Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni

Part 12

Chapter 123,799 wordsPublic domain

Dormii circa due ore sognando di trovarmi ancora a casa mia fra gli amplessi di mia moglie e de' miei figliuoli, circostanza che non aggravò di poco i miei cordogli, allorchè nello svegliarmi mi vidi solo in una stanza ampia fra i dugento ed i trecento piedi ed alta circa dugento, giacente in un letto della larghezza di venti braccia. La mia padrona nell'andarsene per attendere ai suoi affari di casa mi aveva inchiavato in quella camera. Il letto era alto otto braccia dal pavimento, ed alcune naturali necessità mi faceano sentire il bisogno di scenderne; io non ardivo chiamare, e quand'anche avessi avuto questo coraggio, sarebbe stato inutile con una voce siccome la mia e ad una distanza sì grande quanta ve n'era dalla camera da letto assegnatami alla cucina ove rimaneva il restante della famiglia. Mentre io mi stava fra queste angustie, sbucarono fuori dalle cortine due sorci che andavano fiutando innanzi e addietro per il letto. Un di questi m'era venuto quasi su la faccia, onde saltai su tutto spaventato, e diedi mano al mio coltello per difendermi. Questi orribili animali ebbero l'insolenza di assalirmi ai fianchi, e un d'essi m'avea già piantata una zampa sul collo; ma per buona sorte arrivai a squarciargli il ventre con la mia arma prima che avesse il tempo di farmi alcun male. Mi cadde ai piedi, e l'altro atterrito dal destino del suo camerata, se la battè, non per altro senza avere riportata su la schiena una ferita che gli vibrai mentre fuggiva, onde se ne andò malconcio e stillando sangue. Compiuta questa impresa, mi diedi a camminare su e giù lungo il letto per riavermi dal mio smarrimento. Ciascuno di que' due animali era della misura circa d'un nostro mastino, ma più agile e feroce, di modo che se mi fossi levata la mia cintura prima di mettermi a dormire, io rimaneva indubitatamente sbranato e divorato. Misurai la coda del sorcio ucciso, e vidi che era lunga due braccia meno un dito. Io non ebbi cuore d'insudiciare il letto di più col trascinarvi sopra per buttarnela giù quella sanguinente carogna. Accortomi che non era per anche morta del tutto, le diedi una buona tagliata di collo e la spedii.

Pochi momenti appresso, giunse nella stanza la mia padrona che vedendomi tutto immerso nel sangue, accorse e mi prese caritatevolmente in mano. Le additai il sorcio morto sorridendo e facendo altri segni per darle a capire ch'io non avea sofferto alcun male; del che mostratasi grandemente gioiosa, chiamò la fantesca ordinandole di pigliar su con un paio di molle il sorcio morto e gettarlo fuori della finestra. Poi mi pose sopra un tavolino ove le feci vedere il mio insanguinato coltello, poi rasciugatolo ad una falda del mio giustacuore, lo riposi entro il fodero. Ma intanto io mi sentiva sempre più pressato a fare tal cosa che niun altro poteva fare per me; onde m'ingegnai e m'aiutai tanto a furia di cenni che la mia padrona comprese la necessità nella quale io era di essere messo giù dal tavolino. Ottenuto questo intento, la mia verecondia non mi permettea spiegarmi con maggior chiarezza dell'additare alla stessa padrona l'uscio e del farle molti supplichevoli inchini. Molta fatica ci volle, ma finalmente la buona donna mi capì, e presomi in mano mi portò nell'orto, ove mi pose giù. Quivi dopo averle indicato di non guardarmi o seguirmi, mi ritirai in aiuola ad una distanza di duecento braccia, ove, nascostomi fra due foglie d'insalata, terminai la faccenda che da tanto tempo mi dava sì gravi pensieri.

Spero che il gentile lettore vorrà perdonarmi se m'intertengo talvolta in questi e simili particolari che, comunque agli abbietti volgari ingegni possano apparire insulsi, sono d'un grande sussidio al filosofo per ampliare la sua immaginazione e le sue idee, e per applicarli agli utili della vita pubblica e privata. Non altro fu il mio disegno nel presentare al mondo questi ed altri ragguagli delle mie peregrinazioni, ne' quali mi son preso cura soprattutto della verità, rigettando per amore di essa ogni ostentato liscio o di dottrina o di stile. Ciascuna scena di questo viaggio medesimo, egli è vero, ha prodotto una sì forte impressione nella mia mente, mi è rimasta sì profondamente fitta nella memoria, che nel commetterla alla carta non ho saputo tralasciarne una sola delle più triviali circostanze; ma dietro ad una rigorosa rivista data al mio scritto, ho cancellati molti tratti di minor momento che si trovavano nel primo testo; tanta è stata in me la sollecitudine di evitare la taccia d'uomo tedioso o troppo minuto, taccia che viene apposta, nè forse ingiustamente, alla maggior parte de' viaggiatori.

CAPITOLO II.

Ritratto di una fanciulla figlia del fittaiuolo. — L'autore è trasportato in un borgo, indi alla metropoli. — Particolarità connesse con questo traslocamento.

Madama la fittaiuola aveva una figliuolina di nove anni, giovinetta d'indole geniale, abile per gli anni suoi nel cucire; questa impiegava tal sua abilità nel vestire la sua fantoccina ch'era della mia altezza. A questa fantoccina avea fatto il suo letticciuolo; onde la madre della fanciulla ordinò di adattarlo per me, affinchè mi vi coricassi nella prossima notte. Questo lettino stava entro il cassetto d'un di que' piccioli ripostigli che si tengono appoggiati alla parete su i tavolini de' gabinetti. Divenuto fusto di letto, quel cassetto fu sospeso in aria come i materassi de' marinai, e ciò per paura de' sorci. Finchè rimasi con quelle creature, fu quello il mio letto, ma ridotto a gradi a gradi a foggia più comoda per me nella proporzione con cui andai imparando il loro linguaggio, e potei far meglio capire i miei desiderii o bisogni. Quella fanciulla era sì operosa ed obbligante che, vedutomi una volta o due mettermi i miei panni o svestirli, fu tosto abile ad assumersi un tale incarico con le sue mani, benchè io non le dessi un simil disturbo se non quelle volte in cui assolutamente ella non mi permetteva di fare o l'una o l'altra di tali cose da me.

Mi fece sette camicie ed altri capi di biancheria con quei drappi più fini che si poteano trovar lì, e che per la giusta verità erano alquanto più ordinari della nostra tela da sacchi. Ella era parimente la mia maestra di lingua, perchè, ad ogni oggetto che m'occorreva accennare, mi diceva la parola corrispondente ad esso nella sua lingua, onde fra pochi giorni fui in istato di esprimere quante cose mi veniva in mente di chiedere, nè rischiava annoiarla, perchè ella era d'un ottimo naturale come v'ho detto. Piccola di statura per gli anni che aveva, la sua altezza non passava i quaranta piedi. Ella mi chiamava _Grildrig_, e a darmi questo nome si acconciò in appresso la sua famiglia, poi quell'intero reame. Un tal nome corrisponde al latino _homunculus_, all'italiano _omettino_ ed all'inglese _mannikin_. A lei soprattutto dovetti in appresso la mia salvezza in questa contrada. Finchè rimasi nella casa de' suoi genitori non ci partimmo mai l'uno dall'altro. Io la chiamava la mia _Glumdalclitch_, che equivaleva al nome di piccola balia. Sarei bene il più ingrato di tutti gli uomini se omettessi di fare onorevole menzione delle cure e dell'affezione ch'ella mai sempre mi dimostrò, e ben mi sono augurato con tutto il cuore che fosse dipenduto da me il compensarnela secondo i suoi meriti, in vece di divenire (come pur troppo ho motivo di temere d'esserle stato) la sfortunata benchè innocente origine delle sue sventure.

Non tardò a sapersi e a divulgarsi pel vicinato come il mio padrone avesse trovato ne' suoi campi uno stravagante animale, grosso circa come uno _splack-nock_, (animale del paese di leggiadra conformazione e lungo circa sei piedi), ma costrutto esattamente in ogni sua parte come una creatura umana, e che parimente imitava tutte le azioni dell'uomo; che parea parlasse in una specie di lingua sua propria, e che avea già imparate alcune parole di quella de' suoi ospiti; che andava diritto sopra due gambe, animale mansueto e gentile, il quale veniva a chi lo chiamava, e facea quanto gli si diceva di fare; fornito di membra le meglio proporzionate che si vedessero su la terra e di una carnagione più dilicata di quella d'una nobile bambina appena giunta ai tre anni.

Un altro fittaiuolo che abitava in poca distanza di lì, e grande amico del mio padrone, venne a visitarlo col secondo fine di scoprire se fosse verità o favola la storiella che erasi sparsa attorno. Fui tosto portato dinanzi a lui e posto sopra una tavola su la quale passeggiai a norma de' comandi che mi si diedero, sguainai il mio coltello, lo rimisi nel fodero, feci la mia bella riverenza al visitatore, gli dissi nella sua medesima lingua che era il ben arrivato a seconda degl'insegnamenti ricevuti dalla mia piccola balia. Quest'uomo, che era vecchio e di corta vista, si mise gli occhiali per contemplarmi meglio; e qui non potei starmi dal ridere di gusto, perchè que' suoi due occhiacci dietro alle due lenti mi raffiguravano la luna piena veduta da una stanza che abbia due finestre. Quei di casa, accortisi del motivo del mio ridere, mi fecero compagnia dandosi a sghignazzare ancor essi; il nostro vecchiaccio fu di sì poco giudizio che se n'ebbe a male.

Costui passava in concetto di sordidissimo uomo, e per mia disgrazia provò di meritarselo col maladetto suggerimento che diede al mio padrone: di portarmi cioè in un giorno di mercato, a far vedere nel vicino borgo ove si arrivava in mezz'ora a cavallo, perchè non era più lontano di ventidue miglia dalla nostra casa. Io m'insospettii che qualche tristo disegno covasse sott'acqua appena notai che il mio padrone ed il suo amico si posero a susurrare all'orecchio l'uno dell'altro accennandomi più d'una volta; anzi, fosse mia paura o realtà, credei aver sentite o intese alcune delle loro parole che si riferivano a me. In fatti nella successiva mattina la Glumdalclitch, quella mia buona balietta, mi disse tutte le cose com'erano, e mi raccontò parimente con quai scaltri modi ella ne avesse fatta scaturire la rivelazione dal labbro di sua madre. La povera giovinetta mi pose nel suo seno, e diede in un torrente di lagrime da cui trapelava il suo cordoglio, benchè si capisse che aveva vergogna di spargerle. Ella temea non m'accadesse qualche disgrazia in mezzo al rozzo gentame tra cui sarei stato portato: la disgrazia per esempio d'essere schiacciato a morte o certo gravemente malconcio nelle membra per la mala grazia di prendermi in mano. Aveva in oltre notato quanto io fossi di natura mia tenero della decenza e dilicato in punto d'onore, onde quella povera ragazza pensava all'ira di cui sarei stato compreso al vedermi mostrato per danaro in pubblico spettacolo ad ogni cialtrone che avesse avuta la curiosità di vedermi. Aggiunse esserle stato, prima di questa fatal circostanza, promesso dal papà e dalla mammina che Grildrig sarebbe suo, ma che adesso temea non le facessero la brutta burla di un anno scorso al proposito d'un agnello. Anche quell'agnello doveva esser suo, stando alle promesse dei genitori, ma appena fu venuto grasso i genitori lo vendettero ad un macellaio. Quanto a me, confesso ingenuamente che questo affare mi dava minor fastidio di quanto ne dava alla mia buona balietta. Io aveva una ferma speranza che non mi ha abbandonato giammai: quella di riacquistare la mia libertà; e quanto al disdoro, pensava fra me ch'io era affatto straniero in quella terra, e che una sfortuna di tal natura non mi sarebbe mai stata apposta a taccia s'io tornava un giorno a por piede nell'Inghilterra. «In fine, io diceva fra me, lo stesso monarca della Gran Brettagna, se si fosse trovato ne' miei panni, sarebbe stato soggetto ad un'eguale disgrazia».

Il mio padrone pertanto, a seconda de' suggerimenti datigli dal suo amico, non più tardi del prossimo giorno di mercato, mi portò entro una scatola al borgo vicino conducendosi seco la mia piccola balia, per la quale dietro alla propria fece assettare una sella da donna sul suo cavallo. La scatola era chiusa da tutti i lati, tranne un piccolo usciuolo, affinchè io potessi entrarvi ed uscirne, ed alcuni spiragli praticati su la parte superiore per tenerla ventilata. La giovinetta, incessante nelle sue premure per me, vi mise nel fondo il materassino da letto della sua fantoccia, onde io potessi coricarmivi sopra. Nondimeno fui terribilmente sconquassato e scombussolato in questo viaggio, ancorchè non durasse più di mezz'ora, perchè ogni passo del cavallo essendo largo quaranta piedi e gagliardissimo il suo trotto, l'agitazione che la mia scatola ne ricevea non era diversa dalle alzate e ricadute di una nave in tempo di fiera burrasca, con la differenza che nel caso mio erano più frequenti. Il nostro cammino fu alquanto più lungo che nol sarebbe nel trasferirsi da Londra a Sant'Albano. Il mio padrone smontò ad un'osteria ov'era solito capitare, e dopo essersi consultato alcuni istanti coll'oste e fatti alcuni necessari apparecchi, prese a sua disposizione un _grultrud_ o pubblico banditore, affinchè divulgasse pel borgo la strepitosa notizia dello straordinario vivente che si faceva vedere alla _Grande Aquila_, non più grosso di uno _splack-nock_, che non eccedea sei piedi in lunghezza e somigliante in ogni parte del suo corpo ad una creatura umana, che sapea profferire molte parole ed eseguire un centinaio di piacevoli giuochi.

In una delle più grandi camere dell'osteria fui posto sopra una tavola d'un'estensione a un dipresso di trecento piedi quadrati. La mia balietta seduta sopra un basso sgabello, che posto in vicinanza della tavola, le dava abilità di mettersi al mio livello, si prendea cura di me, e facea le parti di mia direttrice per le cose che io doveva eseguire. Il mio padrone, per impedire ogni soverchio affollamento, non permettea che più di trenta persone mi vedessero in una volta.

Io camminava a diritta, a sinistra su la tavola, a norma de' comandi che davami la fanciulla; essa pure mi faceva interrogazioni sin dove sapea che la mia conoscenza della lingua del paese arrivava; io le rispondeva alzando la voce tutto quel che io poteva; mi voltai per più riprese alla mia udienza facendole rispettosi inchini, dicendo ai signori de' quali era composta che erano i ben venuti, ed infilzando un dopo l'altro i discorsi che m'erano stati insegnati. Io prendeva in mano un ditale pieno di liquore, era questo il bicchiere di cui m'avea proveduto la Glumdalclitch e beveva alla loro salute; poi sguainato il mio coltello, mi metteva in parata, e facea vedere con esso tutte le posizioni dei nostri schermidori dell'Inghilterra. Somministratomi dalla mia piccola balia un pezzetto di paglia, fu questa la picca con cui feci tutti gli esercizi di giostra che, molto prima di capitare in quella terra di Titani, io aveva imparati nella mia patria. Fui mostrato in quel giorno a dodici successive brigate e costretto altrettante volte a ripetere le medesime ciarlatanerie tanto che finalmente ero mezzo morto di stanchezza e di noia, perchè i primi a vedermi, nell'uscire di là, contavano tante meraviglie di me, soprattutto su l'enorme sproporzione tra la mia statura e la loro, che sempre invogliavano successivi spettatori, onde la folla de' curiosi era cresciuta al punto che minacciavano sfondare la porta. Il mio padrone per un riguardo di proprio interesse non lasciava che alcun altro mi toccasse fuor della mia piccola balia; anzi, per impedirne il caso, venne fatto come un cancello di panche attorno alla mia tavola a tal distanza che niuno potesse arrivarmi; nondimeno un impertinente scolaro mi tirò una nocciuola, mirando sì diritto alla mia testa che la mancò d'un pelo.

Senza questo pelo di differenza l'aveva lanciata con tanto impeto che avrebbe fatta una fricassea delle mie cervella; si trattava d'una nocciuolina grossa quasi come una delle nostre zucche più colossali, ebbi per altro la soddisfazione di vedere quel bricconcello cacciato a furia di busse fuor della stanza.

Il mio padrone annunziò al pubblico un secondo divertimento della stessa natura pel prossimo nuovo giorno di mercato; e nell'intervallo preparò per me un più conveniente modo di trasporto; ed avea bene i suoi grandi motivi di far ciò, perchè io era sì ridotto dal primo viaggio e dalla fatica sofferta nell'intertenere le brigate per otto ore tutte di fila, ch'io poteva appena reggermi su le mie gambe o dire una parola. Non erano passati i tre giorni che per lo meno mi ci sarebbero voluti per dispormi ad essere lesto a nuovi esercizi, quando tutti i signori che abitavano ad una distanza di cento miglia all'intorno, allettati dalla fama delle mie prodezze, vollero venire a vedermi nella casa stessa del mio padrone. Non saranno stati meno di trenta individui per volta, compresi i figli e le mogli loro, perchè quel paese è popolatissimo, e il mio padrone ogni qual volta mi mostrava in sua casa, domandava una somma corrispondente a quanto fruttavagli un'ostensione fatta in luogo pubblico, ancorchè si fosse trattato di farmi vedere ad una sola famiglia; laonde per qualche tempo, anche quando non venivo portato al borgo, io avea ben poca festa in tutti i giorni della settimana, eccetto il mercoledì che è la domenica di quella gente.

Il mio padrone pensando ai maggiori utili che probabilmente avrebbe potuto ritrarre dalla mia persona, divisò portarmi in mostra per le più considerabili città del regno. Essendosi quindi proveduto di tutte le cose necessarie ad un lungo viaggio, si congedò dalla moglie, e ai 17 agosto del 1703, due mesi circa dopo il mio arrivo, ci mettemmo in cammino per la metropoli situata quasi nel centro dell'impero e circa tremila miglia lontana dal luogo donde si partiva. Il mio padrone si fece venire dietro la sella la Glumdalclitch; questa mi teneva in grembo entro una cassetta che si era allacciata alla cintura. La fanciulla l'aveva foderata da tutti i lati con que' drappi più soffici che potè procacciarsi e proveduta d'un buon matarassino al di sotto; aveva in somma riposte nel modo il più conveniente che seppe tutte le cose. Non erano in nostra compagnia altre persone fuor d'un garzone di casa che ci veniva dietro a cavallo col nostro bagaglio.

Il mio padrone stimò bene giovarsi della congiuntura per farmi vedere nelle città che trovavamo lungo la strada, ed anche il deviarne di cinquanta e cento miglia per visitare que' villaggi e terre signorili ove sperava di avere un concorso profittevole di curiosi. Camminavamo pertanto a piccole giornate, senza fare più di cento quaranta o cento sessanta miglia per cadauna; anche perchè la Glumdalclitch, con la vista sempre di risparmiarmi, si dolea che l'andar al trotto la affaticava di troppo. Spesse volte, quand'io ne mostrava il desiderio, ella mi traeva fuori della mia cassetta per lasciarmi respirare l'aria aperta e farmi vedere i paesi, ma sempre per altro tenendomi per una faldina. Traversammo cinque o sei fiumi di gran lunga più larghi e profondi del Nilo e del Gange; pochi erano colà i rigagnoli che fossero di minor conseguenza del Tamigi al ponte di Londra. Rimanemmo in viaggio dieci settimane, durante le quali fui mostrato in diciotto grandi città, oltre ai molti villaggi e case di privati.

CON LICENZA DI SUA ECCELLENZA IL GRANDE SLARDRAL

GRANDE OSTENSIONE DELLO

SPLACK-NOCK UMANO O

L'UOMO-PULCE

FENOMENO VIVENTE, DA PRESENTARSI A S. M. IL POTENTISSIMO IMPERATORE DI BROBDINGNAG ED ALLA SUA AUGUSTA FAMIGLIA

Oggi XXVII giorno della Cometa seguirà la prima rappresentazione DEGLI ESERCIZI STRAORDINARII

DEL NANO DEI NANI

I fanciulli più alti di trentacinque piedi pagheranno la sedia intera

_All'Ufficio della distribuzione dei biglietti si troveranno dei microscopii._

Al 20 di ottobre finalmente arrivammo alla metropoli, chiamata nella lingua di quel regno _Lorbrulgrud_, o sia Vanto dell'Universo. Il mio padrone prese alloggio nella contrada principale della città, non lontana dal palazzo imperiale; mise fuori manifesti che davano nelle solite forme la descrizione della mia persona e delle mie abilità. Prese in affitto una grande stanza, larga fra i trecento e i quattrocento piedi quadrati. Si procacciò una tavola rotonda del diametro di sessanta piedi su cui io dovea sostener la mia parte, e tre piedi in qua dall'orlo, la riparò con una palizzata altrettanto alta per impedire ch'io cadessi. Io veniva esposto al pubblico le dieci volte al giorno a grande soddisfazione e stupore di quell'immensa popolazione. Allora io potea parlare sufficientemente bene la lingua del paese ed intendere tutte le parole che udiva pronunciare. In oltre, io aveva imparato quell'alfabeto, e m'ingegnava di spiegare qua e là alcune righe di un libro, perchè la Glumdalclitch era stata la mia maestra tanto a casa quanto nelle ore d'ozio del nostro viaggio. Ella si portava in tasca un libricciuolo che poco eccedeva di mole un Atlante del Sanson: uno di que' soliti trattateli ad uso de' fanciulli, ove soprattutto s'insegnavano i dogmi della religione del paese. Su questo librettino ella m'insegnò quel che si dice levare, poi compitar le parole e finalmente spiegarle.

CAPITOLO III.

L'autore è domandato alla corte. — La regina lo compra dal suo padrone, il fittaiuolo, e lo presenta al re. — Sue dispute co' primi sapienti addetti al servizio di sua maestà imperiale. — Viene fabbricato in corte un appartamento a posta per lui. — Salisce in gran favore presso la regina. — Se la prende per l'onore della sua patria. — Sue querele col nano della regina.

Le continue fatiche alle quali io soggiaceva ogni giorno, produssero in poche settimane un cangiamento notabile nello stato di mia salute; più guadagni faceva per merito mio il mio padrone, più insaziabile diveniva, per lo che io avea già perduto affatto il mio appetito, ed era divenuto un vero scheletro. Il fittaiuolo fece attenzione a ciò, e concludendone che avrei tardato poco a morire, decise far di me quel men tristo mercato che gli sarebbe riuscito. Mentre egli stava ragionando così fra sè stesso, arrivò un sardral (un gentiluomo di camera) spedito dalla corte per ordinare allo stesso mio padrone che mi portasse al palazzo reale per dar divertimento alla regina ed alle sue dame. Alcune di queste mi aveano già veduto, e furono desse che per tutta la corte divulgavano miracoli su la mia bellezza, sul mio bel portamento e giudizio. La regina infatti ed i suoi cortigiani rimasero soddisfatti oltre ogni dire del mio contegno. Lasciatomi cader ginocchione chiesi supplichevolmente l'onore di baciare il regal piede; ma la graziosa sovrana, appena fui posto sopra una tavola, stese verso di me il suo dito mignolo che abbracciai con entrambe le mani avvicinandone rispettosissimamente la punta al mio labbro. Ella mi fece alcune generali interrogazioni su i miei viaggi ed il mio paese, alle quali risposi con quanta chiarezza e concisione potei. Mi domandò se mi piacerebbe vivere alla corte. Curvatomi fino all'orlo della tavola, risposi umilmente che io era schiavo del mio padrone; ma che se avessi avuto il libero arbitrio di disporre di me medesimo, sarei andato superbo di poter consacrare la mia vita al servigio di sua maestà. Ella si volse allora al mio padrone chiedendogli se avrebbe avuto difficoltà di vendermi a lei.