Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni
Part 16
Questo intertenimento non domandò meno di cinque udienze, ciascuna di più ore, durante le quali il re mi stava attentissimo, ed andava spesse volte prendendo note su quanto io gli narrava, come memorie di alcuni particolari su cui si prefiggea chiedermi schiarimenti.
Poichè ebbi terminata la lunga mia narrazione, sua maestà in una sesta udienza mi propose, dopo avere consultate le sue note, una infinità di dubbi, domande ed obbiezioni su ciascun articolo della narrazione medesima. Volea sapere quali metodi venissero adoprati per coltivare le menti ed addestrare i corpi de' nostri giovani nobili, in che genere di occupazioni questi impiegassero i primi anni della loro vita, gli anni cioè più propri all'ammaestramento. Mi domandò come si facesse per continuare a tener proveduta la camera dei pari quando qualche famiglia nobile veniva ad estinguersi; quali requisiti fossero necessari ad un individuo per essere creato lord; se accadesse mai che un capriccio del principe, una somma di danaro sborsata ad una dama di corte, o il bisogno d'invigorire una parte contraria al pubblico interesse, fossero i motivi di simili promozioni. S'informava fin dove que' lordi conoscessero le leggi del paese, e come fossero pervenuti a conoscerle tanto da poter decidere in ultima istanza su le vite e proprietà de' loro concittadini. Mi chiedea se fossero scevri d'avarizia, di parzialità, o di bisogni a tal segno da non potersi temere che la promessa d'un donativo o altre sinistre mire prevalessero sopra di loro.
S'informava in oltre se que' santi personaggi da me portati a cielo venivano promossi all'alto loro grado per grandi nozioni acquistate nelle cose religiose e per l'esemplarità della loro vita, o se piuttosto non si fossero aperta la strada coll'andare a seconda dei tempi quando furono semplici preti, o col farsi abbietti cappellani di alcuni nobili, pe' quali continuassero servilmente a parteggiare da che erano entrati nella camera dei pari.
Voleva indi sapere da me quali arti venissero praticate nelle elezioni dei deputati di quella camera che gli dissi chiamarsi _dei comuni_; se uno straniero assai danaroso non avrebbe potuto acquistar tanta preponderanza sul volgo de' votanti che eleggessero lui a preferenza o del signore titolare o di qualche notabile personaggio del borgo? Mi chiedea come accadesse che fossero tanti gli uomini ansiosi di entrare in quell'assemblea, poichè avea prima sentito da me che il risedervi portava sì gravi disturbi e spese, talvolta la rovina della famiglia dell'eletto senza che veruna sorta di stipendio o pensione andasse annessa alla carica? Parea quasi che la reale sua maestà di Brobdingnag dubitasse se un tanto eroico sforzo di virtù e di amore del pubblico bene fosse sincero. Infatti mi domandò se mai que' zelanti gentiluomini non avessero avuto qualche mira di compensarsi de' loro incomodi col sagrificare le rendite pubbliche ai disegni di un principe debole e vizioso concertati d'intelligenza con un ministero corrotto. V'assicuro io che mi vagliò su questo argomento per tutti i versi, anzi le sue interrogazioni ed obbiezioni si moltiplicarono tanto che non credo nemmeno conveniente il ripeterle.
Dietro le informazioni ch'io gli avea date su i nostri tribunali di giustizia, volle che lo chiarissi su diversi punti; ed io era in ciò tanto più in grado di appagarlo per essere stato una volta rovinato dalle spese di una lite che fu decisa in mio favore. Mi domandò quanto tempo solitamente ci volesse per determinare da che parte stesse il torto o la ragione, e a quanto sommasse la spesa di una tale disamina? Se gli avvocati ed oratori avessero la facoltà di perorare cause manifestamente ingiuste, angarianti ed oppressive? Se si scorgesse che la setta religiosa o politica professata da un individuo fosse di qualche peso nella bilancia della giustizia? Se quegli avvocati fossero istrutti nelle generali nozioni dell'equità, o in quelle meramente degli usi provinciali, nazionali e locali? Se essi, o i giudici, avessero parte nel dettare quelle leggi, e si prendessero poi in appresso la libertà d'interpretarle o comentarle come tornava loro più comodo? Se fosse mai accaduto che in tempi diversi avessero aringato pro e contra la medesima causa e citate le opinioni precedenti per provarne delle affatto contrarie? Se fossero una ricca od una povera corporazione? Mi chiese soprattutto se si dava mai che un di loro fosse ammesso membro della camera bassa?
Venuto indi a parlare dell'amministrazione del nostro tesoro, disse che credea caduta in un grosso abbaglio la mia memoria per aver io calcolate le nostre tasse a cinque o sei milioni ad un dipresso per anno; poi quando fui a dargli conto delle spese, osservò che queste eccedeano talvolta il doppio dell'entrata, perchè su questo particolare io non aveva omesso di notar nulla, sperando, egli mi dicea, che le nozioni su la nostra economia gli fossero grandemente utili, e premendogli quindi di non isbagliarsi ne' suoi calcoli. Se per altro quanto io gli avea detto era vero, non sapea capacitarsi che un regno potesse spendere al di là della sua entrata, come può accadere ad uno spensierato privato. Mi chiese chi fossero i nostri creditori, e dove trovassimo il danaro per rimborsarli. Gli facea stupore quanto gli raccontai su le nostre dispendiosissime guerre. Bisognava dire, secondo lui, o che fossimo una gran popolazione di accattabrighe o che avessimo di gran cattivi vicini; ai suoi conti i nostri generali dovevano essere più ricchi dei nostri re. Volle sapere che negozi ci chiamassero fuori della nostra isola oltre al traffico e al bisogno di difendere le coste colle nostre flotte? Non si sapea poi dar pace all'udire che, essendo noi un popolo libero, abbiamo un esercito mercenario stabile in tempo di pace. «Se avete, mi diceva, un governo di vostro consenso nelle persone de' vostri rappresentanti, di che cosa avete paura, o contra chi volete combattere? Ditemi un poco se un privato si creda meglio difeso da sè, dai suoi figli e dalla sua famiglia, o da una mezza dozzina di cialtroni, presi su alla ventura sopra le strade per poco salario, ed i quali guadagnerebbero mille volte di più tagliandogli le canne della gola?»
Rise su la mia aritmetica veramente originale, egli si degnò chiamarla così, perchè nel calcolare la nostra popolazione io teneva un conto a parte delle diverse sette religiose e politiche. «Io non vedo, soggiugneva, un motivo perchè chi ha opinioni contrarie a quanto si crede pubblico interesse, debba essere obbligato a cangiarle o non piuttosto a tenerle nascoste. Il volere la prima cosa sarebbe una tirannia in qualunque governo, ma il non pretendere la seconda è debolezza, perchè si può ben permettere ad un uomo l'aver veleni nel cassetto del suo armadio, ma non il venderli attorno come cordiali».
Notò che fra i divertimenti de' nostri nobili io avea commemorato il giuoco; onde mi chiese a quale età d'ordinario cominciasse questa inclinazione, a quale venisse dismessa; quanto tempo della giornata ci fosse impiegato; se mai questa passione diveniva forte al segno d'intaccare le loro sostanze, se non potesse succedere che la viziosa plebaglia arrivasse con le male arti della baratteria a salire in grande ricchezza, qualche volta a tenere sotto la sua dipendenza i veri nobili, ad abituarli alle triste compagnie, a corrompere que' principii d'onore che pur fossero nelle loro menti, e a poco a poco a furia di perdite, costrignerli ad imparare il mestiere infame che gli ha rovinati, ed a praticarlo a propria volta su d'altri.
Il suo stupore non ebbe confine dopo il racconto storico ch'io gli feci dei nostri affari durante il secolo scorso (il decimosettimo); egli giurava di non vederci altro che un ammasso di congiure, ribellioni, assassinii, stragi, rivoluzioni, bandi, tutto il peggio che possono fare l'avarizia, il monipolio, l'ipocrisia, la perfidia, la crudeltà, la ferocia, la demenza, l'astio, l'invidia, la libidine, la malizia e l'ambizione.
In una successiva udienza, sua maestà non senza qualche fatica riepilogò tutte le cose ch'io gli avea narrate, ed istituì un confronto tra le interrogazioni fattemi e le mie risposte; indi presomi fra le mani e dopo avermi gentilmente accarezzato, venne fuori con questa conclusione che non dimenticherò mai, come non dimenticherò mai l'accento col quale fu pronunziata:
«Mio piccolo amico Grildrig, voi avete fatto un ammirabile panegirico del vostro paese; voi avete provato all'evidenza che l'ignoranza, l'ozio ed il vizio sono i requisiti i più acconci a qualificare un legislatore; che gli uomini più atti a dilucidare, interpretare ed applicare le leggi sono quegli stessi, la cui abilità, il cui interesse consistono nel pervertirle, confonderle e deluderle. Vedo tra voi alcune linee di una istituzione che in origine può essere stata tollerabile, ma quelle linee sono per metà cancellate, il restante affatto imbrattato, deturpato dalla corruttela. Non si vede da tutto quanto avete detto che ci voglia la menoma sorta di onorevole qualità per meritarsi fra voi altri una posizione distinta, molto meno che gli uomini sieno nobilitati dalla virtù; non che i vostri ecclesiastici avanzino nelle dignità per merito della loro pietà o dottrina; non gli uomini di guerra per quello del loro valore o della loro buona condotta; non i giudici per la loro integrità, non i membri del parlamento per amore che portino alla loro patria, non i consiglieri per la loro saggezza. Circa a voi, continuò il re, che avete impiegata la maggior parte della vostra vita viaggiando, inclino a sperare che possiate avere evitati sin qui i vizi del vostro paese. Ma da quanto ho raccolto dalla vostra informazione e dalle risposte che a grande stento vi ho strappate di bocca, son costretto dedurre una gran trista conclusione; ed è che i vostri nativi, presi un per l'altro, sono il più pernicioso branco di tutti gl'insetti cui la natura ha dato licenza di strisciarsi sopra la terra».
CAPITOLO VII.
Amor di patria dell'autore. — Proposta vantaggiosissima da lui fatta al re e da questo rifiutata. — Grande ignoranza del re in cose di politica. — Dottrine di questo paese assai imperfette e limitate. — Leggi, affari militari, fazioni.
L'amore in me estremo della verità mi ha sol rattenuto dal palliare quella parte di mia storia che si legge nel precedente capitolo. Era inutile dal canto mio il manifestare un risentimento; sarebbe stato messo in canzone; onde mi convenne starmene quieto e rassegnato all'udire sì mal menato e trattato oltraggiosamente il mio diletto paese. Io fui realmente accorato, come debb'esserlo stato ciascuno de' miei leggitori, al vedermi nella necessità di entrare in simili propositi. Ma tanta fu la curiosità manifestatami dal principe, tanta la sua insistenza, che non si conciliava più nè co' riguardi della gratitudine nè con quelli della buon creanza il non appagare, fin dove per me si potea, le sue voglie. Devo per altro dire a mia giustificazione che mi sottrassi con arte, per quanto mi riuscì fattibile, a molte delle sue interrogazioni, e che diedi a ciascuna cosa un aspetto favorevole fin dove gli stretti limiti del vero me lo permisero. Perchè ho sempre sentita per la mia madre patria quella parzialità che Dionigi d'Alicarnasso raccomanda sì giustamente ad uno storico, e per cui vorrei sempre nascondere le fragilità e sconvenevolezze della medesima, e presentarne le bellezze e le virtù sotto il miglior punto di vista. E tal massima mi studiai sinceramente di serbare in tutte le informazioni che dovei dare a quel monarca, benchè sfortunatamente i miei sforzi andassero vuoti d'effetto.
Ma vuolsi usare di molta indulgenza ad un re, il quale vivendo affatto segregato dal rimanente del mondo, dee per conseguenza essere ignaro delle maniere e costumanze che prevalgono presso l'altre nazioni; mancanza di lumi che dee necessariamente produrre e grandi preoccupazioni mentali e quella strettezza d'idee da cui andiamo esenti noi e le più colte contrade europee. E da vero, sarebbe un gran guaio se le nozioni che ha della virtù e del vizio un monarca così remoto da ogni consorzio del mondo, dovessero servire di regola a tutto il genere umano.
Per confermare la verità di tal mia asserzione e dare a conoscere i miserabili effetti di un'educazione tanto segregata, citerò qui un fatto che stenterà ad esser creduto. Colla speranza di avanzare sempre di più nella buona grazia di sua maestà, gli parlai di una scoperta fattasi da noi, saranno omai corsi tre o quattro secoli, quella di fabbricare una certa polvere, un ammasso della quale, fosse enorme quanto una montagna, salta in aria in un attimo, sol che una piccolissima favilla cada sopra un menomo pugnello di esso, e genera tale frastuono e scuotimento che arriva a superare quello della folgore. Gli dissi come una data quantità di questa polvere, calcata entro un tubo di bronzo o di ferro, valesse, a proporzione della grossezza del tubo stesso, a mandar fuori una palla di ferro o di piombo con tanta violenza e velocità che nulla era capace di resistere al suo impeto; come le più grosse palle scaricatene fuori in tale guisa valessero non solamente a distruggere in una volta intere file d'eserciti, ma ad atterrare i più possenti baloardi delle fortezze, a sommergere in fondo al mare molte navi, ciascuna delle quali contenesse un migliaio d'uomini; come queste palle incatenate fra loro squarciassero alberi di navigli e sartiami, spazzassero uomini a centinaia, portassero strage e devastazione d'intorno a loro. Gli spiegai come spesse volte questa polvere venisse racchiusa entro grosse palle che altra polvere infocata spigneva fuori da immensi mortai perchè andassero a percuotere città assediate, ove sconnettevano lastrichi, rovinavano case e, scoppiando finalmente anch'esse, mandavano per tutti i versi fatali schegge che fracassavano le cervella di chiunque s'abbattea nella loro direzione.
Gli dissi come io conoscessi ottimamente gl'ingredienti di cui si compone tal polvere, che erano assai comuni ed a buon mercato. Mi offersi anzi a fargliene io stesso ed a dirigere i suoi artefici nel fabbricar tubi proporzionati in ampiezza a tutte l'altre cose esistenti nel suo reame (non dovevano essere più lunghi di cento piedi); gli diedi a comprendere come una ventina di questi tubi caricati con la debita proporzione di palle e di polvere sarebbe bastata ad atterrare in poche ore le mura delle più gagliarde città de' suoi dominii, e fin della sua metropoli, ove questa avesse osato d'alzare lo stendardo della ribellione. Tutte queste cose spiegai ed offersi a sua maestà qual tenue omaggio della mia riconoscenza pe' tanti favori e contrassegni di protezione ch'egli avea versati su me.
Indovinate mo! Rimase inorridito ed attonito alla mia descrizione ed alle mie offerte. «Non mi par nemmen vero, che un abbietto verme della terra par vostro (furono proprio questi i titoli che mi compartì) abbia ardito tenermi sì atroci propositi, e con questa bella disinvoltura, per cui si sarebbe detto che non vi commovessero nè poco nè assai le calamità da voi dipinte siccome effetti delle vostre macchine; del certo non può esserne stato il primo inventore altro che un genio cattivo, inimico del genere umano. Quanto a me, egli continuò, benchè tenerissimo delle nuove scoperte, sia nell'arti, sia nelle scienze della natura, vorrei piuttosto perdere la metà del mio regno che essere ammesso al segreto delle invenzioni da voi tanto esaltate, anzi, se vi preme la vostra vita, v'intimo di non mi fare più mai di questi discorsi.»
Vedete a che conducono un'educazione pregiudicata ed una corta vista! Un principe, fornito del resto di quante prerogative procurano venerazione, stima ed amore, cui non mancavano nè grande saggezza nè profondo ingegno, quasi adorato da' suoi sudditi, per uno scrupolo da nulla, di cui in Europa non sappiamo nemmeno formarci un'idea, si lasciò sfuggir di mano l'opportunità di divenire padrone dispotico delle vite, de' privilegi e di tutte le sostanze del suo popolo! Nè dico ciò con intenzione di menomare i tanti pregi di quell'eccellente sovrano, la cui riputazione per altro, da questo lato, apparirà assai scemata agli occhi d'inglesi leggitori; vedo come un tal neo alla sua gloria sia da attribuirsi alla scarsezza delle cognizioni cui sono pervenuti i suoi dominii, al non esservi stato finora chi innalzi la politica al grado di scienza, come dai più acuti ingegni di Europa si è fatto. A questo proposito mi ricordo benissimo le meraviglie che un dì fece il re quando l'incidente di un certo discorso mi portò a dirgli che avevamo parecchie migliaia di volumi pubblicati su l'arte del governare. Ciò gli diede, e da vero io mi prefiggeva un effetto del tutto contrario, una tristissima idea del nostro intendimento. Mi protestò che odiava ed anzi tenea nel massimo dispregio ogni sorta di misteri, di mezzi termini, di sottigliezze, sia nel principe, sia ne' ministri. Non sapeva indovinare che cosa io m'intendessi per segreto di stato, ove non si avesse che fare con nazioni in guerra con noi, o interessate ai nostri danni. La scienza del governare, secondo lui, si riduceva a ben poche cose; ed erano senso comune e ragione, giustizia e moderazione, sollecitudine nello spedire le cause tanto civili quanto criminali, oltre ad alcune altre varie massime che non vagliono la pena di essere ricordate. Guardate che trivialità arrivava a dire! «Chiunque in un pezzo di terra de' miei dominii arrivasse a far crescere due spiche di grano o due fili d'erba ove nasceva una sola spica o un sol filo d'erba, varrebbe più ai miei occhi di tutta la razza dei politici dell'universo messi insieme.»
L'istruzione di questi popoli è difettosa oltre ogni dire; consiste unicamente nella morale, nella storia, nella poesia, e nelle matematiche, in cui bisogna confessare la loro preminenza. Ma queste ultime scienze vengono unicamente applicate al miglioramento dell'agricoltura ed alle arti meccaniche, di modo che fra noi non se ne farebbe gran conto[23]. Circa poi all'idealismo, alla scienza degli enti, alle astrazioni metafisiche, al _trascendentalismo_, non sapreste come farne entrare il menomo concetto in quelle teste.
Fra tutte le leggi di quel paese non ve n'è una le cui parole oltrepassino in numero le lettere del loro alfabeto, che sono soltanto ventidue, ma son poche da vero le leggi che arrivino nemmeno a questa prolissità. Le vedete esposte in termini semplicissimi e piani tanto che quegli abitanti non sono abbastanza arguti per sapere trovare loro più d'una interpretazione, anzi lo scrivere un comento su quelle leggi è un capitale delitto. Quanto alle decisioni delle cause civili, o ai processi criminali, i lor protocolli sono sì poco carichi che i giudici non hanno gran che da gloriarsi della propria abilità nel conchiudere le prime o i secondi.
Que' popoli possedono da tempo immemorabile, come i Chinesi, l'arte della stampa, ma non sono molto ampie le loro biblioteche; quella del re, che si ha per la più vasta, non ha oltre a mille volumi collocati in una stanza lunga mille dugento piedi, da cui io avea la libertà di levare quanti libri desiderassi. L'ebanista della regina avea congegnato nelle stanze della Glumdalclitch un certo arnese di legno alto venticinque piedi, formato a guisa d'una duplice scala di gradini, larghi ciascuno cinquanta piedi, i cui due rami congiunti ad angolo si aprivano, per fermarla sul terreno, ad una distanza di dieci piedi della parete.
Il libro ch'io aveva intenzione di leggere, veniva aperto ed appoggiato al muro. Io saliva prima sin all'ultimo gradino e, tenendo la mia faccia volta al libro, principiava a leggerlo in cima di pagina camminando dieci passi da sinistra a destra secondo la lunghezza della riga, e ciò finchè le parole fossero alcun poco al di sotto del livello del mio occhio, poi per leggere più in giù io scendeva all'inferiore gradino, e così a mano a mano finchè fossi in fondo; dopo di che risalito di nuovo al più alto gradino, io leggea l'altra pagina nella stessa maniera; poi voltavo carta con tutt'a due le mani, il che mi era facile, trattandosi di pagine grosse e consistenti come il cartone, e per quanto ampio fosse lo spazio de' fogli, non lo era mai più di diciotto o venti piedi.
Lo stile di que' libri è chiaro, robusto e netto, ma non frondoso, perchè quivi nulla si abborrisce più dell'adoprar parole oltre al bisogno o del variare le espressioni. Ho lette molte di quelle opere, specialmente di storia e di morale. Fra l'altre mi divertì in singolar guisa un antico trattato di etica che stava sempre nella stanza della Glumdalclitch, ed apparteneva all'aia della medesima, una grave attempata matrona che si dilettava sempre di libri ascetici. Fui curioso di conoscere che cosa sapesse dire su tale argomento un autore di quel paese. Questo scrittore camminava su tutti i luoghi topici dei moralisti europei dimostrando quanto sia di sua propria natura un ente picciolo, bisognoso e spregevole l'uomo, come sia inetto per sè stesso a difendersi dall'inclemenza dell'aria o dal furor delle belve, come sia superato da una creatura nella forza, da un'altra nella velocità, da una terza nella previdenza, da una quarta nell'industria. Vi si parlava della natura umana degenerata in questi ultimi deteriorati secoli del mondo, e divenuta sol capace di produrre aborti a confronto delle sue produzioni dei tempi anteriori. Si diceva in quel libro essere cosa ragionevole il pensare che le specie umane in quelle età fossero non solo più gagliarde, ma gigantesche; cosa affermata dalla storia e dalle tradizioni e confermata dall'enormi ossa e dagli enormi teschi scavati a caso in parecchie parti del regno, e tanto superiori di mole agli ossami ed ai crani delle imbastardite schiatte de' nostri giorni. L'autore inferiva dalle leggi assolute e primitive della natura che gli uomini in principio dovevano essere stati d'una complessione più forte e robusta, nè soggetti ad essere distrutti dal più lieve incidente d'una tegola caduta da un tetto, d'un sasso scagliato da un fanciullo, o di restar annegati entro un ruscello. Da un tal modo di ragionare il mio moralista deduceva più applicazioni utili nella condotta della vita, ma che non fa qui mestiere il ripetere. Quanto a me, non seppi starmi dal considerare come fosse generale questo talento di tirar lezioni di morale o piuttosto soggetti di crepacuore e d'umiliazione dai torti che s'appongono alla natura. E dopo averci ben pensato sopra, io sono d'avviso che le querele mosse contr'essa dagli uomini sieno mal fondate fra noi altrettanto quanto lo erano fra i popoli di Brodingnag.
Circa alle cose loro militari essi fanno ascendere l'esercito reale a cento settantasei mila uomini di fanteria e trentasei mila di cavalleria; se può chiamarsi esercito una milizia composta di trafficanti di ciascuna città e di fittaiuoli delle campagne posti sotto il comando di nobili e di padroni di poderi, i quali comandanti servono tutti senza stipendio di sorta alcuna. Questa milizia si mostra veramente perfetta nell'armeggiare, e religiosissima della disciplina, nè in questa seconda cosa io ravvisai un grande merito, perchè, come potrebbe accadere altrimenti, se ciascun coltivatore è sotto gli ordini del padrone del fondo, ciascun cittadino sotto quelli dei personaggi più notabili della città, scelti per suffragi come si usa in Venezia?