Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

Part 20

Chapter 203,845 wordsPublic domain

Non crediate per altro nè ch'ella possa trasportarsi al di là dei dominii di terra ferma del suo sovrano, nè alzarsi al di sopra di quattro miglia. Il motivo di tale limitazione viene spiegato così dagli astronomi che hanno scritto di grandi cose su questa pietra: dicono dunque che la virtù magnetica della medesima non si estende oltre l'altezza di quattro miglia, come pure che la virtù del minerale esistente nelle viscere della terra, ed in un tratto di sei leghe di distanza dalla spiaggia, non è, a rispetto alla pietra stessa, diffusa per tutto il globo, ma si ferma ove finiscono i dominii del re. Voi capite per altro qual aiuto debba avere da una tal posizione un sovrano per tenere in obbedienza i suoi popoli.

Quando la spola di calamita arriva, girandola, ad essere parallela all'orizzonte, l'isola sta, perchè in questo caso ambe le estremità magnetiche di forze contrarie la tirano con una potenza eguale all'insù ed all'ingiù donde nasce la quiete.

Questo edifizio _locomotivo_ è posto sotto la direzione d'un certo numero d'astronomi, i quali danno a mano a mano all'isola le posizioni che ordina il re. Essi impiegano il rimanente della loro vita nell'osservazione de' corpi celesti, al qual uopo recano ai medesimi un grande giovamento i loro stromenti ottici che sono di gran lunga superiori in eccellenza ai nostri. In fatti, benchè i loro telescopi non sieno lunghi più di tre piedi, ingrandiscono gli oggetti molto più dei nostri che sapete a che lunghezza talvolta arrivino, oltrechè lasciano vedere gli astri con molto maggiore chiarezza. Questo vantaggio gli ha posti in istato di dilatare le loro scoperte ben al di là di quelle de' nostri astronomi dell'Europa; basti il dire ch'eglino hanno un catalogo di centomila stelle fisse, mentre i più ricchi nostri cataloghi non arrivano a contarne più della terza parte. Essi in oltre hanno scoperti due minori satelliti che girano intorno a Marte, il più interno de' quali è distante dal centro del pianeta primario esattamente tre de' suoi diametri, mentre il satellite situato più in fuori gli rimane ad una distanza di cinque. Più, hanno trovato che il primo compie la sua rivoluzione nel termine di dieci ore, il secondo in quello di ventuna e mezzo, onde i quadrati de' loro tempi stanno a un dipresso in proporzione coi cubi delle loro distanze dal centro di Marte; la qual cosa evidentemente li dimostra governati dalla stessa legge di gravitazione che regge tutti gli altri corpi celesti.

Essi hanno osservato novantatre differenti comete e calcolati con grand'esattezza i periodi delle loro apparizioni. Se ciò è vero, ed essi affermano con la massima fiducia che è vero, è da augurarsi che le loro osservazioni vengano pubblicate, affinchè la dottrina delle comete, che finora per dir vero è zoppa e difettosa per ogni dove, arrivi finalmente a quel grado di perfezione che tutti gli altri rami della scienza astronomica hanno raggiunto.

Il re dell'isola galleggiante sarebbe il più assoluto monarca dell'universo se potesse conseguire d'aver dalla sua in tutto e per tutto i suoi ministri; ma questi, i cui possedimenti son tutti in terra ferma, e che sanno quanto incerta durata abbia la condizione de' favoriti, non consentirebbero mai alla schiavitù de' loro paesi.

Nei casi di ribellione o ammutinamento delle città di terra ferma, di violente fazioni che sorgano in seno ad esse, o di negato pagamento de' consueti tributi, il re ha due espedienti per ricondurre que' suoi sudditi all'ordine. Il primo e il più mite consiste nel venire a bilanciarsi con la sua isola su la città inobbediente e le sue vicinanze, con che privandole del benefizio della pioggia e del sole, ne percuote gli abitanti co' flagelli della carestia e de' morbi epidemici; ed, ove la loro colpa arrivasse a meritare tanta punizione, può in oltre lapidarli con enormi massi gettati a basso, genere di gragnuola, contro cui non hanno altro scampo che rintanarsi ne' sotterranei e nelle cantine, intantochè i tetti delle loro case son fatti in pezzi. Ma se essi, persistendo nella loro protervia, minacciano un'aperta generale ribellione, il re ha sempre in sua mano un ultimo rimedio: quello di lasciarsi con tutta l'isola cascar loro addosso, che è poi la distruzione universale e delle case e degli uomini. Ma accade di rado che il principe si veda tirato a simile estremità, prima perchè non ci avrebbe gusto egli stesso, secondo perchè i ministri non gli daranno mai il parere di venire ad un atto che, oltre al renderlo odiosissimo ai popoli, rovinerebbe i loro fondi tutti posti in terra ferma, perchè l'isola è interamente demanio della corona.

Ma evvi a dir vero una ragione più calzante per cui i re di quella contrada, fuor di qualche caso estremo, si sono sempre astenuti dal percuotere con una sì terribile esecuzione i loro sudditi. Se una città condannata alla distruzione fosse attorniata da alte montagne, come generalmente accade nelle grandi città, che probabilmente si sono scelta così la loro situazione per impedire una simil catastrofe, e se abbondassero di guglie o altissimi colonnati di marmo, una subitanea caduta potrebbe portar grave danno alla base dell'isola, la quale, benchè sia, come ho detto, un intero diamante della grossezza di duecento braccia, potrebbe in quel tremendo urto spezzarsi, o vero, avvicinandosi troppo ai fuochi delle case postegli sotto, scoppiare, come accade alle stoviglie o di terra o di rame troppo esposte al fuoco de' nostri cammini. I sudditi pertanto, che sanno tutte queste cose, sanno ancora a qual segno si possono compromettere di spignere la propria ostinazione ogni qual volta vedono in pericolo i loro possedimenti o privilegi. Per ciò il medesimo re, quand'anche si sente più provocato ed è veramente risoluto di esterminare una delle sue città, ordina che l'isola sia calata giù con tutta la dilicatezza possibile per amore, egli dice, del suo popolo, ma in sostanza per amore della base adamantina dell'isola, la quale se scoppiasse, si fracasserebbe, battendo la terra, l'isola stessa, che la spola magnetica non varrebbe più a sostenere.

Per una legge fondamentale di quella monarchia nè i due reali primogeniti possono mai uscire dell'isola, e nemmeno lo può la regina, se non passato per lei il tempo di concepir prole.

CAPITOLO IV.

L'autore si congeda da Laputa, viene trasportato a Balnibarbi. — Suo arrivo alla città capitale della nuova contrada. — Descrizione di questa e de' paesi circonvicini. — Ospitalità concessa da un distinto personaggio all'autore. — Intertenimento che entrambi ebbero fra loro.

Quantunque io non possa lagnarmi di avere ricevuti mali trattamenti a Laputa, pure son costretto confessare di essermi veduto assai trascurato, e non senza qualche apparenza di disprezzo per la mia persona; perchè nè il principe nè il popolo si mostravano curiosi in nessun ramo di umane nozioni, tranne la matematica e la musica, nella parte meramente teorica, delle quali facoltà io era di gran lunga inferiore ad essi, e per conseguenza avuto in pochissimo conto.

Per altra parte, avendo io già veduto tutte le singolarità dell'isola, sospiravo l'ora di andarmene, ed ero stanco di tutto cuore del consorzio di quella gente. Certo erano eccellenti in due professioni per le quali ho tutta la stima ed alle quali non sono nemmeno straniero; ma erano sì astratte, sì involute le loro contemplazioni, ch'io non mi sono mai scontrato in compagnie meno simpatiche delle loro; laonde io non ho propriamente conversato se non con donne, mercanti, pazzi di corte, _climenos_ (sapete che questi sono i galantuomini dalle vesciche) ne' due mesi del mio soggiorno a Laputa, benchè nemmeno queste classi avessero per me maggiore stima dell'altre, ma in fine erano le sole dalle quali potessi ottenere risposte che avessero un po' di senso comune.

Ancorchè fossi giunto, a furia d'improbo studio, ad un buon grado di conoscenza nel loro linguaggio, io era stanco, ammorbato di vivere in un paese ove mi si faceva così poca cera, onde risolvei abbandonarlo alla prima occasione che me ne capitasse.

Viveva alla corte un gran personaggio, prossimo parente del re, e rispettato per questo solo motivo; chè del resto lo consideravano per l'uomo più stupido ed ignorante fra quanti aveano soggiorno nell'isola. Certamente avea resi segnalati servigi alla corona; possedea doti d'ingegno e naturali e acquistate collo studio, era in oltre integerrimo e pien d'onore, ma d'un orecchio sì disarmonico che i suoi detrattori lo accusavano d'averlo sorpreso più d'una volta in false battute di musica, e si voleva in oltre che i suoi istruttori avessero durato grande fatica a fargli entrare in capo i teoremi elementari della geometria. Questo personaggio adunque si era degnato, in più d'un incontro, di darmi contrassegni del suo favore; m'avea più volte onorato delle sue visite e si mostrava desiderosissimo di conoscere gli affari dell'Europa, le leggi, i costumi, il tratto e il grado di sapere delle diverse contrade ove io aveva viaggiato. M'ascoltava su questi argomenti con grande attenzione e faceva sensatissime osservazioni su quanto io gli andava esponendo. Aveva anch'egli, ma sol per lusso e formalità, i suoi due ufiziali dalle vesciche, senza per altro servirsene fuorchè a corte e nelle visite di etichetta, anzi mandandoli sempre fuor della stanza quando ci trovavamo insieme.

Supplicai pertanto questo illustre personaggio a farsi mio intercessore presso sua maestà affinchè ottenessi la licenza di partire dall'isola; nel che riuscì, com'ebbe la gentilezza di esprimersi, _con suo grande rincrescimento_, e bisogna che lo dicesse di buona fede perchè mi fece diverse vantaggiosissime offerte, ch'io nondimeno ricusai non senza espressioni della mia più alta riconoscenza.

Ai 16 di febbraio, mi congedai da sua maestà e dalla corte. Il re mi fece un dono in danaro che equivarrebbe fra noi a dugento sterlini, ed il mio proteggitore, parente come dissi del re, mi regalò molto di più dandomi in oltre una lettera di raccomandazione per un suo amico di Lagado, metropoli di Balnibarbi. L'isola in allora bilanciandosi sopra una montagna distante all'incirca due miglia di lì, ci venni calato dall'ordine più basso di logge nella stessa maniera onde fui due mesi prima tirato su.

Tutto quanto il continente soggetto al monarca dell'Isola Galleggiante viene denominato _Balnibarbi_, e la sua metropoli, l'ho già detto, _Lagado_. Il trovarmi in terra ferma portò qualche sorta di soddisfazione al mio cuore. M'avviai alla città capitale senza imbarazzo, vedendomi finalmente vestito all'usanza a un dipresso di que' nativi e bastantemente istrutto nella lingua per conversare con essi. Non tardai a trovare la casa del personaggio cui venivo raccomandato dal suo amico, grande di prima classe dell'Isola Galleggiante, e presentatagli la mia commendatizia, ne fui accolto colla massima cortesia. Questo ragguardevole personaggio mi fece tosto apparecchiare un appartamento in sua propria casa ove continuai, durante la mia permanenza, ad essere trattato con la più cordiale ospitalità.

Nella mattina successiva al mio arrivo, mi condusse nella sua carrozza a vedere la città, grande la metà presso poco di Londra, ma le case della quale erano strambamente fabbricate, e molte di esse in rovina. Il popolo correa velocemente per le strade, avea cere stralunate, occhi come incantati ed era vestito, la maggior parte, di stracci. Andati fuor d'una porta della città e trovata dopo tre miglia quasi di corsa l'aperta campagna, vidi parecchi contadini che lavoravano la terra con diverse sorte di stromenti nuovi per me, ma non fui buono di capire che cosa stessero facendo, e nemmeno ch'eglino si prefiggessero di avere un ricolto di grano o di fare un prato, benchè la natura del suolo si mostrasse fertilissima. Non potei rattenere il mio stupore alla vista di sì strane apparenze che mi ferivano gli sguardi ne' campi, come poco prima nella città; laonde mi presi la libertà di pregare l'illustre mia guida a volermi spiegare in che fossero affaccendate tante teste e mani e faccie da me vedute così allora come prima di uscire della città, perchè gli confessai ingenuamente di non capir niente affatto che buoni effetti si aspettassero da tutto quell'affaticarsi, tanto più, non gli tacqui ciò, ch'io non avea mai veduto terreni peggio coltivati, case più male architettate e più rovinose, e un popolo le cui fisonomie ed i vestiti esprimessero maggiore miseria e bisogno di tutte le cose.

Il signor Munodi (tale era il nome del mio ospite), personaggio come potete credere di primo ordine, era stato alcuni anni governatore di Lagado, ma in forza d'una cabala ministeriale fu licenziato per imputatagli dappocaggine. Ciò non ostante, il re continuava a trattarlo con affezione ed a riguardarlo come un uomo pieno di buona volontà, ma d'un intelletto affatto meschino.

Udita quella mia libera censura del paese e degli abitanti, non mi diede altra risposta che questa:

— «Voi non siete ancora rimasto fra noi il tempo bastante per istituire un giudizio. Sapete bene che le differenti nazioni del mondo hanno costumanze ancor differenti», ed aggiunse altri luoghi topici di simil natura.

Nondimeno poichè fummo tornati al suo palazzo, mi chiese:

— «E questa fabbrica come vi piace? Quali stramberie avete trovato, che avete a ridire sul vestito o la cera de' miei servitori?»

Non rischiava nulla nel farmi una simile interrogazione, perchè veramente la magnificenza, la regolarità e la mondezza regnavano in ogni parte della sua casa.

— «La saggezza, risposi, le belle doti e la ricchezza di vostra eccellenza hanno resa la sua casa immune da que' difetti che l'idiotaggine e la miseria hanno prodotti negli altri edifizi.

— «Se un di questi giorni, egli soggiunse, verrete con me alla mia casa di villeggiatura che domina i miei fondi, ed è distante di qui una ventina di miglia, avremo maggior agio a tal genere di conversazione.

— «Io sono sempre disposto ai comandi di vostra eccellenza, risposi, e secondo questo concerto partimmo per la campagna la mattina dopo».

Lungo il cammino, mi fece notare i diversi metodi praticati da que' fittaiuoli nel governo de' loro terreni, cose tutte che mi faceano stordire, perchè, eccetto alcuni pochi luoghi, non mi veniva fatto di scoprire una sola spica di grano o un sol filo d'erba. Ma dopo tre ore di corsa la scena fu affatto cangiata; entrammo in un bellissimo paese ove le case de' fittaiuoli, in poca distanza l'una dall'altra, erano decentissimamente fabbricate e begli spazi di terreno chiusi contenevano e vigneti e campi ricchi di messe e praterie; in somma non mi ricordo di avere mai veduta in mia vita una prospettiva tanto ridente. Sua eccellenza accortasi che mi si schiariva un poco la faccia a tal vista, mi disse mettendo un sospiro:

— «Qui cominciano i miei fondi, e li vedrete tutti così, finchè s'arrivi alla mia abitazione; ma i miei concittadini mi mettono in ridicolo e mi disprezzano, perchè dicono che amministro male le mie sostanze, e che do uno scandaloso esempio a tutto il reame; benchè per verità pochissimi lo seguono fuor d'alcuni che si guadagnano, come me, i predicati d'uomini di due secoli addietro, d'imbecilli, di pusillanimi e che so io?»

Arrivammo finalmente all'abitazione di sua eccellenza, costruzione nobilissima e fabbricata secondo le migliori regole dell'architettura degli antichi; le fontane, i giardini, i viali e i boschetti ne erano disposti con esatte proporzioni e gusto squisito. Io tributava le debite lodi a quante cose ivi io vedea, ma sua eccellenza non mostrava avvedersene; sol la sera, terminata la cena, e non essendovi alcun terzo che gli desse soggezione mi disse con cera malinconica:

— «Ho ben paura che dovrò fra poco atterrare le mie case tanto di città quanto di campagna per rifabbricarle alla moda d'oggidì; che dovrò distruggere tutte le mie piantagioni e ridurle alla forma moderna che l'uso domanda, dando istruzioni simili ai miei subordinati, se non voglio tirarmi addosso la taccia d'uomo superbo, singolare, vanaglorioso, ignorante e capriccioso, e aumentare forte il mal umore che sua maestà ha concepito verso di me. Cesseranno o certo scemeranno gli stupori che siete andato manifestandomi sin qui, poichè vi avrò informato di alcune particolarità delle quali probabilmente non vi sarà mai stato parlato alla corte; perchè que' signori son troppo immersi nelle loro speculazioni astratte per sapere che cosa passa quaggiù[29]».

La conclusione del suo discorso si riduceva a spiegarmi come da quarant'anni certi individui da Balnibarbi portatisi nel regno superiore di Laputa o per affari o per divertimenti, e tornatine addietro con un po' d'ìnfarinatura delle matematiche, ma pieni la testa di spiriti volatili acquistati in quelle aeree regioni, come questi individui al loro ripatriare avessero principiato ad avere a schifo ogni cosa di quaggiù e ad ideare divisamenti per ridurre ogn'arte, scienza, lingua e meccanica ad un novello sistema. A tal fine costoro, giusta quanto mi disse il mio narratore, si procurarono una regia patente per istituire un'accademia di _progettisti_ in Lagado; ed il loro umore prevalse sì fortemente nella popolazione che non vi fu più una città di qualche importanza nel regno la quale non volesse avere la sua accademia. Ne' collegi dipendenti da queste accademie, i professori inventarono nuovi metodi di coltivazione e di costruzione e nuovi stromenti per ogni sorta di mestieri e di manifatture. Per chi badasse loro, un uomo solo arriverebbe a poter fare il lavoro di dieci uomini[30]; un palazzo ad essere fabbricato in una settimana e ciò non ostante riuscire di una saldezza da durare in eterno senza alcun bisogno di restaurazione. Tutti i frutti della terra verrebbero a maturità in qualsivoglia stagione piacesse averli, e crescerebbero ad una mole cento volte maggiore di quella che presentano oggidì, e s'avrebbero innumerabili altri vantaggi di questa natura. Il solo inconveniente è che nessuno finora di tali divisamenti è andato a buon termine; e che intanto l'intero paese è in preda al più deplorabile guasto, tutte le cose sono in rovina, ed il popolo non sa più di che cosa cibarsi o coprirsi. Da tutte le quali cose, in vece di essere scoraggiati, sono anzi spinti a dedicarsi con una intensione cinquanta volte maggiore ai loro disegni, gl'induca a ciò la speranza o la disperazione. «Quanto a me, mi diceva il mio illustre ospite, non mi sento dotato di tutto questo spirito intraprendente; contento di tenermi alle forme antiche, resto nelle case che i miei maggiori hanno fabbricate, e fo com'essi facevano in tutti i particolari della mia vita, senza pensare e tante innovazioni; alcuni pochi del mio grado hanno seguito il mio esempio, ma siamo tutti veduti di mal occhio e sprezzati come nemici dell'arti, ignoranti, e persin cattivi e fatali alla pubblica prosperità, perchè preferiamo i nostri comodi e le inspirazioni della nostra infingardaggine al miglioramento generale del nostro paese».

— «Ma, continuò sua eccellenza, non voglio coll'intertenermi più a lungo su queste particolarità anticiparvi il piacere che avrete di sicuro quando visiterete la grande accademia che voglio assolutamente vediate appena saremo tornati in città. Or soltanto mi basta farvi osservare le rovine che si vedono là su l'altura di quel monte lontano circa tre miglia da noi. Dovete sapere ch'io aveva una volta un conveniente mulino non distante più d'un mezzo miglio da casa mia, fatto girare dalla corrente di un grosso fiume e bastante agli usi non solo della mia famiglia ma di quelle de' molti miei contadini e subalterni. Sette anni fa, una banda di questi _progettisti_ venne a farmi la proposta di atterrare il mio mulino per fabbricarne un altro là su la lunga cresta delle montagne che vi ho indicata, nella quale bisognava primieramente tagliare un canale per condurci l'acqua dalla pianura a furia di trombe e di macchine, e tutto il gran vantaggio di questa bella operazione consisteva in ciò, che l'acqua portata fin lassù essendo obbligata a scendere per un ripido declivo, il mulino verrebbe mosso da una massa di fluido minore di quanta ne contiene un grosso fiume posto ad un livello più uguale.

Che volete? In allora io era piuttosto in disfavore presso la corte; molti miei amici mi stimolavano ad aderire alla proposta, aderii. Dopo avere per due anni impiegati cento uomini in questo lavoro, l'impresa andò a male; i _progettisti_ ne desistettero, lasciandone tutto il biasimo su le mie spalle e burlandosi in appresso di me. Ciò non ostante, trovarono altra buona gente cui proporre imprese simili con le stesse promesse e sempre con uguale buon successo».

Fra pochi giorni fummo di ritorno alla città. Sua eccellenza pensando al tristo concetto in cui l'accademia lo tenea, non volle accompagnarmi in persona, ma affidò ad un amico suo questo incarico facendomi annunziare come un grande ammiratore d'ogni nuovo tentativo, curiosissimo ed altrettanto facile a credere. Nè sua eccellenza s'ingannava nella totalità, perchè da vero sono stato un grande _progettista_ in mia gioventù.

CAPITOLO V.

L'autore ottiene la permissione di vedere la grande accademia di Lagado. — Estesa descrizione di quest'accademia. — Arti in cui si esercitano que' professori.

Composta di più case continuate che tengono entrambi i lati di una strada, non un intero unico edifizio, è l'accademia; le suddette case cadendo in rovina, vennero comprate ed applicate a tale effetto.

Ricevuto assai cortesemente dal custode, frequentai quel luogo per più giorni consecutivi. Ciascuna camera contiene uno o più accademici, e credo non vi fossero meno di cinquecento camere.

Il primo accademico in cui m'incontrai, magro come uno scheletro, avea le mani e la faccia simili a quelle d'uno spazzacamino, lunghi i capelli e la barba, vestito di cenci arsicciati in più d'un luogo. Il suo giustacuore, la sua camicia, la sua pelle, tutte queste cose erano d'uno stesso colore.

Si era affaticato otto continui anni nell'impresa di estrarre dai cetriuoli de' raggi di sole, ch'egli si prefiggea poi racchiudere ermeticamente entro fiale le quali avrebbero riscaldato l'aria nelle giornate nuvolose ed inclementi della state. Mi disse che non dubitava di potere di lì ad otto anni tener forniti d'una sufficiente dose di raggi di sole i giardini del governatore; unicamente si dolse che i suoi capitali andavano scemando, anzi mi pregò regalargli alcun che in via d'incoraggiamento al suo ingegno, tanto più che in quell'annata correa la carestia ne' cetriuoli. Gli feci un piccolo donativo, perchè il mio ospite, che ben sapeva essere stile di quegli accademici il dare stoccate alle borse di tutti i loro visitatori, m'avea proveduto di danaro a tal uopo.

Di lì passai in un'altra camera donde io volea fuggire alla presta, per l'orrido soffocante fetore che mi sorprese. Ma il mio compagno mi spinse innanzi scongiurandomi all'orecchio di non far questo affronto all'accademico dimorante ivi che se ne sarebbe avuto grandemente a male, onde non ardii far altro che turarmi il naso. Quell'accademico era il più anziano di que' dotti; la sua faccia e la barba erano d'un brutto colore gialliccio; le mani ed i vestiti imbrattati della materia che mandava il puzzo da cui io voleva fuggire. Appena gli fui presentato, mi abbracciò cordialissimamente, complimento da cui l'avrei dispensato sì volentieri! La sua faccenda fin dal primo istante che entrò nell'accademia era stata cercar di tornare gli escrementi all'antico stato di commestibili col farne sparire la tinta che ricevono dal fiele, col farne esalare il mal odore e col detergerli dalla saliva[31]. Egli riceveva ogni settimana un assegnamento fattogli dalla dotta società, e consisteva questo in un enorme tino carico della materia necessaria alla sua manifattura.

Trovai un altro inteso all'opera di calcinare il ghiaccio per ottenerne polvere da schioppo; egli mi mostrò in oltre una sua opera che divisava dare alla luce su la natura malleabile del fuoco.