Viaggi di Ali Bey el-Abbassi in Africa ed in Asia, v. 3

Part 8

Chapter 83,752 wordsPublic domain

Il loro abito consiste in un pajo di pantaloni immensi che entrano nelle pantoffole o stivaletti gialli: quelli delle povere sono di tela di canape turchina, e quelli delle ricche di tela screziata dell'India. Hanno inoltre una camicia della più stravagante forma e grandezza. Figurisi un pezzo di tela larga sei piedi, e lunga cinque; questa è la metà della camicia, un altro simile quadrato forma l'altra metà: unisconsi questi due pezzi nella parte superiore, lasciando nel mezzo un'apertura per passarvi il capo; ai due angoli inferiori vien tolta una sezione di cerchio di circa sette pollici, e con tale operazione ciò che forma l'angolo anteriore diventa una curva rientrante, si cuciscono soltanto le due curve, e la camicia rimane aperta in tutta la parte inferiore ed ai due lati dall'alto al basso. Le camicie delle signore sono d'un leggiero tessuto di seta finissima di color violetto liscio o screziato, che si fabbrica in Egitto. Per vestire tali camicie ripiegano sulle spalle la stoffa sovrabbondante della eccedente larghezza, e le ristringono al corpo con una cintura. Al disopra di questa camicia le ricche portano un _caftan_ di tela d'India. Non ho mai veduto loro in capo altro ornamento fuorchè un fazzoletto, ma esse portano cerchietti, anelli, braccialetti come le musulmane degli altri paesi alle mani, alle braccia, alle gambe, ai piedi.

Il commercio della Mecca si limita alle carovane in tempo del pellegrinaggio. Ho già fatto osservare che ogni anno va diminuendosi, onde è facile il calcolare il progressivo vistoso decadimento della santa città. Vi si ricevono da Djedda le mercanzie d'Europa, che fanno la strada dell'Egitto e del mar Rosso; e si hanno per la stessa via molti prodotti dell'India, e dell'Iemen, ed in ispecie il caffè: le carovane di Damasco, di Bassora, dell'Egitto, e dell'Iemen portano il rimanente, e fanno de' vicendevoli cambj.

La consumazione della Mecca diminuisce ogni giorno in ragione della diminuzione delle ricchezze. Generalmente parlando la fortuna degli abitanti quasi tutti _Wehhabiti_, Bedovini, ed Arabi miserabili si ristringe alla possessione d'un cammello, e di pochi altri bestiami. Vivono quasi nudi sotto tende o baracche, non avendo altri mobili che una scodella di legno, alcuni piccoli pajuoli, un vaso per riporre l'acqua, una tazza di terra, una stuoja che loro tien luogo di letto, due pietre per macinare il grano, uno o due otri per conservare l'acqua piovana: in così misero stato quale alimento offrir possono per un commercio attivo o passivo? A fronte di ciò vedonsi alcuni personaggi riccamente vestiti di tele delle Indie, e di scialli di Cachemire, o di Persia.

Le donne Bedovine dell'interno del paese, non escluse quelle del più alto grado, non hanno altro abito che una camicia grandissima di tela turchina, un velo nero colore di _conclicot_ sul viso, un ampio mantello o velo nero di lana, anelli, braccialetti, ed altre simili cosucce.

Chiara cosa è dunque che una popolazione di così limitati bisogni non potrà mantenere un considerabile commercio, fin tanto almeno che non sia incivilita, cosa presso che impossibile in un paese di deserti, dalla natura condannato alla superstizione, all'ignoranza, alla miseria. Se per alcuni istanti potè sortire da così infelice stato di nullità, lo dovette a quell'impulso momentaneo dell'effervescenza, dello zelo religioso; il quale non potendo lungo tempo sostenersi, nel suo raffreddamento lascia rapidamente ricadere il paese nel naturale suo stato di barbarie e di povertà. Gli storici vantano la nobiltà della nazione Araba, che non piegò mai il capo sotto il giogo de' Greci o de' Romani: ma è questa una falsa conseguenza dedotta dagli avvenimenti. Se l'Arabia ebbe la fortuna di non soggiacere a dominio straniero, lo deve più assai alla natura del paese che al carattere degli abitanti. Qual'è quel capitano che volesse sacrificar gente e denaro per conquistare vasti deserti, e popoli che non possono formare stabili corpi politici, se non quando le opinioni religiose uniscono tutte quelle volontà, che verun altro legame unire non potrebbe a cagione dell'isolamento di ogni tribù, e della sterilità del suolo, che ricusa ogni coltivazione, e per conseguenza anche le relazioni sociali che ne derivano?

La Mecca e Medina sono bensì la culla della lingua Araba, ma per cagione dell'ignoranza generale questa lingua va degradando, e variandosi per fino nella pronuncia con tanto più di facilità, in quanto che viene scritta senza le vocali, e perchè è ricca di aspirazioni che ognuno modifica a suo capriccio, per mancanza di una prosodia nazionale, e di ogni altro mezzo tendente a conservarne e perpetuarne la primitiva tradizione: e perciò in vece di andarsi perfezionando, si corrompe ogni giorno per le viziose espressioni particolari alle diverse tribù, e commercio cogli stranieri.

L'abito dei Mecchesi è simile a quello degli Egiziani, composto cioè d'un _benisch_, ossia _caftan_ esterno, staccato da un altro che si unisce al corpo con una cintura, d'una camicia, d'un pajo di pantaloni, e di pappuzze, o pantoffole; ma questo è l'abito degl'impiegati superiori, de' negozianti, degli impiegati del Tempio ec. Il basso popolo non ha che la camicia, ed un pajo mutande.

D'ordinario l'arabo Bedovino porta sopra l'abito un largo cappotto senza maniche con due fori per passarvi le braccia. Questi cappotti di lana sono per lo più a strisce alternative bianche e brune, ognuna della larghezza d'un piede all'incirca.

Gli abitanti della città portano berrette rosse col turbante, ma i Bedovini non hanno berretta, e copronsi la testa con un fazzoletto giallo sparso di strisce rosse e nere, diagonalmente piegato in forma di triangolo, e semplicemente gettato sopra il capo, di modo che le due punte degli angoli acuti cadono sulle spalle davanti, e l'altra sul dorso. I Bedovini alquanto ricchi portano su questo fazzoletto un pezzo di mussolina ravvolta in forma di turbante; ma i poveri che formano il grosso della nazione, vanno quasi affatto nudi.

Tranne gl'impiegati del tempio, ed un piccolo numero di negozianti, gli abitanti sono sempre armati. Le armi più usitate sono il gran coltello curvo, l'alabarda, la lancia, e la mazza; alcuni, ma non molti, hanno ancora il fucile.

I coltelli hanno una guaina di forma assai bizzarra: questa, oltre lo spazio occupato dal coltello, ha un prolungamento curvo in forma di mezzo cerchio, e terminato con una palletta, o con altro ornamento più o meno complicato. Questo coltello viene portato obliquamente innanzi al corpo, l'impugnatura volta a sinistra, la curvatura dall'altra banda, e la punta in alto; in modo che i movimenti del braccio destro trovansi assai incomodati da simile disposizione, che non si mantiene che per la forza dell'abitudine: tanto è vero che l'uomo in ogni stato ed in ogni luogo è soggetto ai capricci della moda.

Un bastone lungo quattro piedi e mezzo o cinque al più, armato di una punta di ferro, ed ordinariamente di un'altra piccola punta nell'estremità inferiore è ciò che chiamasi alabarda. La lama o la punta superiore sempre più lunga d'un piede non ha costantemente la stessa configurazione, essendo ora larga ora stretta, con ferro di lancia o di bajonetta ec. Molte di queste alabarde hanno il tronco seminato di piccoli chiodi e di anelli d'ottone dall'alto al basso.

La mazza consiste in un bastone di circa quindici linee di diametro, lungo due piedi, e terminato con un globo dello stesso legno di ventisei in trenta linee di spessezza. Alcuni portano le mazze di ferro.

Assai rari sono i fucili all'europea, e non si vedono quasi che fucili a miccia assai pesanti e rozzi affatto: pure trovansene alcuni pochissimi assai ben fatti, ed io ne vidi uno assai bello tutto intarsiato d'avorio, che si voleva vendere per cento venti franchi.

Alcuni arabi portano certe scuri lunghe circa due piedi, altri vanno armati di bastoni del diametro maggiore d un pollice, lunghi quattro piedi e mezzo, e coperti di ferro nella parte inferiore.

L'arma de' soldati a cavallo è una lancia lunga due piedi e mezzo, ornata di un mazzo di piume nere alla imboccatura del ferro; l'altra punta del bastone vien chiusa da una piccola punta, colla quale il cavaliere fissa la sua lancia in terra perpendicolarmente quando vuole scendere da cavallo.

Gli arabi dell'Iemen portano una spada, ed uno scudo; la spada ha la lama diritta e larga; e gli scudi o sono di metallo, o di legno durissimo, o di pelle d'Ippopotamo; e questi sono i più stimati: tutti sono ornati d'incisioni, ma non hanno che un piede di diametro.

Tale è l'aridità del paese che non si vede veruna pianta intorno alla città, nè sopra le vicine montagne. Ho già detto che gli erbaggi vengono da lontani paesi; e le quattro o cinque piante da me trovate fanno parte del mio erbolajo. Forse in altre stagioni dell'anno se ne troveranno di altre specie; ma non si pensi però di trovare alla Mecca niente che abbia l'apparenza di una prateria, meno poi di giardino: arena e pietre sono i soli oggetti di cui la natura fu liberale a quegli abitanti. Non vi si semina verun grano, che sarebbe opera affatto perduta, non essendovi neppure i prodotti spontanei di ogni suolo, benchè ingrato. In somma non si trovano che tre o quattro alberi nel luogo ov'era un tempo la casa di _Aboutaleb_ zio del Profeta, e sei od otto altri sparsi qua e là in diversi luoghi. Questi alberi sono spinosi, e producono un piccolo frutto somigliante allo zenzuino, dagli arabi detto _Nèbbek_. Presso ad una casa che lo Sceriffo possiede fuor di città verso il nord, vedesi una specie di giardino con piantagioni di palme dattilifere, che viene innaffiato colle acque di un pozzo.

Persone del paese mi assicurarono che i matrimonj e le nascite non sono accompagnate da feste e da allegrezze come si costuma negli altri paesi musulmani: io non ho veduto a celebrarsene.

I funerali si fanno pure senza veruna cerimonia. Portasi il morto a' piedi della _Kaaba_, ove i fedeli che trovansi presenti fanno una breve preghiera pel morto dopo la preghiera canonica ordinaria; ed in seguito vien portato il cadavere fuori della città per essere sepolto in una fossa. Per tale funzione innanzi ad una delle porte del tempio sulla pubblica strada v'è una quantità di cataletti: la famiglia del defunto manda a cercarne uno, sul quale si pone il corpo vestito degli ordinarj suoi abiti senza verun ornamento. Dopo sepolto riportasi il cataletto al suo luogo.

Ardente è il clima della Mecca non solo in ragione della sua latitudine geografica, ma particolarmente per la sua posizione topografica in mezzo a nude montagne. Il maggior caldo da me osservato fu di 23 gradi e mezzo di _Reaumur_ il 5 febbrajo verso il cader del sole, ed il minimo di 16 gradi il giorno 16 dello stesso mese alle sette ore del mattino.

Avrei desiderato di raccomodare il mio igrometro, ma non me lo permise la difficoltà di trovare un capello: forse la cosa sembrerà inverosimile, ma non è perciò meno vera. Gli uomini hanno il capo raso affatto, ed i peli della barba non sono buoni: le donne poi per una specie di superstizione non darebbero un capello per qualunque cosa, temendo che si possa far servire a sortilegj e maleficj contro di loro. Per tal motivo quando si stanno pettinando hanno la più gran cura di seppellire segretamente i capelli che loro cadono di capo; e lo stesso caso sogliono fare allorchè si tagliano le unghie. Nè tutti gli uomini sono esenti da così fatte superstizioni: i _Wehhabiti_ per altro pensano affatto diversamente, perchè all'epoca del loro pellegrinaggio li vidi farsi radere sulle strade, le quali rimasero in modo coperte delle spoglie delle loro teste, che sarebbersene potuti riempire dei matterassi: ma tutti questi capelli erano corti, non essendo più lunghi di un pollice.

Non avendo potuto aggiustare il mio igrometro mi trovai privo di uno de' mezzi d'osservazione; ma posso non pertanto dire, che durante la mia dimora alla Mecca l'aria fu costantemente secca; il vento dominante era di S. O. Il cielo fu alternativamente sereno o coperto, come ne' paesi temperati; ma non osservai verun cambiamento subitaneo di temperatura, e d'umidità, quali provai a Djedda. Pare che il clima sia sano, non osservandosi molte malattie, nè malattie croniche, ma nemmeno vi si trovano persone molto vecchie. Pochi sono ancora i ciechi, e niuno affetto dall'oftalmia egiziana. Dal poco che io ne ho detto è facile l'argomentare l'eccessivo calore dell'estate, poichè in tempo d'inverno colle finestre aperte appena si può di notte soffrire sul corpo una leggiera coperta di letto, ed il butirro anco in questa stagione è sempre liquido come l'acqua. Sotto il dardeggiare d'un sole ardente, due gradi al di dentro della zona torrida, nel fondo d'una valle di arena, chiusa da montagne ignude, senza un ruscello, senz'alberi, senza vegetazione, tutto concorre ad accrescerne il calore estremo. Senza dubbio l'Onnipossente si degnò di collocarvi la sua casa per consolazione di quegli abitanti, che senza ciò avrebbero affatto abbandonata così ingrata terra.

Alla Mecca come negli altri paesi musulmani non sonovi medici propriamente detti: pure io ne vidi due che ardivano intitolarsi medici, uno de' quali avrebbe dovuto incominciare dal curar se medesimo: questi empirici solevano impiegare quasi sempre nella cura delle malattie preghiere, e pratiche superstiziose. Dopo ciò è inutile il soggiugnere che non si trovano farmacisti, o altri venditori di droghe medicinali. Quando un abitante si ammala, un barbiere gli cava sangue, e gli fa bevere molt'acqua di zenzero; poi gli si dà dell'acqua miracolosa dello _Zemzem_ in bevanda, e per fare i bagni; gli si fanno mangiare garofani, cannella, ed altri aromi, e l'ammalato secondo che è la volontà di Dio o muore o guarisce. Avendo portata la mia piccola spezieria, curava io stesso i miei domestici ammalati. Il mio padrone di casa si trovò preso da una febbre intermittente: dopo averlo preparato, gli feci prendere un vomitivo, che produsse il suo effetto; ma all'indomani invece di trovarlo sollevato, lo trovai più alterato che mai. Non sapendo quale ragione trovare di così straordinaria crisi, seppi la sera per accidente andando al tempio, che la notte era stato portato al pozzo di _Zemzem_, ch'era stato bagnato coll'acqua fredda, e fattagliene bere quanta poteva. Tornato a casa riconvenni seriamente i domestici che avevano tenuto mano a questa clandestina operazione, e ricominciai la cura del mio _hhazindar_, che guarì nel tempo ordinario.

Il famoso _balsamo_ della Mecca è tutt'altro che un prodotto di questa città; che anzi è qui raro assai, e non può trovarsene che quando i Bedovini delle altre regioni dell'Arabia ne portano per accidente. Un uomo, che per essere mecchese, era abbastanza istrutto, mi disse, che questo balsamo proviene specialmente dal territorio di Medina, che colà dicesi _Bèlsan_, e che i suoi compatriotti non conoscono neppure l'albero che lo produce, il quale chiamasi _Gilead_.

Osservai in tutta l'Arabia la singolare usanza di farsi tre incisioni perpendicolari al lungo di ogni guancia, lo che fa parere la maggior parte degli uomini marcati da sei cicatrici. Interpellai più persone intorno ai motivi di tale costumanza: alcuni mi risposero, per farsi cavar sangue, altri ch'era una marca colla quale dichiaravansi schiavi della casa di Dio; ma in fondo è la sola moda che impone queste scarificazioni riguardate come una bellezza uguale alle pitture turchine nere e rosse, di cui le donne copronsi il volto. È pure la moda che fa loro portare anelli al naso, e coltelli curvi che rendono incomodi i moti delle loro braccia: ecco cosa è l'uomo.

CAPITOLO XXXVII.

_Cavalli. — Asini. — Cammelli. — Altri animali. — Tappeti. — Corone. — Montagne. — Fortezze. — Case dello Sceriffo. — Sultano Sceriffo. — Situazione politica della Mecca. — Mutazione di dominio. — Beled-el-Haram, ossia Terra Santa dell'Islam. — Montagne dell'Hediaz._

Prima di terminare la descrizione della Mecca non devo ommettere di parlare de' cavalli Arabi tanto famosi in tutto il mondo. Ma che potrò io dirne? A pena se ne troverebbero cento nella guardia del sultano Sceriffo, e sei al più presso i particolari della capitale dell'Arabia. Sono così rari presso i Bedovini, che il sultano _Saaoud_ alla testa di cinquantamila _Wehhabiti_ non ha più di dugento in trecento cavalli, e questi pure dell'Iemen.

E quelli che io ho veduti sono brutti, piccoli e grossolani, tranne una mezza dozzina di mediocri, e due o tre assai belli. Generalmente parlando sono fortissimi, assai veloci al corso, e capaci di soffrire lungo tempo la fame e la sete. Tali sono i vantaggi de' cavalli Arabi. Generalmente sono d'un colore grigio leardo; hanno la testa assai bella, la coda sottile, l'occhio scintillante, l'orecchio fino.

I cavalieri trattano i loro cavalli barbaramente, servendosi come a Marocco di morsi durissimi, che fanno loro insanguinare la bocca.

Ad eccezione di alcuni soldati dello Sceriffo, che hanno selle e speroni, tutti gli altri arabi montano colle sole _paniottine_ senza staffe, e su questa specie di scranna corrono colla rapidità del lampo. Tutti i _Wehhabiti_, e lo stesso figlio del sultano _Saaoud_ cavalcano in tal maniera.

Di tanta scarsezza di cavalli conviene darne colpa alla sterilità dei deserti, ove il solo cammello può vivere e viaggiare comodamente. I cavalli non hanno, come il cammello, che un poco d'erba secca; non dandosi loro che rarissime volte orzo o avena.

Ma la patria di questo nobile compagno dell'uomo non è la Mecca: i migliori cavalli arabi trovansi nell'Iemen e ne' contorni della Siria, e di colà vengono condotti a Costantinopoli: ma io ne parlerò più opportunamente altrove.

Quantunque piccoli, eccellenti sono gli asini della Mecca; non però migliori di quelli d'Egitto. Il cammello è la sola bestia da soma del deserto; un dono della Provvidenza agli abitanti ed a viaggiatori di questo cocente clima. Che sarebbe mai l'Arabo senza il cammello? Quali umane forze avrebbero bastato per unire più di ottantamila uomini alle falde del monte Aarafat nel giorno del pellegrinaggio, senza il soccorso di questi preziosi animali? Lasciamo il cavallo, l'asino e le altre bestie da soma ai paesi ove l'abbondanza delle acque somministrano buoni pascoli; ma per le due Arabie, dette dagli antichi geografi, _Petrea_ e _Deserta_, e pel Sahhara, o gran deserto d'Affrica, Dio creò il cammello, vero tesoro per gli abitanti di tali contrade. Trovansi, è vero, alcuni asini che vanno frequentemente dalla Mecca a Djedda in dodici ore; trovansi d'ordinario nelle grandi carovane pochi cavalli e pochi asini; ma questi non sono nulla, assolutamente nulla in paragone dell'immensa quantità di cammelli che circolano nel deserto.

Questi animali sono assai ben trattati dai loro padroni, ma sono condannati a travagliare fino all'ultimo respiro; essi muojono sotto la soma, e le strade sono coperte delle loro ossa. Io non trovai veruna sensibile diversità tra i cammelli dell'Arabia e quelli d'occidente. Per alimentare questo prezioso animale, i cavalli e gli asini, si vendono in tutti i mercati piccoli fasci di erba secca.

Vidi alla Mecca una specie di vacche senza corni, con una gobba sul dorso: mi fu detto che queste bestie vengono dai paesi più orientali, e servono per montura e per carico; viaggiano con molta celerità e danno molto latte.

Trovansi in città pochi cani, e que' pochi che s'incontrano rassomigliano assai ai _cani da pastore_. Alla Mecca come in ogni altro paese musulmano, questi animali sono erranti, liberi e senza padrone. I gatti sono della specie medesima di quelli d'Europa, ma alquanto più piccoli.

Trovansi montoni di coda grossa assai alti meno però di quelli delle altre contrade meridionali. Vidi pure nel paese una specie di capre assai gentili di conveniente grandezza, che hanno corna lunghe più di ventiquattro pollici, e piccole vacche e buoi con brevi corna come quelli di Marocco.

Gl'insetti vi sono rari assai, e pochissimi ne potei raccogliere. Vidi un giorno uno scorpione nel grande cortile del tempio che camminava colla coda rivolta sul dorso: fu ucciso coi sassi, e quando, ferito, stese la coda, parvemi che avesse più di sei pollici di lunghezza.

Non ho mai altrove trovati topi così arditi come alla Mecca. Tenendo io il mio letto in terra, tutte le notti mi saltavano addosso, ed io guardavo la cosa con indifferenza perchè qualche colpo bastava a metterli in fuga: ma una notte che aveva applicato del balsamo di ginepro ad un mio domestico, benchè mi fossi ben pulite le mani con un drappo, l'odore chiamò i sorci intorno a me, che sul più bello del sonno mi diedero due forti morsicature alla mano destra, e mi risvegliarono sbigottito. Temendo d'essere stato morsicato da qualche animale velenoso vi applicai subito dell'alcali volatile: ma conobbi ben tosto ch'erano stati i sorci. Feci allora, ma inutilmente, sospendere il mio letto, perchè trovavano modo di entrarvi ancora, saltandovi dai mobili più vicini. Sono questi perfettamente uguali ai sorci domestici d'Europa.

Sonovi molte mosche comuni, pochissime delle più grosse. Le pulci e le cimici non eranvi frequenti, ma non si poteva andare al tempio senza imbrattarsi d'altri schifosi insetti.

Una cosa da me riguardata come un avanzo dell'antica opulenza della Mecca sono i ricchi tappeti e cuscini che trovansi nelle case. Siccome questi due oggetti erano i più comuni regali dei pellegrini, si andarono accumulando ogni anno nella città in maniera, che anche nelle più povere case vedonsi dei vecchi ricchissimi tappeti.

I _Wehhabiti_ proscrivendo l'uso delle corone come cosa superstiziosa, privarono gli abitanti della Mecca d'un vivissimo ramo di commercio; ma non pertanto si continua a farne segretamente per i pellegrini con varj legni dell'India, e dell'Ieman, e con odoroso legno di sandalo.

Le montagne della Mecca sono tutte di schisto quarzoso con poche parti di roccia cornea. In questo paese quasi tutto è quarzo; la sabbia non è che una decomposizione di quarzo, e la roccia cornea, il feldspato, il mica, ec. non sono che parti accidentali. Gli strati sono obliqui sotto diversi angoli d'inclinazione, ed ordinariamente dai trenta ai quarantacinque gradi, alzandosi verso l'est.

La Mecca è una città aperta, senza mura di alcuna sorte, ed è signoreggiata dalla fortezza posta sulla montagna detta _Diebél-Djiád_, che riguardasi dagli abitanti come imprendibile, benchè presenti una strana mescolanza di mura e di torri; e penso che sia stata fabbricata a differenti epoche, senza alcun piano regolare. Qualunque sia, è la fortezza principale dello Sceriffo, che ne ha due altre più antiche, fatte in figura di parallelogramo, con una torre ad ogni angolo, le quali trovansi sopra due delle montagne che chiudono la valle, una al nord e l'altra al sud.

Lo Sceriffo aveva un palazzo presso al tempio ai piedi della maggior fortezza e della montagna di _Djebel-Djiad_, che fu ruinato dai _Wehhabiti_, ed adesso lo Sceriffo abita in tre grandi case unite vicine alla montagna _Djebel-Hindi_. Innanzi a questa abitazione fece porre una batteria di quattro cannoni di bronzo. Lo Sceriffo possiede pure la casa ch'egli abitava prima di salire sul trono, una casa di campagna poco distante dalla città con un giardino di palme, una casa a Mina, un'altra ad Aàrafat, ed una a Djedda, ove suole portarsi frequentemente. Aveva pure un palazzo a Taït, che fu distrutto dai _Wehhabiti_. Tutte queste case, sono come altrettante fortezze circondate da mura e da torri.