Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni
Part 11
Nel giorno 16 giugno del 1703, un mozzo salito su l'albero di gabbia scoperse terra, e nel dì successivo ci stava a piena vista una grande isola o un gran continente, cosa che non sapevamo discernerle, dal cui lato meridionale sporgeva una lingua di terra internata nel mare ed una calanca troppo piccola a nostro avviso, perchè un bastimento di cento tonnellate vi si potesse riparare. Gettata l'áncora entro la distanza di una lega da questa calanca, il nostro capitano mandò una dozzina de' suoi piloti ben armati entro il nostro scappavia carico di botti, per fare acqua, se pure si poteva rinvenirne. Lo pregai tosto permettermi l'andar con essi, onde vedere quella contrada e farvi le scoperte cui potesse dar luogo; egli aderì alla mia inchiesta. Giunti a terra, non vi trovammo nè sorgenti nè fiumi nè verun vestigio d'abitanti. I nostri uomini quindi si diedero a vagare lungo la spiaggia per veder pure se qualche foce di fiume potesse ivi trovarsi; io postomi a passeggiar solo per circa un miglio dall'altro lato, osservai che tutto il paese era ignudo e pieno di dirupi. Stanco di andare attorno senza trovar nulla che potesse intertenere la mia curiosità, me ne tornai passo passo verso la calanca; ed essendo ora di grosso fiotto, vidi i nostri uomini, già imbarcati nello scappavia, che forzavano di remi, come chi fugge per salvare la vita. Io andava gridando dietro a costoro che m'abbandonavano così, quando m'accôrsi d'avere poco motivo di dolermi di essi, perchè li vidi inseguiti a tutta possa per traverso al mare da un'enorme creatura che guadava, venendogli l'acqua a mala pena al ginocchio, e facea passi sterminati; i nostri, per buona loro fortuna, aveano su lui il vantaggio di mezza lega, ed il mare essendo in quell'acque pieno d'acuti scogli coperti, il mostro non potè raggiungere la scialuppa. Queste cose io seppi in appresso, perchè allora non ebbi il coraggio di rimanere ivi a veder l'esito di quest'avventura, ma ripresa più presto che potei la strada dond'era venuto, m'arrampicai ad un erto monte, di dove potei prendere qualche idea del paese. Lo trovai affatto coltivato; ma la prima cosa di cui rimasi estatico si fu la lunghezza dell'erba, che nei campi chiusi da siepi, come le giudicai, cresceva all'altezza di venti piedi.
Capitai in una strada maestra, almeno io la presi per tale, se bene fosse meramente un sentieruccio praticato a comodo di quegli abitanti per traversare un campo d'orzo. Camminai qualche tempo lungo questo sentiero, ma potei scoprire ben poche cose e da un lato e dall'altro, perchè essendo la stagione del nuovo ricolto, le biade erano alte almeno quaranta piedi. Mi ci volle un'ora prima di essere al termine di questo campo, difeso da tutt'a due i lati da una siepe alta almeno cento venti piedi e ombreggiata da alberi sì colossali che non mi fu possibile calcolare la loro altezza. A questa estremità era un cancello che divideva quel campo dal campo vicino; avea quattro gradini ed una pietra donde si passava di là quando si era all'ultimo di esso. Per me era impossibile d'inerpicarmi fino a quella sommità, perchè ogni gradino era alto sei piedi, e la pietra al di sopra de' gradini almeno venti. Io m'andava studiando di trovar qualche buco nella siepe, quando da una fenditura scopersi nel campo di là avanzarsi alla volta del cancello un abitante della stessa mole di quello da cui vidi inseguita in mare la nostra scialuppa. Egli mi sembrò alto come un ordinario campanile, ed ogni suo passo doveva, all'occhio mio, misurar dieci braccia. Non vi so dire quanto rimanessi attonito ed impaurito. Corsi a nascondermi fra le biade, donde il vidi, arrivato alla sommità del cancello, guardare in giù, e lo udii chiamare con una voce più fragorosa di gran lunga d'una tromba marina; basta dire che al rimbombo fatto da essa nell'aria lo credei su le prime uno scoppio di fulmine.
Allora sette mostri simili a lui si fecero innanzi muniti di falci, ciascuna dell'ampiezza di sei scimitarre. Costoro non erano così bene vestiti siccome il primo, onde li giudicai subito suoi famigli o lavoranti; c'indovinai tanto che, poichè ebbe detto loro alcune parole, li vidi avviarsi per mietere il grano del campo ove io mi era nascosto. Ben io cercava d'andarmene lontano quanto mai potessi da costoro, ma era costretto movermi con estrema difficoltà, perchè gli steli del grano talvolta non distavano più d'un piede l'uno dall'altro, ed a fatica e non senza gualcirlo, io facea passare fra essi il mio corpo. Ciò non ostante m'ingegnai tanto che n'ero quasi fuori, quando m'abbattei in una parte di campo ove il grano giaceva sbattuto e conquassato dalle piogge e dal vento. Qui poi mi fu impossibile il dare un passo innanzi; gli steli erano talmente intralciati che io non poteva ficcarmici in mezzo, ed i filamenti delle spiche fiaccate erano sì duri ed aguzzi, che mi trapassavano i panni e le carni Nel tempo stesso io sentiva d'avere i mietitori non più lontani di cento braccia (dieci passi) da me.
Disanimato affatto dall'angoscia e reso incapace di connettere qualunque idea dall'affanno e dalla disperazione, io me ne stava acquattato fra due porche, e in vero m'augurava di tutto cuore che quello fosse l'ultimo de' miei giorni. Io gemeva su la sorte della desolata mia vedova e degli orfani miei figli, deplorava la mia follia e caparbietà nell'intraprendere un secondo viaggio a dispetto dei consigli di tutti i miei amici e parenti.
In mezzo a questa terribile agitazione di mente, io non potea per altro starmi dal pensare a Lilliput, i cui abitanti mi aveano pel maggior prodigio che sia mai comparso nel mondo, e tale era da vero una creatura umana capace di trarsi dietro con una mano un intero imperiale navilio, e di operare tant'altre imprese che verranno mai sempre ricordate nei fasti di quell'impero, e che saranno difficilmente credute dalla posterità, ancorchè attestate da milioni di uomini. Io pensava qual mortificazione sarebbe stata per me l'apparire impercettibile fra gl'individui di quella nazione, come un solo Lilliputtiano sarebbe apparso ai nostr'occhi. Ma pur troppo io capiva ad un tempo che questa sarebbe stata la minore delle mie disgrazie; una ben più forte mi si affacciava nel riflettere a quella osservazione solita generalmente a farsi: che gli uomini sono tanto più selvaggi e crudeli, quanto è maggiore la loro mole. Che cosa poteva io aspettarmi se non d'essere mangiato in un boccone dal primo fra quegli sterminati barbari che m'avrebbe agguantato? Come hanno ragione i filosofi allorchè dicono nulla esservi di grande o di piccolo se non in via di confronto! Potea la sorte aver fatto capitare un Lilliputtiano in una nazione d'uomini così minimi agli occhi loro, come lo erano essi rispetto a me; e chi sa se questa prodigiosa razza di mortali tra cui mi trovava ora non sia enormemente superata da un'altra nazione, da un'altra generazione di viventi che soggiornino in terre da noi non per anco scoperte?
In mezzo adunque al mio atterrimento ed alla mia confusione, io non poteva starmi, come vi dissi, dal far queste considerazioni, quando uno di quei mietitori, avvicinatosi ad una distanza di dieci braccia dalla porca ove io m'appiattava, mi fece temere, s'egli moveva un passo, di essere o stritolato da uno de' suoi piedi, o fatto in due dalla sua falce. Allorchè pertanto lo vidi in procinto di moversi, io misi un grido tanto tremendo quanto poteva suggerirmelo la mia paura, e non appena lo ebbi messo, la terribile creatura allungò il passo, e mi fu d'appresso guardandosi lungo tempo attorno ai piedi, finchè finalmente mi vide tra le due porche, e si diede a pensare alcun poco con la circospezione di chi vuole impossessarsi di qualche piccolo animaluzzo malefico, e teme di esserne morsicato o graffiato. Ho provato anch'io questo sentimento quando nelle campagne dell'Inghilterra mi sono scontrato in una donnola.
Finalmente s'arrischiò a pigliarmi per di dietro a mezza vita tra il suo pollice ed indice, poi mi avvicinò ad una distanza di tre braccia ai suoi occhi per considerar meglio le mie forme. Indovinai questa sua intenzione, e la mia buona fortuna mi diede tanta prontezza di spirito che risolvei di non fare veruna sorta di sforzo mentre mi tenea con le due dita sollevato in aria ad un'altezza di sessanta piedi da terra, ancorchè mi strignesse aspramente i fianchi per paura che gli guizzassi dalle mani. La sola cosa cui mi arrischiai si fu alzare i miei occhi al sole, giugner le mani in atto di supplicante e profferire alcune parole con accento umile, addolorato e conforme alla circostanza in cui mi trovavo, perchè io tremava da un istante all'altro non mi sbattesse contro terra, come pratichiamo noi con certi schifosi animali che ci prefiggiamo distruggere. Ma la mia buona stella volle che, mostratosi piuttosto allettato dalla mia voce e da' miei gesti, cominciasse a guardarmi come una rarità, stupito sicuramente all'udirmi profferire parole articolate, ancorchè egli non ne capisse una sola. Nello stesso tempo io non poteva trattenermi dal gemere, dal versar lagrime e dal voltar gli occhi verso i miei fianchi per fargli comprendere alla meglio come crudelmente me gli ammaccasse lo strettoio delle sue dita. Bisogna dire che m'intendesse, perchè alzatosi una parte superiore del vestito, gentilmente m'allogò tra questa ed il suo petto; poi corse immediatamente dal suo padrone, che era un facoltoso fittaiuolo, e quello stesso ch'io avea veduto prima degli altri sul campo.
Il fittaiuolo, dopo avere ricevute dal suo contadino (lo supposi almeno dalle chiacchiere che fecero insieme) tali contezze di me quali costui potea dargliele, prese un fuscello di paglia dell'altezza e grossezza circa d'un de' nostri bastoni da viaggio, e con esso alzò le falde del mio giustacuore che parve egli credesse una specie d'integumento datomi dalla natura. Mi spartì in due lati, soffiandoci sopra, i capelli, per meglio contemplarmi in faccia. Chiamò indi attorno di sè i suoi famigli, ai quali chiese (questo lo seppi da poi) se avessero mai veduti per le campagne animaletti che mi somigliassero. Allora mi posò gentilmente per terra carpone, ma io saltai subito su' miei due piedi, passeggiai innanzi indietro, ma adagio, per far capire a quella gente che io non aveva l'intenzione di fuggire. Mi si assisero tutti all'intorno per considerare meglio ogni mio moto. Levatomi il cappello, feci una profonda riverenza al fittaiuolo, e postomi ginocchione e sollevando gli occhi e le mani, pronunziai alcune parole ad alta voce quanto potei, poi, toltami dal mio taschino una borsa d'oro, umilmente gliela presentai. Ricevutala sul palmo della sua mano, se l'avvicinò agli occhi per vedere che roba fosse; la voltò parecchie volte per tutti i versi con uno spillo che si trasse da una manica del vestito, ma ne capiva come prima. Additatogli per cenni che abbassasse la sua mano stesa finchè ci arrivassi, apersi io stesso la borsa, e glie ne versai sul palmo della mano il contenuto: otto pezze d'oro di Spagna da quattro doppie l'una, e venti o trenta monete più picciole. Gli vidi inumidire con la saliva una punta del suo dito piccolo e prender su con essa una di quelle pezze di Spagna, poi un'altra, ma pareva affatto all'oscuro di quel che fossero. Mi fe' cenno di tornare a riporre il danaro nella borsa e questa nella mia tasca; rinovai non so quante volte la mia offerta, ma finalmente trovai cosa più comoda il fare com'egli voleva.
Fin da quel momento il fittaiuolo fu persuaso ch'io doveva essere una creatura ragionevole. Mi parlò spesse volte, ma il suono della sua voce mi squarciava le orecchie come lo strepito di una ruota da mulino, le sue parole per altro erano articolate abbastanza. Feci ogni possibile per rispondergli forte in diverse lingue, ed egli accostava l'orecchio fino ad averlo distante sol due braccia da me; ma tutto invano: eravamo due creature inintelligibili l'una per l'altra. Allora, mandati i servi ai loro lavori, si trasse di tasca il fazzoletto, e se lo pose raddoppiato sul palmo della mano sinistra, di cui stese la convessità sul terreno, ordinandomi che ci montassi sopra, ed io lo poteva facilmente, perchè la mano e il fazzoletto raddoppiato non facevano un'altezza maggiore d'un piede. Stimai mio obbligo l'obbedirgli, e per paura di cadere, mi tenni nel mezzo del fazzoletto, entro le cui falde mi fasciò sino al disopra della testa, per meglio assicurarsi di me, indi mi portò a casa sua. Qui, chiamata sua moglie, fecele veder questa rarità. Essa strillò e diede addietro come farebbe una delle nostre signore alla vista d'un rospo o d'un ragno. Ciò non ostante, poichè per un poco ebbe veduto come io mi comportava, e come bene io obbediva ai segni che mi facea suo marito, si riconciliò meco, e mi divenne a gradi a gradi affezionatissima.
Era all'incirca mezzogiorno, quando un famiglio portò il desinare. Consistea questo unicamente in un piatto di sostanziosa vivanda: quel genere di mangiar casalingo che si conveniva alla condizione di un fittaiuolo; il piatto aveva un diametro di circa ventiquattro piedi; i commensali erano il fittaiuolo e sua moglie, tre fanciulli e la vecchia avola. Poichè furono tutti seduti, il fittaiuolo mi pose in qualche distanza da lui su la tavola, che era alta trenta piedi dal pavimento. Vi lascio dire che razza di paura io avessi di cadere, e come mi tenessi lontano dall'orlo di quella tavola.
La signora, dopo avere preparato un tondo con un poco di vivanda e non so quante briciole di pane, me lo porse dinanzi. Le feci un'umile riverenza, poi, tratti a mano il mio coltello e la mia forchetta, mi posi a mangiare, la qual vista li divertì non vi so dir quanto. La padrona diede ordine alla fantesca che le portasse un bicchierino (era della capacità di otto boccali), ed empiutolo di propria mano, me lo presentò. Con grande difficoltà, e adoprando tutt'a due le mani, levai il bicchierino, e rispettosissimamente bevei alla salute della signora, gridando forte quanto potei delle parole inglesi, la qual cosa fece ridere sì di cuore la brigata de' commensali, che mancò poco non mi rendessero sordo del tutto collo strepito dei loro sghignazzamenti. Quella bevanda somigliava alcun poco al sidro leggiero, nè era spiacevole. Il padrone indi mi fe' cenno d'avvicinarmi al suo tondo, ma nella confusione che mi prese in tutto quel tempo (e il leggitore se lo immaginerà facilmente, e vorrà perdonarmela), intoppai in una crosta di pane e cascai lungo disteso con la faccia sopra la tavola; non mi feci per altro alcun male. Saltato subito in piedi, e accortomi che quella buona gente era in pena per la mia caduta, presi il mio cappello, che, come vuole la buona creanza, io mi tenea sotto il braccio, lo agitai al di sopra della mia testa, e feci tre viva per dare a comprendere che la mia caduta non mi era stata fatale.
Ma mi sopravvenne un'altra disgrazia nell'accostarmi al mio padrone, chè d'ora in poi chiamerò con tal nome quel fittaiuolo. Il più giovine di quei tre figli, seduto a canto a suo padre, un diavoletto d'un ragazzo di dieci anni appena, mi prese per le gambe e mi alzò sì alto che tremavo come una foglia in ogni mia fibra. Ma suo padre me gli strappò di mano, e gli menò tal pugno su l'orecchio sinistro, che avrebbe atterrata una mezza compagnia di dragoni europei; ordinò indi che fosse levato da tavola. Io temetti tosto che quel ragazzo me la giurasse, e ben mi ricordai come tutti i nostri fanciulli europei abbiano per natura il mal vezzo di martoriare i passeri, i conigli, i cagnolini e i gattini; laonde inginocchiatomi ed accennando il delinquente fanciullo, feci capire quanto meglio potei al padre il mio desiderio che perdonasse a suo figlio. Infatti il padre mi compiacque, ed il ragazzo tornò al suo posto; io poi andai tosto a trovarlo, e gli baciai la mano che il mio padrone gli prese, ordinandogli di accarezzarmi gentilmente con essa.
A mezzo del desinare, il gatto favorito della mia padrona le saltò in grembo, sicchè udii dietro me uno strepito qual lo farebbe una dozzina di telai della bottega d'un calzettaio che si movessero tutti in una volta, e girato il capo, m'accorsi dallo sbalzo precipitoso di quell'animale grosso tre volte quanto un bue, se non m'ingannò il conto di proporzione da me istituito nel guardarne la testa ed una delle zampe, intantochè la padrona gli dava da mangiare e lo accarezzava. La fisonomia feroce di quella bestia mi avea sconcertato affatto, benchè me ne stessi all'orlo della tavola, alta, come vi ho detto, trenta piedi da terra, e benchè la mia padrona lo tenesse fermo per paura che spiccasse un salto, e m'afferrasse coll'unghie. Ma il caso portò che fossero inutili tutte le paure, perchè il gatto non s'accôrse per nulla di me, nemmen quando il padrone mi pose a tre braccia di distanza da esso; laonde, avendo sempre udito dire, e trovato anche vero, che il fuggire o il dar a conoscere timore alla presenza di una fiera è il modo sicuro di farsi assaltare o inseguire da essa, in tal pericolosa circostanza presi la determinazione di non mostrar di pigliarmene la menoma briga. Camminai intrepidamente, e per cinque o sei volte, verso la testa stessa del gatto al segno di non esserne lontano un mezzo braccio, e la bestia si fece addietro, quasi avesse avuto più paura essa che non ne aveva io. Minore apprensione poi mi diedero i cani, tre o quattro dei quali erano nella stanza stessa, come si usa nelle case de' fittaiuoli, fra i medesimi era un mastino della grossezza di quattro elefanti, ed un levriere un pochino più alto del mastino, ma non tanto grosso.
Il desinare era quasi al suo termine, quando comparve la balia portandosi in braccio un bambino d'un anno, il quale appena mi vide, cominciò a mettere strillamenti che gli avreste uditi dal ponte di Londra all'ospitale degl'Invalidi, perchè con la solita insistenza de' fanciulli voleva impadronirsi del bestiolino che aveva veduto, e il bestiolino era io. La moglie del fittaiuolo, per un tratto di materna condiscendenza, mi prese su e mi pose dinanzi al fanciullo, la cui prima operazione fu afferrarmi a mezza vita e mettermi in bocca.
Le mie urla furono sì spietate, che il ragazzo avendone avuto paura, mi lasciò cascare, e mi rompevo l'osso del collo sicuramente, se la madre non era presta nel farsi sotto a raccogliermi entro il suo grembiale. La balia per quietare il bambino fece uso d'uno di quei giocherelli da ragazzi che chiamiamo tamburini. Era questo una botte carica di sassi che avea per manubrio una pertica raccomandata con una gomona alla cintura di quel bambinello. Ma ci voleva altro a farlo tacere; onde la balia fu obbligata ricorrere all'ultimo degli espedienti, che si usano in simili casi, quello di dargli la tetta. Confesso non aver mai veduto al mondo alcun oggetto più ributtante di quelle mostruose zinne, per cui non trovo termini di confronto adeguato ad offrire alla curiosità del leggitore un'idea della loro forma e del loro colore. Lo sporto d'ognuna era di sei piedi, nè meno di sedici poteva esserne la circonferenza. Il capezzolo era grosso la metà almeno della mia testa, e il color d'entrambi e delle poppe era sì sgraziatamente screziato di macchie, pustole e lentiggini, che la cosa più nauseosa non poteva immaginarsi sopra la terra; e v'assicuro che ho avuta tutta l'opportunità di guardarle, perchè per allattare meglio il fanciullo, si era seduta verso la tavola ove io stava in piedi. Ciò m'indusse a fare una considerazione su le carnagioni delle nostre gentildonne, che ne sembrano tanto belle sol perchè le proporzioni loro sono ancora le nostre, nè i loro difetti possono esser veduti se non per traverso ad una lente che ingrandisca di molto gli oggetti; l'esperienza ha provato che guardate con una di queste lenti, le più dilicate e candide carnagioni ne appariscono ruvide, screpolate e d'ingrato colore.
Mi ricordo che, quando io era a Lilliput, le carnagioni di quella popolazione di burattini viventi mi sembravano le più belle di quante ve ne fossero al mondo; e che un giorno espressi tal mio sentimento ad un personaggio liliputtiano fornito di grande intelligenza e mio intimo amico. Egli mi disse a tale proposito che la mia faccia eragli sembrata assai più dilicata e gentile finchè mi guardò da stare interra, ma che quando, essendomelo preso in mano, gli fu dato osservarmi più da vicino, la mia figura (mi chiese scusa nel confessarmelo) parvegli qualche cosa di strambo assai; trovava le impronte fatte dalla mia barba dieci volte più moleste di quelle delle setole d'un cignale, e le mie carni una tavolozza di quanti brutti colori si potevano immaginare; e sì, mi sia permesso senza taccia di vanità l'affermarlo, le mie fattezze possono andar del pari con quelle di qualunque mio concittadino che passi per bello e, ad onta de' tanti miei viaggi, la mia cute non è stata gran che abbronzata dal sole. Per altra parte, il medesimo personaggio venendomi a parlare delle dame della sua corte imperiale, solea dirmi che la tale era piena di verruche, la tal altra aveva una bocca che non finiva più, un'altra il naso grosso in guisa deforme, tutti difetti de' quali io non mi era accorto menomamente. Ognuna di tali considerazioni, per dir vero, è ovvia anzichè no; ma non ho potuto esimermi dal farle in questo luogo, perchè non vorrei che il mio leggitore prendesse per creature assolutamente deformi quelle di cui sto ora parlandogli. Al contrario, devo render loro questa giustizia: guardandole dal punto donde vogliono esser guardate, formano una tra le avvenentissime schiatte umane; particolarmente le fattezze del mio ospite, benchè non fosse niente più d'un uom di contado, contemplate dal sotto in su d'un'altezza di sessanta piedi, apparivano ottimamente proporzionate.
Terminato il desinare, il mio padrone uscì di stanza per andare a trovare i suoi lavoranti; e, da quanto mi fecero congetturare le inflessioni della sua voce ed i suoi gesti, mi raccomandò premurosamente a sua moglie partendo. Io era da vero molto stanco e disposto a dormire, del che accortasi la mia padrona, mi portò nel suo letto medesimo ove mi coperse col suo fazzoletto bianco, non men largo o men ruvido della vela dell'albero maestro di un vascello da guerra.