Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni
Part 10
Finalmente mi determinai ad una risoluzione per cui forse potrò incorrere qualche censura. Confesso di aver dovuto la salvezza de' miei occhi e per conseguenza la libertà alla mia grande sconsigliatezza e mancanza di esperienza, perchè se avessi allora pensato al fare di certi principi e ministri che ho conosciuti in altre corti, ed alla maniera con cui hanno trattati altri individui men colpevoli di me, mi sarei rassegnato con tutta alacrità a questa sì tenue punizione. Ma trascinato da precipitazione giovenile, profittai allora della licenza che sua maestà imperiale m'avea già accordato dì portarmi a Blefuscu per tributare i miei omaggi a quel sovrano, e spedii al segretario di gabinetto, quel mio grande protettore che per effetto di sua benevolenza volea vedermi cavati gli occhi e morto di fame, la lettera d'avviso di tal mia risoluzione, fondata sopra un concedimento sovrano; poi subito, senza aspettare, come potete credere, la risposta, mi trasferii a quel lato dell'isola ove stanziava la flotta. Impadronitomi di una grande nave da guerra, alla cui prora attaccai una corda, e levatene l'ancore, mi spogliai, e postivi entro i miei panni e la mia coperta da letto che m'era portata sotto il braccio, poi trattomi dietro il mio bastimento, parte guadando, parte nuotando, arrivai al porto di Blefuscu, ove quella popolazione m'aspettava da lungo tempo. Mi furono tosto date due guide che mi scortassero alla metropoli, la quale ha il medesimo nome dell'intero reame. Mi portai le mie scorte nelle mani finchè fossimo ad una distanza di duecento braccia dalle porte; allora le misi a terra pregandole andare a notificare il mio arrivo ad un segretario di gabinetto per avvertirlo ch'io stava lì fuori aspettando i comandi di sua maestà. Circa un'ora dopo, ebbi in risposta che sua maestà, accompagnata dalla sua reale famiglia e dai grandi uficiali della corona, era in via per venirmi a ricevere.
M'avanzai d'un centinaio di braccia, ed incontrai l'imperatore ed il suo corteggio smontati dai loro cavalli e l'imperatrice e le sue dame scese dalle carrozze, nè m'accorsi che la mia presenza inspirasse ad essi alcuna sorta d'apprensione o timore. M'accosciai per terra onde baciare le mani delle loro maestà. Esposi all'imperatore, come in conformità della mia promessa ed avendone ottenuta licenza dall'imperatore mio padrone, mi fossi procurato l'onore di vedere un sì possente monarca e di offrirgli personalmente ogni servigio compatibile con le mie forze e co' doveri che m'astrignevano al mio sovrano. Non gli feci parola su la disgrazia da me incorsa alla corte di Lilliput; perchè primieramente non ne essendo fin allora stato avvisato in via d'offizio, non mi conveniva mostrarmi informato menomamente di quanto si tramava contro di me; io doveva in oltre ragionevolmente supporre che il sovrano da cui mi partii, non avrebbe voluto dar fuoco alla macchina finchè, essendo in paese straniero, io gli rimanea giù di mano; nondimeno apparve in appresso che questo secondo mio calcolo andava errato.
Non noierò il leggitore col racconto dei particolari connessi coll'accoglienza fattami alla novella corte, accoglienza proporzionata alla generosità di un così grande monarca; nè tampoco parlerò delle molestie cui soggiacqui per non avere nè una casa nè un letto, la qual cosa mi costrignea passar le notti sul selciato, avvolto nella coperta ch'io m'era portata con me.
CAPITOLO VIII.
Un fortunato caso somministra all'autore il mezzo di abbandonare que' paesi. Non senza dover prima superare alcune difficoltà, egli arriva finalmente sano e salvo nella sua nativa contrada.
Tre giorni dopo il mio arrivo, mentre io passeggiava per curiosità a greco della costa, osservai lontano circa mezza lega dal mare, qualche cosa che avea la somiglianza di una scialuppa capovolta. Cavatemi le scarpe e le calze, e percorsa al guado una lunghezza di due o tre centinaia di braccia, vidi che l'oggetto da me osservato dianzi mi veniva più vicino per l'alzarsi della marea, ed allora rimasi convinto esser quella realmente una scialuppa che supposi lanciata fuori d'un bastimento in occasione di qualche tempesta. Tornato immediatamente alla città, supplicai sua maestà farmi approntare venti de' più gagliardi vascelli rimastigli dopo la perdita della sua flotta, e tremila uomini comandati dal suo viceammiraglio. Secondata dall'imperatore la mia inchiesta, l'armata costeggiò la spiaggia, intantochè io per la più corta m'avviai a quella parte di essa donde prima scopersi la scialuppa; quivi m'accorsi che la marea l'aveva avvicinata anche di più.
I marinai andavano tutti proveduti di sartiame ch'io aveva anticipatamente intrecciato per ridurlo ad una sufficente grossezza. Arrivati i bastimenti, mi tolsi di nuovo i panni, e guadai, sinchè fui distante un centinaio di braccia dalla scialuppa, dopo di che fui costretto mettermi al nuoto per raggiungerla. I nocchieri allora mi gettarono l'estremità di una fune, che raccomandai ad un buco della punta esterna della stessa scialuppa, mentre l'altra estremità era legata ad una nave da guerra; ma tutte le mie fatiche fatte sin qui non mi giovavano trovandomi io già a tale altezza d'acqua in cui poteva aiutarmi ben poco l'opera delle mie braccia. In questo frangente fui costretto nuotare verso la parte posteriore della scialuppa e spignerla innanzi più spesso che mi fu possibile con una delle mie mani; favorendomi la marea, avanzai tanto verso la riva che, avendo il mento fuori dell'acqua, i miei piedi toccavano terra. Mi riposai due o tre minuti, poi diedi un'altra spinta alla scialuppa, poi un'altra ed un'altra, tanto che l'acqua mi veniva soltanto alle ascelle. Ora, essendo compiuta la parte più faticosa dell'opera mia, presi fuori le altre mie gomone che io aveva allogate entro uno di quei bastimenti, e le assicurai prima alla barca, poi a nove vascelli che mi circondavano. Favoriti dal vento, i marinai si diedero al rimorchio, e spinsi tanto che arrivammo entro una distanza di quaranta braccia dalla spiaggia; poi aspettato che la marea fosse data giù, mi portai con le mie gambe alla scialuppa, ove aiutato da duemila uomini ed a furia di corde e congegni, pervenni a farla tornare sul suo vero verso, e m'accorsi che era pochissimo danneggiata.
Risparmierò al leggitore il racconto delle difficoltà da me vinte per condurre, col ministero di certi remi che mi ci vollero dieci giorni per fabbricare, all'imperiale porto di Blefuscu, ove trovai un immenso popolo sbalordito, alla vista d'un vascello sì prodigiosamente sterminato. Dopo avere esposto all'imperatore come la felice mia stella m'avesse fatto capitare quella scialuppa, donde avrei potuto far ritorno al mio paese nativo, lo supplicai dare ordini alla sua gente affinchè mi fossero somministrati i materiali necessari per allestirla, ed a me la licenza di partire; le quali cose, non senza alcune cortesi querele, si degnò finalmente accordarmi.
Veramente in tutto questo tempo mi fece maraviglia il non aver udito far menzione d'alcun messaggio che mi concernesse, spedito dall'imperatore di Lilliput alla corte di Blefuscu. Ma vi fu in appresso chi privatamente mi fece sapere come l'imperiale maestà sua lilliputtiana s'immaginasse ch'io mi fossi unicamente portato a Blefuscu in adempimento della promessa fatta da me e della licenza datami dalla lodata sua maestà, cosa notissima alla nostra corte, onde niuno colà dubitava che terminate quivi le formalità di etichetta, io non fossi tornato fra pochi giorni a Lilliput. Ma finalmente cominciò ad angustiarsi su questa mia lunga assenza, e dopo essersi consultato col gran tesoriere e con tutti gli altri autori della cabala ordita a mio danno, spedì in Blefuscu un personaggio d'alto conto con la copia degli articoli del mio atto d'accusa. Le istruzioni di quest'inviato erano di far presente al monarca di Blefuscu la somma clemenza del suo signore che si contentava a non punirmi con maggior pena della perdita de' miei occhi; la mia ribalderia nell'essermi sottratto alla sua sovrana giustizia; l'intimazione che mi veniva fatta di restituirmi nel termine di due ore a Lilliput, sotto pena di essere privato del mio titolo di _nardac_ e dichiarato traditore. Il messaggero aggiugneva in oltre, come per mantenere la pace e l'amicizia tra i due imperi il suo signore sperasse che l'imperiale di lui fratello di Blefuscu avrebbe dato ordini affinchè fossi rispedito con mani e piè legati a Lilliput per essere punito qual traditore.
L'imperatore di Blefuscu, dopo essersi presi tre giorni per consultare il suo ministero, diede una risposta che consistea tutta in complimenti e scuse: quanto cioè al rimandarmi con mani e piedi legati, ben conoscere il suo imperiale fratello che la cosa era impossibile; in oltre avermi egli di grandi obbligazioni, perchè, se bene gli avessi portata via la sua flotta, gl'importantissimi servigi da me resigli nella negoziazione della pace erano innegabili; darsi per altro tale opportunità per cui entrambi i sovrani si sarebbero facilmente sbarazzati di me, giacchè io avea trovato su la spiaggia un prodigioso vascello atto a trasportarmi sul mare, e pel cui allestimento, da eseguirsi sotto la mia assistenza e direzione, avea già dati gli ordini necessari; sperar egli pertanto che fra poche settimane entrambi gli imperi sarebbero liberi di un peso tanto gravoso.
Con tale risposta il messaggero se ne tornò a Lilliput. Queste particolarità io seppi dalla bocca stessa del monarca di Blefuscu, che mi offerse ad un tempo (ma in istrettissima confidenza) la graziosa sua protezione, se avessi voluto fermarmi al suo servigio, ma benchè lo credessi sincero nelle sue esibizioni, dopo quanto m'era avvenuto a Lilliput, feci voto di non fidarmi più mai nè di principi nè di ministri ogni qual volta avessi potuto farne di meno, laonde, con tutti per altro i debiti ringraziamenti, lo supplicai umilmente a dispensarmi dall'accettare. — «Giacchè, dissi, la fortuna, non so se io deva chiamarla buona o cattiva, mi ha fatto, può dirsi, piovere un bastimento dal cielo, son risoluto di avventurarmi un'altra volta all'oceano, anzichè divenire un'occasione di discordie fra due sì grandi monarchi». Nè m'accorsi, per dir vero, che gli desse il menomo dispiacere tal mio rifiuto; anzi un certo incidente mi trasse a scoprire com'egli, non meno della maggior parte de' suoi ministri, fossero contentissimi della risoluzione ch'io aveva presa.
Queste considerazioni mi determinarono ad affrettare la mia partenza qualche tempo prima di quello ch'io avea divisato, in che trovai compiacentissima la corte che non vedea l'ora d'avermi fuori de' piedi. Cinquecento operai vennero adoperati per far due vele al mio palischermo col cucire insieme e trapuntare, già s'intende sotto la mia direzione, tredici pezze delle loro più resistenti tele di lino. Non mi costò pochi fastidii il fabbricarmi sartiami e gomone coll'intrecciare insieme i dieci, i venti, i trenta dei loro spaghi. Dopo lunghe ricerche mi capitò su la spiaggia un grosso sasso, che mi prestò ufizio d'áncora. Mi fu dato il grasso di trecento manzi per valermene a spalmare il mio bastimento e per altri usi. Nuovo incredibile fastidio mi derivò dall'abbattere alcuni dei più grossi alberi da costruzione per farne remi e l'albero di maestra, in che mi furono di grande aiuto i carpentieri dell'imperiale navilio col dar l'ultima mano, piallandoli, ai lavori grezzi che venivano tutti compiuti da me.
Allorchè, passato a un dipresso un mese, tutto fu all'ordine, mandai per ricevere gli ordini di sua maestà e congedarmi. L'imperatore e l'imperiale famiglia uscirono del palazzo; mi posi con la faccia a terra per baciar la mano al monarca, che me la porse con indicibile affabilità; così fecero l'imperatrice ed i principi del sangue. Sua maestà mi regalò cinquanta borse, che conteneano ciascuna dugento _sprug_, oltre al suo ritratto in piedi che mi posi subito in uno de' miei guanti per conservarlo immune d'ogni guasto. I cerimoniali precedenti alla mia partenza furono tanti che infastidirei il leggitore col volerglieli raccontare.
Vettovagliai il mio palischermo con un centinaio di buoi e trecento pecore salate, e pane e vino in proporzione, ed altrettante pietanze fredde apparecchiate con quanta prestezza il poteano quattrocento cuochi. Presi con me sei vacche e due buoi vivi ed altrettanti montoni e pecore col disegno di portarli nel mio paese e propagarne le razze; che per nudrirli a bordo portai nel bastimento un buon fascio di fieno ed un sacco d'avena. Avrei preso volentieri con me una dozzina di quei nativi; ma fu questa la cosa che l'imperatore non mi volle assolutamente permettere; ed anzi, oltre al farmi frugare diligentemente tutte le tasche, mi obbligò a dargli parola d'onore di non portar via alcuno de' suoi sudditi, nemmeno quand'essi acconsentissero o lo desiderassero.
Disposte così tutte le cose alla meglio che potei, diedi le vele nel dì 24 settembre 1701, alle sei del mattino. Dopo aver fatto circa quattro leghe verso tramontana, scoprii, voltatosi il vento a scirocco, alle sei della sera un'isoletta che mi stava ad una distanza di mezzo miglio a greco. Spintomi innanzi, gettai l'áncora sul lato opposto al vento dell'isola stessa, che sembrommi disabitata. Preso qualche ristoro, pensai a riposarmi; e dormii bene per quasi sei ore, così almeno congetturai, perchè spuntò l'alba due ore dopo che mi fui desto. Essendo chiara la notte, feci colezione due ore prima che spuntasse il sole; poi, levata l'áncora, governai su la stessa dirittura del giorno innanzi, regolandomi colla mia bussola.
Io divisava raggiungere, se mi riusciva, una di quelle isole che avevo ragione di credere giacenti a greco della terra di Van-Diemen; ma non giunsi a scoprir nulla in tutta quella giornata. Solo nella successiva, alle tre passato il mezzogiorno, dopo essermi scostato, giusta i miei computi, ventiquattro leghe da Blefuscu, scopersi una vela che movea verso scirocco; la mia corsa era diretta a levante. La salutai, ma non potei averne risposta; nondimeno m'accorsi di avvantaggiare di cammino sovr'essa, perchè il vento si rallentava.
Feci forza di vele quanto potei, nè passò mezz'ora che l'altro bastimento, avvedutosi di me, spiegò la bandiera di soccorso, e tirò il cannone. Non è cosa facile l'esprimere la gioia che mi comprese al brillarmi sì inaspettata la speranza di rivedere anche una volta la dolce mia patria e i diletti pegni ch'io vi aveva lasciati. Il bastimento rallentò le sue vele, ond'io lo raggiunsi tra le cinque e le sei della sera del 26 settembre. Oh! come mi balzò il cuore di nuova inaudita allegrezza al vedere i colori della mia cara Inghilterra!
Postomi tosto nelle tasche del mio giustacuore le mie vacche, entrai a bordo dell'amico bastimento con tutto il piccolo carico delle provisioni ch'io m'era portate con me. Era questo in cui mi scontrai un vascello mercantile che tornava dal Giappone pei mari boreale ed australe, comandato dal capitano Giovanni Biddel di Deptford, uomo assai cortese ed intelligentissimo navigatore. Eravamo allora ai trenta gradi di latitudine meridionale. Si trovavano nel bastimento cinquanta uomini, e fra questi certo Pietro Williams, mio vecchio collega, che diede ottime contezze di me al capitano. Questo signore, dopo usatemi le maggiori gentilezze, mi pregò dirgli da qual paese io venissi allora e per dove fossi avviato. Appagai la sua curiosità in poche parole, ma egli s'immaginò tosto ch'io delirassi, e che i sofferti pericoli m'avesser fatto dar volta al cervello. Io allora, trattomi di tasca il mio armento e le mie vacche, lo feci rimanere sbalordito non si può dir quanto e convinto ad un tempo della mia veracità. Gli mostrai indi le monete d'oro a me donate da sua maestà imperiale di Blefuscu, il ritratto in piedi di quel monarca e diverse altre rarità del paese donde io veniva. Presentatolo poscia di due borse di dugento _sprug_ ciascheduna, gli promisi regalargli, quando saremmo giunti in Inghilterra, una vacca ed una pecora, entrambe pregne.
Non incomoderò il leggitore col narrargli le minute circostanze di questo viaggio, che fu nella sua totalità assai fortunato. Arrivammo alle Dune ai 13 aprile del 1702, senza che mi fosse occorsa alcuna disgrazia, tranne una sola, e fu che i sorci a bordo del vascello mi portarono via una delle mie pecore; ne trovai in un buco le ossa monde affatto dalla loro carne. Condotto il resto del mio armento sano e salvo alla spiaggia, lo misi a pascolare in un praticello di Greenwich preparato per giocarvi alle bocchie; la squisitezza di quell'erba fece che la gustasse assai contro a quanto, per dir vero, io m'aspettai sulle prime. Certo non avrei potuto in un sì lungo viaggio mantenere nè quelle vacche nè quelle pecore, se il generoso capitano non m'avesse somministrato alcun poco del suo migliore biscotto, che ridotto in polve e mescolato con l'acqua, era il costante loro cibo. Nel breve tempo che continuai a rimanere nell'Inghilterra feci notabili guadagni col mostrare la mia mandra a molti ragguardevoli personaggi ed ai tanti curiosi di vederla; poi, prima che intraprendessi il mio secondo viaggio, la vendei per seicento sterlini. Dopo il mio ritorno ne trovai la razza considerabilmente aumentata, massime le pecore; cosa che porterà, spero, un grand'utile alle nostre manifatture di panni per la rara finezza delle lane di queste bestiuole.
Non rimasi con la mia famiglia più di due mesi, perchè il mio insaziabile desiderio di veder nuovi paesi non mi permise una più lunga dimora in patria. Lasciati cinquecento sterlini a mia moglie, la stabilii in una buona abitazione a Redriff. Mi portai meco il rimanente de' miei capitali, parte in danaro, parte in mercanzie, con la speranza di migliorare il mio stato. Il mio vecchio zio Giovanni mi avea lasciato un fondo in terreni presso Epping, della rendita circa di trenta sterlini. Io aveva in oltre un fondo a lungo livello, che mi rendea molto di più; onde io non poteva aver paura di lasciare le mie creature a carico della parrocchia. Mio figlio Giovannino (gli fu posto questo nome, perchè avea lo stesso nome suo zio) era un ragazzo di bonissima volontà, e faceva allora il suo corso di grammatica. La mia figlia Bettina (che adesso è maritata, e madre di più figli) imparava a cucire. Congedatomi da mia moglie e da' miei figliuoletti, non senza sparger lagrime da entrambe le parti, mi posi a bordo dell'Avventura, vascello mercantile di trecento tonnellate, destinato a Surate, sotto il comando di Giovanni Nicholas. Ma il racconto di questo tragetto si riferisce alla successiva seconda parte de' miei viaggi.
SECONDA PARTE
VIAGGIO A BROBDINGNAG
CAPITOLO I.
Descrizione di una fiera burrasca; scappavia staccato dal bastimento per provedere acqua dolce; l'autore vi s'imbarca onde scoprire nuovi paesi. — Abbandonato su la spiaggia, è preso da uno di quei nativi e condotto alla casa di un fittaiuolo. — Modo ond'è accolto; diversi casi occorsigli quivi. — Descrizione degli abitanti di quella contrada.
Ad una vita impaziente affatto della quiete m'aveano condannato la natura ed il mio fatale destino; onde erano appena scorsi due mesi dopo il mio ritorno, quando abbandonai di nuovo la mia nativa contrada, e il 20 giugno del 1702 m'imbarcai alle Dune su l'Avventura, bastimento comandato dal capitano Giovanni Nicholas, nativo di Cornovaglia, che avea la sua destinazione per Surate. Navigammo con vento favorevole fino al Capo di Buona Speranza, ove sbarcammo per provederci d'acqua dolce. Quivi, scoperta una falla nel bastimento, mettemmo a terra tutte le cose nostre per turarla, e ci toccò poi svernare nel luogo stesso a motivo di una malattia sopravvenuta al capitano, motivo per cui non potemmo salpare dal Capo se non alla fine di marzo. Date di nuovo le vele, avemmo buon viaggio, fin passato lo stretto di Madagascar; ma appena fummo a tramontana di quest'isola, i venti (che secondo la generale osservazione spirano costantemente in que' mari tra settentrione e ponente dal principio di dicembre a quello di maggio) cominciati nel 19 d'aprile a soffiare più violenti e più occidentali del solito, continuarono così per venti giorni di fila; durante il qual tempo noi ci eravamo un po' fatti a levante delle isole Molucche, circa a tre gradi di latitudine australe, come apparve da un calcolo istituito dal nostro capitano il 2 maggio, nel qual giorno, cessato il vento del tutto, avevamo una calma perfetta, il che, per dir vero, non mi dava verun dispiacere.
Ma il capitano, uomo esperimentatissimo nella navigazione di que' mari, non la pensava così, e ci avvertì anzi d'aspettarci una tremenda burrasca, che non mancò d'avverarsi il dì appresso, in cui cominciò a spiegarsi il vento meridionale, chiamato in que' paesi _monsone_.
Vedendo che questo ingagliardiva ognora di più, demmo mano alla vela a tarchia, apparecchiandoci a serrare quella di trinchetto; poi, imperversando il tempo, assicurammo bene tutti i parapetti, e fasciammo la vela di mezzana. Il bastimento camminava dianzi a tutte vele spiegate, ma in quel frangente giudicammo che il navigare a vele chiuse ne sarebbe tornato più a conto del solo cappeggiare. Serrammo la vela di trinchetto, e ne registrammo opportunamente le scotte; il timone poggiava tutto sottovento. Il vascello animosamente virava; accorciammo le trozze (registro fatto a guisa d'un rosario) della vela principale, ma squarciatasi questa, la traemmo giù dall'albero, e liberatala da tutti i suoi sartiami, l'allogammo dentro al vascello. Fu veramente una spaventosa burrasca e i cavalloni si faceano sempre più grossi e minacciosi; mollammo pure tutti i sartiami delle manovelle del timone, lasciando soltanto ad esso il governo del bastimento. Non volemmo calar giù l'albero di gabbia, perchè correva innanzi al vento assai bene, e stando in piede ne proteggea meglio col darci più bella deriva.
Poichè fu cessata la burrasca, demmo mano alla vela di trinchetto e a quella di gabbia, e governammo con esse, e a tutte vele di mezzana e di gabbia di maestra e di gabbia di mezzana ci dirigevamo a greco levante (est-nord-est), avendo il vento a libeccio (sud-west). Impadronitici dei cavi di tribordo, sciogliemmo i bracci di sopravvento e le corde dette _mantiglie_, e tiratele strettamente innanzi, le unimmo alla scotta della vela di mezzana che ponemmo a sopravvento pienamente e fin quanto potevamo distenderla.
Durante la tempesta, cui succedè un gagliardo vento di ponente-libeccio (west-sud-west), fummo trasportati, secondo i miei calcoli, per cinquecento leghe circa verso levante, nè i più vecchi piloti che erano a bordo sapevano congetturare in qual parte di mondo fossimo allora. Le nostre vettovaglie ci duravano ancora; il bastimento era tuttavia gagliardo; gli sconci delle vele risarciti; la nostra ciurma tutta in buona salute, ma difettavamo grandemente di acqua dolce. Ciò non ostante pensammo meglio seguire la direzione su cui eravamo incamminati, anzichè volgerci più a tramontana, il che ne avrebbe condotti a maestro (nord-est) della Gran Tartaria e nel Mar Glaciale.