Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni
Part 22
Tutta la predetta dissertazione, scritta con grande acutezza, contenea molte osservazioni singolari ed utili ad un tempo ai politici; pure capii che ci mancava ancor qualche cosa, onde m'arrischiai dirlo al suo autore ed esibirmi a farvi alcune piccole aggiunte. Accoltasi da questo la mia proposta con maggiore affabilità di quanta siamo soliti trovare negli altri scrittori, massime se appartengono alla classe dei _progettisti_, mi rispose che m'avrebbe ascoltato con tutto il piacere.
— «Sappiate dunque, gli dissi, che nella metropoli del regno di Trebnia[37], chiamata dai nativi Langden[38], ove durante i miei viaggi mi sono fermato per qualche tempo, la massa del popolo è tutta d'una stampa, è tutta quanta composta d'indagatori, di testimoni, di relatori, di giuratori, tutti protetti, tutti regolati, tutti spesati dai ministri di stato e dai loro deputati. Le congiure di quel regno sono per l'ordinario altrettante manifatture dirette da questi signori, i quali si prefiggono ora d'ingagliardire il credito in cui sono di profondi politici, ora di trovar pretesti per dare maggior forza all'amministrazione che ha un po' del fesso; ora di soffocare, o di dargli divagamenti, al mal umore che è generale; ora di colmare le proprie casse a furia di fabbricare tradimenti; ora di alzare, ora di sbassare il credito pubblico; in fine di ottener quell'intento che, secondo i casi, torna meglio al privato loro interesse. Primieramente sono convenuti e stabiliti fra loro i nomi degl'individui che hanno ad essere accusati di una congiura; poi tosto non si perde tempo nel sequestrare tutte le loro lettere e carte e nel mettere gl'imputati in prigione. Queste carte vengono consegnate ad una certa razza d'artisti, abilissimi nel trovar fuori misteriosi significati a loro modo ad ogni parola, sillaba e lettera;
per darvene un'idea, vi spiegheranno che una seggetta ha da voler dire _consiglio privato_;
un branco d'oche, _senato_;
un cane zoppo, _un invasore_[39];
la peste, _un esercito allestito_;
uno scarafaggio, _il primo ministro_;
la gotta, _un dignitario della chiesa_;
una forca, _un segretario di stato_;
un pitale, _una giunta di grandi del regno_;
uno staccio, _una dama di corte_;
una scopa, _una rivoluzione_;
una trappola da sorci, _un impiego_;
un pozzo senza fondo, _il tesoro dello stato_;
una cloaca, _un cuore_;
una berretta con sonagli, _un favorito_;
una canna rotta, _un tribunale di giustizia_;
una botte vuota, _un generale_;
una piaga aperta, _l'amministrazione_.
— Se questo metodo sbaglia, ne hanno due altri meglio efficaci che i più dotti fra questi artisti chiamano acrostici, o anagrammi. Col primo danno un significato politico a tutte le iniziali grandi.
Così per loro la lettera N significherà una congiura;
B un reggimento di cavalleria;
L una flotta in mare;
voi vedete quante diverse frasi si possano fabbricare in questa maniera. L'altro metodo è quello di collocar tutte le lettere di uno scritto in modo di formar le parole che si ha bisogno di formare. Così se un poveretto, di cognome Hatell, ha scritto ad un amico: _Mio fratello Tom ha le emorroidi_, que' signori anagrammisti da queste lettere stesse cavano fuori la frase: _Ma farò morto il re io, Tom Hatell_.
Non vi so dire quanto mi ringraziasse quel professore per le osservazioni ch'io gli comunicai, e delle quali mi promise di fare onorevole menzione nel suo trattato.
Non trovando nulla in quel paese che mi solleticasse a farvi una permanenza più lunga, principiai a pensare al modo di tornarmene in Europa a rivedere la mia famiglia.
CAPITOLO VII.
Lasciato Luggnagg, l'autore arriva a Maldonada. — Non vi trova imbarchi pronti. — Fa una breve scorsa all'isola di Giubbdubdrib. — Accoglienza che trova presso il governatore.
Il continente, di cui il regno che ho descritto è una parte, si estende, come ho motivo di crederlo, verso levante fino a quello sconosciuto tratto d'America occidentale che confina a ponente con la California e a tramontana col mar Pacifico, nè è distante più di cento cinquanta miglia da Lagado. Colà è un buon porto che mantiene floridissimo il commercio con la grande isola di Luggnagg situata a maestro (nord-west) a 29° circa di latitudine settentrionale e 140° di longitudine. L'isola di Luggnagg giace a scirocco (sud-est) del Giappone, in una distanza a un dipresso di cento leghe. Correndo stretta alleanza tra l'imperatore giapponese ed il re di Luggnagg, sono parimente frequenti le occasioni di veleggiare da un'isola all'altra. Presi pertanto la risoluzione di volgermi a quella parte per effettuare il mio ritorno in Europa. Noleggiai quindi due mule ed una guida per additarmi la strada ed incaricarsi delle piccole mie bagaglie; ma prima mi accommiatai dal nobile protettore che m'avea compartiti tanti favori, e dal quale anche all'atto della mia partenza ricevei un generoso donativo.
Non mi sopravvenne durante il viaggio alcun incidente degno di essere riferito. Arrivato a Maldonada (chè così si chiamava quel porto) non trovai alcun bastimento che mettesse alla vela per Luggnagg, nè che fosse per prendere quella direzione di lì a qualche tempo. La città è grande presso a poco come Portsmouth. Trovata molta ospitalità nel paese, non tardai a farvi delle buone conoscenze. Tra queste un distinto personaggio, dopo avermi avvertito che non mi si offrirebbero imbarchi per Luggnagg prima d'un mese, mi disse che non sarei stato scontento se, profittando di questo indugio, avessi fatta una gita alla piccola isola di Glubbdubdrib, non più lontana di cinque leghe dal libeccio (sud-est) di Luggnagg. Anzi egli ed un suo amico s'offersero accompagnarmi, e pensarono eglino a provedere una piccola navicella per tale viaggio.
Glubbdubdrib, per quanto sono stato buono io d'interpretare questa parola, vuol dire _isola de' negromanti_ o _de' maghi_. Un terzo in larghezza della nostra isola di Wight, essa è ferace oltre ogni credere; la governa il capo di una certa tribù, di cui tutti gl'individui sono maghi. Eglino non contraggono matrimonii se non fra loro, e il più attempato di essi è per successione il principe o governatore dell'isola. Questi abita in un nobile palazzo con annesso un parco di circa tremila bifolche, circondato da un muraglione di mattoni alto venti piedi, e suddiviso in parecchi piccoli spartimenti di pascoli, campicelli di biade, orti e giardini.
Il governatore e la sua corte sono serviti da famigli d'una razza piuttosto insolita. Mercè la loro perizia nella negromanzia, hanno il potere di chiamarseli e scerseli a modo loro dai trapassati, ma non di tenerli al proprio servigio più di ventiquattro ore, spirato il qual termine non possono obbligarli a tornare allo stesso incarico se non di lì a tre mesi, fuor d'alcuni casi straordinari e rarissimi.
Arrivati nell'isola quasi alle undici del mattino, uno de' signori di mia compagnia si trasferì dal governatore, chiedendogli la grazia di ammettere alla sua presenza uno straniero che era venuto con lui coll'espresso fine di procurarsi l'onore di tributare il suo omaggio a sua altezza. Accordata subito la grazia, entrammo tutt'e tre dalla porta maggiore del palazzo in mezzo a due file di guardie armate e vestite affatto all'antica, le cui faccie aveano tal cosa in sè che mi faceva arricciare la pelle, e m'inspirava un certo brivido ch'io stenterei a descrivervi. Attraversammo diversi appartamenti, in mezzo a servitori sempre della stessa genía dei primi, e schierati come quelli in due file, sinchè finalmente fummo alla sala della presentazione. Dopo che avemmo fatti i tre nostri profondissimi inchini e risposto a poche generali interrogazioni, ne fu permesso sederci su tre sgabelli posti a livello del più basso gradino del trono di sua altezza. Il principe intendeva l'idioma di Balnibarbi, benchè diverso da quello che si parlava nella sua isola. Giovatosi di questo con me, mi pregò di dargli alcune contezze su i miei viaggi, e per farmi capire a dirittura che sarei stato trattato senza cerimonie, licenziò con un'alzata di dito tutti i suoi cortigiani, che sfumarono come le visioni de' nostri sogni, se ne accade destarci all'improvviso. Rimasi sbigottito per un po' di tempo; finalmente, poichè il governatore m'ebbe assicurato che non mi sarebbe stato fatto alcun male, e veduto che i miei compagni, già avvezzatisi per antecedenti visite a quelle usanze, non si mettevano in veruno scompiglio, cominciai a prendere un po' di coraggio, e feci a sua altezza un breve racconto delle mie avventure, non senza per altro qualche esitazione e ripetute occhiate dietro di me ai punti donde io aveva veduto sparire quel servidorame dell'altro mondo. Terminata la mia storia, ebbi l'onore di venire ammesso alla mensa del principe, imbandita e servita da una rinovata schiera di spettri. Allora nondimeno io mi sentiva meno atterrito che la mattina. Sol venuta la sera, pregai umilissimamente sua altezza ad accogliere le mie scuse se io non accettava l'invito ch'ella mi fece di dormire la notte nel suo palazzo. Andai dunque co' miei compagni ad alloggiare in una casa di particolari della contigua città, che era la metropoli di quella piccola isola; e nella successiva mattina tornammo ad umiliare gli omaggi del nostro rispetto a sua altezza, che si era degnata d'incoraggiarci a far questo.
Continuammo di questo stile a soggiornare nell'isola dieci giorni, de' quali la maggior parte diurna passavamo presso il governatore; ma la notte ce ne tornavamo all'alloggio che vi ho indicato. Feci presto ad addimesticarmi colla vista degli spiriti, che dopo la terza o quarta volta non mi davano apprensione di veruna sorta, o se me ne fosse rimasto alcun poco, bisogna dire che la mia curiosità m'aiutasse a superarla. Perchè avete a sapere che il governatore mi diede la permissione di chiamar per nome, scegliendoli a mio piacimento e nel numero che avrei voluto, quanti morti avea veduti vivi la terra del principio del mondo all'era presente; e soggiunse: «Domandate pur loro liberamente di rispondere a qualunque interrogazione vi piacerà fare ai medesimi, semprechè le vostre inchieste cadano su cose accadute finchè viveano; ed una cosa di cui potete essere certo, si è che vi diranno il vero, perchè il dir bugie è una scienza ignota nel mondo di là».
Fatti i miei più umili ringraziamenti a sua altezza per tanto favore, la presi in parola. Dalla stanza ove stavamo si godeva d'una delle più belle prospettive del parco, ed essendo io stato propenso sin dalla prima mia giovinezza alle scene di magnificenza e di fasto, pregai sua altezza a volermi far vedere Alessandro il Grande a capo del suo esercito nella posizione appunto in cui si trovò dopo la battaglia di Arbella. Il governatore mosse un dito, ed ecco tutto questo mondo sotto la nostra finestra! Chiamammo Alessandro di sopra; ed oh! che fatica feci a capire il suo greco! si rassomigliava ben poco a quello che ho imparato io. Fra le cose che capii vi fu la seguente: mi giurò su la sua parola d'onore che non era morto attossicato, come lo fanno molti, ma bensì d'una febbre maligna presa a furia d'imbriacarsi.
Vidi in appresso Annibale al passaggio dell'Alpi, e m'assicurò, anch'egli su la sua parola d'onore, che nel suo campo non vi era mai stata una sola gocciola d'aceto[40].
Vidi Cesare e Pompeo a capo de' loro eserciti ed in procinto d'impegnare la battaglia; poi rividi il primo nell'atto del suo ultimo grande trionfo. Pregai che mi comparissero innanzi in una grande sala il senato di Roma ed in un'altra sala per modo d'antitesi una camera di rappresentanti moderni. Nella prima di questa sala credei vedere un sinedrio d'eroi e di semidei; nella seconda una combriccola di gaglioffi, di borsaiuoli, di assassini da strada e di sgherri.
Il governatore, dietro mia preghiera, fece venire nella stanza ov'eravamo Cesare e Bruto. Fui compreso di profondissima venerazione alla vista di Bruto, ne' lineamenti della cui fisonomia potei facilmente discernere la più consumata virtù, la maggiore intrepidezza e fermezza di mente, il più veritiero amore della sua patria e la generale benevolenza ch'egli sentiva pel genere umano. Mi fu poi piacevolissimo il notare l'ottima intelligenza che regnava fra questi due personaggi; anzi Cesare mi confessò ingenuamente che tutte le più belle azioni della propria vita stavano sotto molti aspetti al di sotto della gloria acquistatasi da Bruto nel togliere dal mondo il dittatore di Roma, cioè lui stesso, Cesare. Ebbi l'onore d'intertenermi a lungo con Bruto, dal quale seppi che l'antenato di lui, Giunio, Socrate, Epaminonda, Catone il Giovine[41], Tomaso Moro[42], lo stesso Bruto II erano continuamente insieme; sestumvirato di cui tutte le età del mondo non possono offrirci un settimo membro.
Noierei il leggitore se gli ripetessi i nomi di tutti gl'illustri personaggi richiamati alla luce del giorno per appagare l'insaziabile brama ch'era in me di vedermi schierato innanzi il mondo di ciascun periodo dell'antichità. Fu un grande pascolo alla mia vista il contemplare i distruttori dei tiranni e degli usurpatori, e coloro che restituirono alla libertà vilipese ed oppresse nazioni. Ma è inesplicabile la soddisfazione che mi veniva ad un tempo dalla speranza di potere ritrarre da tal rassegna un argomento degno d'intertenere un qualche giorno i miei leggitori.
CAPITOLO VIII.
Ulteriori racconti d'apparizioni. — Correzioni fatte alla storia antica e moderna.
Voglioso di conoscere a mio miglior agio quegli antichi che furono più rinomati per ingegno e dottrina, stabilii una giornata in disparte a tal fine. Domandai che Omero ed Aristotele mi comparissero a capo di tutti i loro comentatori, ma tanti erano questi di numero che qualche centinaio di essi fu costretto rimaner nel cortile, ed anche fuori del palazzo. Scernei tosto i due personaggi principali non solo di mezzo alla folla, ma l'uno dall'altro. Omero era il più alto di statura ed il più simpatico dei due; camminava diritto assai per gli anni che aveva, ed i suoi occhi erano de' più vivaci e penetranti ch'io m'abbia veduti giammai. Aristotele andava molto curvo, e faceva uso di bastone; magro, avea rada la capellatura ed incolta, una voce gutturale. Potei accorgermi che nè l'uno nè l'altro sapea nulla della sua turba immensa di comentatori; anzi non ne avea mai veduto alcuno, o udito parlarne prima di quella giornata; uno spettro poi, del quale tacerò il nome, mi disse all'orecchio che tutti que' comentatori abitavano sempre ne' quartieri del mondo di là i più lontani dai loro comentati, e ciò per la vergogna e la coscienza di aver sformate si bestialmente le intenzioni de' loro autori agli occhi della posterità.
Presentai Didimo ed Eustazio[43] ad Omero, e tanto feci che li trattò meglio forse di quanto lo avrebbero meritato, benchè non si stesse dal dire che mancavano di genio per potere entrare nello spirito di un poeta. Ma Aristotele perdè affatto la pazienza quando imparò a conoscere Scoto e Ramus[44] che gli presentai. Basta dire che fece loro questa domanda: «Il resto de' miei comentatori è tutto una mano di balordi come voi due?»
Allora pregai il governatore a far venir lì Cartesio e Gassendi, che indussi a spiegare i loro sistemi ad Aristotele. Questo grande filosofo confessò ingenuamente gli abbagli in cui cadde egli stesso parlando di filosofia naturale, perchè in molti casi gli bisognava fondarsi su mere congetture, come accade a tutti i galantuomini; ma disse poi come tanto l'epicureismo che Gassendi avea reso saporoso fin dove potè nella sua _Filosofia d'Epicuro_ quanto i vortici di Cartesio fossero ugualmente da scartarsi. Predisse lo stesso destino all'attrazione, di cui i dotti de' nostri giorni si mostrano partigiani così zelanti[45]. Aggiunge che i nuovi sistemi della natura non sono altro che nuove mode, le quali variano in ciascun secolo; e che anche coloro i quali pretendono dimostrarli co' principii della matematica, sarebbero rimasti in voga per ben poco tempo, e che cadrebbero in discredito quando verrebbe la loro ora.
Passai cinque giorni conversando con molt'altri dotti dell'antichità. Vidi pure diversi fra i primi imperatori romani. Ottenni dal governatore che chiamasse i cuochi di Eliogabalo, perchè ne imbandissero una mensa; ma non poterono far grande mostra di loro abilità per mancanza di materiali. Un iloto del re Agesilao ci fece un brodo alla spartana, non fui buono di mandarne giù una seconda cucchiaiata.
I due personaggi che mi aveano condotto nell'isola, erano stimolati da alcuni particolari loro affari a partirne di lì a tre giorni che furono da me impiegati nel vedere alcuni de' morti moderni, i quali aveano più splenduto o nel nostro paese od in altre contrade europee da due o tre secoli in qua; ed essendo io stato sempre ammiratore delle antiche illustri dinastie, pregai il governatore a chiamarmi una dozzina o due di re seguendo l'ordine di otto o nove generazioni. Ma mi accadde cosa inaspettata che non vi so dir quanto mi facesse restare stordito ed allocco. Io mi aspettava vedere un lungo codazzo di monarchi; in vece trovai in una famiglia due sonatori di violino, tre bellimbusti ed un prelato; in un'altra un barbiere, un abate e due cardinali. Ho in troppa venerazione le teste coronate per fermarmi a lungo sopra un sì meschino argomento. Ma quanto ai marchesi, conti, duchi e cose simili non fui così scrupoloso; anzi confesso che non mi spiacque il trovarmi in posizione atta a scandagliare su i primi loro tipi le particolari fattezze che caratterizzano certe famiglie.
Intesi pienamente come possa essere che tutti d'una certa discendenza abbiano il mento lungo; come un'altra abbia abbondato di ribaldi per due generazioni, di matti per altre due; donde deriva uno de' proverbi profferito da Polidoro Virgilio[46] intorno a certa gran casa: _Nec vir fortis, nec foemina casta_. Compresi perchè la crudeltà ereditaria in alcune famiglie, la codardigia o la falsità in altre, sieno divenute lor distintivi come gli stemmi; capii chi primo avesse portata in certa nobile casa la sifilide tramandatasi poi in sempre rinascenti scrofole ai discendenti. Nè di tutte queste cose potei maravigliarmi oltre, quando fui certo che quelle lunghe serie di famiglie erano state interpolate da paggi, staffieri, cocchieri, biscazzieri, sonatori di violino, commedianti, marinai e tagliaborse.
Oh! allora mi venne proprio a schifo la storia moderna, perchè dopo avere scandagliati ben bene i personaggi che ebbero più grido nelle corti da un secolo in qua, m'accorsi come il mondo sia stato tratto da prostituti scrittori ad attribuire i più luminosi successi nella guerra ai codardi, le più savie risoluzioni ai matti, la sincerità agli adulatori, le virtù romane a chi tradiva il proprio paese, la pietà agli atei, la castità ai pederasti, la lealtà alle spie. Gran mercè a questi storici, il mondo non sa poi quanti uomini innocenti ed integerrimi sono stati condannati alla morte o al bando per le pratiche operate dai primi ministri or su la venalità de' giudici, or su la malizia delle fazioni; non sa quanti ribaldi vennero esaltati alle più sublimi cariche di confidenza, al potere, alle dignità, allo splendore delle ricchezze; non sanno quanta parte nei grandi avvenimenti dello stato, nelle risoluzioni de' consigli e de' senati appartenne ai mezzani, alle donne di mala vita, ai parassiti, ai buffoni. Come m'andò giù di credito ciò che chiamasi saggezza e rettitudine umana, poichè fui bene informato delle origini e de' motivi delle grandi imprese e rivoluzioni di questa terra, e degli spregevoli incidenti cui dovettero il loro buon successo!
Mi convinsi allora della ribalderia o dell'ignoranza di coloro che si danno l'aria di scrivere aneddoti, o storie segrete; che mandano al sepolcro tanti re con una tazza di veleno; che vi ripetono discorsi seguiti contra un re ed un primo ministro senza esserne stati sicuramente testimoni d'udito; che schiavano a lor talento i gabinetti degli ambasciatori e segretari di stato; e che hanno la perpetua disgrazia di non indovinarne non una per il diritto. Allora io scopersi la vera cagione di tanti avvenimenti che hanno reso attonito il mondo e con qual leggiadria la donna di partito padroneggi la scala segreta, la scala segreta un consiglio, il consiglio un senato. Un generale confessò in mia presenza ch'egli avea guadagnata una battaglia a furia di vigliaccheria e di spropositi, un ammiraglio che per mera svista avea battuto il nemico, mentre s'apparecchiava a consegnargli a tradimento la flotta. Tre capi di nazioni protestarono che durante l'intero loro governo non aveano mai preferita una sola persona di merito se non era stato per equivoco, o per frode d'un primo ministro in cui poneano la loro fiducia, e del quale non si sarebbero fidati più se fossero tornati in vita; poi mi dimostrarono, e con che convincenti ragioni! che un governo non potrebbe tirar innanzi senza uomini corrotti, perchè quello spirito giusto, fermo, pertinace che caratterizza l'uomo incontaminato, è un perpetuo intoppo all'andamento de' pubblici affari.
Fui curioso di sapere con quali metodi certuni si fossero procacciati sublimi titoli d'onore e sterminati possedimenti; e limitai le mie ricerche ad un'era moderna sì, ma che non intaccasse troppo da vicino la presente, perchè m'avrebbe spiaciuto troppo il dover raccontar cose odiose nemmeno agli stranieri; chè già quanto ai miei concittadini il lettore s'immagina, anche senza una mia protesta, ch'essi non sono compresi nè poco nè assai in quanto dico su tale proposito. Furono dunque chiamati molti di que' morti che potevano appagare la mia curiosità. Dopo un brevissimo interrogatorio scopersi tali scene d'infamia che non so pensarci sopra senza raccapricciare. Lo spergiuro, l'oppressione, le maligne istigazioni, la frode, il pandarismo[47] e simili debolezze furono l'arti più innocenti di cui mi confessarono essersi valsi; e sin qui volli anche compatirli fino ad un certo segno. Ma quando altri vennero confessandomi che doveano la grandezza e le ricchezze loro, chi ad incesti e colpe contro natura, chi all'aver prostituito la propria moglie o le figlie, chi a tradimenti commessi contra la lor patria e il loro sovrano, chi ad avvelenamenti, chi all'assassinio dell'innocente commesso sotto il manto della giustizia; mi perdonerete, spero, se queste scoperte fecero in me calare un pochetto quella profonda venerazione che d'altra parte son proclive a tributare ai personaggi posti in alto grado, e che, per un riguardo alle dignità di cui sono insigniti, devono prestar loro tutte le persone poste più a basso di essi.
Ho spesso letto d'alcuni grandi servigi resi ai principi ed agli stati, onde pregai perchè mi fossero fatti conoscere i personaggi cui s'avea l'obbligazione di tali servigi. Mi fu risposto che i nomi di questi tali erano andati in dimenticanza, tranne pochi che la storia ha dipinti come i più abbietti dei cialtroni e dei traditori. Di tutti gli altri io non avea mai udito far menzione prima d'allora. Li vidi scoraggiati in cera e mal vestiti; alcuni di loro mi dissero d'essere morti nella povertà e nella disgrazia; i più morti su d'un palco o sospesi ad una forca.