Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni
Part 3
Robinson Crusoè, che racconta avvenimenti ben più prossimi alla realtà, non è forse superiore a Gulliver per la gravità e semplicità della sua narrazione.
La persona di Gulliver si scorge disegnata con tal verità che un marinaio affermava di aver conosciuto il capitano Gulliver; null'altro esservi di sbagliato fuorchè il luogo del suo domicilio, che era a Wapping, non a Rotherhithe. Una tal lotta tra la facilità naturale e semplicità dello stile e le meraviglie raccontate, è quanto produce uno dei grandi vezzi di questa memorabile satira delle imperfezioni, delle follie e dei vizi della specie umana; i calcoli esatti, che vengono istituiti nelle due prime parti contribuiscono a dar qualche verisimiglianza alla favola. Suol dirsi che ogni qual volta nella descrizione di un oggetto naturale le proporzioni sono ben conservate, il maraviglioso prodotto dall'impicciolimento o ingrandimento enorme dell'oggetto stesso è meno sensibile allo spettatore. Certo è che in generale la proporzione è un attributo essenziale della verità, e che, quando una volta il lettore ha ammessa l'esistenza degli uomini che il viaggiatore narra di aver veduti, egli è difficile il ravvisare veruna contradizione nel suo racconto; sembra al contrario che i personaggi in cui Gulliver si è scontrato, si comportino precisamente come lo avrebbero dovuto nelle circostanze ove gli ha immaginati l'autore. In ordine a che, il maggior elogio che possa citarsi dei _Viaggi di Gulliver_, è la critica stessa fattagli da un dotto prelato irlandese: _È tutt'uno; Swift non m'indurrà mai a credere che tali uomini, tali animali, tali alberi abbiano avuata una esistenza reale_. Vi è parimente una grand'arte nel far vedere come Gulliver, per l'influenza degli oggetti dai quali è attorniato arrivando a Lilliput e a Brobdingnag, perda a gradi a gradi le idee che aveva sulle proporzioni di statura, e adotti quelle dei pigmei o dei giganti fra' quali visse.
Per non protrarre di troppo queste considerazioni eccito soltanto il leggitore a notare con quale infinita maestria, per rendere più solleticante la satira, le azioni vengano ripartite fra quelle due razze di esseri immaginari. A Lilliput i rigiri, i brogli politici, che sono la principale faccenda dei cortigiani in Europa, trasportati in una corte di omettini alti sei dita, divengono un oggetto di ridicolo, intantochè la leggerezza delle donne e i pregiudizi delle corti europee, che l'autore presta alle dame di palazzo del regno di Brobdingnag, divengono nauseanti mostruosità presso una nazione di sterminata statura. Con queste arti e mille altre, dalle quali trapela il tocco del grande maestro, e delle quali sentiamo l'effetto senza arrivare a scoprirne la causa se non in forza di una lunga analisi, Swift ha convertito una fola buona per le balie in un romanzo cui niun altro può essere paragonato sia per la maestria della narrazione, sia pel vero spirito della satira che vi domina. Voltaire, che quando uscì questo romanzo trovavasi in Inghilterra, lo esaltò ai suoi compatrioti; raccomandando loro di farlo tradurre. L'abate Desfontaines si prese l'assunto di una tale versione. Le perplessità, le paure, le apologie di questo Desfontaines si leggono nella singolare introduzione che egli premise al suo lavoro; prefazione ben atta a dare un'idea su lo spirito e le opinioni di un letterato francese di quell'età.
L'abate Desfontaines crede accorgersi che quest'opera dà un calcio a tutte le regole; chiede grazia per le stravaganti fole che egli si è ingegnato di vestire alla francese; confessa che a certi tratti dei _Viaggi di Gulliver_ si sentiva cader di mano la penna, tanto grandi erano l'orrore e la sorpresa che lo comprendeano al vedere sì audacemente violata dall'autore satirico inglese ogni buona creanza.[10] Paventa non vadano a cadere su la corte di Versaglies alcune frecciate scoccate dalla penna di Swift, si affaccenda con mille circollocuzioni a protestare che la totalità del romanzo è allusiva ai _toriz_ e ai _wigts_ (chiama così i tory e i wigh) da cui è _infestato il fazioso regno dell'Inghilterra_. Conchiude assicurando i suoi leggitori di aver non solamente cangiati molti incidenti onde accomodarli al gusto dei suoi compatrioti; ma di aver omesse le particolarità nautiche ed una quantità di _minuzzame tanto detestabile nell'originale_.[11] A malgrado di questa ostentazione di gusto prelibato e di dilicatezza, la versione di cui si parla è tollerabile. L'abate Desfontaines fece la sua palinodia per aver tradotta un'opera secondo lui sì difettosa; col pubblicare una _Continuazione dei Viaggi di Gulliver_, in uno stile tutto suo e affatto diverso da quello del suo prototipo.[12]
Anche in Inghilterra è stata pubblicata una _Continuazione dei Viaggi di Gulliver_, un preteso terzo volume. È questa il più impudente accozzamento di pirateria e di falsità ch'uomo si sia mai fatto lecito nel mondo letterario. Mentre vi era chi sosteneva essere stata composta dall'autore del vero _Gulliver_ questa _Continuazione_, si scoperse che non era nemmeno l'opera del suo imitatore, ma la cattiva copia d'un romanzo francese affatto oscuro, ed intitolato la _Storia dei Severambi_.
Indipendentemente dalle indicate continuazioni, era impossibile che un'opera di tanto grido non facesse nascere la voglia d'imitarla, di farne la parodia, di pubblicarne la chiave; com'era impossibile che non somministrasse inspirazioni a qualche poeta; che non fruttasse al suo autore ora encomi, ora satire, in somma tutto quanto per solito si connette con un trionfo popolare, non omesso lo schiavo incatenato al carro, le cui grossolane ingiurie ricordano all'autor trionfante ch'egli è sempre uomo.
I _Viaggi di Gulliver_ doveano sempre più aumentare, siccome accadde, il favore di cui godeva il loro autore alla corte del principe di Galles. Ricevè lettere le più cortesi, le più affettuose e sparse anche di amichevoli lepidezze su Gulliver, su gl'Yahoo, su gli abitanti di Lilliput. Nel partirsi dall'Inghilterra, Swift avea chiesto alla principessa e a mistress Howard un picciolo dono, un pegno che attestasse qual differenza entrambe ponevano tra l'autore dei _Viaggi di Gulliver_ e un ordinario pretazzuolo. Non pretendeva che il regalo della principessa oltrepassasse in valore dieci lire sterline, nè una ghinea quello di mistress Howard. La principessa promise un dono di medaglie che non furono mai spedite. Mistress Howard, più memore della parola data, spedì a Swift un anello; alla lettera che lo accompagnava Swift rispose a nome di Gulliver, ed aggiunse alla sua risposta una picciola corona d'oro che rappresentava il diadema di Lilliput. La principessa accettò un taglio di drappo di seta, di manifattura irlandese, del quale si fece una veste. Nella sua corrispondenza, Swift torna un po' troppo spesso su questo presente; e vi è gran luogo di credere che se il principe fosse salito sul trono, Gulliver, valendoci dell'espressione di lord Peterborough, _avrebbe fatto dar del gesso ai suoi scarpini, ed imparato a ballar su la corda per diventar vescovo_.
IV.
Swift era uomo d'alta statura, robusto e ben fatto. Aveva occhi turchini, carnagione bruna, sopracciglia nere e folte, un naso piuttosto aquilino, lineamenti che esprimevano tutta l'austerità, l'altezza e l'intrepidezza del suo carattere.
In sua giovinezza passava per bellissimo uomo; in vecchiezza, la fisonomia, benchè severa, ne era nobile e dignitosa. Aveva il dono di parlare in pubblico con facilità e calore: il talento delle sue risposte apparve sì atto alle discussioni politiche, che i ministri della regina Anna dovettero più d'una volta esser dolenti perchè non riuscirono a farlo sedere al banco dei vescovi nella Camera dei pari. I governatori inglesi spediti in Irlanda ne temettero l'eloquenza non men della penna.
I suoi modi sociali erano facili ed affabili, nè privi d'una certa tinta d'originalità; ma sapeva sì bene adattarli alle circostanze, che si voleva universalmente averlo di brigata. Anche allorchè gli anni e le malattie ne ebbero alterato la flessibilità dello spirito e l'equanimità del carattere, continuò ad essere accetta e desiderata la sua compagnia. Il suo conversare riusciva interessante non solo per la cognizione che avea del mondo e dei costumi, ma per le facezie non prive di frizzo colle quali condiva le sue osservazioni e le storielle che raccontava. Secondo Orrery, fu questa l'ultima delle prerogative intellettuali che lo abbandonò; s'accôrse per altro da sè il nostro decano che a proporzione dell'indebolirsi della sua memoria ripetea troppo spesso le stesse cose. Del resto il suo far conversevole, le sue risposte pungenti, i suoi frizzi, vennero considerati come impareggiabili; benchè, come accade a tutti quelli che sono soliti a dominare con certo dispotismo la brigata, si scontrasse talvolta in resistenze inaspettate che lo riducevano al silenzio.
Era tenerissimo dei giuochi di parole. Uno dei più felici che sieno forse mai stati fatti fu l'applicazione del verso di Virgilio:
Mantua, væ! miseræ nimium vicina Cremonæ!
ad una signora che col suo _manto_ gettò in terra un violino di Cremona.
Più grottesco è il giuoco di parole con cui confortò un uomo attempato che aveva perduto i suoi occhiali, ma un Italiano non ne comprende la forza se non sa o non si ricorda che in inglese _spectacles_ vuol dire _occhiali_. Il verso consolatorio fu questo:
Nocte pluit tota, redeunt _spectacula_ mane.[13]
La sua superiorità in un genere di spirito più reale è confermata da parecchi aneddoti. Un personaggio ragguardevole, di condotta non troppo regolare, aveva per impresa gentilizia le parole: _Eques haud male notus_. Swift la comentò in questo modo: _Sì ben noto che se ne fidano poco_. Aveva una passione tutta sua d'improvvisare proverbi. Un giorno, in compagnia d'altri suoi conoscenti, passeggiava lungo il giardino d'un suo amico, e vedendo che il padrone del giardino non pensava ad offrirgli un frutto, disse: — La mia povera madre m'insegnava questo proverbio:
Quando a tiro hai la pesca Di corla non t'incresca.
_Always pull a peach_ _When it is in your reach._
Detto ciò, diede ai compagni il buon esempio di spiccarsi le pesche da sè.
Un'altra volta, egli ed un amico passeggiando a cavallo, il compagno cadde col suo cavallo, senza per altro farsi male, entro un pantano; Swift esclama:
Più è il fango, men disagio Soffri nel tuo naufragio.
_The more dirt,_ _The less hurt._
L'uomo caduto si levò quasi contento della sua caduta, perchè amava anch'egli i proverbi, e si maravigliava di non aver mai udito questo, che in realtà il decano aveva improvvisato opportunamente in quel momento. Swift si dilettava ancora di comporre adagi rimati; il suo giornale a Stella prova come a tutte le menome occasioni avesse pronta la rima.
Fu sollecito oltre ogni dire dell'esterna mondezza, sollecitudine che portò sino allo scrupolo; amava grandemente gli esercizi della persona, massime il camminare a piedi. I moderni nostri camminatori riderebbero della scommessa ch'egli fece di andare a piedi a Chester, facendo dieci miglia per giorno (un viaggio di circa dugento miglia); non è men vero che, a quanto si crede, Swift faceva troppo esercizio, e che la sua salute ne soffriva. Era assai buon cavallerizzo, cavalcava molto, e s'intendea di cavalli; scelse questo nobile animale per farne l'emblema del merito morale sotto il nome di _houyhnhnm_. Swift sollecitava le persone alle quali era affezionato, singolarmente Stella e Vanessa, a far molto esercizio; a queste ne faceva pressochè un dovere. Non vi è quasi una sola delle sue lettere, nella quale non finisca parlando dell'esercizio del corpo come di cosa essenziale alla propria salute, che rendevano sì incerta la sordità e gli svenimenti cui andava soggetto. Il suo fisico soffriva d'un'affezione scrofolosa, che precipitò forse il disordinamento della sua mente, benchè ne sia stato immediata cagione un dilatamento di serosità al cervello, come rimase comprovato nella sezione del suo cadavere.
La beneficenza del decano si manifestava con atti superiori d'assai alla carità ordinaria. Portava sempre con sè una certa somma ripartita in diverse qualità di monete per distribuirle proporzionatamente a coloro che gli sembrassero meritevoli di soccorso; chè il suo grande scopo era quello di aiutare i veri bisognosi senza esporsi possibilmente al rischio di essere ingannato dalla infingardaggine. Scrisse parecchi trattati su questi argomenti.
Veniva ricevuto per ogni dove con contrassegni del più profondo rispetto, e solea dire che avrebbe bisognato istituire una colletta per mantenerlo di cappelli, perchè i suoi erano frusti in un attimo a furia di restituire i saluti che gli venivano fatti. Una volta fece una prova assai gaia della fede che il pubblico prestava ad ogni suo detto. Si era unita una grande folla attorno al suo decanato per vedere un'eclissi. Swift, importunato dallo strepito, fece dire a quella gente che per ordine del decano di San Patrizio l'eclissi veniva differita. Un tale annunzio straordinario fu accolto sul serio, e la calca immantinente si dissipò.
Considerato Swift quale scrittore, il suo carattere presenta tre notabili particolarità. La prima (qualità che lo distingue, e che ben di rado è stata accordata, almeno dai suoi contemporanei, ad un autore), è l'originalità. Il medesimo Johnson confessa non esservi stato forse un solo autore che abbia sì poco accattato dagli altri, siccome Swift, e che per conseguenza abbia altrettanti diritti ad essere considerato originale. Non era infatti stata pubblicata verun'opera che potesse servir di modello a Swift, e le poche idee da lui tolte ad altri son divenute sue per l'impronta che loro ha dato.
La seconda particolarità che abbiamo già fatta notare, si è l'assoluta indifferenza per la rinomanza letteraria. Swift si valea della sua penna come un volgare artigiano degli stromenti del proprio mestiere senza dar loro una grande importanza. Swift potea bene sentir ansia sul successo dei suoi ragionamenti, irritarsi delle contradizioni, prendersela contra gli avversari che facevano guerra ai suoi principii, e volevano impedirgli di raggiungere la meta cui aspirava, ma in ogni occasione mostrò pel buon successo dei propri scritti una indifferenza che presentava tutti i caratteri della sincerità. La non curanza con cui li lanciava nel mondo, il velo d'anonimo che cercava sempre di conservare, l'abbandono dei guadagni che potevano derivargliene, dimostrano com'egli disdegnasse il mestiere d'autore di professione.
La terza singolarità dalla quale andava contraddistinto il carattere letterario di Swift si è che, eccetto la storia, non si è mai provato in veruno stile di componimento, senza riuscirci. Ognuno comprende ch'io non intendo ora parlare d'alcuni saggi pindarici o de' suoi versi latini, cose di troppo lieve importanza, perchè se ne tenga qui un conto. Certamente si può dar la taccia di frivola o di assai volgare alla maniera onde talvolta ha messo in opera il suo talento: pure i suoi versi anglo-latini, i suoi enigmi, le sue descrizioni poco dilicate, le sue violenti satire politiche sono nel loro genere perfette altrettanto quanto lo comporta il soggetto, e lasciano l'unico rincrescimento di non vedere un sì bel genio impiegato nel trattare argomenti più nobili.
Nella finzione egli possedeva in supremo grado l'arte della verisimiglianza, o come lo abbiamo osservato nei _Viaggi di Gulliver_, l'arte di pignere e sostenere un carattere fittizio in tutti i luoghi ed in tutte le circostanze. Una gran parte di questo secreto consiste nell'esattezza dei piccioli fatti staccati che formano siccome il prologo o, per così esprimerci, la sinfonia di una storia raccontata da un testimonio oculare. Tali sono le cose che direbbesi non interessar vivamente altri fuor del narratore. Son queste la palla d'archibuso che fischia all'orecchio del soldato, e fa più impressione in lui di tutta l'artiglieria che di poi non ha cessato di tuonare durante l'intera battaglia. Ma per uno spettatore posto in distanza tutte quelle prime minuzie vanno perdute nel corso generale degli avvenimenti. Ci voleva tutto il discernimento di Swift o di De Foe, autore del _Robinson Crusoè_ e delle _Memorie d'un soldato di cavalleria_, per afferrare i minuti incidenti atti a fare impressione su lo spettatore che la levatura del suo ingegno e della sua educazione non hanno assuefatto a comprendere le cose sotto un aspetto di generalità. L'ingegnoso autore della _Storia della finzione_, il signor Dunlop, mi ha preceduto nel paralello ch'io mi era prefisso d'istituire tra il romanzo di _Gulliver_ e quello di _Robinson Crusoè_. Mi gioverò delle sue espressioni che rendono le mie proprie idee.
Dopo avere dispiegata la sua proposizione dimostrando come Robinson Crusoè renda verisimile il suo racconto d'una tempesta, «quei minuti particolari (egli dice) ne portano a credere tutto il resto della narrazione. Niuno s'immagina che il narratore avesse fatto menzione di simili bagattelle se non fossero state vere. Queste medesime bagattelle sono da notarsi nei _Viaggi di Gulliver_; ne guidano in parte a credere i racconti meno probabili.»
Niuno ha mai revocato in dubbio il genio di De Foe, ma non era gran fatto estesa la sfera delle sue cognizioni: donde procede che la sua immaginazione non ha potuto creare al di là d'uno o due eroi delle sue finzioni: un marinaio ordinario come Robinson Crusoè, un soldato grossolano come il suo soldato di cavalleria, alcuni cialtroni di bassa condizione come alcuni altri personaggi fittizi, ecco le sole parti che l'estensione delle sue cognizioni gli permetteva di far comparire su la scena. Egli si è precisamente trovato nel caso dello stregone indiano, la cui virtù magica non va più oltre dell'aiutarlo a trasformarsi in due o tre animali. Swift è il _dervis persiano_ che ha la potestà di far passare la sua anima nel corpo ove le piace trasmigrare, di vedere cogli occhi del nuovo corpo, d'adoperarne gli organi, d'impadronirsi perfino dell'intelletto che lo animava. _Lemuel Gulliver, l'astrologo Isacco Bickerstaff, il Francese che scrive il nuovo viaggio a Parigi, mistress Harris, Maria la cuciniera, l'Uomo che con l'intenzione di sollevare i poveri, divisa di mangiare i loro figli, il violento politico Whig che fa rimostranze su le insegne di Dublino_, son personaggi disparati fra loro altrettanto quanto appariscono esserlo col decano di San Patrizio. Ciascuno serba il proprio carattere, ciascuno si move nella sua propria sfera, sempre colpito da quelle circostanze che la sua posizione sociale o la sua maniera di vedere gli hanno rese più interessanti come individuo.
La proposizione che ho stabilita su l'arte di dare verisimiglianza ad un racconto immaginario, trova il suo corollario nel principio medesimo. Giova che minute circostanze facciano impressione su lo spirito del narratore ed usurpino una certa parte del suo racconto, e giova ad un tempo che circostanze più importanti di propria natura conciliino solo in parte la sua attenzione, o in altri termini, così in un racconto, come in un quadro, vi è una lontananza ed un primo piano; e la scala visuale degli oggetti decresce a proporzione del loro allontanarsi da chi li racconta. Nè in ciò è men notabile l'arte di Swift; Gulliver racconta d'una maniera più vaga le cose giunte per voce d'altri al suo orecchio che non quelle di cui vuol far credere d'essere stato testimonio egli stesso. Non trovate qui come negli altri viaggi ai paesi d'utopia, un quadro esatto del governo e delle leggi di quelle contrade, ma le nozioni generali che un viaggiatore curioso cerca procacciarsi nell'intervallo di alcuni mesi del suo soggiorno fra gli stranieri. In somma il narratore è il centro, il grande organo della storia; non racconta fatti che le circostanze non gli abbiano permesso di osservare, ma non ne omette veruno, le cui circostanze connettendosi a dirittura con lui lo rendano importante ai suoi occhi.
Le principali opere in prosa di Swift sono le _Fole (Tales of a tub)_, il _Viaggio di Gulliver_, le _Lettere del Pannaiuolo_; le migliori in versi sono il _Club della legione_, _Cadeno e Vanessa_, poema, la _Rapsodia su la poesia_. Alcune di queste traggono in molta parte il loro vezzo dalle circostanze che le inspirarono all'autore e dalla natura dei tempi in cui vennero pubblicate. Fra le molte e notabili produzioni di questo autore che Voltaire chiama il Rabelais dell'Inghilterra, il _Gulliver_ è l'opera meglio destinata a vivere presso la posterità. È per altro giustizia il dire che un'opera di tanta levatura basta di per sè sola a stabilire una rinomanza.
VIAGGI DI GULLIVER
L'EDITORE AI LEGGITORI.
L'autore di questi viaggi, il signor Samuel Gulliver, è mio antico ed intimo amico; anzi vi è qualche parentela fra noi dal lato di madre. Circa tre anni fa, lo stesso signor Gulliver, noiato dalla folla di tanti curiosi che andavano a visitarlo nella sua casa di Redriff, fece acquisto di un podere cui era annessa una conveniente casa, presso Newark, nella contea di Nottingham, paese ov'è nato; quivi or conduce vita ritirata, benchè lo tengano in molta considerazione i suoi vicini.
Se bene sia nato, come vi ho detto, nella contea di Nottingham, ove dimorava suo padre, io per altro ho udito raccontare dal medesimo signor Gulliver che la sua famiglia procedeva in origine dalla contea di Oxford; e ciò si combina coi molti sepolcri e monumenti d'individui di questo casato che ho veduti a Baubury ov'è il cimitero della contea.
Prima di partirsi da Redriff, depositò in mia mano gli scritti che leggerete, lasciandomi la piena facoltà di disporne come avrei creduto opportuno. Gli ho letti diligentemente per ben tre volte: semplice e piano me ne è parso lo stile, nè vi ho trovato altro difetto fuor quello che l'autore, secondo il solito dei viaggiatori, particolarizza troppo i suoi racconti. Di mezzo ad essi trapela una grande apparenza di verità; e realmente l'autore è sì conosciuto per la sua veracità, che ogni qual volta sia occorso autenticare un fatto presso quei di Redriff, è passato in proverbio il dire: «La cosa è vera come se il signor Gulliver l'avesse narrata».
Non senza aver prima consultato più d'un degno personaggio, cui il signor Gulliver mi ha permesso comunicare tal manoscritto, m'avventuro darlo alla pubblica luce, nella speranza che possa, almeno per qualche tempo, offrire alla nobile nostra gioventù un intertenimento migliore di quanto essa può aspettarsene dai soliti libercoli ove non si parla d'altro che di politica e di fazioni.
Questa edizione sarebbe riuscita voluminosa almeno dodici volte di più, se non mi fossi presa la libertà di stralciare dall'originale una farragine di tratti che si riferiscono ai venti ed alle maree, alla direzione e variazione delle coste nei singoli viaggi, o che contengono minute descrizioni del modo di governare i bastimenti al sopravvenire della burrasca, genere di rinfresco che i viaggiatori marittimi non vi risparmiano mai, così pure i ragguagli delle longitudini e delle latitudini; del qual mio arbitrio ho ben paura che il signor Gulliver non si chiami molto contento; ma venuto nella determinazione di pubblicare questi viaggi, io doveva anche studiarmi d'adattarli all'intelligenza del maggior numero de' miei leggitori. Nondimeno, se la mia ignoranza, in quanto concerne affari di mare, mi è stata cagione di cadere, nel far tali stralci, in qualche sproposito, me ne prendo io, com'è ben giusto, tutta la colpa; e se qualcuno della professione avesse la curiosità di esaminare in grande tutta l'opera quale uscì dalle mani dell'autore, m'offro pronto ad appagar la sua brama.
Quanto agli altri particolari che riguardano personalmente l'autore, i leggitori potranno tosto conoscerli dalle prime pagine di questo libro.
RICCARDO SYMPSON.
PARTE PRIMA
VIAGGIO A LILLIPUT
CAPITOLO I.