello che non possono far li Cristiani e gli Ebrei, che non hanno libertà di comprare altro, o altre. Essendo per questo effetto un _Bisisten_, cioè un luogo di mercato pubblico in Costantinopoli, nel quale a pubblico incanto ogni mercoledì si vendono e si comprano schiavi di tutte le sorte, ed ognuno vi concorre liberamente a comprare secondo il suo bisogno, chi per balie, chi per serve, chi per uso d'altri suoi capricci, poi di quelli che si servono di schiave nella sensualità non possono essere dalla giustizia castigati, come farebbono se li ritrovasse con altre donne libere e turche; e particolarmente questi schiavi si comprano e si vendono come si fanno gli altri animali, perchè sono esaminati della persona e della patria, e venduti e rivenduti in diverse parti per non essere ingannati, come si fanno tanti cavalli, comprando le madri con li figliuoli, e li figliuoli senza le madri, e li fratelli uniti e separati, senza timore di amore, d'onore, d'onestà alcuna, ma solo di quel modo che torna comodo al compratore e venditore. E quando è vergine e bella, è tenuta in molto prezzo, pagandola più delle altre: per sigurtà della qual condizione è obbligato il venditore non solo alla restituzione del prezzo, quando fosse trovata non vergine, ma resta anco per la fraude condannato: e vi sono per questo mercato li sensali ordinarli come di cosa ordinaria mercantile. Nel detto _Bisisten_ sta l'Emin, cioè il daziero, il quale ha la cura di riscuotere il dazio dalli venditori e compratori; d'essi la Porta sente più che onesto utile.
Li Bassà ed altri soggetti, zii o cognati delli Imperatori, non hanno per tal parentela alcuna domestichezza con la Maestà Sua più di quello che comporta il carico che hanno, ma si conservano schiavi come gli altri e con maggior servitù, perchè nell'uso delle donne perdono si può dire la libertà, essendo obbedienti alle Sultane, e liberandosi da tutte le altre schiave e mogli se ne avessero, sopportando con gran pazienza le loro imperfezioni: e per tal causa pochi Bassà di riputazione e di concetto desiderano tali matrimonii, perchè gli riescono di grandissimo dispendio, ed altrettanta servitù. Ma quando il Re comanda, convengono come schiavi obbedire e sottoporsi.
La cerimonia dei matrimonii fra Turchi non è altro che fare alla presenza del Cadì, che è il giudicante, un oggetto, cioè uno stromento per mano di notaro pubblico, della volontà delli contraenti, con specificazione della dote che fa il marito alla moglie; e ciò viene fatto alla presenza di testimoni degni di fede e giuridici, perchè in Turchia non si ammette ogni sorte di persone a testimoniare, ma solo uomini che sono liberi, di età idonea, che sappiano far l'orazione della legge, e conosciuti di buona e onesta condizione. Con tutto ciò che in Turchia, particolarmente in Costantinopoli, è maggior quantità di testimoni falsi che in qualsivoglia parte del mondo: anzi che una certa sorte di Emini, cioè quelli che pretendono essere della discendenza di Maometto, che portano la tocca verde, ed altri Cadì dismessi, di bassa condizione, sono quelli, che per danaro usano far simili tristezze: da che nasce l'ardire nel levare le avanie, e nel sostentarle con molta facilità ad uno dei poveri Cristiani, o liberi, ed anco di loro medesimi, secondo l'occasione, perchè essendo li Turchi per natura avari, e senza timore di Dio, intenti per lo più alla rapina, non la sparagnano quando possono a qualsivoglia persona, sia di che condizione si voglia. Però il contrattare con loro riesce pericoloso, per avere facile il modo del liberarsi con l'inganno di ogni sorte d'obbligazione, consistendo tutta la giudicatura nella forza della probazione, quale conviene esser fatta da soggetti musulmani, dove interviene il Turco.
Poichè si è toccato e parlato delli ministri della religione, per non tralasciare anco questa curiosità, brevemente si narrerà l'instruzione d'essa, e le cerimonie, e la condizione dei suoi ministri.
Credono li Turchi in Dio onnipotente, creatore de l'universo, e grazioso redentore di tutti li buoni nel giorno del giudizio, che stia nel cielo supremo servito dagli angeli speciosi, avendo ab eterno scacciati li mali ed inobbedienti, per li quali, come anco per le male umane creature abbia formato l'inferno. E come affermano esservi la vita eterna in questi due luoghi, paradiso ed inferno, così aspettano e confessano la risurrezione dei corpi, ed unirsi alle anime al tempo del suono di quella orribile tromba, che sarà fatta sonare da Maometto per comandamento del grande Iddio il giorno del giudizio.
Credono che la vita eterna in paradiso, essendo luogo di gaudio e consolazione, non avendo quel lume di spirito e di dottrina concesso ai fedeli credenti, sia una tal felicità che in altro non consiste che nelle delizie e nelli piaceri del senso, cioè un uso delle cose naturali in tutta perfezione senza differenza, senza stenti, e senza fatica; e che all'incontro nell'inferno l'uso delle predette cose sia nel fuoco indeficiente, con amarissimo gusto, e nausea. E questo è tutto il premio che attribuiscono al bene, e la pena che dicono aspettare alli tristi, in retribuzione in quanto ad umani operano.
Dicono poi esser tal l'onnipotenza di Dio, che nella creazione dell'anime avendoli prefisso e assegnato il fine, così è irreparabile all'arbitrio e provvidenza umana il divertirlo; però nei pericoli delle guerre ed in altri accidenti sono più degli altri arditi, curiosi e intrepidi.
Affermano l'ampiezza grande dei cieli che sono di diamanti, rubini, turchine e cristallo: e che i corpi risuscitati saranno trasparenti, più agili, più atti in un momento a passar da un cielo all'altro, e trasferirsi in lontanissime parti per visitare ed abbracciare le mogli, le madri, li fratelli, ed altri parenti.
Del trono di Dio, presente a tutto quello, e dell'assistenza per servizio degli angeli e profeti, rappresentano quello di che è incapace il senso e l'intelligenza umana, affermando che non possa essere veduto così facilmente da tutti per la lucidezza dei raggi che gli usciranno dagli occhi, per lo gran splendore che manda fuori della sua faccia: e che solo gli angeli e profeti hanno grazia di tal fruizione.
Questi sono li fondamenti principali della loro credenza, sopra i quali fabbricano il corso della vita loro temporale e corruttibile, per conseguire la eterna e felice ed affermata dal Profeta esser ripiena di tutte le delizie di questo mondo, usate di tutta eccellenza e perfezione con modo soprannaturale e incorruttibile.
Dicono che sono stati quattro li Profeti mandati da Dio nel mondo per istruire, reggere, e salvare il genere umano, e tutti uomini santi, giusti, ed immacolati, cioè Moisè, David, Cristo e Maometto; che a tutti mandò Iddio per mano degli angeli un libro perchè sapessero istruire i popoli, a Moisè l'_Heurat_, cioè la Legge vecchia, a David _Zebor_, cioè li Salmi, a Cristo _Ingit_, cioè il Vangelio, ed a Maometto il _Turcan_, cioè l'Alcorano; che li tre primi Profeti con li popoli da loro retti non erano per esser vissuti nella legge data a loro da Dio, ma che essendo venuto per l'ultimo Maometto per salvar tutti con una legge candida, sincera, e veridica, per acquistare l'amor di Dio, non hanno creduto, e tuttavia continuano nell'errore, le nazioni che suggendo il latte materno non si sono accostate alla verità; e che per tal mancamento essendo prive _ipso iure_ del cielo, avranno bisogno nel giorno del giudizio, si doveranno per grazia, della protezione di Maometto, unico intercessore e mediatore appresso il grande Iddio; il quale, stando alla porta del paradiso in quel tremendo giorno, sarà pregato dagli altri Profeti ognuno per la salute delle loro nazioni; che sarà così potente e benigna la volontà di lui, che intercederà con il Salvatore la loro salute, sì che li buoni Cristiani e li buoni Ebrei conseguiranno gli uni e gli altri della vita eterna, nelle delizie perpetue sensuali come si è detto, ma in luogo separato ed inferiore ai Turchi, come privilegiati e cari sopra gli altri a Dio. Le donne saranno anco elle ammesse in cielo, ma in luogo inferiore agli uomini, con minor gloria.
Tutti li Profeti sono tenuti da loro in gran venerazione. Chiamano Moisè _Chieli Massol_, cioè parlatore con Dio, Cristo, nominato anco Messia, _Rullulah_, cioè spirito di Dio, e Maometto _Ressolah_, cioè nuncio di Dio. Quando parlano di Cristo, dicono tutto quel bene che si può dire d'un uomo eletto da Dio per la salute del popolo: confessano che per invidia fu preso dalli Ebrei e che però loro per malignità lo fecero condannare e lo condussero al patibolo della morte per esser crocifisso: ma che essendo stati mandati da Dio gli angeli in una chiusa nube, fosse stato rapito e portato in cielo, e che detti Ebrei confusi presero uno di loro e lo crocifissero in luogo di lui, divulgando che quel tale era il Messia, che però si ritrovava in compagnia delli altri suoi fratelli in cielo, amandosi, e nel servizio di Dio.
L'uso ed esercizio della loro religione, o per dir meglio setta, o confusione, è questo. Hanno il Muftì, che vuol dire dichiaratore delli casi di coscienza, il quale rappresenta fra di loro il capo della religione come fra i Cristiani il Pontefice, qual sempre è uomo versato nella legge e consumato nei carichi, ed eletto dall'Imperatore ha carico di soprastare ed intendere tutte le cose pertinenti alla legge ed al culto di Dio; e se bene assolutamente non comanda alli altri Muftì delle altre Provincie, non di meno con la sua accortezza opera con il Re le cose secondo la sua intenzione, massime quando non ha contrario il primo Visir, che per grado di dignità ed autorità è superiore a lui. Sotto detto Muftì sono due Cadì Leschieri, che vuol dire giudici delli esercizii, cioè uno della Grecia ed uno della Natolia, i quali essendo anco essi uomini dell'ordine di quella legge, ed atti ad essere Muftì, hanno cura di tutti gli altri Cadì, cioè giudicanti, che vanno per la città ed altri luoghi a giudicare ed amministrare giustizia, e li mandano e mutano, finito o non finito il triennio ordinario per uno della risedenza, con la parola del Gran Signore, come più gli piace. E questo è quell'ordine dei soggetti che fra i Turchi naturali stanno più uniti e che hanno gran forza appresso il Re, ed il primo Visir. Fra detti Cadì sono anco li suoi ordini, cioè quelli della prima classe nelle città principali, e son nominati _mollà_, che vuol dire signori, e gli altri di mano in mano secondo le loro virtù e condizioni, cavando il loro stipendio dalle amministrazioni del carico, in modo che nei libri che stanno nelle mani di detti Cadì Leschieri sono tutte le tanse delli Cadì, che si sa di che utile che è d'ogni residenza, non passando la maggiore di fermo cinquecento aspri il giorno. Questo ordine fra gli altri ha questo privilegio, di non esser fatto morire, e se pur d'alcuno stravagantemente occorresse accidente di farlo, poi che l'assoluta volontà del Re non è mai quando vuole obbligata alla legge, ciò viene eseguito molto cautamente e secretamente, il che riesce rarissime volte. Ma il Muftì e i Cadì Leschieri vengono mutati quando piace al Re, se bene l'ordinario par che sia di due in tre anni, dipendendo la fortuna dal sapersi bene conservare in grazia del primo Visir. Tutti questi portano il turbante in testa molto maggiore delli altri e con altre piegature, in segno di dovere essere sopra gli altri riveriti; e se bene vestono l'abito ordinario e comune, è in questo molto differente, perchè usano il ciambellotto bianco ed il panno, e poca seta. Il carico principale delli Muftì è di rispondere alle proposizioni che gli vengono fatte, le quali sono delle materie in generale sopra li casi concernenti l'obbligo di coscienza e del rito giudiciale e legale, le cui risposte che sono di poche parole e brevissime, le chiamano _fetfa_, che vuol dire caso; e con questa decisione, quando il caso particolare è compreso in essa, si può costringere non solo tutti li giudicanti e li Bassà, e la medesima persona reale, all'esecuzione, perchè non facendo, caderebbono in pena di lesa maestà di ciò. Hanno appresso parte in tutte le deliberazioni di guerra e di pace, perchè tutto si fa con fine di ampliare la loro setta in onor del Profeta; e la sua risposta è grandemente e molto stimata, perchè viene sostentata da tutto l'ordine delli Cadì per lo più ostinatamente. Hanno appresso li governatori delle moschee chiamati _Mutaueli_ con gli _Iman_, che sono come piovani, e i _Messini_ come chierici, li quali tutti assistono al governo ed all'amministrazione delle loro moschee. Questi chiamano il popolo all'orazione, leggono alle sepolture dei morti, seppelliscono, ed infine fanno tutto ciò che occorre al culto ed al servizio di esse per comodo del popolo.
Le loro orazioni nelli giorni di festa sono cinque e nel venerdì giorno dominicale, le quali sono fatte così nelle moschee come nelle strade ed anco per le case, cioè la mattina innanzi giorno, a mezzogiorno, a vespero, la sera, e alla quarta della notte e a tutte l'ore e a terza il venerdì, che è chiamato tutto il popolo, per tutte le contrade, da una o due voci altissime in luogo di campane, sopra un campanile o torre posta vicina alla moschea, onestamente alta, dalla quale si dà segno con dette voci di laude a Dio ed a Maometto dell'ora, a fine ognuno che volesse possa prepararsi per far e per far andare all'orazione: e perchè li Messini che gridano non hanno nè sentono orologi, usano di adoperare l'ora di sabbione, con la quale si reggono così in questo come nel resto delle altre loro operazioni.
Nelle moschee grandi stanno li _Mudetis_ che sono come lettori, li quali insegnano a diversi scolari l'orazioni e l'amministrazioni delle moschee e sono pagati dell'entrate d'esse.
Le condizioni di quelli che hanno da far l'orazione sono di mondizia corporale; solamente, non essendo lecito ad alcuno d'entrare nelle moschee nè di orare quando si trova con qualche sorta di polluzione carnale e naturale, sia di che condizione esser si voglia, per minima e necessaria che sia, però di mondificarsi, ogni uno è obbligato a lavarsi nella stufa, se di commercio carnale, o con acqua, se d'altra sorte, abbondando per ciò tutta la città ed altri luoghi di stufe pubbliche e private, e le moschee in particolare, per servizio dei poveri, di fontane bellissime ed amplissime. Mondificati ed entrati nelle moschee, il principale Iman che è il piovano va a far l'orazione e tutti li circostanti l'imitano, perchè da se la maggior parte non sapria fare. Le dette orazioni consistono nell'elevazione di genuflessione, e nel toccarsi sovente ora gli occhi, ora le braccia, ed alle volte il capo, dicendo alcune parole di laude a Dio e al Profeta: e sono fatte stando in terra sentati secondo il loro costume e le gambe incrociate; e perciò nelle moschee sono le stuoie dappertutto, ed in alcuni luoghi qualche tappeto di lana per qualche soggetto di condizione. Le dette orazioni, secondo le ore, sono diverse fra loro, e più lunghe e più brevi, nè alcuna arriva al tempo d'una ora; solo quelle della sera in tempo di Ramazano, che è di quadragesima, sono più lunghe delle altre, e si farà in canto di quella voce che è la guida, cioè di qualche Iman o Messetto che sia stimato valoroso, come si stima fra noi li musici: si userà anco la predicazione del venerdì. In tempo di Ramazan, e quando vogliono pregare per qualche felice successo o maledire alcuno ribello, hanno in costume di far le processioni per le contrade, a due a due, senza torcie o altro in mano, laudando il nome di Dio; e di leggere alcune loro orazioni lunghissime tutte in una giornata, per diverse mani applicate a quel tal soggetto, stimandolo allora maledetto.
In occasione dei travagli gravi sogliono con la pubblicazione nelli luoghi pubblici convocare tutti li grandi e il popolo ad orare in compagnie a questo destinate, imitando il popolo Ebreo; e raunatisi, dei loro santoni di estimazione di santità fanno sermoni efficacissimi ed esortationi alla fortezza, alla pazienza ed all'amor e timor di Dio; e se li travagli continuano, aggiungono le orazioni delle quaranta ore e quaranta giorni nelle moschee principali degli Imperatori, le quali vengono fatte da una mano di uomini applicati al servizio d'esse, come appresso di noi sono li chierici; e questi nè in abito nè in costume sono differenti dagli altri, conciossiacosachè principiando dalli Muftì fin a questi inferiori tutti vestono l'abito ordinario e possono maritarsi e tenere quante schiave vogliono per suo gusto e piacere.