Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni
Part 15
La regina, avvezza ad udirmi parlare spesse volte de' miei viaggi di mare, e sollecita di procurarmi divagamenti ogni qual volta vedeami malinconico, mi domandò se io sapessi come si faccia a maneggiare una vela od un remo, e se un piccolo esercizio di remigare non sarebbe stato utile alla mia salute. Le risposi sapere io ottimamente maneggiare e remi e vele, perchè, se bene la mia professione fosse quella di chirurgo e medico d'armata, pur sovente in casi d'urgenza avea dovuto prestarmi agli ufizi di comune marinaio. Ma le dissi ad un tempo ch'io non vedeva come ciò potesse farsi negli stati di sua maestà, ove la più piccola barchetta superava in grandezza uno de' nostri bastimenti da guerra di primo ordine; che per conseguenza una navicella, qual io avrei potuto governarla, non avea mai avuta esistenza ne' loro fiumi. Sua maestà soggiunse che, ove avessi voluto dare il disegno d'un bastimento, il suo regio ingegnere me lo avrebbe costrutto, ed ella poi s'incaricava di provedermi d'un luogo ove metterlo all'acqua. Quell'ingegnere era un abilissimo meccanico pratico e, ben istrutto da me, ebbe fabbricata in tre giorni una navicella di diporto con tutto il suo sartiame, atta a trasportar comodamente otto Europei.
Quando vide finita la navicella, la regina ne fu sì esultante che postasela in grembo la portò al re, il quale, in via d'esperimento, la fece tosto varare entro un rinfrescatoio pieno d'acqua. Ma quivi io non potea maneggiare i miei due remi per mancanza di spazio. Fortunatamente la regina avea già prima di ciò formato un altro divisamento, ed ordinato all'ingegnere di fabbricarle un truogolo di legno lungo trecento piedi, largo cinquanta, e profondo otto. Questo truogolo, incatramato a dovere per assicurarlo dalle falle, fu posto sul pavimento e rasente la parete di una stanza terrena che guardava la parte esterna del palazzo. Era proveduto verso il fondo d'una cannella per farne uscir l'acqua, allorchè questa infracidiva, e bastavano due servi a tornarlo entro una mezz'ora ad empire. Entro questo truogolo, remai spesse volte, tanto per diporto mio quanto per dar sollazzo alla regina ed alle sue dame che credettero impiegate bene le loro ore nell'ammirare la mia abilità e perizia navale. Qualche volta io metteva la mia vela, nè in tal caso aveva altro a fare che governare il timone, intantochè le dame mi procuravano una brezza co' loro ventagli. Quando erano stanche, venivano in vece alcuni paggi che spigneano la vela col fiatarci sopra, intantochè io dava saggi della mia abilità marinaresca governando come più mi piaceva la mia nave e di tribordo e di babordo. Terminato il mio nautico esercizio, la Glumdalclitch si portava la nave nel suo gabinetto, ove la attaccava ad un chiodo tanto che si rasciugasse.
In tale diporto mi occorse un caso che non mi costò per poco la vita; perchè un de' paggi avendo già posta entro al suo truogolo la mia nave, l'aia della Glumdalclitch pensò usare atto grazioso alla sua pupilla ed a me col prendermi su con le sue mani e mettermi entro al mio legno. Il diavolo fece che ella, senza averne, come potete credere, l'intenzione, mi lasciasse schizzar fuori delle sue mani, e sarei caduto da un'altezza niente altro che di quaranta piedi se, per vero miracolo, non mi avesse fermato uno spillo puntato al busto della buona signora e conficcatosi con la capocchia tra il legaccio de' miei calzoni e la mia camicia sì che stetti sospeso a mezza vita in aria finchè venne la balietta a levarmi d'angoscia.
Un'altra volta il servitore, che avea l'incarico di rinovare l'acqua del mio truogolo ogni tre giorni, fu poco avveduto al segno di non accorgersi d'un rospo che si era cacciato nel suo secchio e di lasciarlo penetrare insieme con l'acqua entro alla conca. L'animale rimase appiattato finchè fossi messo a bordo; ed allora, trovato che quella barca sarebbe stata una comoda nicchia per lui, ci si arrampicò per di sotto facendola pendere tanto da una banda, ch'io, senza conoscere il motivo di un tale sbilancio, dovetti tirarmi con tutta la persona dall'altro lato per far contrappeso e non andar capovolto con la mia nave nell'acqua. Finalmente il brutto rospaccio ci fu dentro, e fatta a saltelloni mezza la lunghezza della barca, mi saltò su la testa e le spalle imbrattandomi e faccia e panni con l'odiosa sua bava. Sapete che brutti animali sono i nostri rospi; ingranditene le proporzioni, ed avrete un'idea del mostro con cui avevo che fare. Ciò non ostante non permisi alla buona Glumdalclitch d'intromettersi in questa lotta, ed a furia di bastonar la bestiaccia, la costrinsi a saltar di nuovo giù della barca.
Ma il più grave pericolo ch'io m'abbia corso in quel regno, mi derivò da una scimia, di cui era proprietario un guattero delle reali cucine. La Glumdalclitch mi avea serrato entro al suo gabinetto intanto che andò fuori di casa o per affari propri o per far qualche visita. La stagione in quel tempo essendo caldissima, erano state lasciate aperte le finestre del gabinetto e quelle ancora dello sportello della mia gabbia più grande, ove io preferiva rimanere e per la sua ampiezza e per le sue maggiori comodità. Mentre io sedeva quietamente meditando al mio tavolino, udii uno strepito alla finestra del gabinetto, poi qualche cosa che saltellava su e giù per la stanza. Ancorchè tutto ciò mi ponesse in qualche apprensione, pure m'arrischiai a metter la testa fuor della finestra più vicina della mia gabbia, senza per altro movermi dalla scranna, ed allora vidi un bizzarro animale che facea qua e là strani salti, finchè finalmente venne vicino alla mia stanza che pareva eccitasse in lui grande curiosità e vaghezza, perchè faceva capolino allo sportello ed a tutte le finestre di essa. Io mi rannicchiai al più rimoto angolo di quel mio appartamento o gabbia, ma la paura mi avea tanto preoccupato che non ebbi assai prontezza di spirito per nascondermi sotto al mio letto come avrei facilmente potuto.
Dopo molto tempo impiegato dall'animale nello spiare, nel ghignare, nel battere i denti, finalmente mi scoperse. Allora cacciò una zampa dentro allo sportello, come avrebbe fatto un gatto nel dare la caccia ad un sorcio. Io aveva un bello scansarmi cambiando sempre di posto, venne l'istante che afferrò il lembo del mio giustacuore, che, essendo di seta di quel paese, era resistente e forte abbastanza per non lacerarsi, onde, padrone di quel lembo, riuscì a tirarmi fuori dello sportello. Presomi tosto con la sua zampa destra d'avanti, mi alzò su come una nutrice che voglia dare il latte ad un bambino, e come ho veduto praticare ad altre scimie in Europa con qualche gattino. Facendo io sforzi per liberarmi, mi dava sì poderose strette che giudicai più prudente partito il rassegnarmi alla sua volontà. Ho buone ragioni per credere che la scimia m'avesse preso per un fanciullo della sua specie, ed infatti con l'altra zampa d'avanti mi accarezzava spesse volte la faccia nella più gentile maniera. Ma, in mezzo a questi suoi spassi, venne interrotta da un strepito fatto alla porta del gabinetto come da qualcuno che volesse aprirlo, onde spiccò un salto su la finestra dond'era entrata, e di lì su i piombi e le grondaie, poi s'arrampicò sul tetto contiguo al nostro, ma camminando con tre zampe e continuando sempre a tenermi stretto con l'altra. Udii l'acuto grido della Glumdalclitch nel momento ch'io veniva portato via. Quella povera creatura non sapeva che cosa fare dalla disperazione; tutta quella parte di palazzo era sossopra; i servi corsero in cerca di scale a mano. La scimia intanto si faceva vedere da un centinaio di persone che stavano nel cortile, seduta su l'orlo del tetto e sempre tenendomi a guisa d'un bambino con una delle sue zampe d'avanti, e con l'altra cacciandomi a forza in bocca cibi biasciati che si traeva fuori dalle sue ganasce; e siccome io non appetiva gran che tal genere di pietanze, mi batteva s'io mi mostrava schifiltoso a mangiarle. Figuratevi il ridere che facea quella gentaglia da basso; e non so da vero se si potesse con giustizia darle torto, perchè la mia posizione di quel momento era tale da far ridere ogni galantuomo, eccetto me. Alcuni di quei del cortile si diedero a lanciar sassi insù con la speranza di far venire a basso la scimia, ma fortunatamente vi fu chi vietò loro questo espediente; era infatti il più bello e sicuro per farmi fracassar le cervella.
Si corse con scale a mano, e diversi uomini le salivano quando la scimia, vedendo ciò e ridotta quasi affatto alle strette perchè non poteva speditamente involarsi con sole tre zampe, mi lasciò andare sopra una tegola, e fece da sè la sua ritirata. Stetti per qualche tempo seduto su la mia tegola ad un'altezza di cinquecento braccia da terra aspettandomi ad ogn'istante di essere soffiato via dal vento o, siccome non mi girava poco la testa, di ruzzolare le cento volte da una tegola all'altra sinchè finalmente precipitassi da una grondaia. Per fortuna, un buon figliuolo, staffiere della Glumdalclitch, arrampicatosi fino a quel tetto, e postomi in un borsellino de' suoi calzoni, mi portò sano e salvo a terra.
Io era quasi soffocato dalle porcherie di cui m'aveva ingozzato la scimia, ma la mia cara balietta me le trasse fuori di bocca con un piccolo spillo, il che, promosso in me il vomito, mi portò qualche sollievo. Ma ero sì debole ed avevo sì affrante le coste per le strette datemi da quella maladettissima bestia, che dovetti rimanermene in letto un buon paio di settimane. Il re, la regina, tutta la corte mandavano ogni giorno ad informarsi su lo stato di mia salute, ed il primo anzi mi onorò di parecchie visite finchè durò la mia malattia. La scimia venne accoppata, e messo un editto affinchè nessuno di questi animali potesse più essere tenuto entro i recinti dell'imperiale palazzo.
Quando, rimesso affatto in salute, mi presentai al re onde attestargli la mia gratitudine per le bontà usatemi, egli se la godè un buon pezzetto alle mie spalle sul casetto occorsomi. Mi chiedea quali fossero i miei pensieri, le mie risoluzioni quando mi tenea con una delle sue zampe la scimia; se m'aveano gradito i manicaretti che m'avea somministrati quell'animale; se mi parea che facesse buona tavola; se la fresca aria del tetto non avesse giovato ad aguzzarmi l'appetito. Mi domandò indi come mi sarei levato d'impaccio nel mio paese se un incidente simile mi fosse avvenuto. Risposi a sua maestà che in Europa non conoscevamo d'altre scimie fuor quelle che venivano portate da altri paesi, poi tanto piccole, che io bastava contra una dozzina di esse se lor fosse venuto il ghiribizzo di prendersi meco delle libertà. Soggiunsi di più che nemmeno l'enorme scimione con cui io aveva avuto che fare (per dir vero era grosso come un elefante), nemmen quello mi avrebbe dato fastidio se lo smarrimento dell'istante mi avesse lasciato pensare a far uso del mio coltello quando ficcò una zampa nella mia camera. — «Altrimenti» dissi facendo il fiero e battendomi la mano su l'impugnatura dell'arma che nominai, «avrebbe avuta da me tal lezione da non parergli vero di fuggir di lì più presto che non ci era venuto.» Proferii queste frasi col fermo accento d'uom geloso della propria fama, e che non vorrebbe per tutto l'oro del mondo veder revocato in dubbio il proprio coraggio. Ciò non ostante tutto il mio bel dire non mi fruttò altro che una sonora risata de' circostanti, i quali, ad onta di tutto il rispetto inspirato loro dalla presenza di sua maestà, non se ne seppero rattenere; la qual cosa mi condusse a fare una considerazione, quanto cioè perda il tempo e la fatica quell'uomo che s'immagina farsi ammirare da chi è fuor d'ogni sfera di confronto con lui. Tuttavia, dopo il mio ritorno in Inghilterra, mi è toccato spesse volte veder rinovato il caso della presente parabola, allorchè qualche spregevole galuppo, senza il menomo titolo di nascita, di forma, d'ingegno o almeno di senso comune, ha voluto darsi aria d'importanza e mettersi a pari co' più grandi personaggi del regno.
Non passava giorno ch'io non provedessi la corte di casetti per farla ridere, e la stessa Glumdalclitch, benchè mi volesse un bene dell'anima, non si stava, la briccona, di far noti a sua maestà que' miei scerpelloni che la potessero divertire. Mi ricordo d'un giorno che non essendo ella di servigio a corte e condotta dalla sua aia a prendere aria ad un'ora di distanza, o sia una trentina di miglia lontano dalla città, smontò di carrozza con l'aia, e posò la mia cassettina da viaggio dinanzi al sentiere d'un campo. Quivi, uscito della mia nicchia portatile, mi posi a passeggiare, e trovandomi inciampato il passo da una bovina, mi prese il ghiribizzo di far prova della mia agilità col varcarla di un salto. La misura del mio salto fu tolta con tanta aggiustatezza che mi trovai sprofondato nel mezzo di essa. Uscitone al guado, non senza qualche difficoltà, toccò ad uno staffiere lo sgradevole incarico di nettarmi alla meglio col suo fazzoletto, perchè vi lascio immaginare com'ero concio. La mia balia poi mi confinò tosto entro la mia gabbia; ma fosse qui finita la cosa! Appena tornati a casa, la regina venne esattamente informata di quanto era occorso; gli staffieri divulgarono l'avvenimento per ogni dove; quanti giorni si continuò in corte ridendo sempre a mie spese!
CAPITOLO VI.
Mezzi adoprati dall'autore per rendersi accetto di più al re ed alla regina. — Dà prove della sua perizia nella musica. — Il re s'informa su lo stato dell'Inghilterra, e ne riceve contezze dall'autore. — Osservazioni del re a questo proposito.
Io soleva, una o due volte la settimana, far la mia corte al re nell'ora del suo levarsi, e spesse volte m'occorse trovarlo sotto il barbiere, cosa, a dir vero, terribile a prima vista, perchè il rasoio era almen lungo il doppio di una sciabola comune. Sua maestà, giusta il costume del paese, non si facea radere più di due volte la settimana. Un giorno avendo ottenuto dal barbiere che mi desse un poco di quella saponata, ne trassi fuori quaranta o cinquanta de' più forti peli della regia barba. Poi, preso un pezzo di legno sottile lo tagliai come il dosso d'un pettine praticandovi sopra, ad eguale distanza, diversi buchi con uno spillo, il più piccolo che potei procurarmi dalla Glumdalclitch; poscia dopo avere col mio coltello piallati ed assottigliati in punta que' peli, gl'introdussi entro ai forami con tale arte che me ne riuscì un pettine più che sufficiente; e mi capitò proprio a tempo, perchè il mio era rotto ne' denti al segno di non potermene più affatto servire, nè io conosceva lì un artefice abbastanza abile e preciso nei minuti lavori che potesse fabbricarmene uno.
Ciò mi fece nascere l'idea d'un intertenimento in cui impiegai molte delle mie ore d'ozio. Pregai primieramente una cameriera della regina a salvarmi quanti capelli cadeano dalla testa di sua maestà nel tempo della sua pettinatura, onde ne misi insieme una buona quantità; poi, intesomi con quell'amico che fabbricò la mia stanza, e che avea l'ordine di farmi quante bagattelle avessi potuto desiderare, gli diedi le necessarie istruzioni affinchè mi allestisse due fusti da seggiola non più grandi di quelli dell'altre che erano nella mia gabbia; fattigli indi praticare con una sottile trivella diversi buchi, così al dorso come al sedile ne' luoghi che gl'indicai, v'intessei entro i più robusti capelli che potei trascegliere ad imitazione delle sedie di canna che si usano nell'Inghilterra. Terminate che furono, ne feci un presente a sua maestà, che si degnò conservarle nel suo gabinetto, e solea mostrarle a tutti, siccome una rarità, chè in quel paese lo erano di fatto agli occhi di tutti. La regina avrebbe voluto ad ogni costo vedermi seduto sopra una di esse, ma io ricusai costantemente di obbedirla in ciò, e protestai che avrei scelto morir mille volte prima di mettere quella disonesta parte del mio corpo su quell'augusto crine che avea splenduto un giorno sul capo di sua maestà. Con altri di questi capelli (perchè certo genio meccanico l'ho sempre avuto) feci una piccola borsa da danari, non più lunga di cinque piedi, col nome di sua maestà intessutovi a lettere d'oro, e col consenso della medesima maestà sua la donai alla Glumdalclitch. Se per altro si ha a dire la verità, questa borsa era fatta più per mostrarla che per servirsene, non essendo di una materia resistente abbastanza per tenervi dentro monete un po' grosse, onde la mia balietta se ne valse unicamente per conservarvi alcune fra quelle cianciafruscole di cui più vaghe son le fanciulle.
Il re, che era un dilettante di musica, dava nella sua corte grandi accademie, alle quali ho avuto qualche volta l'onore d'intervenire, perchè mi ci portavano con la mia specie di gabbia che veniva posta sopra una tavola; ma lo strepito era sì gagliardo che mi ci voleva non poca fatica a distinguere le note di quell'armonia. Io credo che se tutte le trombe e i tamburi di un intero esercito di sua maestà vi battessero e squillassero all'orecchio in una volta, non udireste un fracasso più fragoroso del romore indiavolato di tale musica. Tutto il mio studio era tener la mia gabbia più lontano che potea dall'orchestra, poi chiusi gli usci e le finestre della gabbia stessa, tirar bene le cortine; ciò fatto la musica stessa non mi parve più tanto sgraziata.
Io aveva imparato nella mia gioventù a sonare un poco la spinetta. La Glumdalclitch ne aveva una nella sua stanza, ed un maestro veniva due volte la settimana ad insegnarle. Io chiamava quello stromento una spinetta perchè era fatto in circa a somiglianza delle nostre spinette. Mi saltò il capriccio di divertire la regina sonando una sinfonia inglese su quello stromento. Ma la cosa appariva estremamente difficile; si trattava di una spinetta lunga almeno sessanta piedi; e ciascun tasto era largo un piede a dir poco, di modo che per quanto io stendessi le braccia, non arrivavano mai a raggiugnere più di cinque tasti, ed il premerli all'ingiù domandava un sì potente colpo delle mie dita che avrei fatta una enorme fatica senza costrutto.
Presi pertanto questi espedienti: mi preparai due legni rotondi della grossezza di due batacchi ordinari, più grossi ad una estremità che all'altra, la cui punta più grossa io copersi di pelle di sorcio a fine di non danneggiare le superficie dei tasti picchiando sovr'essi e di non interrompere il suono. Dinanzi alla spinetta venne posta una panca più bassa di quattro piedi all'incirca dei tasti, e vi fui collocato sopra. Scorsi qua e là co' miei bastoncelli più rapidamente che potei la spinetta, e tanto m'ingegnai che giunsi ad eseguire una giga con grande soddisfazione delle loro maestà; ma fu questa la maggiore delle fatiche ch'io abbia mai sopportate in mia vita, e notate ch'io non arrivava a comprendere co' miei batacchi un'estensione maggiore di sedici tasti, onde non potei mai riuscire in que' trapassi dal basso all'acuto soliti a praticarsi dagli altri artisti, il che facea non lieve torto alla mia esecuzione.
Il re provveduto, come lo ho già notato dianzi, di un eccellente discernimento, volea di frequente ch'io gli fossi condotto entro la mia casa portatile e posto su la tavola del suo gabinetto. Allora mi comandava tirar fuori una delle mie seggiole, che facea collocare sul tetto della casa stessa, poi mi obbligava a sederci ad una distanza di quattro braccia da lui, con che io veniva ad essere a livello della sua faccia. In questo modo io ebbi seco frequenti conversazioni. Un giorno mi presi la libertà di dirgli che non sembrava cosa conforme allo squisito descernimento di un tanto monarca qual egli era, il disprezzo da lui dato a conoscere per l'Europa e pel rimanente del mondo; che la ragione non si proporziona colla massa de' corpi; che accadeva anzi il contrario ne' nostri paesi, ove gl'individui di maggior mole sono d'ordinario più sproveduti di tale facoltà intellettuale; gli dissi ciò osservarsi anche negli altri animali, citandogli ad esempio le formiche e le api reputate più industriose d'altri viventi che le superano straordinariamente in grandezza di corpo: soggiunsi finalmente che per quanto mi giudicasse cosa da poco, io sperava vivere tanto da rendergli segnalati servigi.
Il re mi ascoltò con attenzione, e d'indi in poi principiò ad avermi in maggior credito che non m'avesse mai avuto in passato. Mi pregò dunque dargli, come avrei potuto meglio, una esatta informazione sul sistema di governo dell'Inghilterra, perchè, comunque tenerissimi sieno i principi delle proprie loro costumanze (e congetturava dai miei precedenti discorsi che tutti gli altri monarchi lo fossero non meno di lui), pure desiderava udire se ne' miei paesi vi fosse alcun che meritevole d'imitazione.
Ti lascio pensare, cortese leggitore, se non m'augurai la lingua di un Demostene o d'un Cicerone per poter celebrare i fasti della diletta mia patria in uno stile eguale al suo dignitoso e florido stato.
Cominciai la mia relazione dall'informare sua maestà che il dominio inglese era composto di due isole, le quali formavano tre possenti monarchie, governate da uno stesso monarca, oltre alle nostre piantagioni dell'America. Fermatomi a lungo su la fertilità del nostro suolo e la temperatura del nostro clima, mi estesi indi nel descrivergli il modo onde l'inglese parlamento è costituito; formato cioè in parte d'una illustre corporazione, detta camera dei pari, personaggi di nobilissimo sangue e signori di antichi e vasti patrimoni. Non tacqui la straordinaria cura posta mai sempre nell'educar questi agli studi delle lettere ed armi per farli abili a divenire consiglieri e sostegni del monarca e della monarchia; a partecipare della legislazione; ad esser membri del supremo tribunale inappellabile di giustizia e campioni sempre disposti a difendere il re e la patria col valor loro, con la loro condotta e fedeltà. Che non dissi per dimostrare che son dessi l'ornamento ed il baloardo dello stato, degni imitatori dei rinomatissimi loro antenati, e la gloria de' quali era stata il guiderdone di una virtù da cui non fu mai detto che degenerassero i loro successori?
Narrai come all'assemblea di que' nobili pari fossero aggiunti parecchi santi personaggi col titolo di vescovi, il cui principale incarico era prendersi cura della religione e soprastare a coloro che debbono in essa ammaestrare il popolo; come tali vescovi fossero dal principe e da' suoi consiglieri pescati fuori di mezzo all'intera nazione fra quei sacerdoti che si fossero più segnalati per santità di vita o per profondità di dottrina; come eglino fossero veramente i padri spirituali del clero e del popolo.
Gli raccontai come l'altra parte del parlamento consistesse in un'assemblea, chiamata camera dei comuni, formata tutta de' primari cittadini in virtù delle loro eminenti abilità e del loro amor patrio, cerniti e scelti liberamente dal popolo per rappresentare la saggezza dell'intera nazione. Gli spiegai come da queste due corporazioni fosse composta la più augusta assemblea dell'Europa, e come ad esse unitamente col principe sia tutta affidata la legislazione dell'Inghilterra.
Passai indi in rassegna i tribunali di giustizia, cui presedevano col titolo di giudici diversi personaggi venerabili per saggezza e degni interpreti della legge, così per definire le contese su i diritti di proprietà come per punire il vizio e proteggere l'innocenza. Commemorai la provida amministrazione del tesoro dello stato ed il valore e perfetto ordinamento delle nostre milizie terrestri e navali. Esposi il novero della popolazione contando quanti sieno fra noi i milioni d'anime spettanti a ciascuna setta religiosa e politica. Nè omisi veruno de' nostri diporti, o passatempi o verun'altra particolarità che credessi ridondare ad onore della mia contrada. Terminai questo quadro con un breve racconto storico degli affari ed avvenimenti dell'Inghilterra da circa un secolo in qua.