Viaggi di Ali Bey el-Abbassi in Africa ed in Asia, v. 4
Part 4
La carovana con cui io viaggiava era formata di circa trecento bestie da carico, muli, cavalli, cammelli ed asini, e quasi tutti di Aleppo. I muli senz'avere una vantaggiosa statura, sono forti e coraggiosi, onde difficilmente si distinguerebbero senza le grandi orecchie che portano sempre diritte. I muli e gli asini sono ordinariamente neri, e cercano sempre di sorpassarsi l'un l'altro nel cammino. Eranvi tra i molti passaggieri della carovana molte donne, e fanciulli d'ambo i sessi.
Dietro le informazioni ch'io mi procurai, seppi che _Taraboulous_, o Tripoli, trovasi quasi esattamente all'ouest di Kara; lo che coincide pure colla mia stima geodetica. Una giornata al di là verso l'ouest-sud-ouest è situato _Baàlbek_, città grande, ma ruinata. In distanza di una lega all'ouest trovasi il fiume _Caftara_, che perdesi in un lago; ed a tre giornate di cammino all'est giace _Tadmor_, o _Palmira_, un tempo doviziosa e celebre città, che ora conta appena cinquecento famiglie. Andando a Palmira si arriva il primo giorno al villaggio di _Haouarìnn_, il secondo a _Karìtèìun_. Gli arabi d'Anaze due giornate lontani da Kara dalla banda di sud-est, spingono il loro dominio e le scorrerie fino a Palmira.
_Mercoledì 2._
La carovana partì alle tre ore e mezzo del mattino, prendendo una strada che attraversa alcune montagne nella direzione di N. ¼ N. E., ed alle sei ore si passò in mezzo ad un gruppo di case dette _Kalaat-el-Bridj_. Due ore dopo arrivammo in una gola creduta pericolosa, onde tutti gli uomini armati della carovana salirono sulle alture che fiancheggiano la strada, e vi rimasero finchè la carovana si trovò tutta in sicuro. Poco dopo essere usciti da questa gola trovammo un _khan_ quasi affatto ruinato, ed a breve distanza il villaggio di _Hassia_, ove entrammo alle nove ore e tre quarti del mattino.
Tutto il paese da Damasco fino ad Hassia è affatto deserto, e questa miserabile borgata non ha che alcuni piccoli orti.
_Giovedì 3._
Partiti da Hassia avanti la mezza notte, giugnemmo ad _Homs_ alle otto e mezzo del mattino. Attraversammo una montagna quasi perfettamente rotonda, dalla cui sommità circoscritta a mezzo giorno dalla catena delle alte montagne del Libano, scopersi un estesissimo orizzonte. Tutto il paese è deserto, ma cominciavamo a vedere un terreno rossiccio, fangoso, diverso da quello de' precedenti giorni, e coperto di arbusti in questa stagione disseccati. Questo terreno potrebb'essere ridotto a coltura. Allo spuntar del sole ci trovammo avviluppati improvvisamente da una densa nebbia, che dopo dieci minuti si dissipò colla medesima celerità.
In queste contrade le donne, in sull'esempio degli uomini, sono provvedute d'una pipa lunga circa quattro piedi. Questo giorno ne vidi una fumare con tutta gravità sul suo cavallo. Aveva il volto affatto scoperto, e mostrava l'età di diciotto in vent'anni: benchè bella come un angelo, l'uso della pipa la rendeva ai miei occhi deforme.
_Homs_ è una ragguardevole città popolata da venticinque in trentamila musulmani, e da trecento cristiani. Contiene molte moschee con altissime torri sottili all'usanza turca, due chiese cristiane di greci scismatici, ed una siriaca, diversi _bazar_, o mercati ben provveduti di mercanzie, ed assai frequentati, alcuni caffè molto frequentati, un _alcaïsseria_ considerabile di stoffe di seta, un gran khan, e varj altri più piccoli. Le strade sono regolarmente lastricate; ma le case quantunque fatte di sassi hanno un aspetto lugubre pel loro color nero. Infine Homs ha tutti i requisiti di una gran città.
Gli abitanti fanno un commercio attivissimo. Il paese produce molto frumento, ma importa l'olio dalle coste, ed il riso dall'Egitto. In distanza di mezza lega della città scorre il fiume _Wad-al-Aassi_ che è l'antico _Oronte_, dal quale derivansi le acque che servono all'innaffiamento dei giardini della città.
Il governatore, il kadì, e gli altri impiegati del governo sono tutti arabi del paese, e ne sono esclusi i turchi. Questa città dipende dal pascià di Damasco, che nomina il _scheih el-bedel_, ossia governatore, tra i naturali del paese, in conformità delle sue costituzioni.
Le mura sono circondate da un giro d'innumerabili cimiterj, che attestano la grande popolazione della città. Vedesi al mezzodì sopra una montagna isolata, che rassomiglia a quelle delle ruine d'Alessandria, una vasta antichissima fortezza con molte torri ma in gran parte ruinate.
Felice è la posizione della città, alquanto elevata, ariosa, e perciò salubre: onde meno degli altri paesi esposta ai danni della peste.
Conservansi ancora ad Homs una porta, alcuni tratti di muraglia, e due torri, rispettabili avanzi degli antichi Greci che l'abitavano.
_Venerdì 4._
La carovana riprese il cammino alle due ore e mezzo del mattino, dirigendosi al nord, e lasciato da una banda il villaggio di _Deàa et Teille_ entrò in _Rastan_ alle sette ore.
Benchè generalmente non coltivato, il terreno scorso questo giorno è coperto di cespugli, e di pianticelle disseccate. _Restan_ è un povero villaggio posto sull'orlo di uno spaventoso precipizio a piè del quale scorre il fiume Aassi, che veduto dall'alto non sembra molto largo. Fu già un tempo in cui questo villaggio dovette essere assai più considerabile che non lo è al presente, di che ne fanno prova molti rottami di colonne di marmo e gli enormi pezzi di granito, ormai ridotti all'ultimo grado di decomposizione. Fioriva forse all'epoca più gloriosa di Palmira? era forse una piazza di frontiera, come sembra indicarlo la sua posizione? Come deciderlo, se manca ogni memoria per appoggiare una qualunque congettura?
Prima di sera scesi in riva al fiume ov'era accampata la carovana. È questi tagliato da grandi dighe assai ben fatte, che servono a dar l'acqua ai mulini, e dalle quali l'acqua si precipita con molto fracasso.
_Sabato 5._
A mezzanotte lasciando il fiume a destra, e salito il piano superiore, prendemmo la direzione al N.; indi fatta una dolce scesa, arrivammo alle cinque e un quarto del mattino nella città di Hama posta alle falde di una linea di basse colline, ed attraversata dall'Oronte. _Hama_ è una ragguardevole città la di cui popolazione dovrebb'essere di circa centomila anime. Scende a guisa di anfiteatro dalla sommità delle colline che stanno alla destra dell'Oronte fino alla riva del fiume, e al di là del fiume risale sulla opposta montagna. Piacevolissima ne è la situazione, e tutto dimostra una città di primo ordine, sicchè rimasi estremamente sorpreso nel vedere una così bella e vasta città in luogo di una borgata come stando alle relazioni de' viaggiatori e de' geografi io credeva di trovare. Molte case sono tutte fatte di pietra, altre non di pietra che interiormente, e nella parte superiore di mattoni coperti di marmo bianco: diverse case dei sobborghi sono coronate di cupole come quelle dei sobborghi di Damasco.
L'irregolarità e l'angustia della maggior parte delle strade viene compensata dalla bellezza delle principali che formano i _bazar_, abbondantemente provveduti di mercanzie e di grascie, e sempre affollati di gente. Sono pure assai frequentati i caffè, tra i quali ne vidi alcuni bellissimi.
L'Oronte chiuso tra belle case e deliziosi giardini, è attraversato da frequenti dighe che sostengono l'acqua, onde far muovere una prodigiosa quantità di ruote idrauliche, alcune delle quali hanno più di trenta piedi di diametro. L'acqua inalzata dalle ruote viene distribuita per la città col mezzo di spaziosi condotti sostenuti da solide arcate. Questi condotti sono belle opere dell'antica età, e fa meraviglia che siansi così ben conservati a fronte della non curanza musulmana, e del genio distruttore del paese. Le ruote sono così ben fatte che invece di quella disgustosa scricchiolata che sogliono d'ordinario produrre cotali macchine, rendono un suono grave assai dolce: queste ruote, i condotti, le case, i giardini e le frequenti cascate delle acque dall'una all'altra diga, formano il più pittoresco punto di vista che immaginar si possa.
Gli abitanti di Hama mostrano una straordinaria inclinazione al commercio ed alle manifatture, delle quali è piena la città. Il grosso della popolazione è formato di arabi. Pochi sono i turchi, i cristiani, gli ebrei, che vi godono molta libertà. Arrivando in città mi parve di entrare in un vasto ospitale: uomini, donne, e fanciulli ne' mesi più caldi dormono nelle strade, sui terrazzi, avanti alle porte delle case. Siccom'era assai di buona ora, la maggior parte dormiva ancora in piena sicurezza, altri già risvegliati mi osservavano senza nulla scomporsi, abbigliandosi tranquillamente uomini e donne come fossero chiusi nei proprj gabinetti. È ciò una conseguenza della depravazione dei costumi, o dell'innocenza?.... Il poco tempo che restai in Hama non mi permette di deciderlo. Nella casa in cui alloggiai vidi molte donne, assai brutte a dir vero, che liberamente entravano senza velo nel mio appartamento per farvi quanto occorreva. Una di queste che aveva l'aria di civetta, portava a traverso la cartilagine destra del naso un anello d'oro del diametro di tre pollici. L'abito loro consiste in una grande camicia di cotone turchino o bianco con sopra una stoffa aperta, senza cintura e poco larga, A queste vesti aggiungono anelli, collane, orecchini, braccialetti, laminette ai capelli, ec.: infine tante e sì varie sorte di gioje, che quando una donna galante cammina, fa un rumore eguale a quello dei muli del mezzodì dell'Europa ornati di sonaglini e di campanelli.
La città viene governata da un _paschalik_ del paese nominato dal pascià di Damasco.
Siccome le acque del fiume non possono rimontare sul più alto piano del paese, l'aridità di questo deserto forma un singolare contrasto col fresco verde del piano inferiore, ove l'inaffiamento è praticabile.
_Domenica 6._
Alle due e mezzo del mattino presi la direzione di N. N. O. attraversando varie colline; ed in sullo spuntar del sole mi trovai presso ad una moschea. Alle otto ore giunsi tra le mine d'un'antichissima città, cui la tradizione del paese dà il nome di _letmiun_. Entro un mucchio di rottami osservai un bel frammento di cornice di un granito rosso, alcuni pezzi di colonne, ed i frammenti di un grande acquidotto. Finalmente alle undici ore arrivai a _Khan-Scheikhoun_, villaggio posto sul pendio d'un colle, alle di cui falde trovasi un vasto _Khan_. Le case di questo villaggio coperte di cupole coniche gli danno l'apparenza di un gruppo di arnie, e l'acqua del suo pozzo è assai buona.
_Lunedì 7._
Si partì alle quattr'ore del mattino prendendo una strada al N. che attraversa alcune colline, dalla di cui sommità vedonsi all'O. le montagne, dalle quali andavamo allontanandosi. Si trovarono lungo la strada altre ruine omai ridotte all'ultimo stato di decomposizione, ed alcuni pozzi, ne' quali si scende al fondo per bellissime scale di sasso. Quantunque il paese sia incolto, come quello attraversato ne' precedenti giorni, è per altro formato di una terra rossa vegetale, e di roccia calcarea. Alle nove ore e mezzo arrivammo a _Màrra_, borgata di circa duemila abitanti, al cui ingresso vedonsi molti tumuli di pietra isolati a guisa di catafalchi, circondati da cinque sei gradini. _Marra_ è l'ultimo paese del governo di Damasco, che stendesi ancora tre leghe al di là verso il N.; di modo che questo Pascialaggio prendendo dal deserto d'Egitto fino alle porte di Aleppo, può riguardarsi come un regno.
_Martedì 8._
Si riprese il cammino alle tre e mezzo della sera. Due strade conducono da _Marra_ ad Aleppo; ma trovandosi la principale occupata dalle truppe d'un antico pascià d'Aleppo, colle quali i miei Arabi non volevano incontrarsi, si preferì la strada meno frequentata a traverso di un deserto.
_Mercoledì 9 settembre._
Oscurissima era la notte; ed il suolo bagnato di rugiada appariva così nero, che nulla distinguevasi alla distanza di dieci passi. Io mi trovava in testa alla carovana con otto o dieci Arabi armati a cavallo, avendo sempre sotto i miei occhi il mulo che portava le mie carte, di cui mi riservava la custodia in tempo di notte. Camminavamo così ordinati quando alle due ore e mezzo del mattino scoprimmo innanzi a noi in distanza di soli venti passi una truppa d'uomini a cavallo. Non eravamo più in tempo di dare a dietro, o di fermarci. Subito io grido; _fuor di qui, fuor di qui_. I Bedovini rispondono colle medesime parole, e noi avanziamo colla sciabla alla mano. Il mulo che portava le mie carte trovavasi di già in mezzo alla truppa nemica; molti uomini armati della carovana mi raggiungono; ed uno che trovavasi alquanto addietro di me, tira una fucilata all'azzardo, ed io sento fischiare la palla a diritta. Tutto ciò si eseguì in un istante. I Bedovini vedendo la nostra risolutezza, si ritirarono, salutandoci senza tentar nulla. Erano venti uomini all'incirca armati soltanto di lancia.
Alle quattro e mezzo del mattino si prese riposo presso la sponda d'un canale, ov'erano alcune fattorie, nelle quali battevasi il grano.
Ripostici in cammino alle dieci ore, attraversammo alcune colline calcaree coperte di piantagioni di ulivi, ed alle tre dopo mezzogiorno si entrò in Aleppo.
Questa città detta dagli Arabi _Hàleb_ è stata tante volte descritta, che tutto quanto io ne dicessi non potrebb'essere che una ripetizione di ciò che tutti sanno; perciocchè trovandosi assai frequentata da tutte le nazioni commercianti, viene ad essere conosciuta come una città d'Europa: mi limiterò dunque a dire che racchiude molti belli edificj, e quantità di marmi d'ogni specie; che bella è la grande moschea senza essere magnifica; che le strade sono assai ben lastricate; ed i _bazar_ coperti di portici a vòlto, illuminati da frequenti abbaìni: che però i _bazar_ di Damasco sono più ricchi, e meglio provveduti; che in settembre il caldo fu insoffribile fino all'equinozio; e finalmente che allora sulle montagne all'O. vi fu una gagliarda burrasca, dopo la quale l'atmosfera si rese temperata. In Aleppo vedesi la bizzarra mescolanza dei cappelli appuntati colle lunghe vesti orientali.
In tutto il tempo che rimasi in Aleppo mi trovai talmente ammalato, che non potei quasi occuparmi dei più piccoli affari
CAPITOLO L.
_Viaggio a Costantinopoli. — Antiochia. — Targo. — Monte Tauro. — Arco trionfale. — Orde di pastori della Turcomania. — Maniera di viaggiare in Turchia. — Città di Konia. — Assiom Karaïssar. — Kutaïeh. — Catena del monte Olimpo. — Scutari. — Ingresso in Costantinopoli._
Il Sabato 26 settembre sortii d'Aleppo allo cinque ore del mattino, seguìto soltanto da uno schiavo, da un _tataro_, da alcuni mulattieri, e da cinque fucilieri di scorta.
Camminando all'O. con una dolce inclinazione al N. entrai in un paese alto e deserto, tutto composto di roccia calcarea. Giunto alle otto ore presso ad un piccolo casale, congedai i cinque soldati, perchè ad una certa distanza da Aleppo non si corre più pericolo di essere spogliati dai Bedovini, o da altri ladri che sogliono aggirarsi ne' contorni della città.
In questo luogo vedesi accanto alla strada uno scavamento perpendicolare di forma quasi ellittica di un diametro maggiore di trenta piedi, e di quaranta di profondità. A metà circa della sua profondità trovasi una galleria che gira tutto all'intorno, lungo la quale sonovi le aperture di varie caverne. Credono i musulmani essere questi i resti di una città sommersa; ed i cristiani d'Aleppo dicono invece, e con maggiore probabilità che fu già un anfiteatro pei combattimenti delle bestie feroci. Non è pure inverosimile che servisse di prigione o di catacomba; oppure che fosse una vastissima cisterna. Io non oso niente asserire di positivo su quest'oggetto.
Di qui la strada piega a S. O. attraversando aspre rupi che dovetti salire e scendere alternando fino a dieci ore e tre quarti; quando feci alto per fare colezione in un casale detto _Tadil_.
Dopo un'ora di riposo continuando il cammino attraversai il casale di _Tèreb_, indi una vastissima campagna tutta sparsa di villaggi, fra i quali considerabilissimo è quello d'_Azèni_, dove entrai in sul tramontare del sole; poi fui ad alloggiare nel vicino casale di _Mortahoua_.
Questa pianura assai fertile è popolatissima, e lo sarebbe assai più se non fossa ridotta alle sole acque dei pozzi e delle cisterne. I suoi villaggi presentano frequenti vestigia, e rottami di antichi edificj; ed io penso che ad una lontanissima epoca appartengano ancora le cisterne. S'incontrano ad ogni passo frammenti di cornici, e di altri ornamenti architettonici, ammucchiati con rozze pietre intorno agli orti; come vedonsi molti pezzi di colonne destinati a coprire i pozzi. In tal modo la mano del tempo, sempre più possente dei vani sforzi dell'uomo, restituisce alla natura tutto quanto le era stato tolto dall'arte.
_Domenica 27._
Riprendendo il cammino alle cinque ore e mezzo del mattino, uscii poco dopo dalla pianura, che mette capo in una valle assai ben coltivata, e circondata da belle colline coperte d'ulivi.
Alle sette ore dovetti attraversare una difficile gola; dopo la quale, ora salendo ora scendendo alcuni poggi, sboccai alle nove ore nella valle che prende il nome dalla borgata d'_Armana_. Alle dieci feci alto accanto ad una fonte di eccellente acqua che scorre presso ad un giardino.
Mentre facevamo colezione sei giovanette presentaronsi entro il chiuso del giardino, che potevano supporsi il fiore delle fanciulle del paese, tanto eran vaghe e gentili. La siepe di spine che le separava da noi, rendevale più ardite, onde coprivansi a loro voglia o si scoprivano, facendo pompa di una bianca delicatissima carnagione resa più bella dai grandi e neri loro occhi. Osservai che non avevano il volto imbrattato come le donne d'Affrica, ma soltanto un poco di nero intorno agli occhi. Mandai loro un cartoccio di dolci, che contraccambiarono con un mazzolino di fiori (ecco un gentil cominciamento di romanzo); ma non mi fu possibile di vedere interamente, come ne aveva vaghezza, le loro vesti. Ci separammo alle undici ore, ed io continuai il mio viaggio montando un colle assai aspro e circondato da precipizi; ed alle tre ore e mezzo giunsi sulla riva destra dell'Oronte, detto _Wad-el-Aassi_ nel villaggio _Hamzi_.
Si passò il fiume, che in questo luogo non può avere più di cento piedi di larghezza, sopra una barca non calafattata, che faceva acqua in ogni lato. Un uomo la governava con una lunga pertica, mentre un altro stava occupato a vuotare la barca colla gotazza: e perchè tutti gli sforzi dell'ultimo non supplivano al bisogno, ad ogni tragitto i due navicellai tiravano la barca a terra, e la liberavano dall'acqua rovesciandola. A quale epoca devesi riferire la perizia nautica di queste buone genti?... Avendo rimproverato a questo moderno _Caronte_ (la di cui veneranda bianchissima barba in nulla cedeva a quella del nocchiero della livida palude) il pessimo stato della sua barca, mi rispose che ne aspettava un'altra nuova da Antiochia. Gli soggiunsi che dovrebbe far buona provvigione di catrame e di stoppa per tenere la barca in buono stato, altrimenti anche la nuova sarebbe in breve ridotta alla condizione della vecchia. Parve sorpreso da questo avviso, come di cosa di cui non avesse mai udito parlare; e dopo essere rimasto alquanto pensieroso, mi disse che _approfitterebbe de' miei ricordi, che trovava ragionevoli_.
Si fece alto sulla sinistra del fiume. L'acqua in questo luogo è tanto tranquilla, che non se ne può conoscere la direzione senza gettarvi qualche corpo galleggiante. La sua maggiore profondità è di quattro piedi e mezzo; le rive argillose e coperte della melma del fiume sono tagliate quasi a picco, ed alte circa sedici piedi. Il pesce è abbondantissimo.
_Lunedì 28._
Si partì alle quattr'ore del mattino viaggiando lungo le falde di alcune montagne. Alle sette passai sopra un ponte di un solo arco sotto al quale scorre un piccol fiume che sbocca nell'Oronte. Appena giunto sull'opposta riva, mi fu presentato un pesce lungo più d'un piede, in quell'istante saltato sulla sabbia, ed era ancora vivo.
Alle otto ore feci colezione al di là di un altro torrente che mette pur foce nell'Oronte, lontano poco più di quattro miglia dal lago d'Antiochia detto _Bahar Caramort_, formato da più fiumi, le di cui acque si scaricano nell'Oronte.
Dopo tre ore di riposo feci il giro di una montagna, indi ne attraversai alcune altre più basse, che seguono la direzione dell'Oronte. Piegando poi quasi al S., entrai alle undici ore per la porta della vecchia in Antiochia, e dopo il cammino di una mezz'ora in mezzo ai giardini posti entro il circondario delle antiche mura, giunsi nella nuova città, il cui governatore di nazione turco, mi alloggiò in sua casa.
Questo governatore detto _Hadj-Bekir-Agà_, assai ragguardevole personaggio, per mostrarmi il suo affetto non mi lasciava mai, di modo che non aveva un istante di libertà. Appena arrivato mandò ordine a _Souaïdia_, che è il porto più vicino, di approntare un bastimento per condurmi a Tarso; trovandosi la strada di terra esposta alle scorrerie della gente di _Kouchouk-Ali_.
Antiochia, che i Turchi chiamane _Antakia_ contiene quindicimila musulmani, 5000 cristiani di tutti i riti j e 150 ebrei. Il Patriarca greco trovavasi allora a Damasco, ed il cattolico nelle montagne.
La moderna Antiochia non occupa che un piccolo spazio dell'antica; di cui rimangono ancora le mura per attestarne l'ampiezza. Questa nuova città comprende un'area di oltre mezza lega di diametro, con alcune colline coperte di antiche rocche che scendono fino al piano: sono di pietra, fiancheggiate a disuguali distanze da torri quadrate, ma ora tutta va in ruina. Magnifica è l'antica porta per cui era entrato, ma minaccia di cadere da un momento all'altro.
Prima d'entrare per questa porta io aveva veduto a sinistra una montagna, la cui più bassa parte tagliata a picco presenta la forma di una facciata d'edificio, con una porta quadrata ben tagliata nel mezzo e varie finestre tagliate nella viva roccia con eguale perfezione; lo che sembra indicare de' sotterranei troppo interessanti per un antiquario. Le colline poste entro le mura hanno al loro piede alcuni strati perpendicolari da cui zampillano molte acque.
Le strade d'Antiochia sono strette, ma hanno de' marciapiedi alti da ogni banda e ben lastricati. Le case fatte di pietra senza cemento hanno un aspetto tristo e monotono: sono le prime ch'io abbia vedute coperte di tegole dopo essere uscito dalla Mecca. Tutto indica essere questo il paese delle pioggie, ed il clima è più freddo assai di quello d'Aleppo, ove non suole mai nevicare. Pare che il principal prodotto del paese sia quello della seta. Abbonda di buoni cibi e di acque; ma non si fa uso di altro pane che di focaccie arabe. Giungendo in città incontrai molte donne, quasi tutte assai belle.
Il Governatore, dipendente dal pascià d'Aleppo vive splendidamente, e parvemi che il paese fosse ben amministrato.
_Martedì 29._
Ebbi a mezzo giorno avviso che il bastimento era pronto; voleva partire all'istante, ma dovetti trattenermi fino all'indomani. La sera dopo cena un ufficiale Francese vestito da Tartaro, che veniva da Costantinopoli, chiese di parlare al Governatore, e prendendomi in iscambio, si lagnò di un Tartaro che non si affrettava a provvederlo di cavalli per continuare il viaggio alla volta di Aleppo. Dopo averlo calmato, ed indicatogli il Governatore, accomodai la faccenda: gli chiesi se poteva essergli utile in qualche cosa, e partì soddisfatto del mio accoglimento[3].
[3] _Questo ufficiale era il signor _Truilhier_, comandante d'artiglieria all'armata del mezzodì di Spagna._ (Nota dell'Editore Franc.)
_Mercoledì 30._