Viaggi di Ali Bey el-Abbassi in Africa ed in Asia, v. 4
Part 3
Partimmo alle quattro e mezzo del mattino, e dopo un lungo e disastroso viaggio per luoghi alpestri, indi per una sterile campagna, entrammo in una piccola macchia, in fondo alla quale trovasi sopra un poggio il villaggio di Sassa, ove si passò la notte.
I campi Flegrei, e tutto quanto può dare un'idea della distruzione vulcanica, non sono che una languida immagine dell'orribile paese attraversato questo giorno. Dal ponte di _Giacobbe_ fino a Sassa il terreno è composto di lava, di basalte, e di altri prodotti vulcanici: tutto è nero, poroso, tarlato, sicchè ci pare di viaggiare in una regione infernale: ma particolarmente presso Sassa vedonsi spaccature ed ammassi così spaventosi di materie vulcaniche, che fanno inorridire, pensando all'epoca in cui vennero lanciate dal seno della terra infiammata. Le spaccature, ed i bachi che vedonsi qua e là, contengono un'acqua nera come l'inchiostro, e per lo più puzzolente.
Da ciò apparisce chiaramente che questi paesi furono in altri tempi popolati di vulcani; e scontransi ancora varj piccoli crateri sul piano. Per un singolare contrapposto questo piano è chiuso a settentrione da una montagna, la di cui sommità inalzandosi fino alla regione delle nevi perpetue, offre al di sopra delle reliquie degli spenti vulcani l'aspetto di un perpetuo inverno.
_Sabato 22._
Dopo due ore di viaggio cominciammo a trovare i segni della prossimità di una grande capitale, borgate e villaggi e giardini ad ogni passo. Alle otto e mezzo essendo saliti sulle colline che chiudono l'orizzonte, scopersi all'est un immenso piano, circondato al nord da alte montagne, tra le quali ne marcai una isolata dalle altre di gigantesca forma piramidale, alle di cui falde tra un'infinita quantità di giardini sorgono le torri delle moschee di Damasco; e tutta la campagna è seminata di villaggi e di alberi fruttiferi.
Riposatomi un istante nel villaggio di Daria posto entro ai giardini di Damasco, giunsi poco dopo mezzo giorno alle prime case della città dagli Arabi detta _Scham_.
Il viaggiatore che si avvicina la prima volta a Damasco crede di vedere un vasto campo di tende coniche; ma avvicinandovisi davvantaggio trova che queste tende altro non sono che un'infinità di cupole, che servono di tetto a quasi tutte le camere delle case nei sobborghi esteriori della città. Queste cupole e per la forma e per la grandezza loro rassomigliano perfettamente alle colombaie d'Egitto di cui si è parlato in addietro.
Le case dell'interno della città formate di più solidi materiali hanno d'ordinario due piani, ed il tetto piatto come nelle città dell'Affrica, avendo egualmente poche finestre e piccolissime porte, e la facciata senza ornati: ciò che unito al silenzio che regna nelle contrade dà alla città un aspetto tristo e monotono. Le strade sono ben selciate con marciapiedi assai elevati da ogni banda, di sufficiente larghezza, ma non livellati.
Credesi in paese, che Damasco abbia quattrocentomila abitanti: ma io sono di sentimento che, compresi anche i sobborghi, non ecceda di molto i dugento mila, tra i quali contansi ventimila cristiani cattolici, cinquemila scismatici, ed altrettanti giudei: al contrario delle altre città del Levante che per lo più hanno maggior numero di scismatici che di cattolici.
La maggiore moschea è un estesissimo edificio, in faccia al quale trovasi un magnifico serbatojo d'acqua, con una fontana di venti piedi di getto. Il caffè presso alla fontana è sempre pieno di oziosi. Sonovi molte altre moschee che non meritano d'essere descritte.
Damasco, siccome le altre città musulmane, non ha piazze pubbliche. L'uso di lasciare grandi spazj vuoti in mezzo alle città per renderle ariose e belle, è affatto ignoto ai musulmani; forse perchè dovendo provvedere al più urgente bisogno di temperare gli effetti d'un sole sempre ardente, pensarono soltanto a non dare troppa ampiezza alle strade, onde più facilmente poterle coprire colle frascate. Per altro a Damasco trovansi poche contrade abbastanza larghe, specialmente intorno al palazzo del Pascià, chiuse in modo dalle altre case, che non se ne vede che la maggior porta. In faccia al palazzo del Pascià trovasi il _Kaala_, fortezza che può esser utile a tenere in freno la popolazione; affatto inutile per la difesa della città.
I commestibili e le mercanzie d'ogni genere si vendono nelle botteghe poste ai due lati delle strade, che chiamansi _Bazar_, o _Zok_; alcune delle quali sono riccamente provvedute. Quale diversità fra questi abbondanti magazzini, e le povere e piccole botteghe del Cairo, di Fez e di altri luoghi, ove pare che il negoziante esponga suo malgrado gli oggetti che vuol vendere?
A Damasco le botteghe rigurgitano, per così dire, di mercanzie, e specialmente di seterie, di belle tele dell'India e della Persia; ma più di tutto di tele fabbricate in paese. Contansi a Damasco più di quattromila famiglie di fabbricatori di stoffe di seta e di cotone: ma non vi si fabbricano tele di lino, che non viene coltivato nella provincia.
Nel nuovo magnifico _bazar_ che si fabbrica adesso di fronte al _reraya_, vi ho veduto un orologiaio arabo che faceva degli oriuoli da tavola.
I principali rami del commercio di Damasco sono le seterie, e i fornimenti da cavallo, facendosi delle prime un estesissimo consumo nella Turchia, nell'Egitto, nell'Affrica e nell'Arabia; e de' secondi dagli arabi de' vicini deserti di Bagdad, e di Medina, che non hanno altro favorito mercato per tali oggetti che quello di Damasco.
Gli armajuoli formano pure una ragguardevole parte delle manifatture del paese, quantunque più non esista la famosa fabbrica delle sciable damaschine, risguardate adesso come cosa rarissima, e vendute a prezzi enormissimi. Dopo queste antiche sciable, le più riputate sono quelle della fabbrica persiana del Khorassan.
Anche le fabbriche di sapone, i fabri, i calzolaj, ec. occupano molte contrade, e vi si trova pure una fabbrica di vetri. Ma per avere un'adeguata idea del commercio di Damasco, basta fare attenzione alla quantità dei falegnami esclusivamente addetti alla costruzione delle casse che servono ogni anno ad imballare i prodotti del suolo e dell'industria. Più migliaja di persone che occupano un vasto quartiere della città formano ogni giorno parecchie migliaja di casse; benchè non tutti gli oggetti che si esportano da Damasco vengano incassati.
L'affollato popolo de' _bazar_ forma un singolare contrasto colla solitudine delle altre contrade ove non sianvi nè officine, nè botteghe. In tutti i _bazar_ vi sono forni per cuocere continuamente piccoli pani, focaccie, e varie altre pasticcerie: e le botteghe dei barbieri nelle vicinanze dei _bazar_ sono ornate di pitture a rabeschi, di specchi, di cristalli, d'iscrizioni a caratteri d'oro ec. onde allettare gli avventori. I caffè dei _bazar_ sono pieni di gente tutto il giorno. Bianchi, neri, mulatti di qualunque casta, di ogni religione, di qualsiasi nazione, esclusi gli europei, vi hanno un'intera libertà.
Magnifici sono pure i bagni de' _bazar_, e provveduti di tutto quanto si conviene al comodo, e dirò anche al lusso, ad al divertimento de' concorrenti. Non dirò alcuna cosa della quantità e bontà de' commestibili, non essendovi forse altro paese al mondo che vantar possa più grasse e delicate carni, erbaggi più teneri, più belli e saporiti frutti, più variato ed abbondante selvaggiume, mèle e latticinj più deliziosi, più bianco o miglior pane; in una parola, tutto ciò che può desiderarsi per la vita animale.
CAPITOLO XLVIII.
_Acque di Damasco. — Cristiani. — Commercio, prodotti, clima. — Razze dei cavalli. — Abiti. — Donne. — Sanità. — Scuole. — Governo. — Fortificazioni. — Bedovini di Anaze. — Salakhie._
Damasco è in modo provveduta di acqua che tutte le case hanno più fontane; non servendo le pubbliche che all'inaffiamento delle strade. Queste acque formano una quantità di canali: ma derivano da due soli fiumi, che dopo essersi uniti in un solo, dividonsi poi in sette rami, dai quali viene distribuita l'acqua in tutta la città.
Trovansi nella città di Damasco più di cinquecento magnifiche case, che possono dirsi palazzi; che per altro non essendo esternamente ornati di belle facciate non contribuiscono all'abbellimento della città. Tutte le comunioni cristiane hanno le particolari loro chiese, Greci, Maroniti, Siriaci, Armeni, ed inoltre sonovi tre conventi di Francescani, uno di osservanti Spagnuoli, e due di Cappuccini Italiani.
Il Patriarca greco d'Antiochia risiede a Damasco, ove riceve determinate tasse pei battesimi, pei matrimonj, pei funerali de' cristiani d'ogni rito, che sono obbligati di presentarsi innanzi al ministro da lui delegato a quest'effetto.
Vi sono otto sinagoghe di Ebrei, che allora, per quanto mi fa detto, erano assai ben trattati. Per altro mi è parso, che il fanatismo del popolo di Damasco avanzi quello degli Egiziani, perchè un Europeo non potrebbe senza pericolo mostrarsi ove non sia vestito all'orientale. Un cristiano, un ebreo non può andare a cavallo per città, e neppure valersi di un asino.
Si contano dugento negozianti molto accreditati, tra i quali i due più ricchi sono _Sckatti_, _Mehemet Sua_, a cadauno dei quali si attribuiscono in circolazione quattro o cinquemila borse (cinque milioni di franchi).
Il commercio si fa d'ordinario colle carovane, di cui le più considerabili sono tre: 1.º quella della Mecca maggiore d'ogni altra, che faceva il viaggio una volta all'anno; ed ora da qualche tempo sospesa per l'invasione de' _Wehhabiti_[1]: 2.º quelle di Bagdad che vengono a Damasco tre o quattro volte all'anno scortate da oltre duemila cinquecento persone armate: 3.º Le carovane d'Aleppo che partono d'ordinario due o tre volte al mese, e rimangono dodici giorni nel viaggio, quando un corriere montato sopra un dromedario fa questo viaggio in tre giorni. Contansi ancora varie altre minori carovane che ogni giorno arrivano o partono per Beruti, Tripoli di Siria, Acri, ed altri luoghi.
[1] _Dopo che i Turchi hanno ripresa la Mecca e Medina si vanno ristabilendo le carovane dette del_ pellegrinaggio.
A fronte della eccessiva loro abbondanza i viveri si vendono in Damasco a più alto prezzo che altrove; e ciò a cagione del moltissimo numerario che vi condensa la straordinaria attività del suo commercio.
I principali prodotti del suolo sono formento, orzo, canape, uva, _meschmesch_, specie d'albicocca che si fa seccare, pistacchj ed ogni qualità di frutti. Poca, ma bellissima è la seta che vi si raccoglie, ed il rimanente che manca al consumo delle sue fabbriche s'importa dai vicini paesi, come pure tutto il cotone, che non si coltiva nel territorio di Damasco. Benchè il raccolto del mèle sia abbondantissimo, gli abitanti non appresero ancora a lavorare la cera; non sapendo fare che cattive candele gialle. Riceve lo zucchero dall'Egitto e dall'Europa, e tutto il riso dall'Egitto.
La fertilità del terreno è tale, che gli abitanti non ricordano veruna cattiva annata. Perciò gli agricoltori trovansi generalmente nell'agiatezza, quantunque aggravati da enormi tasse, e dall'arbitrario mantenimento delle truppe.
Il clima di Damasco è piuttosto dolce, non essendo troppo freddo d'inverno, e venendo i calori dell'estate temperati dalla freschezza delle acque, dalle ombre degli alberi, dalla disposizione delle case, ec. Alcuni anni nevica ancora in Damasco; ogni anno sulle vicine montagne. I più ordinarj venti sono quelli di levante e di ponente, ma senza periodo determinato. Da aprile fino al novembre piove rarissime volte; e regolari e moderate sono le pioggie degli altri mesi, e sempre portate dai venti occidentali. Lo scioglimento delle nevi sulle montagne incomincia in aprile e talvolta in marzo; ma la sommità delle più alte ne rimane sempre coperta; lo che procura a Damasco l'abbondanza del ghiaccio a moderati prezzi tutto l'anno.
Mi si faceva credere che incomodo riuscisse il soggiorno di Damasco per la copia delle cimici, delle pulci e delle zanzare; ma io ne vidi pochissime; e solo mi furono moleste le morsicature assai dolorose dei tafani indigeni di questo paese.
Pochissimi e poco velenosi sono i serpenti e gli scorpioni.
I muli e gli asini non sono più buoni di quelli dell'Egitto, e rispetto ai cavalli io mi sono procurate le seguenti notizie. Sei sono le più conosciute razze; la prima detta _djelfè_ trae la sua origine dall'Arabia felice, ossia dell'Ieman: cavallo maraviglioso al corso, e nelle battaglie; agilissimo, pieno di fuoco, instancabile e sofferente oltre ogni credere della sete e dalla fame; non pertanto docile come un agnello, senza collera, e che nè spranga, nè morde mai. Conviene però nudrirlo scarsamente, e tenerlo continuamente esercitato. È alto di taglio di groppa, ha il collo sottile, e le orecchie piuttosto lunghe. Non può dirsi questo il più bel cavallo, ma è incontrastabilmente il migliore. Un cavallo perfezionato di questa razza, vale a dire di due in tre anni, costa per lo meno duemila piastre turche.
La seconda razza detta _seclàoui_ è indigena della più orientale regione del deserto. È in tutto somigliante alla precedente; tranne pel luogo della nascita; imperciochè i più esperti conoscitori li distinguono a stento, ed uguale ne è il valore, quantunque si preferiscano i cavalli della prima razza.
Ma soprammodo belli sono i cavalli della terza razza detti _ooel mefki_, inferiori per altro ai precedenti nella velocità del corso. Vengono a Damasco dai vicini deserti, e costano d'ordinario dalle mille alle mille cinquecento piastre. Hanno le belle proporzioni dei cavalli dell'Andalusia, e sono in Damasco assai comuni.
I cavalli della quarta razza, detti _ooel sabi_, rassomigliano affatto a quelli della terza, da cui non li distinguono che i più sperimentati veterinarj; e costano dalle mille alle mille dugento piastre quando non abbiano difetti, e non più di quattr'anni, nè meno di tre.
La quinta razza a cui si dà il nome d'_ooel treidi_, è la più comune, siccome quella dei contorni di Damasco, e somministra cavalli abbastanza belli e buoni: ma tra questi ve n'hanno assai di viziosi. Si vendono ordinariamente dalle seicento alle ottocento piastre.
L'ultima razza, indigena della provincia di Bassora, chiamasi _ooel nagdi_, e pareggia, se non avanza in eccellenza le razze _djelfè_, e _seclaoui_; ma rarissimi sono in Damasco, ed il prezzo affatto arbitrario. La maggior parte dei cavalli arabi sono bigi-leardi, o bajo-scuri; pochissimi sono i neri.
L'abito de' Damaschini è un misto d'arabo e di turco; ma più comunemente si fa uso del cappotto arabo a grandi liste, e l'alta berretta turca è più comunemente usata dai Turchi che dagli Arabi. Questi si coprono con una berretta di smisurata grandezza, che loro pende in sul di dietro; e si cingono il capo con un fazzoletto di cotone o di seta screziata; acconciatura non priva di grazia.
Le donne copronsi dal capo ai piedi con grandi veli di cotone bianco, e con enormi mutande. Le donne di condizione tengonsi riservate e modestissime, le volgari sono assai libere, ed anche dissolute. Portano le une e le altre un fazzoletto di seta trasparente, d'ordinario di color giallo che loro nasconde il volto, lo che le fa parere spettri ambulanti: ma molte sogliono gettarsi il fazzoletto sul capo, e portare il volto scoperto. Questa costumanza mi procurò il vantaggio di vedere in Damasco molte donne assai belle, e per la maggior parte di pelle bianca e finissima. Non si vedono in Damasco tante donne isteriche come in Gerusalemme e nell'Arabia, nè meno quelle pelli abbronzate dei paesi dell'Affrica, nè quei fanciulli sudici cisposi e ributtanti d'Alessandria e di altri paesi musulmani, nè finalmente quegli uomini secchi abbronzati o neri dell'Affrica e dell'Arabia. Vedonsi donne e fanciulli di bellissimo e grazioso aspetto, mentre gli uomini hanno maschili lineamenti, tinte robuste, e regolari proporzioni. E per dirlo in una parola la popolazione di Damasco è affatto diversa da quella dell'Affrica e dell'Arabia, tranne Fez, i di cui abitanti sono i più belli di tutta l'Affrica.
Eccellente è il clima di Damasco, ma forse più che al clima devesi alla comune agiatezza, al moderato esercizio, ed all'uso dei bagni caldi, la rarità delle malattie. La durata ordinaria della vita si calcola dai settanta agli ottant'anni; e vi si contano pure alcuni centenarj.
Difficilmente vi s'introduce anche la peste, e le ultime volte fu pure assai debole. Si osserva essere assai mite quando viene dal mare, più feroce quando proviene da Aleppo. Pure gli abitanti non pensano a cautelarsi contro tanta calamità, e mentre in Aleppo faceva orribili stragi, in Damasco ricevevansi e si spedivano ogni giorno le carovane senza prendersi alcun pensiero: eppure con mia sorpresa Damasco ne andò esente. Ciò prova, che la comunicazione della peste non dipende solamente dal contatto, ma ancora dalla combinazione di certe disposizioni locali e personali.
In un paese abitato da persone laboriose, gli oziosi non sono fortunati; e perciò rarissimi sono gli stregoni e gl'indovini, e tutti coloro che altrove trovano di che vivere ingannando i loro simili.
Sonovi in Damasco venti grandi scuole, e molte altre minori pei fanciulli: cinque per gli studj delle scienze, che come nel rimanente della Turchia riduconsi alla scienza della religione, che comprende pure la giurisprudenza.
Benchè questo popolo sussista in gran parte dei prodotti delle fabbriche e del commercio delle tele, e sia più incivilito de' suoi vicini, aveva un numeroso partito nel suo seno che desiderava i _Wehhabiti_, che pei loro principj religiosi oppongono tanti ostacoli al commercio ed alle manifatture[2].
[2] _Ciò sarà stato vero all'epoca in cui vi soggiornava _Ali-Bey_; ma in appresso i Damaschini si difesero bravamente dai_ Wehhabiti.
Il governo della città di Damasco, e di un vasto tratto di paese al S. fino ad Ebron al di là di Gerusalemme, ed al N. fin quasi ad Aleppo, viene affidato ad un Pascià del Gran Signore. Quest'uomo, e per l'estensione del suo governo, e pel nobile incarico di condurre ogni anno la carovana della Mecca col titolo d'_Emir-el-Hadj_, o principe del pellegrinaggio, è tenuto in altissima considerazione alla corte, riguardandosi come uno de' più grandi dignitarj dell'impero.
Le entrate del pascialaggio si fanno ascendere a quattromila borse, corrispondenti a cinque milioni di franchi, ma le avarie, i regali, le estorsioni sono un altro importantissimo ramo d'entrata. Il Sultano, mentre io soggiornava in Damasco, dava a questo Pascià il governo di _Taraboulous_, ossia Tripoli di Siria, non meno importante di quello di Damasco.
Questo Pascià può avere nel circondario del suo governo cinque in seimila soldati, turchi, mogrebini, ed altri, e forse attualmente ammontavano ai diecimila, e ciò a cagione delle turbolenze di Gerusalemme.
Damasco è circondato di mura con torri e fosse, ma rovinate in modo da non poter resistere ad un regolare assalto. La sua maggior difesa consiste piuttosto ne' giardini, che formano una foresta d'alberi, ed un laberinto di siepi, di muraglie, di fosse di più di sette leghe di circonferenza; lo che non sarebbe un leggiero ostacolo per un nemico musulmano che volesse attaccarlo.
Tra le tribù Bedovine che abitano ne' deserti vicini a Damasco, la più ragguardevole è quella d'_Anaze_, il di cui capo chiamasi _Fadde_. Abita questa tribù il deserto posto a levante della città, e stendesi fin presso a Bagdad.
Io visitai il villaggio di _Salokhi_, che è la principale villeggiatura degli abitanti di Damasco. È questa una borgata vastissima con due pubblici mercati, e con una infinità di case e di giardini. Trovasi alle falde delle montagne al nord della città, ed è propriamente un delizioso soggiorno.
CAPITOLO XLIX.
_Viaggio ad Aleppo. — Descrizione dei Khan. — Carovana. — Tadmor o Palmira. — Città di Homs. — Fiume Oronte. — Città di Hama. — Libertà de' costumi. — Incontro notturno. — Arrivo ad Aleppo. — Osservazioni intorno a questa città._
Partii da Damasco il sabato 29 agosto alle quattr'ore dopo mezzogiorno, con una carovana destinata per Aleppo. Dopo un'ora di viaggio in mezzo ai giardini, si attraversò una campagna posta a N. E. provveduta di alcuni villaggi, ed arrivammo a sette ore e tre quarti ad un _Khan_ detto _Khosseir_.
_Domenica 30._
Alle tre ore ed un quarto del mattino, mi diressi all'E. N. E. lungo la vasta pianura di Damasco, e dopo due ore di viaggio entrai in una gola che mi fu rappresentata come pericolosa, in fondo alla quale vedonsi le ruine di un antico edificio, ed una cisterna di acqua. Di là salii alcune montagne, dopo le quali, attraversata una pianura, giunsi al villaggio di _Cataïfa_, ove alloggiai nella sua bella moschea fino alle dieci ore della sera.
_Lunedì 31._
Alle dieci ore di jeri avendo lasciato Cataïfa, giunsi per un terreno disuguale verso la mezzanotte al _Khan Aaron_, omai affatto ruinato, posto ad una lega all'O. del villaggio di _Maloula_; di dove camminando al N. N. E. entrai a sett'ore ed un quarto del mattino nel borgo di _Nebka_, che può avere un migliajo di famiglie abbondantemente provveduto di giardini e di eccellenti acque. Gli abitanti spargevano la notizia che gli Arabi d'Anaze avevano attaccati i _Wehhabiti_, e prese loro molte donne e fanciulli, che vendevano come schiavi, riguardandoli come infedeli indegni d'essere musulmani. Si diceva a Damasco che la tribù d'Anazis era amica dei _Wehhabiti_, onde supposi che si trattasse di una diversa popolazione della stessa contrada.
_Martedì 1º settembre._
Dopo tre ore di viaggio giunsi a sette ore ed un quarto a _Kara_, paese assai ben situato sopra un'altura, e circondato di bei giardini. Al presente non ha più di trecento famiglie; ma in addietro era assai popolato, onde la metà delle sue case va ruinando. Tutto il suolo attraversato questo giorno è affatto deserto.
Le carovane si fermano sempre nei _Khan_ che si trovano in vicinanza dei villaggi e delle città. Il precedente giorno io aveva preso alloggio in casa di un bifolco cristiano; e nel presente presso un bifolco musulmano. Non si può a meno di non ammirare la bontà ed il candore di questa gente; essi trovansi abbastanza agiati, e tengono le case loro con estrema politezza, e provvedute di tutti i necessarj arredi. Osservai in particolare che hanno molti assai gentili materassi e cuscini alla turca, ne' quali ripongono il principale loro lusso.
Siccome ho più volte parlato dei _Khan_ parmi necessario di doverne dare una circostanziata descrizione.
Il _Khan_ è un edificio quadrangolare, talvolta fiancheggiato agli angoli da torrette, e coronato di feritoje che gli danno l'apparenza di fortezza. Diversa ne è la grandezza, ma la media può ritenersi di cento trentatrè piedi per ogni lato. Sonovi internamente uno o due cortili circondati da stalle, con una moschea o semplice cappella per la preghiera; ed alcuni de' più grandi sono anche provveduti di appartamenti. Questi stabilimenti, ch'io credo fatti per ordine del governo, sono sempre aperti, ed i passaggieri e le carovane entrano e sortono liberamente senza chiedere licenza; rimanendovi finchè ognuno vuole, senza pagar nulla a chicchessia.
Così bella istituzione nell'impero turco è dovuta al principio di morale religiosa, che obbliga tutti i musulmani ad esercitare l'ospitalità verso il passaggiero di qualunque nazione o culto egli sia. In conseguenza di tale principio sonovi _Khan_ in tutti i luoghi abitati o deserti, ne' quali i viaggiatori sono costretti a fermarsi. Quelli ch'io ho visitati sono solidamente fatti di pietra ed alcuni con qualche lusso architettonico; ma perchè costruiti già da più secoli, molti vanno ruinando, senza che si pensi a ristaurarli; perchè l'epoca della gloria musulmana è omai passata.