Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

Part 23

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Fra gli altri ve n'era uno il caso del quale mi parve anzi che no singolare. Gli stava a fianco un giovinetto di circa diciotto anni, quando mi disse che nella battaglia navale d'Azzio ebbe la buona sorte di rompere la fila nemica, di mandare a fondo tre navi di primo ordine, e d'impadronirsi della quarta, il che fu la sola cagione della fuga d'Antonio e della vittoria della parte ottaviana. «Questo giovinetto, soggiunse, che mi sta da presso, è mio figlio; lo vidi cader morto a miei piedi in quella giornata. Credevo essermi fatto qualche merito; ed essendo terminata la guerra, venni a Roma per sollecitare da Augusto la grazia di avere a preferenza d'altri il comando di una nave di primo ordine, il cui capitano era morto in battaglia; ma senza alcun riguardo alla mia inchiesta, questo comando fu conferito ad un ragazzo che non avea mai veduto il mare, ma che aveva il pregio d'essere figlio di Libertina, fantesca di una favorita d'Augusto. Tornatomene addietro sul mio primo bastimento, mi si trovò trascurato ne' miei doveri per levarmi anche quel comando e darlo ad un paggio favorito di Valerio Publicola che era il vice-ammiraglio. Mi ritirai in una mia casetta di campagna, ove ho finiti oscuramente i miei giorni». Mi sembrò tanto incredibile il fatto che domandai fosse chiamato Agrippa, quello che divenne poi genero d'Augusto, e che fu ammiraglio, come sapete, nella nominata battaglia. Marco Agrippa mi confermò punto per punto le cose narratemi da quel povero capitano; e sol ne aggiunse molt'altre che tornavano a maggiore onore di questo, e che la modestia di lui gli avea suggerito tacere.

Mi fece maraviglia che la corruttela fosse divenuta tanto smisurata ed operosa in un impero presso cui il lusso si era introdotto così di recente; laonde si diminuì in me lo stupore per la moltitudine dei casi simili che si vedono in altri paesi ove i vizi di tal natura regnano da più lungo tempo, ed ove è tanto cresciuta la prodigalità delle lodi e del bottino al generale in capo, che forse ad entrambe queste cose ha i minori diritti.

Poichè tutti que' morti chiamati alla luce vestivano in quel momento le primitive forme che aveano da vivi, fu per me un soggetto di malinconica considerazione il notare quanto fosse degenerata la nostra schiatta da un secolo in qua; come la sifilide con tutte le sue conseguenze e denominazioni avesse alterato ciascun lineamento di volto inglese, accorciate le stature, sconnessi i muscoli, rilassati i nervi, fatte smorte le cere, rese floscie e rancide le carni.

Per vedere se tal degradazione si estendesse a tutte le classi domandai persino che fossero fatti comparire alcuni di que' contadini inglesi di vecchia stampa, sì famosi una volta per semplicità di modi, per parsimonia di cibo e vestire, per rettitudine di procedere, per vero spirito di libertà, per coraggio ed amore di patria. Non potei non sentirmi gravemente afflitto poichè, istituito il paragone fra i morti ed i vivi, pensai come tutte quelle pure native virtù de' medesimi venissero prostituite per pochi soldi dai loro pronipoti, i quali nel vendere i loro voti e brogli agli elettori hanno contratti tutti quanti i vizi e le corruttele che possono impararsi in una corte.

CAPITOLO IX.

L'autore ritorna a Maldonada. — Veleggia al regno di Luggnagg. — È tenuto in arresto. — Mandato a domandare dalla corte. — Formalità della sua grande ammissione. — Grande mansuetudine del re verso i suoi sudditi.

Arrivato il giorno della nostra partenza, prendemmo congedo da sua altezza il governatore di Glubbdubdrib, ed arrivammo a Maldonada, ove, dopo una quindicina di giorni, un bastimento era presto per dar le vele alla volta di Luggnagg. I due personaggi che v'ho indicati, ed alcuni altri ebbero la generosità di provedermi dell'occorrevole e per la partenza e durante la navigazione, nè si scompagnarono da me finchè non mi videro a bordo. Stetti in viaggio un mese. Soffrimmo una violenta burrasca che ne costrinse governare verso ponente per trovare un vento di commercio[48] che ci durò per sessanta leghe. Il 21 aprile 1708, entrammo nel fiume Clumegnig che bagna una città e un porto posti a scirocco (sud-est) di Luggnagg. Gettata l'áncora ad una lega dalla città, demmo il segnale per un piloto di porto. In vece d'uno ne furono al nostro bordo due in meno d'una mezz'ora, colla guida de' quali, attraversati certi scogli e secche, da vero pericolosissimi, arrivammo ad un ampio bacino, capace di contenere in sicuro una flotta e distante un tratto di gomona dalla città.

Qualcuno de' nostri marinai, lo facesse per malignità o inavvertenza, informò un di que' piloti di porto ch'io era straniero e gran viaggiatore; il piloto di porto ne avvisò l'ufiziale di dogana che, appena fui a terra, venne a farmi un rigorosissimo interrogatorio. Costui mi parlò nella lingua di Balnibarbi che, grazie al molto commercio, è generalmente intesa in quella città, massime dai marinai e dagl'impiegati delle dogane. Gli dissi in compendio le particolarità più salienti della mia storia, e ciò col miglior ordine e verità che potei; per altro mi trovai nella necessità di nascondergli la mia patria e darmi per Olandese, perchè essendo mia intenzione di trasferirmi al Giappone, ben io sapeva essere gli Olandesi i soli Europei a' quali è permesso l'entrare in quel regno. Gli narrai quindi come, essendo io naufragato e battuto contra uno scoglio della costa di Balnibarbi, fossi stato ricevuto nell'isola di Laputa o sia Isola Galleggiante (della quale anch'egli aveva udito parlare), e come ora io m'adoprassi a raggiugnere il Giappone ove io sperava trovare un incontro per tornarmene alla mia patria.

— «Tutto va bene, mi disse il doganiere. Ma per ora bisogna che rimaniate arrestato qui, finchè io abbia ricevuti intorno alla vostra persona ordini dalla corte, alla quale scrivo subito, e spererei averne risposta fra una quindicina di giorni».

Fui condotto allora in un convenevole alloggiamento con una sentinella di guardia alla porta; ma non posso lagnarmi di non essere stato trattato con umanità durante quel mio confinamento; mantenuto per tutto quel tempo a spese del re, io aveva in oltre annesso alla mia stanza un vasto giardino ove mi si dava la libertà di passeggiare. Aggiugnete che fui visitato da molte persone stimolate soprattutto dalla curiosità perchè aveano sentito dire ch'io veniva da rimotissimi paesi de' quali non ebbero mai contezza in loro vita.

Stipendiai nella qualità di mio interprete un giovinetto che avea fatto il viaggio meco nel medesimo bastimento, un nativo di Luggnagg; ma che, essendo vissuto alcuni anni a Maldonada, era divenuto perfetto maestro di entrambe le lingue. Col suo aiuto fui in grado di conversare con quanti venivano a visitarmi, ma tutto il nostro dialogo si riduceva alle loro interrogazioni ed alle mie risposte, non conduceva sicuramente a veruna discussione.

La risposta della corte non si fece aspettare più del tempo indicatomi da chi mi arrestò. Contenea questa l'ordine di trasportar me ed il mio seguito con una scorta di dieci uomini di cavalleria a Traldragdubh, o Trildrogdrib, che si pronuncia in tutt'a due i modi per quanto posso ricordarmi. Tutto questo mio seguito si riduceva a quel povero ragazzo che indussi ad accettar servigio presso di me, e, dietro umile mia inchiesta, ne fu data una mula per uno da cavalcare. Fu spedito innanzi a noi ad una mezza giornata di distanza un corriere per portar la notizia del mio prossimo arrivo e supplicare sua maestà affinchè volesse degnarsi assegnarmi con suo grazioso beneplacito un giorno in cui potessi aver l'onore di _leccare la polve a piè del suo trono_. Tale è la frase usata per chiedere udienza a quel monarca, nè tardai ad accorgermi che questa non è mica soltanto una forma di dire; perchè dopo la mia ammissione che venne accordata due giorni dopo il mio arrivo, e giunto all'ingresso della sala d'udienza, fui messo boccone con la pancia a terra, e fui costretto strisciarmi fino a piè del soglio, lambendo continuamente la polve finchè ci fossi.

Devo dire che si ebbe preventivamente la cura di spazzar bene il pavimento, ma fu questa una speciale grazia usata alla mia qualità di forestiere, e non è un privilegio concesso a tutti coloro che desiderano udienza, quand'anco sieno personaggi del più alto grado. Anzi qualche volta il pavimento è spolverizzato di più a bella posta, se accade che il presentato abbia de' possenti nemici alla corte. Ho veduto io un gran signore il quale, quando fu alla distanza dal trono stabilita dall'etichetta, avea la bocca sì piena che non potè dire una parola del suo complimento; perchè avete anche a sapere che un povero galantuomo in que' frangenti non ha nemmeno il conforto di potere sputare o pulirsi la bocca, che sarebbe un delitto capitale. Al qual proposito, vi conterò un'altra usanza di quel paese ch'io sono ben lontano dall'approvare. Quando il re giudica opportuno levar dal mondo un de' suoi nobili, per far ciò nel modo più mite e gentile, ordina che il pavimento sia coperto d'una certa polve bruna composta d'ingredienti mortiferi, e di cui la virtù è far morire infallibilmente entro ventiquattro ore chi l'ha lambita. Conviene ciò nullostante rendere una giustizia alla clemenza di quel sovrano ed alla grande di lui sollecitudine pel suo popolo, in che sarebbe da augurarsi che lo imitassero tutti i monarchi. Sia detto a suo onore. Ha dati ordini i più precisi alla sua servitù, affinchè dopo ogni esecuzione di tal natura, sia diligentemente lavato il pavimento sotto pena di cadere nella sovrana disgrazia. Fui presente io, quando ordinò che fosse frustato un suo paggio che, essendo di servigio in uno di tali giorni, nè fece lavare il lastrico, nè diede avviso che non era stata lavato; negligenza che costò sfortunatamente la vita ad un nobile giovinetto d'alte speranze presentatosi all'udienza in quel giorno senza che il re avesse alcun disegno a danno della sua vita. Per altro, quell'ottimo principe ebbe la clemenza di perdonare le frustate al suo paggio sotto promessa di non tornarci più, semprechè non avesse speciali ordini di sua maestà.

Tornando dunque al mio proposito, poichè mi fui strisciato sì avanti che tra me e i gradini del trono la distanza era di quattro braccia, mi posi con bel garbo in ginocchio, e battuta sette volte, com'è di stile, la fronte per terra, recitai le seguenti parole che m'aveano fatte imparare a memoria la notte innanzi: _Inckpling gloffthrobb squut serumm bhiop mlashnalt, zwin tnodbalkuff hslhiophad gurdlubh asht_, complimento prescritto dalle leggi del paese per tutti coloro che vengono ammessi alla presenza del monarca, ed il cui significato è: _Possa la celeste maestà vostra sopravvivere al sole undici mesi e mezzo!_ Il re mi fece una risposta di cui non intesi una sillaba, e dopo la quale profferii le seguenti altre parole che parimente mi erano state insegnate: _Flust drin yalerick dwuldom prastrad mirpush_ che, tradotte alla lettera, vogliono dire: _La mia lingua è nella bocca del mio amico_, ed equivalgono ad una permissione chiesta al re di parlare per bocca del proprio interprete. Infatti venne tosto introdotto il giovinetto di cui già v'ho parlato, e col mezzo del quale risposi a quante interrogazioni sua maestà si compiacque farmi per tutta un'ora all'incirca. Io parlava l'idioma di Balnibarbi; il mio interprete voltava le mie parole in quello di Luggnagg.

Il re molto allettato dell'abboccamento avuto con me ordinò al suo _bliffmarklub_ (il gran ciamberlano) di far allestire un appartamento per me e pel mio interprete, e lo incaricò pure di disporre quanto era d'uopo alla mia mensa giornaliera e di passarmi una grossa borsa di danaro per le mie spese ordinarie.

Rimasi tre mesi senza essere all'assoluto servigio di quel monarca, il quale ciò non ostante si degnava colmarmi de' suoi favori e farmi generosissime offerte. Io nondimeno giudicava cosa più conforme alla prudenza ed alla giustizia il vivere que' giorni che mi restavano a vivere in compagnia di mia moglie e della mia famiglia.

CAPITOLO X.

Alcuni cenni in lode degli abitanti di Luggnagg. — Particolare descrizione degli _struldbrug_, e colloquii occorsi su questa razza d'individui tra l'autore e diversi ragguardevoli personaggi.

Gli abitanti di Luggnagg sono urbani e generosi; e, benchè non sieno senza un ramo di quell'orgoglio che caratterizza generalmente tutti gli Orientali, si mostrano cortesi co' forestieri, soprattutto ove sappiano che li protegge la corte. Feci molte conoscenze, e con persone di quella che chiamasi scelta società; e coll'assistenza sempre dal mio interprete i miei intertenimenti con loro furono d'un genere dilettevole anzichè no.

Un giorno mi trovavo in molta compagnia di tali signori, quando uno di essi mi chiese s'io avessi mai veduto alcuno dei loro _struldbrug_, o immortali. Risposi di no, e lo pregai a spiegarmi che cosa s'intendesse con questo nome che mi pareva applicasse a creature mortali. Secondo quanto egli mi raccontò, accadea talvolta, benchè di rado, che in qualche famiglia nascesse un fanciullo con una macchia circolare rossa su la fronte, ed esattamente sul ciglio sinistro, della larghezza, stando alla sua descrizione, di circa tre soldi inglesi d'argento; segnale infallibile che quella creatura non sarebbe mai morta. Coll'andar del tempo la macchia diveniva più larga e cangiava di colore. Infatti, giunto il fanciullo ai dodici anni, la macchia si facea verde, e continuava così, finchè l'individuo avesse venticinque anni; poi traeva al turchino scuro; ai quarantacinque anni, nera come il carbone, acquistava la larghezza d'uno scellino inglese, poi non ammetteva più altro cangiamento.

— «Ma queste nascite, mi dicea, succedono sì di rado, che non credo vi sieno più di mille e cento struldbrug d'entrambi i sessi in tutta quanta la monarchia; la metropoli ne conterrà circa una cinquantina, e tra questi una bambina nata tre anni fa; questi scherzi della natura non sono particolari a qualche famiglia, ma un mero effetto del caso, e i figli stessi degli struldbrug sono mortali come il rimanente degli uomini».

Devo confessarlo, fui fuori di me dal contento all'udire un sì portentoso racconto, nè potei starmi in quella mia prima estasi dal manifestarla con esclamazioni che poteano parere stravaganti a chi avea sempre il prodigio di questi immortali dinanzi agli occhi, e che furono intese da uno della brigata, il quale parlava, non meno perfettamente di me, l'idioma di Balnibarbi.

— «Felice nazione, esclamai, i cui figli hanno almeno una probabilità di essere immortali! Fortunato popolo che può bearsi ogni giorno della presenza di tanti esempi viventi delle antiche età, ed ha sempre a sua disposizione maestri che lo possono istruire nelle scuole della saggezza de' primi tempi! Ma più fortunati fuor d'ogni paragone questi egregi struldbrug che, nati esenti dalla più tremenda universale calamità della natura umana, hanno le menti libere e sgombre dal peso e dalle depressioni di spirito prodotte dal continuo timor della morte! Ma mi fa meraviglia di non aver mai veduto un solo di questi illustri enti alla corte; e sì, la macchia nera su la fronte, larga uno scellino, è un distintivo sì notabile che non potea passarmi inosservato davanti agli occhi. Mi par tuttavia impossibile che sua maestà, principe sì giudizioso, non chiami presso di sè un buon numero di questi immortali per averne altrettanti abili e saggi consiglieri. Ma forse la loro virtù è tanto austera che mal s'affarebbe alle maniere corrotte e dissolute de' cortigiani; lo vediamo spesso per esperienza che i giovani sono troppo caparbi e spensierati per lasciarsi guidare dalla saviezza di chi ha più anni di loro. Basta! poichè sua maestà ha la clemenza di permettermi d'avvicinarmele, coglierò ben io la prima occasione per dirle, o farle dire schiettamente ed in lungo ed in largo dal mio interprete quello ch'io sento su tale proposito. Ascolti poi, o non ascolti i miei suggerimenti, non avrò il rimorso di non averli dati, e quando non potessi ottenere altro, poichè sua maestà si è degnata più d'una volta offrirmi un collocamento stabile ne' suoi dominii, accetterò ora con la massima riconoscenza un simil favore, e passerò d'ora in poi tutta la mia vita qui in compagnia di questi enti di primo ordine, di questi struldbrug, se per altro si vorranno degnare di me».

Quel signore cui fu soprattutto vólta questa mia cicalata, perchè, come ho detto, io lo sapeva istrutto nell'idioma di Balnibarbi, mi disse con quel sorriso che d'ordinario procede da compassione per l'altrui ignoranza:

— «Oh! son ben contento che vi si offra un motivo, qualunque esso sia, di fermarvi fra noi; anzi permettetemi ch'io spieghi questi sentimenti or da voi espressi al rimanente della compagnia».

Così fece, e li vidi parlar qualche tempo insieme nel loro linguaggio, di cui non intesi, come v'immaginate, una mezza parola; nè potei nemmeno capire dagli atti delle loro fisonomie qual impressione producesse negli ascoltatori il racconto del mio nobile interprete. Dopo un breve silenzio questi tornò a me.

— «Que' miei e vostri amici (così gli piacque esprimersi) hanno molto gustate le giudiziose vostre osservazioni su la grande felicità ed i vantaggi di una vita immortale. Or sarebbero desiderosi di sapere da voi in un modo specificato a qual sistema di vita vi sareste attenuto se il vostro destino vi avesse fatto nascere struldbrug.

— «Oh! non è difficile, risposi, l'essere eloquente trattando un argomento sì copioso e fecondo, soprattutto per me, avvezzo spesse volte a deliziarmi nelle visioni di quel che farei se fossi un re, un generale o un gran signore; e in questi casi mi è sovente corso il pensiere sul sistema di vivere, sul modo d'impiegare me stesso e le mie ore, se fossi stato sicuro di viver sempre.

— «Primieramente dunque, se avessi la fortuna di nascere struldbrug, non appena avessi potuto comprendere la mia felicità col capire qual differenza passa tra la vita e la morte, avrei, con ogni sorta d'arti e di metodi, data opera a procacciarmi ricchezze; e proseguendo in questa cura non dubito che a furia di risparmi e di miglioramenti non arrivassi, tutt'al più in due secoli, ad essere il più ricco uomo di tutto il regno. In secondo luogo, fin dalla prima mia giovinezza, mi sarei applicato intensamente allo studio dell'arti e delle scienze, e certo a suo tempo avrei superati tutti gli altri in dottrina. Vorrei per ultimo tenere un accurato registro d'ogni nazione o avvenimento rilevante che accadesse nel pubblico, e delineare con imparzialità i caratteri delle successive generazioni di principi e grandi ministri di stato con le mie annotazioni punto per punto. Vorrei nel tempo stesso tenere un conto esattissimo di tutti i cangiamenti di consuetudini, di lingua, di vestiti e di mode, di cibi e di passatempi; coll'acquisto delle quali nozioni diverrei un'arca di sapere e di saggezza, e certamente l'oracolo della nazione.

— «Passati i sessant'anni, non vorrei più mai ammogliarmi, ma aprir la mia casa ad ogni sorta di persone che lo meritassero. Soprattutto m'interterrei nel formare e dirigere le menti de' giovinetti che dessero buone speranze di sè e nel renderli persuasi, sul fondamento delle mie ricordanze, della mia pratica e delle mie osservazioni, avvalorate da copiosi esempi dei vantaggi della virtù così nella vita pubblica come nella privata. La costante compagnia di mia scelta sarebbe una dozzina de' miei confratelli immortali dei più antichi fra quelli che avessero meno anni di me. Se alcuni d'essi fossero poveri di beni di fortuna, li provederei di conveniente alloggio in vicinanza de' miei dominii, e ne vorrei sempre qualcuno alla mia mensa; solo frammischierei con essi non so quanti de' più stimabili fra voi mortali, e la lunghezza della mia vita mi avvezzerebbe a perdervi con minore rincrescimento, o anche con indifferenza, come appunto il padrone d'un giardino vede un'annuale successione di garofani e di tulipani senza sospirare la perdita di quelli che appassirono nell'anno precedente.

— «Gli altri struldbrug ed io ci comunicheremmo a vicenda le nostre osservazioni e memorie su le cose vedute nel decorso de' tempi; noteremmo d'accordo i diversi gradi con cui la corruttela si fosse introdotta nel mondo, e ci opporremmo a ciascun passo di essa, mercè d'avvertimenti ed istruzioni perpetue al genere umano che, corroborate dal forte influsso del proprio nostro esempio, probabilmente impedirebbero quella continua degenerazione della umana natura sì lamentata in tutti i secoli.

— «Aggiugnete a tutto ciò il diletto di vedere le varie rivoluzioni degli stati e degl'imperi; i cangiamenti avvenuti nel mondo superiore ed inferiore; le antiche città cadute in rovina e gli oscuri villaggi divenuti metropoli; i famosi fiumi trasformati in fangosi ruscelli; l'oceano che abbandona una spiaggia lasciandola arida ed inondandone un'altra; la scoperta di nuove contrade tuttavia sconosciute; la barbarie impadronitasi di nazioni venute a civiltà, la civiltà che ingentilisce nazioni barbare. Scoprirei allora tutte le longitudini astronomiche, il moto perpetuo, la medicina universale, e porterei ad ultima perfezione molt'altre cose di già trovate.

— «Quali maravigliose scoperte non faremmo nella scienza degli astri vivendo sempre abbastanza per verificare le nostre medesime predizioni, per vedere i progressi ed i ritorni delle comete, i cangiamenti d'inclinazioni nel sole, nella luna e nelle stelle!»

Mi estesi indi su tutti gli altri punti oratorii che il desiderio di una interminabile vita e d'una perpetua felicità sublunare potevano suggerirmi. Poichè ebbi finito, il mio ascoltatore andò a spiegare agli altri, come dianzi, il sunto di tutto quel mio discorso, ed osservai che parlarono a lungo fra loro non senza più d'una risata a mie spese. Finalmente lo stesso personaggio tornò da me, e mi tenne questo ragionamento:

— «I miei compagni mi commettono rettificare alcuni equivoci da voi presi nel dar passata a molte miserie della natura umana che voi forse non siete obbligato a conoscere, e ciò li rende scusabili. La nascita degli struldbrug è un fenomeno particolare de' nostri paesi, e penso così perchè a Balnibarbi, o al Giappone, ove ho avuto l'onore di risedere quale ambasciatore di sua maestà, ho durato fatica a persuadere i nativi di que' due regni che un tal fenomeno fosse possibile. E dalla vostra sorpresa all'udirlo raccontare da me ho capito che tal cosa era affatto nuova e quasi incredibile anche per voi. Rimanendo ne' due regni di cui vi ho parlato, e conversando con molti, ho osservato che una vita longeva è la cosa più sospirata e generalmente desiderata; che chi aveva un piede nella fossa non mancava di tirare indietro l'altro con quanta forza lo poteva; che non v'era uomo sì vecchio, il quale non desiderasse vivere un giorno di più, e non considerasse la morte come la maggiore disgrazia di cui la natura gl'inspirava ad ogn'istante il ribrezzo. Solamente in quest'isola, vedete! il desiderio di vivere non è così fervido, e ne sapete il perchè? perchè abbiamo il continuo esempio dei struldbrug dinanzi agli occhi.