Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

Part 18

Chapter 183,893 wordsPublic domain

Non mi riuscì indurlo a ricevere altro dono fuor quello del dente d'un regio staffiere, su cui gli vidi fermare l'occhio con maggiore curiosità, e di cui credei vederlo singolarmente invaghito. I ringraziamenti che mi fece nell'accettarlo, eccedeano da vero il merito di simile bagattella. Era un dente strappato in fallo da un chirurgo mal pratico allo stesso staffiere, servo addetto al servigio della Glumdalclitch, il quale si dolea del male di denti. Il dente strappato in vece era sanissimo, e fu da me accuratamente rimondato, lavato e riposto nel mio armadio; la sua lunghezza era d'un piede, il diametro di quattro dita.

Soddisfattissimo il capitano dell'ingenuità della relazione ch'io gli feci, mi disse:

— «Spero bene che, tornato al vostro paese, vorrete farvi un merito verso il genere umano col metterla in iscritto e pubblicarla.

— «Signore, gli risposi, il mondo è proveduto sì a sazietà di tali storie di viaggi, che nulla di questo genere omai viene ammesso se non è d'una novità straordinaria; e credo bene stia in ciò il motivo per cui certi autori consultano meno ne' loro racconti la verità che l'interesse proprio o la propria vanità, o anche il bisogno di dare spasso a qualche leggitore ignorante. Or vedete che la mia storia non contiene se non comunissimi avvenimenti, ed è priva in oltre dell'adornamento che potrebbero darle le descrizioni di piante, alberi, uccelli ed altri animali esotici, o vero delle barbare costumanze e dell'idolatria dei selvaggi, mercanzia di cui ringorgano i fondachi di tutti gli scrittori di tal sorta d'opere. Nondimeno vi ringrazio della buona opinione che avete di me, e vi prometto che non tralascerò di meditare la gentile vostra proposta.

— «Voglio dirvi, soggiunse il capitano, una cosa che mi fa meraviglia, ed è l'udirvi parlar sì forte. Il re e la regina del paese donde venite erano forse duri d'orecchio?

— «Eh! signor no; ma devo soggiugnervi che dopo le abitudini da me contratte in due e più anni di tempo, è altrettanta quanto la vostra la mia meraviglia nell'udir voi e la vostra gente parlare affatto sotto voce, e darmi non poca fatica a capir quel che dite. Dipignetevi bene la mia posizione quando io entrava in dialoghi nel paese che ho abbandonato. Io era col mio interlocutore nello stato di chi, da star su la strada, parlasse ad uno che si fosse posto su d'un campanile, semprechè non fossi stato messo sopra una tavola o tenuto in mano dall'interlocutore medesimo. E questa meraviglia che riguarda l'udito, l'ho anche provata rispetto alla vista; quando la prima volta son venuto a bordo del vostro bastimento, voi e la vostra gente mi parevate... mi vergogno a dirlo quel che mi parevate... meno assai che pigmei! E sappiate bene che, quando ero alla corte di Brobdingnag, io non avea più il coraggio di guardarmi nemmeno nello specchio, tanto ero divenuto uno spregevole insetto a' miei occhi a furia di confrontarmi con quegli sterminati miei ospiti.

— «Ah! è per questo che, cenando meco, non solamente guardavate tutto con occhio di stupore, ma vi trattenevate a stento dal ridere, il qual contegno, ve lo confesso, io attribuiva a qualche sconcerto accaduto nel vostro cervello.

— «Era giustissima la vostra congettura; anzi non so da vero come io abbia fatto a non dare in uno scoppio di risa al vedere que' vostri tondi non più larghi d'una monetina d'argento da tre soldi, un piede di porco grosso come una briciola, bicchieri che pareano gusci di nocciuola (con questa proporzione proseguii descrivendogli tutti i suoi vasellami e stoviglie). È ben vero, continuai, che la regina aveva ordinata una fornitura di tutte le cose necessarie al mio uso, ma le mie idee si modellavano su tutto il rimanente degli oggetti che mi stavano intorno, e dissimulavo a me stesso la mia picciolezza come altri dissimulano a sè stessi i propri difetti».

Il capitano comprese ottimamente la forza del mio scherzo, e mi rispose con uguale giocondità.

— «Credo per altro che i vostr'occhi sieno più grandi della vostra pancia, perchè, per essere stato digiuno un'intera giornata, non ho veduto in voi un proporzionato appetito. Oh! da vero (disse continuando nella vena del buon umore) avrei pagato volentieri cento sterlini per vedere la vostra casa nel becco di quell'uccellaccio, poi la vostra caduta da tanta altezza nel mare, spettacolo al certo sorprendentissimo e meritevole che il programma ne venga trasmesso a tutti i secoli avvenire».

La comparazione di Fetonte era sì ovvia che non seppe stare dall'incastrarla nelle sue arguzie, ma per parte mia non fui buono d'ammirar molto questo concetto.

Il capitano, che veniva da Tonchino, s'accigneva al suo ritorno per l'Inghilterra dirigendosi a greco (nord-est), trovandosi allora ad una latitudine di 44, ad una longitudine di 143. Ma scontratici in un vento di commercio[25], due giorni dopo che m'ebbe a bordo, veleggiammo per lungo tempo ad ostro, e costeggiando la Nuova Olanda, governammo a ponente libeccio (west-sud-west) finchè ci fummo lasciato sottovento il Capo di Buona Speranza. Felicissimo fu il nostro viaggio, ma non noierò il leggitore coll'offerirgliene il giornale. Il capitano si fermò ad uno o due porti, mandando il suo scappavia a far provista d'acqua dolce. Io nondimeno non uscii mai del bastimento finchè non fummo giunti alle Dune, il che accadde al 3 giugno 1706, nove mesi circa dopo la mia liberazione da Brobdingnag. Io volea lasciare le mie suppellettili per guarentire il pagamento del mio nolo; ma il buon capitano non ne volle di sorta alcuna. Licenziatici affettuosamente l'uno dall'altro, mi feci promettere dal mio liberatore che sarebbe venuto a trovarmi in mia casa a Redrift, poi presi a nolo un cavallo ed una guida per cinque scellini che il capitano medesimo mi prestò.

Postomi appena in cammino, le case, gli alberi, il bestiame mi pareano sì piccoli che cominciai a credere di essere un'altra volta a Lilliput. Avevo paura di andare addosso co' piedi a quanti viandanti io incontrava; anzi, gridando che si facessero da una banda per non essere schiacciati, rischiai una o due volte di farmi rompere la testa per la mia impertinenza.

Arrivato a casa mia, che dovetti farmi insegnare, e venuto un servitore ad aprirmi, mi sbassai, come fa un'oca entrando dal portello del pollaio, per paura di batter la testa al volto superiore. Corsami incontro mia moglie per abbracciarmi, mi chinai al di sotto delle sue ginocchia pensando che altrimenti ella non sarebbe arrivata alla mia faccia. Mia figlia s'inginocchiò per domandarmi la paterna benedizione, ma io non la vidi finchè non si fu alzata, tanto io m'era avvezzato a guardare sessanta piedi al di sopra di me; poi per istrignermela fra le braccia andai a prenderla per la cintura.

Io guardava d'in su in giù i miei servitori ed uno o due amici che si trovavano lì, come s'io fossi stato un gigante, eglino pigmei. Diedi torto a mia moglie della sua soverchia economia, perchè ella e sua figlia, resesi quasi invisibili, si erano lasciate languir di fame senza un perchè. In somma, io diceva e faceva cose sì strambe che la pensarono tutti come il capitano al primo vedermi. Vi dico queste particolarità per portarvi un esempio della forza dell'abitudine e de' pregiudizi che ne derivano.

Non passò gran tempo che la mia famiglia ed io cominciammo ad intenderci scambievolmente, ma mia moglie protestò che non m'avrebbe più mai lasciato correre il mare, benchè la mia mala sorte avesse predisposto che nemmen mia moglie potesse impedirmelo, come il leggitore vedrà fra poco. Intanto io do qui termine alla seconda parte degli sfortunati miei viaggi.

PARTE TERZA

VIAGGIO A LAPUTA

CAPITOLO I.

L'autore imprende il suo terzo viaggio. — È preso dai pirati. — Messo a peggior partito dalla malignità di un Olandese. — Arriva in un'isola. — Viene accolto dagli abitanti di Laputa[26].

Io era tornato in seno della mia famiglia, quando, non erano trascorsi più di dieci giorni, venne a trovarmi il capitano Guglielmo Robinson nativo di Cornovaglia, comandante dello _Sperabene_, un buon bastimento di trecento tonnellate. Tempo prima, io era già stato chirurgo in un altro bastimento che veleggiò per levante, di ragione per una quarta parte del detto Robinson, il quale ne era il tenente. Egli m'avea sempre trattato più come un fratello che come un suo inferiore, ed appena udita la notizia del mio ritorno, venne a farmi una visita ch'io attribuii unicamente ad un tratto di sua amicizia; nè infatti, mentre c'intertenemmo insieme, occorsero particolarità diverse da quelle solite a notarsi in un colloquio di due amici che non si erano veduti da lungo tempo. Ma ripetute spesso queste sue visite, e manifestando sempre la sua gioia per l'ottimo stato di salute in cui mi trovava, or mi chiedeva s'io contava di essere ripatriato per tutta la mia vita, or mi spiegava la sua intenzione d'imprendere fra due mesi un viaggio alle Indie Orientali; per farla corta, mi offerse, messi a parte i preamboli, pure non senza scusarsi su l'ardire della sua proposta, un impiego di chirurgo nel suo bastimento. Avrei avuto, mi disse, un altro chirurgo sotto di me, oltre a due aiutanti; il mio stipendio sarebbe stato il doppio dell'usuale accordato agli uficiali di sanità; più, avendo sperimentata la mia intelligenza negli affari marittimi, si obbligava a riguardarmi per lo meno come suo eguale ed a conformarsi tanto al mio parere, che non lo avrebbe fatto di più se gli fossi stato pari nel comando.

Aggiunse mille altri gentilissimi propositi, ed io, sapendo quanta fosse la sua onestà; e, bisogna dire anche questo, la brama di vedere ancora nuovi paesi continuando in me più violenta che mai ad onta di tutte le sofferte disgrazie, non fui buono di ricusare la sua offerta. Rimaneva soltanto una difficoltà: quella di persuadere mia moglie; ma finalmente ottenni il consenso anche di questa col metterle innanzi agli occhi la prospettiva de' vantaggi che dal mio viaggio ella potea ripromettersi pe' nostri figli.

Salpati il 5 agosto 1706, arrivammo al forte San Giorgio l'11 aprile del 1707. Vi rimanemmo tre settimane per ristorare i nostri marinai, molti de' quali erano infermi. Di lì passammo a Tonchino, dove il capitano decise fermarsi qualche tempo, perchè le mercanzie ch'egli intendeva comprare, nè erano all'ordine, nè vedea che potessero esserlo se non fra alcuni mesi. Nondimeno, nella speranza di disfarsi d'una parte delle cose portate con sè, fece acquisto d'una scialuppa caricandola di quelle merci europee che sono d'usuale traffico nelle isole circonvicine e mise a bordo di essa quaranta uomini, tre de' quali erano Tonchinesi, e me in qualità di tenente, dandomi ampia facoltà di trafficare com'io credea meglio intanto ch'egli restava sbrigando i suoi affari a Tonchino.

Dopo avere navigato tre giorni, si levò una fiera burrasca che ne spinse per cinque giorni giù di cammino si che ci trovammo a greco-tramontana (nord-nord-est), indi a ponente; in appresso la stagione divenne buona, ma continuammo sempre ad essere spinti da un gagliardo vento di ponente. Al decimo giorno ne diedero la caccia due pirati che fecero presto a raggiugnerci; perchè sì carica era la mia scialuppa che veleggiavamo assai lentamente e, quel che fu peggio, non eravamo in istato di difenderci.

Fummo sopraffatti ad un tratto dai due pirati che furiosamente entrarono nel nostro legno a capo de' loro uomini; ma trovandoci tutti prostrati con la faccia per terra (ordinai io a tutti di regolarsi così) si contentarono a legarci ed a consegnarci in guardia ad alcuni di loro intantochè venivano alla frugata delle cose nostre.

Fra costoro osservai un Olandese che pareva investito di qualche autorità, benchè non comandasse nè l'uno nè l'altro de' legni corsari. Ravvisatici a fisonomia per Inglesi, borbottò in sua lingua il perfido giuramento che ci avrebbe legati a due a due schiena a schiena e mandati a stare in compagnia de' pesci. Io parlava sufficientemente l'olandese, onde gli rappresentai la nostra qualità comune di Cristiani protestanti, nativi di paesi vicini e strettamente collegati fra loro; in vista di che lo pregai ad interporre presso i due capitani la sua mediazione affinchè si avesse pietà di noi. Ma ciò non fece altro che suscitar di più il suo furore, sì che, rinovato l'infame suo giuramento, parlò con gran veemenza ai suoi due compagni, ma in giapponese; laonde le sole parole ch'io intesi, e da lui ripetute per più riprese, furono _Christianos_.

Il più grande de' due legni corsari avea per comandante un Giapponese che parlava qualche poco, benchè imperfettissimamente, l'olandese. Questi avvicinatosi a me, e dopo avermi fatte diverse interrogazioni, alle quali risposi con tutta umiltà, soggiunse che niun di noi sarebbe ucciso. Fattagli, come potete credere, una profondissima riverenza, mi volsi all'Olandese, nè potei starmi dal dirgli: «Mi duole il solo pensarlo: ho trovato più compassione in un pagano che in un mio fratello cristiano». Non avessi mai dette queste parole! Quel maligno rinnegato primieramente s'adoperò in quanto dipendea da lui per indurre i capitani a farmi gettar nel mare; non riuscì, è vero, in ciò, perchè quello dei due che mi promise salva la vita, non volle mancare alla sua parola, ma ottenne che soggiacessi ad un castigo, secondo ogni umana apparenza, peggior della morte. Poichè la mia ciurma fu ripartita egualmente nei legni corsari, e la mia scialuppa proveduta di nuovi uomini, io venni cacciato solo dentro un battello con un paio di pagaie (remi indiani), una vela e provisioni per quattro giorni, poi lasciato alla discrezione dell'onde. Quanto alle provisioni, il Giapponese fu sì generoso che me le duplicò del proprio, vietando a tutti il fare indagini su me per ritormele. Io partii dunque col mio battello, intantochè l'Olandese, stando sul ponte della mia predata scialuppa, mi caricava di quante villanie e maledizioni il suo idioma gli suggeriva.

Un'ora prima del nostro fatale incontro co' pirati, io aveva osservato che eravamo a 46 di latitudine settentrionale ed a 183 di longitudine. Appena ebbi perduti di vista i legni corsari, scopersi col mio cannocchiale da tasca alcune isole a scirocco (sud-est). Avendo un vento favorevole, spiegai la vela con intenzione di raggiugnere la più vicina di quelle, il che non senza fatica mi venne fatto nel termine di tre ore. Io non vedea fuorchè scogli per ogni dove; fra questi nondimeno mi riuscì trovare molte uova d'uccelli; battuto l'acciarino ed accesi varii cespugli e piante marine secche, arrostii le mie uova. Non presi altro da cena, perchè io voleva risparmiare più lungamente ch'io potea le mie vettovaglie. Passai la notte entro la cavità d'uno scoglio, fattomi un letto di cespugli, e diedi, per dir vero, un'ottima dormita.

Nel dì successivo veleggiai ad un'altra isola, indi ad una terza e ad una quarta, or giovandomi della mia vela, or delle mie pagaie. Ma per non noiare il leggitore narrandogli tutte le particolarità di questa stentata navigazione, mi limiterò a dirgli, come nel quarto giorno io scoprissi distintamente l'ultima delle isole che mi stavano a veggente, posta ad ostro-scirocco (sud-sud-est) della prima.

L'isola era distante da me più assai di quanto io credeva, onde non ne toccai le spiagge in meno di cinque ore. La girai quasi tutta all'intorno prima di trovare un luogo adatto per mettere piede a terra, e quel che finalmente mi capitò fu una caletta, se è lecito darle un tal nome, della larghezza tre volte del mio battello.

Era tutta scogli anche quest'isola, solamente sparsa qua e là di zolle e d'erbe di soave odore. Tirate a terra le mie provisioni, con esse mi refiziai, poi posi il rimanente in una delle caverne di cui abbondava quel luogo. Feci indi buon ricolto d'uova dagli scogli. poi di piante marine e di zolle secche, col fuoco delle quali io divisava arrostire alla meglio le stesse uova nel dì venturo, chè io andava inoltre proveduto di pietra focaia, di acciarino, esca e d'una lente ustoria. Passai tutta la notte nella caverna ove io avea poste a stare le mie vettovaglie, e fu mio letto ciò che doveva essere nel dì successivo il mio combustibile.

Dormii ben poco, perchè le inquietudini del mio animo, prevalendo su la mia stanchezza medesima, mi tennero desto. Io pensava all'impossibilità di conservar la mia vita in un luogo sì deserto e al misero fine ch'io vedea sovrastarmi; pure non mi movevo di lì, perchè la mia costernazione, il mio abbattimento erano sì forti ch'io non avea nemmen cuore di saltare in piedi, ed il giorno era ben inoltrato prima che mi fossi sciolto da quel letargo al segno di spuntar fuori della caverna. Camminai alquanto fra gli scogli; la giornata era sì serena ed il sole sì caldo che fui costretto voltar la faccia da esso, quando d'improvviso si oscurò, ma in un modo, come parvemi, ben diverso da quanto accade allorchè si frappone tra esso e la terra una nube. Voltomi addietro, vidi tra me ed il sole un corpo opaco che camminava su e giù nella direzione dell'isola; pareva fosse alto circa due o tre miglia su la mia testa, e coperse il sole per sei o sette minuti, ma non osservai che l'aria si fosse rinfrescata, o il firmamento annuvolato niente più che se in giorno di bel tempo mi fossi posto al rezzo di una montagna. Facendo alcuni passi innanzi sul luogo dond'io contemplava il corpo medesimo, mi parve accorgermi che fosse una sostanza solida, piatta nel fondo, ben liscia e splendentissima grazie alla riflessione delle sottoposte onde del mare. Collocatomi sopra un'altura lontana circa duecento braccia dalla spiaggia, vidi questo enorme corpo scendere ad una posizione quasi parallela a quella ov'io stava, ma ad una distanza almeno d'un miglio inglese. Toltomi di tasca il mio cannocchiale, potei pienamente discernere un grande numero di persone che camminavano su e giù lungo i lati di quella specie di pianeta, i cui orli mi sembravono inclinati, ma che cosa quella gente si facesse, non potei capirlo.

L'amore ingenito in noi della nostra conservazione m'infuse un interno moto di gioia, e mi dispose alla speranza che una tale avventura potrebbe, o d'una maniera o dell'altra, aiutarmi e tormi fuori da quella miserabilissima condizione. Il leggitore penerà a comprendere come il primo mio sentimento non fosse in vece quello dello stupore alla vista di un'isola che nuotava nell'aria, abitata da uomini, atta, così certo sembrava, ad alzarsi ed abbassarsi, o a procedere sul suo piano a grado de' suoi abitanti. Ma pensi ch'io non poteva in quel momento essere in voglia di filosofare sul fenomeno; mi diedi piuttosto ad osservare che avviamento quell'isola avrebbe preso, perchè parve per un istante che rimanesse immobile. Ma poco appresso quella mi si avvicinò di più, in guisa ch'io potei vedere come fosse circondata da logge di più ordini e di scalinate a certi intervalli per agevolare il discendere da un ordine all'altro. Nell'ordine più basso vidi diversi individui intenti ad una pesca d'uccelli che quelli facevano col mezzo di canne, altri che li stavano contemplando. Io agitava la mia berretta (chè il mio cappello da lungo tempo era andato in malora) verso l'isola, e quando ebbi questa in maggior vicinanza, chiamai ed urlai con tutta la forza della mia voce. Allora, guardando più attentamente, vidi un gruppo d'individui vólti affatto su la mia persona, e dai segni che faceano verso di me, e che si faceano fra loro, dovetti pienamente capire di essere stato osservato, ancorchè non avessero risposto nulla alle mie grida. M'avvidi di quattro o cinque uomini che corsero in gran fretta su per le scale sino alla cima dell'isola, poi si dileguarono alla mia vista. Mi occorse di non mi sbagliare nel credere che fossero stati spediti presso qualche personaggio investito d'autorità per informarlo di quanto in quel momento accadea.

Crescea sempre più la folla, ed in meno di mezz'ora l'isola fu mossa e tenuta a tale altezza che l'ordine più basso delle logge appariva in una posizione non più distante di cento braccia dall'eminenza ov'io mi era posto. Messomi allora nella più supplichevole delle posture, parlai loro ne' più umili accenti, ma senza ottenere risposta. Quelli che mi sovrastavano più da vicino, sembravano personaggi d'alto conto; tali almeno li giudicai da' loro abiti. Si diedero a conferire fra loro sul serio, a quanto congetturai, sempre guardando me. Finalmente un d'essi mandò le sue parole all'ingiù in armonioso, netto, dilicato idioma, non dissimile nel suono dall'italiano, ed in questo linguaggio io gli feci la mia risposta sperando almeno che quella cadenza riuscirebbe più gradita al suo orecchio. Ancorchè per dir vero non c'intendessimo nè gli uni nè gli altri, quel ch'io pensava fu agevolmente compreso, perchè si vedeva abbastanza in qual sorta d'angustie io mi trovassi.

Mi fecero cenno di scendere dal mio scoglio e di portarmi verso la spiaggia, il che puntualmente eseguii, e l'isola volante essendo stata posta a tal conveniente altezza che a dirittura mi sovrastasse, dalla più bassa loggia venne calata una catena con attaccata in fondo una scranna, su la quale sedutomi, fui portato in aria col ministerio di girelle.

CAPITOLO II.

Fare ed inclinazioni de' Laputiani. — Loro cognizioni. — Il re e la sua corte. — Accoglienza fatta all'autore. — Crucci e paure di quegli abitanti. — Donne di Laputa.

Appena messo piede nell'isola, fui attorniato da una folla di popolo, ma quelli che mi stettero più da presso sembravano persone di maggior conto. Essi mi contemplarono con tutti i contrassegni dello stupore, e in questa parte io non restava certamente al di sotto di essi, che non ho mai veduta una razza di viventi più stravagante nelle forme, negli abiti e nel modo di contenersi. Le loro teste erano tutte inclinate, qual su la destra, quale su la sinistra; uno de' loro occhi vólti all'ingiù, l'altro voltato all'insù, guardava direttamente il zenith[27]; i vestiti al di fuori adorni d'immagini di soli, di lune e di stelle, frastagliate da figure di violini, flauti, arpe, trombe, chitarre, arpicordi, oltre a molti altri stromenti di musica sconosciuti fra noi in Europa. Osservai qua e là parecchi individui vestiti in divisa di servitori, ciascun dei quali portava in mano una vescica gonfia, legata, come i coreggiati da battere il grano, alla punta di un bastone. Entro ognuna di tali vesciche stava una piccola quantità di ceci secchi o di sassolini, come lo seppi più tardi. I servi proveduti di tali vesciche vanno per intervalli percuotendo la bocca e le orecchie di quelli che sono vicini ad essi, pratica della quale io non potei su l'istante concepire il significato.

Sembra essere le menti di que' popoli tanto assorte in intense speculazioni, che nè possano parlare nè badare ai discorsi degli altri, se qualcuno non li desta con qualche atto esterno operato su gli organi della parola o dell'udito: per ciò le persone abili a sostenere questa spesa hanno sempre fra le persone di lor famiglia un battitore (la parola tecnica è _clinemole_) in qualità di servo, nè senza un tal servo camminano attorno o vanno a far visite. L'incarico del predetto ufiziale si è, allorchè due o tre persone si trovano in compagnia, battere gentilmente con la sua vescica la bocca di quello che dee parlare e l'orecchio di quello o quella cui l'oratore è per volgere la parola. Il servo battitore ha parimente l'obbligo di accompagnare il padrone nelle sue passeggiate e, secondo le occorrenze, menargli un lieve colpo di vescica su gli occhi, perchè è desso tanto immerso nelle sue meditazioni, che è sempre nel manifesto pericolo di cadere affondato in un precipizio o di dar della testa in tutti i pilastri, o vero, lungo le strade, di urtare altri o d'essere urtato da altri dentro un canale.