Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

Part 8

Chapter 83,776 wordsPublic domain

È a notarsi che quegli ambasciatori mi aveano parlato col mezzo di un interprete, perchè le lingue di entrambi gl'imperi differiscono fra loro quanto mai lo possa una lingua da un'altra; e ciascuna delle due nazioni inorgoglisce tanto dell'antichità, bellezza ed energia del proprio idioma, che guarda col più aperto disprezzo l'idioma della nazione sua confinante; ciò nondimeno, il nostro imperatore, portandola alta pe' vantaggi derivatigli dalla flotta che gli conquistai, obbligò gli ambasciatori stessi a presentare le loro credenziali ed a parlargli in lingua lilliputtiana. Una cosa per altro vuol confessarsi: le grandi relazioni di commercio e di traffico esistenti fra l'una e l'altra nazione, il continuo ricever profughi delle due fazioni avversarie, l'usanza inveterata in entrambi i regni di far viaggiare i più nobili e facoltosi di lor gioventù affinchè, vedano il mondo ed imparino a conoscere gli uomini e le loro costumanze, tutto ciò fa che sieno poche le persone ragguardevoli o addette al commercio ed alla marineria, o abitanti in piazze marittime, le quali non sappiano sostener bene un dialogo in tutt'a due le lingue. Di questo io dovetti convincermi poche settimane appresso quando andai a tributare i miei omaggi all'imperatore di Blefuscu, il che in mezzo alle grandi sciagure per la malvagità de' miei nemici sopravvenutemi, fu una grande fortuna per me, come avrò occasione di dirlo a suo luogo.

Si ricorderà il leggitore come allorquando io mi sottoscrissi agli articoli condizionali della riacquistata mia libertà, alcuni di questi mi riuscissero sgradevoli per la natura loro sì umiliante e servile, che ci volea soltanto la più invincibile necessità perchè mi sottomettessi ad accettarli. Ma appartenendo ora, come _nardac_, al più eccelso ordine dell'impero, cotali ufizi vennero riguardati al di sotto della mia dignità, e il sovrano stesso, devo rendergli questa giustizia, non mi motivò una sola volta obblighi di tal fatta. Pure non andò guari che mi si offerse l'occasione di rendere un segnalato servigio a sua maestà: la mia intenzione almeno fu questa. Era di mezzanotte, quando fui sorpreso dalle grida di più centinaia di persone affollatesi alla mia porta, grida che svegliandomi d'improvviso in quell'ora, mi posero in una specie di timore. Io non udiva ripetere altro che la parola _burglum_; intanto parecchi cortigiani, apertasi via in mezzo alla calca, vennero a supplicarmi di correre a corte, ove l'intero palazzo di sua maestà imperiale era in fiamme, grazie alla trascuraggine di una damigella d'onore addormentatasi mentre stava leggendo un romanzo. Balzai in piedi in un subito, ed essendo stato dato ordine che mi venisse illuminata la via, e d'altronde facendo in quella notte un bellissimo chiaro di luna, m'ingegnai tanto che arrivai al palazzo senza avere schiacciato un solo individuo di quell'affollatissima popolazione. Trovai già poste le scale alle mura dell'appartamento che ardeva e fatto un grande apparecchio di secchi; ma l'acqua era lontana ed i secchi erano della capacità in circa del ditale di una cucitrice che abbia le dita piuttosto grosse. Ben quel povero popolo si affaccendava a somministrarmene, ma la fiamma era sì violenta che ci faceano come nulla. Avrei potuto facilmente spegner l'incendio col mio giustacuore; ma la sfortuna avea voluto che in quella fretta lo avessi lasciato addietro, e che venissi via con la mia sola camiciuola di pelle[19]. Era un caso veramente deplorabile; parea disperato del tutto, e quel magnifico palazzo sarebbe infallibilmente rimasto affatto spianato dal fuoco, se, con una prontezza di mente insolita in me, non avessi afferrato l'espediente che ci volea. Io aveva la sera innanzi bevuto in grande quantità di quel delizioso vino che a Lilliput chiamavasi, _glimigrim_ e che a Blefuscu chiamano _flunec_, ma quello di Lilliput è giudicato di miglior qualità. Questo vino è di sua natura molto diuretico, ma per la più fortunata combinazione non aveva esercitata tal sua virtù in me per tutta la notte. Probabilmente il calor delle fiamme cui andai sì vicino, e la fatica fatta nel gettare acqua sovr'esse mise in piena azione questa virtù, e ben in tempo, perchè non fui lento a profittarne come il caso esigeva, ed in tre minuti fu spento affatto l'incendio e salvato dalla distruzione il rimanente di quel nobile edifizio la cui costruzione era stata l'opera di molti secoli.

Già era giorno quando me ne tornai a casa; nè m'indugiai per fare le mie congratulazioni coll'imperatore, perchè se bene io gli avessi, quanto all'effetto, prestato un eminente servigio, io non potea sapere come l'avrebbe sentita sul modo da me adoperato per prestarglielo, stantechè, secondo gli statuti fondamentali del regno, è delitto capitale, qualunque sia la persona che se ne renda colpevole, lo spargere immondezze nei precinti della reggia. Fui veramente confortato da un messaggio speditomi dalla stessa sua maestà per assicurarmi che avea dati gli ordini al suo gran giudice onde ottenessi il mio indulto in forma; ma questo indulto non venne. Fui anzi segretamente informato che l'imperatrice, piena d'ineffabile ribrezzo su quanto io mi era fatto lecito, andò ad abitare nel più rimoto angolo del palazzo, e che si mostrò risolutissima d'impedire qualunque riparazione agli appartamenti contaminati ove si volesse che tornassero a servire ad uso di lei, e che finalmente alla presenza d'alcuni principali suoi confidenti, giurò di non perdonarmi più mai.

CAPITOLO VI.

Su gli abitanti di Lilliput; su le loro cognizioni, leggi ed usanze; lor metodo di educazione pe' fanciulli. — Sistema di vivere dell'autore in quel paese. — Onore di una gran dama risarcito.

Quantunque io mi riservi il dare la descrizione specificata di questo impero in un'opera a parte, pure desidero ad un tempo appagare la curiosità del leggitore col fornirlo d'alcune idee generali. Siccome la comune statura degli abitanti è un poco al di sotto delle sei dita, così v'è un'esatta proporzione con la mole di tutti gli altri animali, alberi e piante; per esempio, i maggiori cavalli e buoi sono d'un'altezza fra le quattro e le cinque dita, le pecore di un dito e mezzo, dal più al meno; le oche vi son grosse all'incirca come i nostri passeri, e così son mantenute tutte le gradazioni venendo all'ingiù, tanto che si arriva ad esseri sì piccoli che all'occhio mio erano pressochè invisibili; ma la natura ha adattato gli occhi de' Lilliputtiani a tutti gli oggetti propri per la loro vista, onde li discernono con la massima esattezza, non per altro ad una grande distanza.

Per darvi un'idea dell'acutezza di questa lor vista rispetto alle cose che hanno in vicinanza, vi dirò essermi io preso lo spasso di osservare un cuoco che spiumava un'allodola non più grossa di una delle nostre mosche comuni, ed una giovinetta che infilava un ago invisibile con un filo di seta parimente invisibile.

I lor più alti alberi lo sono all'incirca di sette piedi: intendo quelli del grande parco imperiale, le cui più alte cime io poteva appunto serrare entro il pugno della mia mano. Gli altri vegetabili seguivano la medesima proporzione; ma lascio congetturare il rimanente all'immaginazione del leggitore.

Dirò qui ben poche cose del loro sapere, perchè ogni ramo di scienza è stato fiorente per molti secoli in quelle contrade; ma la loro maniera di scrivere è veramente singolarissima, non essendo nè da sinistra a destra come praticano gli Europei, nè da destra a sinistra a guisa degli Arabi, nè d'insù all'ingiù all'usanza Chinese, ma di sbieco come usano scrivere le nostre gentildonne.[20]

Seppelliscono i loro morti col volto direttamente all'ingiù perchè, portando eglino l'opinione che dopo il corso di undicimila lune risusciteranno tutti di nuovo, nel qual periodo la terra, ch'essi concepiscono piatta, si sarà voltata di sotto in su, vogliono che questi morti, all'atto della loro risurrezione, si trovino pronti a saltare in piedi. I dotti del paese confessano assurda questa dottrina; ma tale pratica continua tuttavia per compiacere al volgare.

V'ha in questo paese alcune leggi e costumanze singolarissime; pur se non fossero sì diametralmente opposte a quelle della mia cara patria, mi sentirei tentato a dire alcun che in loro giustificazione. Sol sarebbe ad augurarsi che con altrettanta esattezza fossero messe in pratica. La prima di cui farò menzione riguarda i delatori. Tutti i delitti contro allo stato vengono ivi puniti con la massima severità, ma se la persona accusata fa pienamente apparire in processo la sua innocenza, l'accusatore viene immantinente condannato ad ignominiosa morte; e su i beni o terre di costui l'innocente viene compensato quadruplicatamente del tempo fattogli perdere, del pericolo cui soggiacque, delle molestie della prigionia, delle spese corse per la propria difesa, ed ove le sostanze del falso accusatore non bastino, il tesoro della corona somministra quello che manca. Il sovrano in oltre conferisce qualche pubblico contrassegno del suo favore al calunniato, la cui innocenza viene promulgata a suon di tromba per l'intera città.

La frode in queste contrade è riguardata come un delitto maggiore del furto, perchè si considera che una certa attenzione e vigilanza unite ad un comune discernimento possano salvare le sostanze d'un uomo dai ladri, mentre la buona fede non ha mai guarentigie di troppo contro alla raffinata astuzia de' furfanti; e poichè è indispensabile nella società un continuo giro di compre e vendite e di negozi fondati sul credito, in un paese ove la frode sia tollerata ed alimentata, o almeno ove non vi sia una legge che la castighi, chi contratta con onestà va sempre al di sotto, e sono del giuntatore tutti i vantaggi. Mi ricordo una volta di aver voluto farmi intercessore presso il sovrano per un tale che avea gabbato il suo padrone appropriandosi una somma riscossa da costui mediante un ordine del padrone medesimo. Sol per ottenere a questo reo una minorazione di pena mi sfuggì detto che in fine trattavasi dell'abuso di una cosa affidata. L'imperatore trovò cosa sin mostruosa che allegassi come punto di difesa quanto aggravava anzi il delitto del condannato. Restai lì senza sapere che cosa rispondergli. Mi limitai a ripetere il trito adagio: «Tanti paesi, tante usanze;» ma vi confesso che rimasi svergognato da vero.

Benchè siamo soliti ripetere che le ricompense ed i castighi sono i due cardini su cui un buon governo si move, non ho mai veduta fra tutte le nazioni del mondo una tal massima applicata alla pratica, fuorchè a Lilliput. Quivi chiunque presenta sufficienti prove di avere strettamente osservate per settanta lune continue le leggi del suo paese ha diritto a certi privilegi proporzionati alla sua condizione sociale, oltre ad una somma di danaro egualmente proporzionata, e pel cui pagamento è istituito un fondo a parte; gli viene di più conferito il titolo di _snillpall_, che in lingua di quel paese vuol dire _uomo secondo la legge_, titolo d'onore per altro che egli non può trasmettere alla sua posterità. Laonde i Lilliputtiani trovarono sbagliata di gran lunga la nostra politica, allorchè dissi loro che fra noi la forza del codice criminale sta ne' minacciati castighi, ma che non vi si fa menzione di ricompense. In virtù di questa loro pratica diversa dalla nostra, la Giustizia effigiata ne' loro tribunali, che è dipinta con sei occhi, due davanti, due dietro, uno per lato ad indicare la circospezione necessaria ad un giudice, tiene in oltre nella mano destra una grande borsa d'oro ed una spada sguainata nella sinistra per dar a vedere quanto ella sia più proclive a ricompensare che a punire.

Nello scegliere impiegati pubblici di qualsiasi genere badano molto più alle qualità morali dell'individuo che alla sua abilità; poichè, siccome un governo è cosa necessaria al genere umano, essi pensano che una discreta dose di retto discernimento debba bastare tanto ad una posizione quanta ad un'altra; nè sanno darsi a credere che la providenza abbia voluto fare dell'amministrazione della cosa pubblica un mistero comprensibile unicamente per pochi geni trascendenti di cui rare volte ne nascono tre ad ogni secolo. S'immaginano in vece che la buona fede, la giustizia, la temperanza e simili altre prerogative sieno alla mano di tutti, e che la pratica di queste virtù, aiutata dall'esperienza e dalla buona volontà, renda abile un uomo al servigio del suo paese, tranne que' servigi che dipendono da un dato magistero, al cui apprendimento sia essenziale un corso di studi. Lontanissimi poi dal credere che una rara superiorità di mente possa supplire alla mancanza di tali virtù poste a portata d'ognuno, pensano anzi che i pubblici impieghi non dovrebbero esser mai affidati in sì pericolose mani siccome quelle di persone dotate di tanta intellettuale sublimità, e che per lo meno gli errori commessi da un'ignoranza non disgiunta da virtuose disposizioni dell'animo, non potrebbero mai portare tante pericolose conseguenze al generale interesse quanto le pratiche d'un uomo tratto dalle sue prave inclinazioni a lasciarsi corrompere e protetto da una superiore abilità di mente nell'amministrare, nel moltiplicare e nel tutelare i mezzi della corruttela.

Pensano parimente che l'incredulità nella divina providenza renda un uomo indegno di qualunque pubblico incarico, perchè siccome il sovrano medesimo si professa il delegato di questa providenza divina, parrebbe ai Lilliputtiani il massimo degli assurdi se il principe affidasse impieghi ad uomini che rinnegassero il potere di cui egli è mandatario.

Nel parlare e di queste e d'altre leggi che verrò commemorando in appresso, vorrei bene s'intendesse com'io abbia in vista soltanto le originali instituzioni, non certo le scandalose abitudini, in cui que' popoli sono caduti in conseguenza della degenerata natura dell'uomo: perchè, quanto alle infami pratiche di meritarsi luminosi impieghi e favori col ballar su la corda o saltare a vicenda sopra un bastone e passarvi di sotto curvandosi, fo notare al leggitore che tali usanze vennero introdotte dall'avolo dell'imperatore oggi regnante, e sono poi venute in sì alta voga per effetto del subuglio delle fazioni.

Anche l'ingratitudine è colà nel novero dei delitti capitali, il che leggiamo essersi pensato egualmente in altre contrade. Il principio su cui si fondano è che, se un uomo è capace di rendere male per bene al suo benefattore, dee per necessità essere nemico di quel rimanente del genere umano cui non ha veruna sorta d'obbligazione, e che come nemico dell'universo è immeritevole di vivere.

Le loro nozioni su i doveri scambievoli de' genitori e de' figli sono diverse affatto dalle nostre; perchè l'unione de' due sessi essendo fondata su la grande legge della natura, intesa a propagare e continuare le specie lilliputtiane, ne deducono come necessaria conseguenza che tale unione nella schiatta umana non sia prodotta da un principio diverso da quello onde si congiungono fra loro i viventi diversi dall'uomo; credono quindi che la tenerezza dei genitori verso i loro piccoli figli proceda da un simile principio di natura; e sarebbe impossibile il farli convenire che i figli abbiano nessuna obbligazione ai padri o alle madri loro per averli messi al mondo; «perchè, dicon essi, nè questo, considerando le miserie dell'umana vita, fu un benefizio in sè stesso, nè fatto con intenzione di beneficare dai genitori, i quali, nei loro amplessi amorosi, pensavano ben ad altro che a ciò». Dietro questi e simili ragionamenti, hanno opinato che a tutt'altri, fuorchè ai padri e alle madri loro, debba affidarsi l'educazione dei fanciulli. Essi hanno pertanto stabilito in ciascuna città de' pubblici collegi, ove tutti, eccetto gli agricoltori e i bifolchi, sono obbligati mandare, per essere allevati ed educati, i loro figli d'entrambi i sessi, appena giunti all'età di venti lune, età in cui si suppone in essi l'attitudine a ricevere ammaestramenti. Di diverso genere sono tali scuole, secondo le diverse qualità ed il sesso degli allievi. Ciascuna di esse è fornita di professori abili nel predisporre i giovinetti a quella condizione di vita cui li chiamano così il grado che hanno nella società i lor genitori come la forza del loro ingegno e l'indole delle loro inclinazioni. Parlerò prima de' collegi maschili.

Quelli destinati pe' fanciulli spettanti alle più nobili ed alte classi vanno proveduti di gravi e dotti professori ed ognun d'essi de' suoi ripetitori. Lisci e semplici sono il cibo ed il vestito de' giovani alunni. Allevati ne' principii dell'onore, della giustizia, del coraggio, della modestia, della mansuetudine e della religione, vengono sempre impiegati in qualche occupazione, eccetto il tempo del mangiare e del dormire, che è ben corto, e due ore di ricreazione che consiste in esercizi del corpo. Sono vestiti dai serventi del collegio finchè arrivino all'età di quattro anni, dopo il qual tempo vengono obbligati a vestirsi da sè medesimi, comunque sublimi sieno i loro natali. Le donne addette allo stabilimento, proporzionate, quanto all'età, alle nostre di cinquant'anni, vi fanno quel che dicesi i fatti grossi della casa. Non si permette ai giovinetti il conversare con la servitù; bensì uniti fra loro in brigate, or più piccole, or più grandi, vanno a trastullarsi alla presenza sempre di un professore o di un ripetitore; così schivano contrarre quelle impressioni o goffe o viziose di cui s'imbevono i nostri fanciulli. Non è concesso ai lor genitori il vederli più di due volte l'anno, nè di baciarli se non all'atto del primo incontro e della separazione; ed un professore, che in tali occasioni sempre è presente, non permette ad essi nè confidenze segrete nè smancerie di tenerezza co' figli nè il presentarli di cose dolci o balocchi di qualsisia genere.

La pensione dovuta da ciascun padre per l'educazione ed il mantenimento de' propri figli, ov'egli mancasse di pagarla in tempo debito, viene riscossa da uficiali imperiali a ciò delegati.

I collegi pe' figli di borghesi, mercanti, bottegai e manifattori vengono in proporzione amministrati con la medesima regola; solamente i ragazzi destinati a qualche mestiere, all'età di undici anni, son collocati come novizi in una bottega; quelli di nascita più distinta continuano i loro studi sino ai quindici anni che corrispondono ai ventuno fra noi; ne' tre ultimi anni la loro clausura è più mite.

Nei collegi femminili le giovinette di ragguardevole nascita sono educate, sotto molti aspetti, alla maniera de' maschi; sol vengono vestite da persone del loro sesso medesimo e sempre alla presenza di una istitutrice o sua delegata, finchè arrivino a vestirsi da sè, il che è stabilito al quinto anno di loro età. Se si giugne a scoprire che una di tali serventi s'arrischi ad intertenere l'allieva o in fole da far paura o matte storie od altri di quegli sguaiati propositi che sono il forte delle cameriere fra noi, costei è pubblicamente frustata per tre giorni consecutivi attorno alla città, tenuta prigione un anno e bandita in vita nella più deserta parte del paese. Così le giovinette, non meno degli uomini, si vergognano di essere pusillanimi o frivole, nè si curano di personali ornamenti oltre all'uopo della decenza e della mondezza. In somma, nei metodi di educazione serbati per le giovinette o pei maschi, non m'accorsi d'altre essenziali differenze (oltre alle poche che ho accennate) fuor delle esercitazioni che per le donne non sono tanto gagliarde, di alcuni insegnamenti più ad esse confacevoli nei particolari della vita domestica, e della istruzione, in quanto al resto, più limitata per loro; la loro massima fondamentale si è che una giovane di distinzione, andando a marito, si mantenga per chi la sposa una ragionevole e gradevol compagna, giacchè giovine non può sempre mantenersi. Giunte ai dodici anni, che per loro è l'età delle nozze, i lor genitori o tutori se le prendono a casa dando grandi manifestazioni di gratitudine alle loro istitutrici, e rare volte senza pianti e della giovine che abbandona lo stabilimento e delle compagne.

Nei collegi di donne di men alta sfera, le giovinette vengono istrutte in ogni sorta di mestieri adatti al loro sesso ed alla loro posizione nel mondo; quelle destinate ad un alunnato in qualche bottega ci vanno a sette anni; le altre son tenute in collegio sino agli undici.

Le famiglie di classe più ordinaria, che hanno figli in questi collegi, devono, oltre all'annuale pensione che è tenue quanto mai è possibile, consegnare al maggiordomo del collegio stesso un tanto mensile su i loro guadagni per formare un patrimonio al fanciullo, onde la legge stessa viene a limitare le spese dei padri di famiglia; perchè i Lilliputtiani non trovano cosa più ingiusta di quella che vi sieno uomini i quali per appagare i loro appetiti mettano figli al mondo, poi lascino al pubblico l'incarico di mantenerli. Quanto alle persone di più alto grado, danno sicurtà di assegnare una certa somma, proporzionata alla loro condizione, in retaggio ai loro figli, e questi fondi vengono sempre amministrati con la più esatta economia e giustizia.

I bifolchi ed agricoltori si tengono a casa i propri fanciulli, chè non avendo eglino d'altre faccende che l'arare ed il coltivare la terra, l'educazione de' medesimi è di poca importanza pel pubblico. Ciò non ostante divenuti inabili per malattia o vecchiaia, li mantengono gli ospitali, perchè il mendicare è mestiere ignoto in questo reame.

E qui forse non sarà cosa priva di vezzo pel leggitore il sapere alcun che sul mio governo domestico e metodo di vivere in questo paese durante i nove mesi e tredici giorni che vi dimorai. La mia mente essendo naturalmente ben disposta ai lavori meccanici, e d'altronde costretto dalla necessità, mi fabbricai da me co' più grossi alberi del parco imperiale una tavola ed una scranna convenienti abbastanza. Duecento cucitrici furono impiegate per farmi camicie e biancherie da letto e da tavola, il tutto con le tele più forti e ruvide che poterono mettere insieme, le quali nondimeno dovettero ripiegare a più doppi e trapuntare, perchè nel loro stato naturale erano un po' più sottili delle più fine tele di cui si fanno manichetti in Europa. I loro drappi sono per solito alti tre dita, e la lunghezza di tre piedi forma una pezza. Perchè le cucitrici mi prendessero la misura, mi stesi per terra; l'una di esse mi stava al collo, l'altra alle metà delle gambe, con una forte cordicella tesa che ciascuna di esse teneva per una estremità, intantochè una terza misurava la lunghezza della cordicella con un passetto lungo un dito. Indi misurarono il mio pollice destro, nè ebbero bisogno di far altro, perchè con un calcolo matematico sapeano che due volte la lunghezza di questo faceva il circuito del mio manichino, come sapeano che la mia cintura era due volte il circuito del mio collo. Presa in oltre per modello una mia vecchia camicia che stesi per terra, eseguirono appuntino tutte le cose.

Così pure vennero impiegati cento sarti nel farmi un abito, ma questi per pigliarmi la misura adottarono un metodo affatto diverso. Postomi ginocchione, essi pontarono una scala che veniva da terra sino al mio collo, e saliti su la scala, lasciarono da questa cadere sul pavimento un piombino che corrispondeva esattamente alla lunghezza del mio giustacuore; quanto alla cintura e alle braccia, ne presi la misura da me medesimo. Poichè il mio vestito fu terminato (manifattura tutta eseguita fra le pareti della mia casa, altrimenti i più gagliardi fra que' sartori non sarebbero riusciti ad introdurvelo), l'unione di tutti i pezzetti che lo formavano, lo faceano parere un abito da arlecchino, ma tutto di un colore.