Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

Part 9

Chapter 93,693 wordsPublic domain

Avevo trecento cuochi per prepararmi il mio mangiare; abitavano essi in convenienti baracche alzate intorno alla mia abitazione ove vivevano insieme con le loro famiglie, e mi preparavano due piatti per ciascheduno. All'ora del mio pranzo io mi prendeva in mano trenta de' miei camerieri e li collocava sopra la tavola; un centinaio d'altri stavano servendomi a' piè della tavola stessa, chi tenendo vivande, chi barili di vino e liquori che lor pendeano dalle spalle; i camerieri che stavano sopra la tavola tiravano su d'essa queste cose con giudiziosissimi congegni di corde simili a quelle di cui ci serviamo in Europa per tirar fuori i secchi dai nostri pozzi. Un piatto delle loro vivande faceva una buona boccata, come una ragionevole sorsata un de' loro barili di vino. I castrati di quel paese cedono in bontà ai nostri, ma il manzo è squisito. Mi capitò una volta un lombo sì grosso che dovetti farne tre bocconi per mangiarlo; fu per altro un caso raro. La mia servitù rimaneva attonita al vedermi mangiare questi grossi animali e fin le loro ossa come da noi si mangia una coscia d'allodola. Le loro oche, i loro gallinacci me li mangiavo in una boccata, e devo dire che erano di gran lunga migliori de' nostri. Quanto agli uccelli di becco gentile, io ne infilzava le ventine e le trentine su la punta del mio coltello.

Un giorno l'imperatore, essendo stato informato del mio modo di vivere, _desiderò aver la fortuna_, mi valgo delle stesse parole che si degnò profferire, _di venire a pranzar meco_ egli, la sua imperiale consorte ed i principi del sangue d'entrambi i sessi. Vennero di fatto e li collocai tutti seduti nelle loro sedie di stato, circondati dalle loro guardie, su la mia tavola rimpetto a me. Vi era pure Flimnap, il gran tesoriere, con la bacchetta bianca della sua carica, e notai che mi volgea certe occhiate torve; pure fingendo non accorgermene, continuai a mangiare d'un appetito che faceva onore alla mia cara patria e rese ammirata tutta quanta la corte. Ho qualche particolare motivo per credere che questa visita di sua maestà offrisse a Flimnap una opportunità di prestarmi mali ufizi presso del suo padrone. Costui era sempre stato il mio segreto nemico, benchè in apparenza mi facesse più finezze di quante se ne poteano solitamente aspettar dalla disamenità del suo carattere. Egli non si stancava di far rimostranze all'imperatore su lo stato piuttosto esausto del suo tesoro, su la necessità in cui era di cercar danaro con grave scapito sopra le cedole dello scacchiere che perdevano un nove per cento al di sotto del pari; gli diceva ch'io era costato a sua maestà un milione e mezzo di _sprug_ (la loro più grande moneta d'oro, della grossezza circa di una paglietta); in somma, la finiva concludendo che sua maestà avrebbe fatto ottimamente cogliendo la prima occasione di disfarsi di me.

Mi corre qui il dovere di risarcire l'onore di un'ottima dama che soggiacque innocentemente a di ben gravi molestie per ragion mia. Era saltato al gran tesoriere il ghiribizzo di essere geloso di sua moglie, e ciò produssero alcune male lingue col mettergli nelle orecchie ch'essa aveva presa una violenta passione per me; la maldicenza cortigianesca andò per qualche tempo al segno di vociferarsi che una volta ella era venuta segretamente a trovarmi in mia casa. Fu questa un'infamissima impostura, priva d'ogni fondamento, e quanto v'ha di vero si è unicamente che sua eccellenza, la signora grande tesoriera, mi dava grandi contrassegni di confidenza e d'amicizia, ma sempre ne' termini della più stretta onestà. Confesso che venne spesse volte in mia casa, ma pubblicamente e con tre altre persone nella sua carrozza, le quali erano per solito una sua sorella, una giovinetta sua figlia ed una terza signora di sua intima conoscenza; e ciò praticavano parimente altre dame di corte, e me ne appello a tutta la gente di mio servizio, perchè dica se ha mai veduta dinanzi alla mia porta una carrozza senza conoscere le persone che ci stavano entro. Ogni qual volta si davano di questi casi, ed appena un mio servo veniva ad avvertirmene, io correva sempre alla porta, e dopo avere usati i miei convenevoli ai visitatori, mi prendeva in mano con tutto il riguardo la carrozza e un paio di cavalli (erano carrozze a tiro da sei, ma il postiglione staccava gli altri quattro cavalli), e mi portava tutte queste cose su la mia tavola, intorno a cui io aveva congegnato un parapetto, alto cinque dita, da mettere e levare per andar contro a tutte le possibili disgrazie. Quante volte su questa mia tavola ho avute sin quattro carrozze piene di persone, ed io me ne stava seduto sulla mia scranna con la faccia parallela ad esse.

Mentre io dava udienza ad una brigata, i cocchieri conducevano gentilmente a passeggiare intorno alla tavola le altre carrozze. V'accerto che, conversando in tal modo, ho passati dei gradevolissimi dopopranzi. Ma sfido il gran tesoriere ed i suoi due delatori (e li nominerò anche, tanto peggio per loro!) sfido i suoi due delatori, Clustril e Drunlo, a provare che alcuna persona sia mai venuta a trovarmi misteriosamente, salvo la volta che ebbi un riservato colloquio col segretario di gabinetto Redresal, e anche fu per espresso comando di sua maestà imperiale; ve l'ho già raccontato. Non mi sarei fermato a lungo su questi particolari se non si trattasse di cosa in cui era compromessa la riputazione di una gran dama per non dirvi nulla della mia. Perchè nemmen questa era salva, ancorchè avessi l'onore di essere un _nardac_, ciò che il gran tesoriere non è; tutti sanno ch'egli è unicamente un _glumglum_, titolo inferiore d'un gradino al mio; per darvene un'idea, come sarebbe in Inghilterra un marchese rispetto ad un duca; quanto all'impiego non ostante, devo confessarlo, era da più di me. Queste calunnie pertanto, delle quali venni in cognizione troppo tardi per un caso inutile qui a raccontarsi, produssero che il gran tesoriere per alcun tempo facesse cattiva cera a sua moglie e peggiore a me. Egli è vero che più tardi venne in chiaro del suo inganno, e si rappattumò con la moglie; ma l'antipatia contro di me gli durò sempre, e dovetti accorgermi che ogni giorno io calava di credito presso l'imperatore, il quale si lasciava troppo governare da questo favorito.

CAPITOLO VII.

L'autore informato d'una macchinazione ordita per accusarlo d'alto tradimento, cerca scampo nel regno di Blefuscu. — Accoglimento che vi trova.

Avanti di dar conto al leggitore della mia partenza da Lilliput, è prezzo dell'opera l'istruirlo della segreta cabala che si stava macchinando da due mesi a mio danno.

In tutta la mia vita sin qui trascorsa io non poteva aver pratica delle corti; dalle quali mi tenea lontano la bassezza della mia condizione: certo io aveva udito quanto bastava intorno al poco che c'è da contare su la buona grazia dei potenti, ma non mi figurava mai di provare i terribili effetti delle disposizioni del loro animo in sì remota contrada; governata con massime tanto diverse da quelle d'Europa.

Io stava apparecchiandomi per un viaggio a Blefuscu a fine di ossequiare, come lo aveva promesso, quel monarca, quando una notte si presentò alla mia casa segretamente, entro una bussola chiusa, un personaggio spettante alla corte, al quale io avea resi buoni ufizi mentre era caduto in disgrazia presso sua maestà imperiale. Non mi fece dire il suo nome quando mandò a chiedermi un privato intertenimento. Licenziò i facchini appena fu dinanzi alla porta della mia casa, ed io per maggior cautela mi posi la bussola e sua signoria, che vi era chiusa, in una tasca del mio giustacuore ordinando ad uno de' più fedeli miei servi di dire a chiunque volesse vedermi ch'io era indisposto di salute e andato a coricarmi. Assicurata indi la porta, posi secondo il solito la bussola col visitatore sopra la tavola, e mi ci assisi a canto. Terminati i soliti complimenti, m'accorsi che l'aspetto di sua signoria era alquanto stravolto, onde gliene chiesi il motivo.

— «Armatevi, egli disse, di pazienza nell'ascoltarmi, perchè le cose che sono per dirvi concernono grandemente l'onor vostro e la vostra vita».

Vi ripeto parola per parola il discorso ch'egli mi tenne perchè ne feci notazione, appena mi ebbe lasciato.

— «Avete a sapere che parecchie giunte secrete del consiglio si sono andate convocando da qualche tempo, e che solamente da due giorni in qua il sovrano è venuto ad una definitiva risoluzione.

«Già vi sarete accorto che Skyresh Bolgolam (_gulbet_ o sia grande ammiraglio) si chiarì vostro mortale nemico, quasi appena foste arrivato fra noi. Quali fossero da prima i suoi motivi, lo ignoro, so che il suo odio s'accrebbe a dismisura pel vostro glorioso successo su la flotta di Blefuscu, successo che, come vedete, annebbiava di molto la gloria del medesimo nella sua qualità di grande ammiraglio. Questo gran dignitario e, d'accordo con lui, Flimnap, il gran tesoriere, la cui inimicizia contro di voi è notoria per le ciarle sparsesi intorno a sua moglie, il generale Limtoc, il gran ciamberlano Lalcon ed il gran giudice Balmuff, tutti questi hanno compilato gli articoli di un atto d'accusa che vi qualifica reo d'alto tradimento e d'altri capitali delitti».

Questo preambolo ad un uomo come me, che non aveva nulla nella mia coscienza da rimproverarmi, e che sapeva d'aver fatto del bene allo stato, mi fece tanto perdere la pazienza che era lì per interromperlo; ma sua signoria mi pregò, mi supplicò persino che la lasciassi dire, e procedè nel suo discorso così.

— «Caldo della riconoscenza che per tanti titoli vi professo, mi sono informato di tutti gli atti del processo segreto istituito contro di voi, e mi sono persino procurato una copia degli articoli di accusa, che è qui. Vedete che per servirvi da amico metto a repentaglio la mia testa».

Mi fece dunque la lettura dei seguenti

ARTICOLI D'INFORMAZIONE

CONTRA

QUINBUS FLESTRIN (m'aveano battezzato così) _alias_ L'UOMO MONTAGNA

ART. 1

Considerando che, in conseguenza di uno statuto emanato sotto il regno di sua maestà Calin Deffar Plune, chiunque ardirà orinare ne' precinti dell'imperiale palazzo sarà soggetto alle _pene_ e _penalità_ fulminate contra i rei d'alto tradimento, e che il detto Quinbus Flestrin, in onta della suddetta legge e sotto pretesto di estinguere un incendio accesosi nell'appartamento di sua maestà la nostra dilettissima imperiale consorte, diede maliziosamente, proditoriamente, diabolicamente corso alle sue orine, e spense infatti l'incendio accesosi nel suddetto appartamento, posto e giacente entro i precinti di questo imperiale palazzo, contra gli statuti e provedimenti emanati in simili casi, ec. contra il dovere, ec.

ART. 2

Che il detto Quinbus Flestrin avendo condotta prigioniera in questo imperiale porto la nemica flotta di Blefuscu, e comandato in appresso da sua maestà imperiale d'impadronirsi di tutto il rimanente del navilio del detto impero di Blefuscu e di ridurre quel reame in provincia da essere governata da un vicerè mandato di qui, di distruggere e mettere a morte non solamente tutti i proscritti _piattuoviani_, ma anche tutta quella parte della popolazione di Blefuscu che non avesse voluto abbiurare l'eresia _piattuoviana_ e adattarsi a mangiare l'uova rompendole dalla parte della punta, il detto Flestrin, comportandosi da fellone e traditore contra l'auspicatissima e serenissima imperiale maestà, ardì fare una rimostranza per esimersi dal prestare questo servigio col pretesto d'una sua contrarietà a forzare le coscienze e a distruggere la libertà e le vite di una innocente popolazione.

ART. 3

Che, quando certi ambasciatori della corte di Blefuscu, vennero in questa metropoli ad implorare la pace da sua maestà l'imperatore di Lilliput, il detto Flestrin con atto di assoluta fellonia e tradimento, corteggiò, blandì, confortò e festeggiò i suddetti ambasciatori, benchè li sapesse addetti ad un principe che era stato di recente aperto nemico della lodata imperiale sua maestà ed in guerra aperta contr'essa.

ART. 4

Che il detto Quinbus Flestrin, contra ogni dovere di fedele suddito sta ora apparecchiandosi ad un viaggio nell'impero e presso la corte di Blefuscu, pel quale viaggio ha unicamente ricevuta una permissione verbale da sua maestà il graziosissimo sovrano di Lilliput; e sotto il pretesto di tal permissione solamente _verbale_ ha divisato con fellonia e tradimento di far questo viaggio per potere, giunto colà, aiutare ed incoraggiare d'opera e di consiglio l'imperatore di Blefuscu stato dianzi nemico ed in aperta guerra con la prelodata imperiale sua maestà».

Ci erano alcuni altri _considerando_; i più importanti son questi che vi ho detti in succinto.

— «Nelle diverse discussioni occorse su questo argomento (continuò il mio visitatore) bisogna confessare che il monarca ha dati non pochi contrassegni di grande clemenza, ora mettendo innanzi i servigi che gli avevate prestati, ora ingegnandosi d'attenuare i vostri falli. Il gran tesoriere e il grande ammiraglio la battevano perchè foste messo ad una morte ignominosa e crudele, e ad avviso di que' signori, doveva essere di notte tempo appiccato il fuoco alla vostra casa; il generale l'avrebbe circondata con ventimila uomini armati di frecce avvelenate da scagliarvi nella faccia e nelle mani. Intanto alcuni de' vostri servi avrebbero ricevuti segreti ordini d'aspergere di sughi velenosi le vostre camicie e lenzuola, in conseguenza di che vi avrebbe invaso tal furore che vi sareste stracciate le carni di dosso, e avreste finito di vivere fra atroci tormenti. Il generale era della stessa opinione, di modo che per lungo tempo vi fu una grande maggiorità contro di voi; pure sua maestà, risoluta di salvarvi se si poteva la vita, tanto fece che tirò dalla sua il ciamberlano.

«In questa Reldresal, primo segretario degli affari privati, mostratosi in tutte le occasioni vostro vero amico, ebbe ordine dall'imperatore di dire anch'egli la sua opinione, la qual cosa egli fece, nè smentì il buon concetto che avete sempre avuto della sua propensione per voi. Convenne, bisognava fare così, che i vostri delitti erano grandi, che ciò non ostante non era tolto il luogo alla clemenza, la più commendevole fra le virtù d'un monarca, e per cui sua maestà veniva celebrata sì giustamente. Premise essere sì notoria l'amicizia esistente tra lui e voi che forse sarebbe tacciato di qualche poco di parzialità da quella eccelsa tavola di stato. _Nondimeno_, egli soggiunse, _mi si comanda di parlare; parlerò con franchezza_. Egli opinò pertanto che, se sua maestà, in contemplazione de' vostri servigi, e cedendo alle inclinazioni sue portate sempre alla misericordia, si fosse degnata risparmiarvi la vita e dar solamente ordine che vi fossero cavati tutt'a due gli occhi, egli era del sommesso parere che, mediante un tale espediente, si sarebbe soddisfatto in qualche parte alla giustizia, e tutto il mondo avrebbe applaudito alla clemenza di sua maestà ed alla generosa moderazione di quanti avevano l'onore di esserne i consiglieri. Notò che la perdita de' vostri occhi non sarebbe stata un impedimento alla gagliardía delle vostre membra, per cui avreste potuto continuare a rendervi utile a sua maestà; che la cecità porta un incremento al coraggio nascondendone i pericoli da cui siamo minacciati; che la paura appunto di perdere gli occhi fu il maggiore fra gli ostacoli da voi incontrati nel condurvi con voi al nostro porto il navilio nemico; che sarebbe stato ben sufficiente per voi il vederci con gli occhi dei ministri, tanto più che i più grandi sovrani non hanno d'altr'occhi nemmeno loro.

«Un tal partito incontrò la massima disapprovazione di tutta quanta la tavola di stato. Principalmente l'ammiraglio non fu più capace di contenersi; dato in tutte le furie esclamò: _Mi maraviglio bene che vi sia un segretario di stato il quale ardisca dire la sua opinione per salvare la vita d'un traditore_. I servigi da voi prestati erano, all'udir lui e secondo le migliori ragioni di stato, altrettante aggravazioni de' vostri delitti. Disse che se voi eravate capace di estinguere con gli sprazzi della vostra orina un incendio negli appartamenti di sua maestà, la graziosissima imperatrice... non vi so dipignere il moto d'orrore ch'egli fece nell'allegare tal circostanza... potevate bene in un'altra eventualità e con lo stesso espediente produrre tale inondazione da sommergere l'intero palazzo imperiale. E quella forza, era sempre lui che diceva così, quella forza che vi ha fatto abile a condurre nel nostro porto tutto il navilio de' nemici, un'altra volta ed al primo disgusto ch'abbiate ricevuto, vi farà abile a restituirla al nemico medesimo. Aggiunse d'avere buone ragioni per credervi un _piattuoviano_ nel fondo del cuore, e che siccome il tradimento comincia nell'animo prima di manifestarsi nelle azioni degli uomini, così vi accusava traditore dal lato de' pensieri ed instava per conseguenza affinchè vi fosse tolta la vita».

«Il gran tesoriere fu della stessa opinione, benchè le sue considerazioni fossero d'un'altra natura ed intese a dimostrare le angustie cui il carico di mantenervi riduceva le rendite di sua maestà, carico che sarebbe omai divenuto insopportabile. Biasimava altamente il partito del segretario che si sarebbe limitato a farvi cavar gli occhi. Ciò secondo lui avrebbe probabilmente accresciuto il male in vece di diminuirlo, e portò ad esempio palmare della sua asserzione l'usanza che v'è d'accecare certe specie di uccelli affinchè mangino più ingordamente ed ingrassino meglio; che in fine la sacra sua maestà ed il consiglio, compiaciutisi di divenire vostri giudici, erano pienamente persuasi nelle loro coscienze del vostro reato, e bastar questo per condannarvi a morte senza stare a tutte quelle formalità di prove che la stretta lettera della legge richiederebbe.

«Ma l'imperial sua maestà, ferma nella sua prima massima contro alla pena capitale, si degnò nella sua clemenza notare che, se il consiglio trovava pena troppo mite il cavarvi gli occhi, c'era sempre il tempo di procedere a castighi più severi in appresso. Il grande vostro amico, il segretario di gabinetto, in allora chiese rispettosamente di essere udito per rispondere alle obbiezioni del gran tesoriere concernenti l'enorme spesa che costa a sua maestà il mantenervi. In proposito di che osservò che sua eccellenza essendo incaricata dell'intera amministrazione dell'entrate imperiali, erano anche in suo arbitrio le providenze necessarie ad andar contra un simile inconveniente, e ciò col diminuire a gradi a gradi il vostro sostentamento; tantochè, a furia d'indebolimento e languore, andaste a finire in una consunzione che vi spedisse in pochi mesi. Sarebbe derivato da ciò un altro vantaggio, il vostro protettore dicea: minoratane la mole più della metà, il puzzo delle vostre carni, quando foste cadavere, non sarebbe più sì pernicioso. Cinque o seimila sudditi di sua maestà facevano presto a staccar queste carni dall'ossa del morto, che sareste voi, e, caricate queste su de' carri, a trasportarle per essere sepolte in qualche luogo ben rimoto onde impedire l'infezione dell'aria; il vostro scheletro sarebbe rimasto come un monumento all'ammirazione de' posteri».

«Così, e ne avete obbligazione alla grande amicizia che il segretario ha per voi, tutta la faccenda rimase aggiustata. Fu strettamente convenuto fra i ministri che il disegno di affamarvi poco alla volta sarebbe tenuto nel più grande segreto; ma la sentenza di cavarvi gli occhi fu posta a protocollo; nè vi fu altro dissenziente fuor dell'ammiraglio Bolgolam che, siccome creatura dell'imperatrice, veniva sempre instigato dalla lodata maestà sua ad insistere per la vostra morte; già sapete che questa sovrana non ve l'ha mai più perdonata pel turpe ed illegale espediente cui vi atteneste per estinguere il fuoco dell'imperiale suo appartamento.

«Di qui a tre giorni il segretario vostro amico si porterà da voi per leggervi il vostro atto d'accusa, e comunicarvi ad un tempo l'atto d'ineffabile clemenza e favore di sua maestà e del consiglio, che limitano la vostra condanna alla perdita degli occhi; alla quale condanna la prefata sua maestà non dubita non vi sottomettiate di buon grado e con riconoscenza. Saranno posti in requisizione venti chirurghi di sua maestà affinchè l'operazione riesca felicemente col mandarvi una copiosa scarica di frecce su le pupille, che per ricevere meglio vi porrete disteso supino sul terreno.

«Io lascio alla vostra prudenza il prendere quegli espedienti che giudicherete i più opportuni, e per sottrarmi ad ogni sospetto, me ne torno via subito nella stessa celata guisa con cui sono venuto».

Così sua signoria fece lasciando me agitato fra mille dolorose perplessità.

Sotto il presente sovrano ed il suo ministero era invalsa una pratica ben diversa, come ne fui assicurato, da quella tenutasi sotto i monarchi suoi predecessori, ed era quella che quando la corte avea decretato qualche barbaro atto, o fosse per blandire un sovrano risentimento o per condiscendere alla malvagità d'un favorito, l'imperatore tenea sempre in prevenzione una parlata all'intero consiglio pompeggiando della sua ineffabile clemenza e tenerezza per l'umanità, siccome qualità in lui conosciute e confessate dall'universo. Poi questo discorso veniva subito pubblicato e diramato per tutto il regno, nè v'era cosa che atterrisse tanto la popolazione quanto questi pomposi elogi della clemenza di sua maestà, perchè si era notato che quanto più si calcava su questi encomi, quanto più venivano amplificati, tanto più crudele era il decreto che li seguiva, tanto più innocente chi rimanea la vittima di questo decreto.

Circa a me, devo confessare che non essendo mai stato fatto nè dalla mia nascita nè dalla mia educazione alla vita del cortigiano, io era cattivo giudice delle cose al segno di non sapere ravvisare questa grande clemenza o questo prelibato favore di sua maestà nel farmi cavare gli occhi, anzi la trovava (mi sarò ingannato) piuttosto una bricconata che una gentilezza. Per un momento mi saltò in testa di domandare il mio processo; perchè, se bene non potessi negare diversi dei fatti allegati a mio pregiudizio in quell'atto d'accusa, mi parea che potessero essere presentati sotto un aspetto assai meno brutto. Ma avendo letto in mia vita molti processi di delitti politici, e notato che vanno sempre a finire conforme alla prima piega che lor diedero i giudici, non m'arrischiai a rimettermi ad una così pericolosa prova in circostanze sì nuvolose ed avendo contra me sì possenti nemici. Un altro momento mi sentii fortemente tentato a resistere, perchè, finchè io rimaneva in libertà, l'intera forza di questo reame non bastava a soggiogarmi, e ad un bisogno avrei mandato all'aria a furia di sassate l'intera metropoli; ma feci presto a respignere con orrore un tale disegno; mi ricordai del giuramento che io aveva dato all'imperatore, dei favori che io ne aveva ricevuti e dell'alto titolo di _nardac_ da lui conferitomi; chè non aveva io sì presto imparata la riconoscenza dei cortigiani per persuadermi che la presente severità del sovrano mi francasse da tutte le passate obbligazioni.