Viaggi di Ali Bey el-Abbassi in Africa ed in Asia, v. 3
Part 9
L'attuale Sceriffo chiamasi _Scherit Ghabel_, ed è figlio dello Sceriffo _Msàat_ suo predecessore. Sono di già molti anni che la sua famiglia possiede la sovranità di _Beled el Haràm_, e di _Hedi-az_; ma anche alla Mecca, come a Marocco si costuma d'ordinario di disputarsi il trono colle armi. L'attuale Sceriffo è un uomo di spirito, fino, politico e coraggioso; ma per mancanza d'istruzione trovasi abbandonato a tutte le passioni, per soddisfare alle quali, non avvi alcuna specie di vessazione, che non eserciti sopra gli abitanti, e sopra gli stranieri: e tale è la sua inclinazione alla rapina, che nemmeno risparmia i suoi più fedeli servitori quando crede di poter loro scroccare qualche somma. Nella breve dimora ch'io feci ne' suoi Stati lo vidi fare una soverchieria che costò più di centomila franchi ad un negoziante di Djedda, uno de' suoi favoriti. Arbitrarie affatto sono le imposte messe sul commercio, o sugli abitanti; e vanno ogni giorno crescendo perchè egli è fecondo di nuovi ritrovati per accrescere le sue entrate. In una parola il popolo è ridotto a tale estremità, che in tutta la terra santa non mi sono abbattuto in una sola persona che mi parlasse vantaggiosamente dello Sceriffo, tranne il negoziante, di cui ho parlato.
Oltre le tasse arbitrarie, con cui opprime il commercio, rende difficile ogni speculazione ai negozianti, prendendo egli stesso una parte attivissima nel commercio co' suoi vascelli. Non può caricarsi, o scaricarsi verun bastimento particolare, se prima non lo sono quelli dello Sceriffo: e siccome questi ultimi sono i più grandi, di miglior costruzione, e montati dei migliori equipaggi, assorbiscono la maggior parte del commercio del Mar Rosso con pregiudizio dei negozianti, che trovansi ridotti nella più dura schiavitù.
Riguardansi gl'Inglesi come i migliori amici dello Sceriffo pel diretto interesse che gli lasciano godere nel commercio delle Indie. Non perciò li risparmia egli quando crede di potere con suo utile far loro qualche soperchieria. L'anno passato un grosso bastimento inglese carico di riso, venne a Djedda: il capitano ch'era sbarcato trovando il prezzo di questa derrata troppo basso, risolvè di portarsi altrove: ma lo Sceriffo pretese il pagamento di tutti i diritti come se avesse sbarcato il carico sul luogo. Dopo alcune calde discussioni il capitano non trovò altro modo per sottrarsi alla rapacità dello Sceriffo, che quello di forzare l'uscita del porto.
Da poco tempo essendo morto a Djedda il capitano di un grosso bastimento delle isole Maldive, lo Sceriffo s'impadronì all'istante della nave e del carico, sotto pretesto che il capitano essendo morto nel suo territorio, era a lui devoluto tutto quanto gli apparteneva. Poco dopo lo Sceriffo in società coi commercianti di Djedda mandò questo stesso bastimento nell'India accompagnato da un altro di sua proprietà: e l'uno e l'altro con ricchissimo carico: ma i Francesi se ne impadronirono, e ne rilasciano un solo dopo averne levato tutto il carico. La notizia di questa presa fece molta sensazione allo Sceriffo, che me ne parlò al mio arrivo alla Mecca, ed avrebbe voluto ch'io ne scrivessi ai miei conoscenti d'Europa: ma io lo consigliai a scriverne direttamente al governo Francese: ma perchè ciò accadde nell'istante in cui i _Wehhabiti_ minacciavano di occupare difinitivamente la Mecca, lo Sceriffo temeva che discoprendosi ch'egli fosse in relazione coi cristiani, non si attribuisse questo passo a qualche mira politica, e ne fosse severamente punito. Insisteva perciò che io ne scrivessi, fidandosi interamente di me, com'egli diceva, e delle mie relazioni; ma ad ogni modo lo ridussi a scriver egli medesimo. Mandò pure due lettere al governatore dell'Isola di Francia, che gli Arabi dicono _Diezira Mauris_, pregandolo di rimandargli i due bastimenti: ma il silenzio del governatore palesa il poco caso fatto di queste lettere.
Malgrado i suoi difetti, e la quasi totale nullità cui vanno riducendolo i _Wehhabiti_, lo Sceriffo conserva ancora molta influenza nei porti dell'Arabia, ed a Cosseïr per le relazioni ch'egli ha coi Mamelucchi e gli abitanti dell'alto Egitto; come pure a Saonàken ed a Messoua, ch'egli possiede sulle coste dell'Abissinia in nome del sultano di Turchia. Osservai pure, non senza sorpresa, che questo principe non aveva i pregiudizj della sua nazione.
All'epoca del mio arrivo la posizione politica della Mecca, era affatto singolare. Il sultano Sceriffo ne era il sovrano naturale ed immediato, ma non si lasciava di riconoscere la supremazia del sultano di Costantinopoli che veniva ricordato nella preghiera del venerdì, quando il sultano _Saaoud_, che occupa il paese coi _Wehhabiti_, proibì il venerdì avanti Pasqua di nominare il sultano di Costantinopoli.
La Porta Ottomana mandava pure un Pascià alla Mecca, e dei Kadì per esercitarvi il potere giudiziario alla Mecca, a Djedda, ed a Medina, ma non pertanto tutta l'autorità politica ed amministrativa restava nelle mani dello Sceriffo, che governava il paese come Sultano indipendente per mezzo de' suoi schiavi negri detti _Ouisir_, mentre gl'impiegati della Porta accontentavansi di vivere splendidamente a carico dello Sceriffo.
Intanto il Sultano _Saaoud_, la di cui autorità non era fondata che sulla forza, facevasi ubbidire, senza per altro aver prese le redini del governo: ma egli non esigeva contribuzioni, e faceva credere di rispettare i diritti dello Sceriffo. Questi godeva degli attributi di sovrano indipendente, disponendo della vita e dei beni de' suoi sudditi, facendo a suo capriccio e pace e guerra. Teneva perciò in armi tremila uomini Turchi, Negri, o Mogrebini; ma questi non bastavano per opporsi agli avanzamenti dei _Wehhabiti_, ed era forzato di deferire alle loro voglie, di accomodarsi alle loro leggi, di lasciarli portare la guerra ove volevano; contento di conservare le sue fortezze in istato di difesa. Da questo conflitto di poteri trovavasi compromessa la proprietà, la libertà individuale, e l'amministrazione della giustizia, e gli abitanti più omai non sapevano a chi ubbidire.
Tale era la situazione di questo paese quando il 26 febbrajo del 1807 per ordine del Sultano _Saaoud_ si pubblicò in tutte le piazze, e luoghi pubblici, che all'indomani dopo mezzogiorno tutti i pellegrini, e soldati turchi o mogrebini dello Sceriffo sortirebbero dalla Mecca, e fuori dell'Arabia, come pure il Pascià turco di Djedda, ed i nuovi ed antichi Kadi della Mecca, di Medina, e degli altri luoghi; talchè non doveva rimanere verun Turco in paese. Lo Sceriffo fu disarmato, ridotta a nulla la sua autorità, ed il potere giudiziario passò in mano de' _Wehhabiti_.
La notte del 26 al 27 febbrajo tutti i soldati turchi si ritirarono a Djedda. Una piccola carovana di Tripoli, che trovavasi alla Mecca, levò il suo campo a mezzogiorno, e partì con sì poca precauzione, che temevasi per la sua sicurezza.
Erano rimasti il Pascià, i Kadi, i pellegrini turchi: e non sapevasi ancora a quale partito sarebbersi appigliati. Tutto era disordine, confusione, mala fede. Nella seguente notte due cento cinquanta soldati negri al servizio dello Sceriffo si arrolarono fra le truppe di _Saaoud_. Tutti gli altri partirono il 28 febbrajo; ed il Sultano _Saaoud_ dopo avere installati i suoi Kadì, e lasciati 35000 franchi per gl'impiegati del tempio, ed i poveri della città, si avviò colle sue truppe sopra Medina. Ed in tal modo terminò senza spargimento di sangue questa politica rivoluzione.
Il _Beled-el-Haram_, o terra santa dell'Islam, di cui la Mecca è la capitale, giace tra il mar Rosso ed una linea irregolare che parte da Araborg ventuna leghe circa lontano da Djedda; descrive una curva dal nord-est al sud, passando per _Ièlemlem_, due giornate di viaggio al nord-est della Mecca: di là per Karna distante circa ventuna leghe dalla capitale, ed otto leghe quasi all'ovest di _Taif_, che rimane fuori della terra santa. Di qui ripiegando quasi all'ovest-sud-ovest passa per Dzataerk, e mette capo a _Mehherma_ sulla costa, al porto detto _Almarsa-Ibrahim_ posta al sud-est di Djedda nella distanza verosimile di trentadue miglia. Quindi la terra Santa ha presso a poco 57 leghe di lunghezza dal nord-ovest al sud-est, e 28 di larghezza dal nord est al sud ovest.
Questo spazio è compreso nella parte dell'Arabia conosciuto sotto il nome di _El Hediaz_ o terra del pellegrinaggio, i di cui confini non sono abbastanza conosciuti per poterli esattamente descrivere. Medina e Taïf fanno bensì parte dell'Hedjaz, ma non del _Beled-el-Haram_. In tutta la descritta provincia non trovasi verun fiume, e non avvi che l'acqua di alcune povere sorgenti, e la salmastra di alcuni pozzi assai profondi. La terra santa è dunque un vero deserto. Per conservare l'acqua della pioggia si fecero delle cisterne alla Mecca ed a Djedda, ma non altrove; onde non si vede quasi verun giardino in così vasta superficie. I campi sono di sabbia o di cattiva terra affatto abbandonata; e non seminandosi grani in terra santa, si mangiano i grani e le farine che s'introducono dall'alto Egitto, dall'Ieman, da Taïf e dall'India. Il _Beled-el-Haram_ è coperto di montagne tutte schistose e di porfido, ma non sonovi grandi cordegliere. Le più alte montagne del paese sono a Medina, ed a Taïf, città posta fuori della terra santa sopra un terreno abbondante di acqua, e coperto di giardini, e di piante fruttifere. Le sole città considerabili della terra Santa sono la Mecca e Djedda, le altre non sono che piccole borgate o villaggi. Quando un pellegrino, da qualunque parte egli venga, giugne al confine del _Beled-el-Haram_, ossia terra Santa, incomincia a santificarsi col _Iaharmo_, prende l'_Ihram_, o sacro abito di pellegrino.
Il sultano Sceriffo, benchè signore naturale del paese, non percepisce contribuzioni che alla Mecca ed a Djedda, il restante del paese paga la decima al Sultano _Saaoud_: e mi fu detto che gli abitanti di Medina non pagano veruna imposta.
Le alte montagne dell'Hediaz formano una linea obliqua, o un angolo colle coste d'Arabia sopra il mar Rosso. Dietro quanto ho potuto osservare, queste partono da Taïf, che trovasi trenta leghe circa lontana dalla costa, formano il confine del _Beled-el-Haram_, e passano a Mohhar presso all'arcipelago delle isole Hamara; e l'isola di Diebel-Hassen sembrami appendice di queste montagne.
CAPITOLO XXXVIII.
_Notizie intorno ai Wehhabiti. — Principj religiosi di questi popoli. — Loro imprese militari più notabili. — Armi. — Capitale. — Organizzazione. — Considerazioni._
Importantissima può un giorno diventare la Storia dei _Wehhabiti_ per l'influenza che acquistasse questa nazione nell'equilibrio degli stati vicini, qualunque volta si risolva di addolcire l'austerità de' suoi principj religiosi; adottando un sistema più liberale. Ma se ostinansi a non declinare dall'austerità del loro riformatore, non è probabile che facciano gustare le severe dottrine ai popoli più inciviliti, e che possano stendere il loro dominio al di là dei deserti dell'Arabia: ed in tal caso la loro storia non potrebbe riuscire interessante al rimanente del mondo. Darò qui adunque le notizie che ho potuto raccogliere intorno a questi riformatori, e da loro medesimi e dagli abitanti de' paesi occupati dalle loro armate; aggiugnendovi le osservazioni fatte sul luogo dietro gli avvenimenti di cui fui testimonio e parte.
_Scheih Niohamed-ibn-Abdoulwehhàb_ nacque nelle vicinanze di Medina; ma non mi fu dato di sapere nè l'epoca dell'anno, nè il nome preciso del luogo in cui nacque: per altro può fissarsi la sua nascita all'anno 1720 all'incirca. Fece i suoi studj a Medina, ove dimorò più anni. Dotato di non comuni talenti riconobbe ben tosto, che le troppo minute pratiche introdotte nel culto dai dottori, e certi principj superstiziosi, che più o meno scostavansi dalla semplicità del domma e della morale del Profeta, non ne erano che un arbitrario sopraccarico, ed abbisognavano di riforma, siccome cose attentatorie alla purità del Corano. Prese perciò la risoluzione di richiamare ii culto alla primitiva semplicità, purgandolo dalle particolari dottrine, e restringendolo nei limiti del letterale testo rivelato.
Vide però, che Medina e la Mecca troppo interessate a sostenere gli antichi riti, le usanze ed i pregiudizj che le facevano ricche, sarebbonsi opposte alle sue riforme; onde pensò di passare ne' paesi più orientali facendosi conoscere alle tribù degli Arabi Bedovini, che più indifferenti nelle cose del culto, o non abbastanza istruiti per sostenere o diffondere i loro riti particolari, ed altronde non avendo interesse a sostenerne alcuno, lasciavangli maggior libertà di disseminare e far abbracciare, senza incontrare alcun rischio il suo sistema.
In fatti _Abdoulwehhab_ guadagnò al suo partito _Ibn-Vaaoud_, principe, o gran Schek di arabi stabiliti a Draaiya, città lontana diciassette giorni di viaggio al levante di Medina posta in mezzo ad un deserto. Da questo punto incomincia l'epoca della riforma d'_Abdoulwehhàb_ l'anno 1747.
Abbiamo già osservato che questa riforma era ristretta al testo del Corano, che rigettava tutte le addizioni degli spositori, degl'Imani, e dei dottori della legge. In conseguenza il riformatore soppresse la differenza dei quattro riti ortodossi; sul qual punto non portò per altro l'estremo rigore, avendo io conosciuto alcuni _Wehhabiti_, che seguivano l'uno e l'altro di essi.
Ogni buon musulmano crede che dopo la morte e la sepoltura del Profeta, la di lui anima siasi ricongiunta al corpo, e salisse al paradiso montato sopra la giumenta dell'Angelo _Gabriele_ detta _el Barak_, che ha testa e petto di bella donna. Vero è, che non è questo un articolo di fede, ma il musulmano che non lo credesse sarebbe risguardato qual empio, e come tale trattato. _Abdoulwehhab_ dichiarò questo avvenimento assolutamente falso, e che la spoglia mortale del profeta era restata nel sepolcro come quella degli altri uomini.
Presso i Musulmani colui che si è acquistata opinione di virtù o di santità, viene dopo morte deposto in separato sepolcro più o meno ornato. Vi s'inalza una cappella ove gli abitanti vengono ad invocare la sua protezione presso a Dio, di cui è riguardato come amico. Se la riputazione del Santo si aggrandisce e cresce il numero dei divoti, se ne dilata la cappella, e si converte ben tosto in un tempio, che ha amministratori ed impiegati scelti per l'ordinario tra gli individui della sua famiglia; e per tal modo i parenti del santo sì fanno ben tosto più o meno ricchi in ragione della più o meno estesa riputazione del santo. Ma per una strana bizzarria accade spesse volte che si accordino gli onori della santità ad un pazzo o imbecille, riguardato qual favorito di Dio, perchè Dio gli negò il buon senso. Ne è cosa straordinaria il vedere onorato il sepolcro di un sultano o di un fellone che il popolo, senza saperne il perchè, dichiarò Santo.
Di già i musulmani istruiti sprezzavano in segreto tali superstizioni, comecchè per altro se ne mostrassero in pubblico rispettosi; ma _Abdulwehhàb_ dichiarò apertamente che questa specie di culto reso ai santi è un gravissimo peccato agli occhi della divinità, i cui onori vengono divisi cogli uomini. In conseguenza di ciò i suoi segnaci distrussero i sepolcri, le cappelle, ed i templi innalzati in onor loro.
Posto questo principio _Abdoulwehhàb_ proibì come grave peccato ogni atto di venerazione o di divozione verso la persona del Profeta: non già ch'egli non ne riconosca la missione, ma perchè sostiene che egli fu un uomo eguale agli altri, da cui si è servito Iddio per comunicare la divina parola ai mortali; e che terminata la sua missione, era rientrato nella ordinaria classe degli altri uomini. Per tale ragione il riformatore vietò ai suoi seguaci di visitare il sepolcro del Profeta a Medina; e parlando di lui, invece d'impiegare la formola adottata dagli altri musulmani: _Nostro Signore Maometto_, o _nostro Signore il Profeta di Dio_, dicono semplicemente _Maometto_.
I Cristiani hanno generalmente adottate idee false intorno ai _Wehhabiti_. Suppongono che costoro non siano musulmani, denominazione sotto la quale indicano esclusivamente i Turchi[10], spesso confondendo i nomi di _musulmano_, e d'_osmanli_. Scrivendo io per tutti, devo far osservare, che _osmanli_, ossia successore d'_Osman_, è l'epiteto adottato dal Turchi in memoria del sultano di tal nome, che fu il principio della loro grandezza, che questo nome nulla ha di comune con quello di musulmano, che vuol dire _uomo Islam_, _uomo dedicato a Dio_: di modo che i Turchi potrebbero farsi Cristiani senza cessare d'essere _Osmanli_.
[10] _L'autore della _Storia dei Wehhabiti_ pubblicata in Parigi del 1810 è caduto in quest'errore, ed in varj altri che possono facilmente rilevarsi riscontrando la sua opera colla presente descrizione d'_Ali-Bey_. Tale è la differenza che deve esistere tra gli scrittori di cose lontane o vicine._
I _Wehhabiti_ diconsi i _musulmani_ per eccellenza; perciò quando parlano _d'Islam_, non comprendono sotto questo vocabolo che le persone della loro setta, che riguardano come la sola ortodossa. I Turchi e gli altri musulmani sono ai loro occhi scismatici _Mauschrikiun_, cioè, _che danno compagni a Dio_; ma non però li trattano da idolatri ed infedeli _Coffar_. In una parola l'_Islam_ è la religione del Corano, cioè il riconoscimento di un Dio solo ed unico. Tale è la religione dei _Wehhabiti_, che in conseguenza sono veri musulmani, quali secondo il Corano lo furono _Gesù Cristo_, _Abramo_, _Noè_, _Adamo_, e tutti gli antichi profeti fino a _Maometto_, che essi risguardano come l'ultimo inviato di Dio, e non già come un semplice dottore, siccome credono i Cristiani, parlando della credenza de' _Wehhabiti_[11], perchè in effetto se _Maometto_ non è stato un inviato di Dio, il Corano non potrebb'essere la divina parola, ed allora i _Wehhabiti_ sarebbero in contraddizioni con se medesimi.
[11] _In questo errore cadde pure il citato autore della _storia de' Wehhabiti_, ed altri, che per amore di brevità ommetterò di ricordare._
I _Wehhabiti_ non cambiano la professione di fede: _non avvi altro Dio che Dio, Maometto è il profeta di Dio_. I banditori pubblici dei _Wehhabiti_ proclamano questa professione di fede nella sua integrità dall'alto delle torri della Mecca, che non atterrarono, come nel tempio già venuto in poter loro. E come non lo farebbero essi, dacchè il Corano proclama cento volte questa professione di fede per indispensabile alla salvezza dei Musulmani? I _Wehhabiti_ hanno pure adottata la seguente professione. _Non avvi altro Dio, che Dio solo; non sonovi compagni presso di lui; a lui appartengono la dominazione, la lode, la vita, e la morte; egli è potente sopra tutte le cose._ Ma questa professione di fede particolare, che fu pure raccomandata dal Profeta, non toglie che la prima non sia proclamata giornalmente in tutte le preghiere canoniche.
_Abdoulwehhab_ non si annunciò mai come Profeta, e non ebbe fra i suoi altro titolo che di _dotto scheih riformatore_, che ha voluto purgare il culto da tutte le aggiunte che gl'Imani, gl'interpreti, e i dottori vi avevano fatte, e ricondurlo alla primitiva semplicità del Corano. Ma perchè l'uomo è sempre uomo, vale a dire imperfetto ed inconseguente, _Abdoulwehhab_ è anch'egli caduto in certe piccolezze affatto estranee al domma ed alla morale. Ne darò un breve saggio. I musulmani si radono il capo, e come vuole un'antica costumanza, si lasciano crescere una ciocca di cappelli: molti però non la portano; ma il maggior numero la conserva, senza darle a dir vero troppa importanza, e più per abitudine che per altro titolo. Tra questi avvi taluno d'opinione che nel giorno del giudizio universale il Profeta li prenderà per questa ciocca per portarli in paradiso. Questa usanza, pare, che non dovesse essere il soggetto d'una legge; pure _Abdoulwehhab_ ne giudicò diversamente, e la ciocca fu proscritta.
I Musulmani hanno costume di tenersi una corona in mano, di cui, o per abitudine o per divagamento, ne passano i grani tra le dita, o si trovino in conversazione coi loro amici, o facciano soli qualche invocazione all'Essere supremo, o qualche brevissima preghiera ad ogni grano. Il riformatore _Wehhabita_ ne proscrisse l'uso quasi segno superstizioso. Egli annoverò tra i gravi peccati l'uso del tabacco, della seta e dei metalli preziosi nelle vesti e nelle supellettili; ma poi non riguardò come peccaminosa l'azione di spogliare un uomo di un'altra religione o di un rito diverso. I _Wehhabiti_ proibirono ai pellegrini le stazioni del _Diebel-Nor_ o montagna della luce, e le altre stazioni della Mecca quali cose superstiziose; ad intanto essi fanno quella dell'Aàmara; vanno a Mina a gettare le pietruzze contro la casa del Diavolo: tale è l'uomo!
La riforma _d'Abdoulwehhab_ tosto che fu ammessa da _Ibn Saaoud_ fu pure abbracciata da tutte le tribù a lui sottoposte. Fu questi un pretesto per attaccare le vicine tribù, cui si offriva l'alternativa di adottare la riforma o di perire sotto il ferro del riformatore. Alla morte d'_Ibn Saaoud_ il suo successore _Abdelaaziz_ continuò a praticare questi energici infallibili mezzi: la più leggiera resistenza gli dava legittimo motivo di attaccare le ripugnanti tribù con una decisa superiorità; e da quell'istante le sostanze de' vinti diventavano proprietà de' _Wehhabiti_. Se il nemico non faceva resistenza, se la tribù abbracciava la riforma, si assoggettava all'imperio d'_Abdelaaziz_, principe dei fedeli, ed il suo partito acquistava nuove forze.
Già padrone della parte interiore dell'Arabia _Abdelaaziz_ trovossi ben tosto in situazione di portare le sue viste sui paesi adjacenti. Incominciò dal fare un tentativo sopra Bagdad. Postosi nel 1801 alla testa d'un corpo di dromedarj, si gettò sopra _Iman Hossèin_, città non molto lontana da Bagdad, ov'era il sepolcro dell'Imano di tal nome, nipote del Profeta, in un magnifico tempio famoso per le ricchezze in esso profuse dalla Turchia e dalla Persia. Gli abitanti opposero quanta resistenza bastava per irritare l'assalitore, non quanta ne abbisognava per respingerlo; e furono tutti passati a fil di spada, uomini, vecchi, giovani e fanciulli d'ogni età. Mentre eseguivasi questa terribile strage, _ammazzate_, gridava dall'alto d'una torre un Dottore _Wehhabita, scannate tutti gl'infedeli che danno compagni a Dio_. _Abdelaaziz_ s'impadronì dei tesori del tempio che fece distruggere, saccheggiò e bruciò la città, che fu convertita in un deserto.
Di ritorno da tale sanguinosa impresa _Abdelaaziz_ volse gli occhi alla Mecca persuaso, che impadronendosi di quella città santa, centro dell'islamismo, acquisterebbe un nuovo titolo alla sovranità de' paesi musulmani che la circondano: ma temendo la vendetta del Pascià di Bagdad per la distruzione d'Iman Hossein, non osò allontanarsi dal suo territorio, e mandò suo figlio _Saaoud_ con una numerosa armata contro la Mecca; il quale se ne rese padrone dopo breve resistenza del 1802. Il sultano Scheriffo _Ghaleb_ ritirossi prima a Medina, che fece fortificare, poscia a Djedda, che pure rese capace di difendersi contro i _Wehhabiti_.
Saaoud attaccò tutte le moschee e cappelle consacrate alla memoria del Profeta e delle persone della sua famiglia, fece distruggere i sepolcri dei santi o degli eroi in venerazione, il palazzo dello Sceriffo, ed altri edificj, conservando solamente il tempio in tutta la sua integrità. Dalla Mecca si portò sopra Djedda, avendo in pari tempo staccato un corpo d'armata per sorprendere Medina. Queste due imprese contro città fortificate andarono a voto: e _Saaoud_ fu costretto di ritirarsi a Draaïya cogli avanzi della sua armata, ridotta a piccolo numero non meno dalle battaglie, che dalla peste e dalla diserzione. Aveva lasciata una debole guarnigione alla Mecca per mantener viva in paese l'idea della sovranità di suo padre sulla santa città; ma non potè sostenervisi al ritorno del sultano Sceriffo _Gheleb_.