Viaggi di Ali Bey el-Abbassi in Africa ed in Asia, v. 3

Part 4

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Ordinai di remare, ma i miei compagni non sapevano remare: assegno ad ognuno il suo posto, e dopo aver distribuiti i remi, ne insegno loro la manovra, e mi faccio a cantare sull'andamento de' marinai del mar Rosso per dar loro la misura, onde il movimento fosse uniforme. Quale spettacolo! Io mi trovava quasi nudo esposto ai colpi del mare, alla pioggia, alla grandine, colle mani attaccate al timone senza saper ove andare, molestato da violenti accessi di vomito, eppure obbligato di cantare per regolare la manovra. Talvolta la scialuppa, nostra ultima speranza, urtava nello scoglio, e ci faceva gelare il sangue. Finalmente dopo una lunga ora di così tormentosa angoscia, le nuvole si allargarono alquanto, ed un raggio di luce avendomi dato modo di orizzontarmi, e fatta rinascere nel mio cuore la speranza, gridai: _siamo salvi_. Allora drizzai la scialuppa verso la costa dell'Arabia, quantunque non fosse ancora visibile; e dopo tre ore d'immense fatiche, ci trovammo presso terra allo spuntar del giorno.

Sbarcammo tutti quasi nudi o in camicia: eravamo quindici. Il nostro primo atto fu quello di abbracciarci a vicenda, felicitandoci della nostra salvezza; i miei compagni sopra tutto non potevano saziarsi di attestarmi la loro sorpresa per così buona riuscita; chiedevanmi come aveva potuto sapere malgrado tanta oscurità, che la terra era là..., e per uno spontaneo movimento di riconoscenza, spogliaronsi di parte delle loro vesti per ricoprirmi; e per tal modo mi trovai ben tosto vestito, grottescamente è vero, ma riparato dal vento che soffiava freddissimo.

Ci rimaneva a sapere a qual terra eravamo approdati. Mandai a riconoscerla quattro uomini; ed il loro rapporto mi persuase essere scesi in un'isola deserta, che altro non era che un piano di arena mobile senz'acqua, senza rupe, e senza vegetazione. Ben si vedeva la gran terra poche leghe lontana, ma come avventurarsi ancora nella scialuppa sopra un mare sempre burrascoso? e se la burrasca durasse alcuni giorni come potevamo durarla senza mangiare e senza bere? Il cielo che s'andava rischiarando, mi permise di vedere il nostro bastimento all'orizzonte accompagnato da un altro _Dao_. Quale non fu la nostra gioja nel rivederlo quando credevasi già perduto.... Di dove veniva mai l'altro bastimento?

Il tempo tornò ad imperversare: la pioggia cadeva a torrenti, ed un vento gelato ne toglieva quasi il sentimento. Ci tenevamo strettamente serrati gli uni contro gli altri, ed il solo cappotto che avevamo fu steso sopra le nostre teste; difendendoci in tal modo dalla pioggia e dal vento, e riscaldandoci alquanto. Verso mezzo giorno il tempo si calmò un poco, e la scialuppa dell'altro bastimento che andava in traccia di noi vivi o morti, si avanzò abbastanza per conoscere i segni che andavamo facendo con una camicia in cima di un remo. Bentosto si avvicinò; ed i marinai ci assicurarono che il _Dao_ erasi salvato senza aver sofferte considerabili avarie, perchè era fortissimo, ed era quasi senza carico. Perchè aveva perdute tutte le ancore fu fortunatamente soccorso dall'altro, che arrivandogli sopra accidentalmente nell'istante del maggior pericolo, gli somministrò un'ancora e corde.

Ci rimbarcammo sopra le due scialuppe, e tornammo al bastimento. Qual tenera scena fu quella del nostro amico a bordo! Tutti lieti di vedermi salvo gettavanmisi ai piedi piangendo d'allegrezza, mi abbracciavano, e non sapevano come significarmi la loro gioja, perchè ci avevano creduti inghiottiti dalle onde, come noi credevamo il bastimento spezzato contro lo scoglio. Il mio cuore non potè resistere a così tenera scena; e profondamente commosso da questa spontanea testimonianza del loro affetto, mi trovai gli occhi umidi di pianto.

Nel terribile istante in cui abbandonai il bastimento, un uomo volendo saltare nella scialuppa era caduto in mare; e questa fu la sola vittima della tempesta. Si rimase questo e l'altro giorno all'ancora, per dar tempo di rimettere tutto in ordine nel bastimento, onde partire all'indomani.

_Mercoledì 6._

Dopo avere navigato tutto il giorno, passata l'isola di _Diebel-Hazen_, ci ponemmo all'ancora sulla costa d'Arabia in sul cominciare della sera.

_Giovedì 7._

Si entrò avanti notte nel porto di _Jemboa_, città abbastanza considerabile, e dopo Diedda la più importante della costa arabica.

_Venerdì 8._

Il capitano volle trattenersi quel giorno a Jemboa per fare acquisto di ancore e di altri oggetti che gli mancavano, e per far raddobbare il bastimento.

_Sabato 9._

Questo giorno si passò il tropico, e si gettò l'ancora ad _Algiar_. Feci colà alcune curiose osservazioni, che in seguito ho perdute.

_10, 11 e 12._

Si navigò di giorno, e si stette all'ancora la notte sulle coste dell'Arabia, ma le note da me prese si perdettero. Incominciai allora a sentire un leggiero ma continuato dolore al basso ventre, ed una notabile infiammazione nella parte inferiore: lo che mi fece credere di avere una rottura. Era senza dubbio cagionata dallo sforzo violento ch'io feci saltando nella scialuppa la notte della burrasca. Ciò mi rattristò assai, perchè temeva di rendermi incapace d'ogni fatica, ed anche di montare a cavallo nell'istante in cui aveva maggior bisogno di tutte le mie forze. E come era questi un accidente che non avevo preveduto, e di cui non ne aveva nelle mie note mediche fatta menzione, non sapeva come medicarmi. Guidato dal semplice raziocinio feci uso delle fasce, e mi posi a giacere nella più favorevole posizione.

Giugnemmo uno di questi giorni verso le dieci ore del mattino ad _Aràboh_, che trovasi al confine settentrionale di _Beled-elaharam_, o terra santa; il bastimento incagliò da prora nella sabbia, onde facilitare ai pellegrini la pratica delle prime cerimonie del pellegrinaggio detto _Jahàrmo_. Per soddisfare a questo preliminare, conviene buttarsi in mare, bagnarsi, fare un lavacro generale con acqua dolce e sabbia, in seguito recitare le preghiere affatto nudo, avvolgersi i lombi, e fino alle ginocchia con una salvietta senza cucitura che chiamasi l'_Ihràm_, camminare alcuni passi verso la Mecca pronunciando la seguente invocazione:

_Li Bèïk; Allàhummma li Bèïk._ _Li Bèïk; la Scharika laka li Bèïk._ _Inna Alhàmda, oua maamàta làka,_ _Ouèl Moulkou, la schaùka lèïk._

Poi formansi colle mani alcuni monticelli di sabbia, e si rimonta a bordo così coperti ripetendo le stesse preghiere nel rimanente del viaggio.

Trovandomi ammalato non mi gettai in mare, ma feci la mia abluzione colla sabbia; i miei domestici mi formarono una cintura con drappi del letto e dei _hhaïc_ per tenermi riparato dal vento mentre faceva l'abluzione, le preghiere, le invocazioni, ed i monticelli di sabbia, siccome prescrive il rito, senza mancare alla circostanza che esige, che tutto ciò si faccia a cielo scoperto. Tornai a bordo com'era venuto, appoggiato alle loro braccia.

Da qualunque parte il pellegrino arrivi al _Bèled-el-Hayam_ è obbligato di fare le stesse cerimonie, risguardate qual preludio indispensabile del pellegrinaggio; diversificano per altro esse alcun poco ne' quattro riti ortodossi della legge.

Da quest'istante non si può più radersi il capo finchè non siansi fatti i sette giri alla casa di Dio, che siasi baciata la pietra nera, bevuta l'acqua del pozzo sacro, detto _Zemzem_, e fatti i sette viaggi tra le sacre colline di _Saafa_ e di Mèroua.

_Mercoledì 15._

Si gettò felicemente l'ancora nella rada di Diedda, meta di questo tragitto di mare.

Spedii subito a terra uno de' miei domestici con lettere pel negoziante _Sidi Mehemed Nas_, incaricato de' miei affari.

Poco dopo mezzogiorno vennero a prendermi con un battello, che mi portò a terra ove sbarcai alle tre ore circa. Fui ben accolto in un appartamento ammobigliato con tutto il lusso orientale, e fui all'istante ristorato con un ottimo pranzo.

Verso il tramontare del sole il _Dao_ entrò in porto: ed all'indomani mattina avanti di sbarcare i miei domestici, ed i miei effetti, andai ad alloggiare in una casa che occupai io solo colle mie genti.

Continuava a trovarmi indisposto e debole a segno di non potermi più movere. Ne' primi quattro giorni dopo sbarcato fui travagliato dalla febbre, malgrado la quale il venerdì non mancai di andare alla Moschea, ov'ebbi un leggiero disgusto.

All'indomani del mio arrivo il governatore o _Visir_, che è un negro schiavo del Sultano sceriffo della Mecca, mi aveva fatto dire, che sapeva aver io alcune selle, e che desiderava di vederle. Non era difficile ad intendere che sotto questa inchiesta si voleva averne almeno una in dono; ma non avendo da costui ricevuto alcun contrassegno di distinzione, e non avendo di lui bisogno nè timore, ordinai al mio scudiere di portargli le cinque selle che aveva meco, _ma soltanto per fargliele vedere_.

Avendole il governatore osservate, si lasciò in presenza del mio domestico uscir di bocca alcune inconsiderate espressioni: questi mostrò di non intendere, ed a seconda dei miei ordini riportò le cinque selle. Conviene dire che questo procedere offendesse l'orgoglio del governatore, che per vendicarsene cercò di darmi qualche pubblico dispiacere.

In qualunque luogo mi condussero i miei viaggi io era avvezzo per fare alla moschea la mia preghiera del venerdì, di mandare avanti alcuni domestici a prepararmi un tappeto presso all'Imam, custodendolo fino al mio arrivo. Vi prendeva allora posto, e per quanto grande fosse la folla, il mio tappeto fu sempre rispettato.

Avendomi anche in questo venerdì preceduti i miei domestici alla moschea, collocarono il tappeto secondo la pratica, ed io vi feci la mia prima preghiera. Arrivò ben tosto il governatore coi suoi ufficiali negri come lui, ed alcuni soldati che fecero ritirare coloro ch'erano presso di me, e posero il tappeto del governatore in modo che copriva in parte il mio, ma non ebbero il coraggio di dirmi nulla.

Il governatore si pose sul suo tappeto, ed il suo primo ufficiale dopo essere rimasto un momento titubante ardì perfino di battermi dolcemente la spalla, e di farmi segno onde mi ritirassi, ciò ch'eseguii subito per non dar motivo di scandalo; ed egli si pose sul mio tappeto a fare la preghiera.

Tutti erano impazienti di vedere il fine di questa scena, e cosa risolvessi. Io sceriffo, figlio di _Osman-Bey-el-Abbassi_, avrei potuto sopportare l'insulto d'uno schiavo!... Ma egli aveva la forza in mano, e cercava di provocarmi, onde, nel caso che io non mi fossi saputo contenere, abusare con apparente giustizia della sua autorità; mi appigliai quindi ad un altro espediente.

Appena terminata la preghiera, prima che niuno si alzasse, dissi con voce ferma ai miei domestici _«Levate questo tappeto; portatelo all'Imam, e ditegli che glielo dono per servizio della moschea. Io non potrei mai più far la mia preghiera sopra questo tappeto, levatelo»_. I miei domestici lo levarono bruscamente, e lo consegnarono all'Imam, che fu assai contento di questo dono. Tutti applaudirono, ed il governatore ed i suoi ufficiali rimasero come di sasso. Lasciai alcune elemosine alla moschea ed ai poveri; ed accompagnato da molte persone tornai a casa per mettermi a letto, essendo tormentato dalla febbre.

Questi ufficiali negri fanno pompa di un lusso orientale il più raffinato, portando ricchissimi _sciali_ di cachemire, bellissime tele dell'India, armi magnifiche, squisiti profumi.

Malgrado il cattivo stato di mia salute feci pure alcune osservazioni astronomiche, che mi diedero la longitudine per distanze lunari di 36° 32′ 37″ E. dell'osservatorio di Parigi[4]; la latitudine per i passaggi del sole 21° 33′ 14″ N.; e la declinazione magnetica 10° 4′ 53″ O.

[4] _Veggasi il capitolo XXXVIII._

Djedda è una gentile città con belle strade regolari, e con piacevoli case a due o tre piani, tutte fatte di pietra, non però con troppa solidità, avendo molte e grandissime finestre, ed il tetto piano. Vi sono cinque moschee che non meritano la minima attenzione.

La città è circondata da vaghe mura con torri irregolari, ed in distanza di dieci passi da una fossa affatto inutile, perchè senza alcuna opera che la sostenga. In vece di un ponte levatojo in faccia alla porta della città si è riempiuta la fossa di terra.

I pubblici mercati sono ben provveduti, ma le derrate sono assai care. Un pollo costa una piastra spagnuola, e gli erbaggi provengono da luoghi assai lontani, non essendovi nelle vicinanze per mancanza di sorgenti nè giardini nè orti. Non vi si beve che acqua di pioggia, ma assai buona perchè conservata in ottime cisterne. Il pane non mi sembrò troppo bianco. Vi si respira un'aria fragrante perchè in ogni angolo vi sono venditori d'acqua da bevere i quali abbruciano continuamente incensi o altri aromi. Lo stesso metodo si pratica nei caffè, nelle botteghe, nelle case, ed in ogni luogo.

Contansi a Djedda circa cinquemila abitanti; e questa città può riguardarsi come centro della circolazione del commercio interiore del mar Rosso. I bastimenti di Moca vi portano il caffè e le derrate dell'India e di tutto il Levante, ed in Djedda si ricaricano sopra altre navi per Suez, Iemboa, e per tutti gli altri porti delle coste d'Arabia e d'Affrica.

Se gli Arabi conoscessero meglio la navigazione, Moca potrebbe spedire direttamente i suoi carichi a Suez senza accrescerne il prezzo col fare scala a Diedda: ma ciò è quasi impossibile con bastimenti senza ponte, mal costrutti, e mal capitanati.

Inoltre l'interesse degli Arabi deve opporsi a qualunque innovazione su questo particolare, poichè adesso le derrate di transito lasciano nella loro patria il prodotto degl'interessi, delle commissioni, de' trasporti, delle gabelle ec.; il che tutto sarebbe perduto perfezionandosi la navigazione: ed in questo caso Djedda cesserebbe di essere uno scalo di tanta importanza. I negozianti di Djedda acquistano a Moca, o a dir meglio i negozianti di Moca spediscono a Djedda le mercanzie, che i negozianti del Cairo, per mezzo dei commissionati di Suez, acquistano a Djedda. Trasportansi a Djedda per lo scalo di Suez drappi ed altre manifatture d'Europa; ma queste non bastano per pagare i prodotti dell'India, ed il caffè dell'Iemen. Vi si supplisce con piastre Spagnuole, e grossi scudi di Germania, che sono a Djedda ricercatissimi, perchè guadagnano assai nell'Iemen ed a Moca.

Parvemi che il negoziante incaricato de' miei affari a Djedda avesse un commercio assai esteso; ma che scarseggiasse di numerario, perchè difficilmente poteva averne quando gliene chiedeva.

Vidi molto lusso negli abiti e negli appartamenti delle persone agiate, ma tra il basso popolo incontransi molte persone quasi affatto nude ed estremamente miserabili.

La guarnigione è composta di dugento soldati Turchi o Arabi, che non fanno il più piccolo servizio, riducendosi ogni loro incombenza a stare seduti in un caffè giuocando agli scacchi, fumando, e prendendo caffè.

Non trovasi in Djedda verun cristiano Europeo; ed alcuni Cristiani Cofti vivono confinati in una casa o caserma vicina allo sbarco.

Il principale personaggio, ed il più ricco negoziante chiamasi _Sïdi Alarbi Djilani_; uomo di non comuni talenti, ed attaccato agl'Inglesi, coi quali fa quasi tutto il suo commercio. In questo tempo gli abitanti di Djedda erano crucciati coi Francesi, perchè nel precedente anno questi ultimi eransi impadroniti di un ricco bastimento del Sultano Sceriffo, e di altre navi Arabe; pure non chiedevano vendetta, nè dichiaravano odio alla nazione Francese; anzi bramavano un ravvicinamento, ma non sapevano come incominciarne le trattative. Io suppongo che incominciassero ad amare realmente i Francesi dopo aver veduta la loro condotta in Egitto.

Ingannato dalla fama de' cavalli Arabi avevo da Suez rimandati i miei al Cairo; ma ebbi cagione di esserne pentito, non trovandosi a Djedda che pochi cavalli di proprietà de' più ricchi negozianti che non volevano privarsene. Non vidi alcun mulo; ma bensì asini alti e ben fatti, sebbene però non superiori a quelli d'Egitto. Sonovi moltissimi cammelli, le sole bestie da soma che si adoperino in questo paese.

Le strade sono affollate, come nelle altre città musulmane di cani vagabondi o smarriti. Sembrano naturalmente divisi in separate tribù o famiglie. Quando un cane ha l'ardire o la disgrazia di passare in un dipartimento o tribù straniera, vi cagiona un rumore infernale, ed il temerario non si salva mai senza essere stato assai maltrattato. Nè minore è il numero de' gatti somiglianti affatto a quelli d'Europa. Sonovi alcune mosche, ma non moscherini, nè insetti di altra specie.

Djedda è priva affatto di carbone, e non vi si abbruciano che poche legna, trasportatevi da luoghi lontanissimi, o gli avanzi dei vecchi navigli ed inservibili. Le farine si tirano dall'Affrica.

Gli abitanti sembraronmi una mescolanza di sangue Arabo, Abissino o negro, e di un poco d'Indiano. Osservai parecchj individui di fisonomia assai prossima a quella de' Chinesi, che non diversifica molto dall'indiana. È così famigliare l'usanza di tenere schiave abissine o negre, che appena arrivato a Djedda, il mio mercadante mi propose prima d'ogni altra cosa l'acquisto di una negra: offerta che io rifiutai benchè non proibita dalla legge, perchè durante il mio pellegrinaggio mi riguardava come in istato di penitenza.

Si ritiene che cento bastimenti all'incirca vengono impiegati nel cabotaggio da Djedda a Suez, ed altrettanti da Djedda a Moca; ma trovandosene sempre molti inservibili può ridursi il numero ad ottanta. A quelli che perdonsi ogni anno sugli scogli del Mar Rosso sottentrano i nuovi che si fabbricano a Suez, a Djedda, a Moca.

Djedda poco prima aveva più ricchezze che all'epoca del mio passaggio; essendole riuscite dannose le guerre de' _Wehhabiti_, perchè per lungo tempo gli abitanti furono costretti di fare notte e giorno il mestiere del soldato. D'altra parte la guerra d'Europa paralizza il commercio del Levante; le rivoluzioni dell'Egitto, e dell'Arabia impediscono le comunicazioni commerciali della contrada, e quelle di Barbaria rendono assai difficili i pellegrinaggi degli occidentali; tutte circostanze contrarie alla felicità ed alla prosperità di Djedda.

Fuori delle mura della città dalla banda di terra avvi un gran quartiere di baracche assai popolato di famiglie quasi tutte povere, onde non si trovano che mercanti di commestibili, e di cose di poco valore.

Il circondario di Djedda è un vero deserto, ed il suo clima incostantissimo. Da un giorno all'altro io vedeva l'igrometro balzare dall'estrema siccità all'estrema umidità. Il vento settentrionale che attraversa i deserti dell'Arabia vi arriva talmente secco che inaridisce all'istante la pelle, e l'aria è sempre ingombra di polvere. Se sottentra il vento di mezzogiorno, si prova subito l'opposto estremo. L'aria, e tutto ciò che si tocca è zeppo di umidità; ed una subita spossatezza s'impadronisce delle nostre membra. Pure si crede più salutare il vento umido, che il secco[5].

[5] _Tale è pure l'opinione degli abitanti di alcune città marittime d'Europa._

Il maggior calore da me osservato fu di 23° di _Reaumur_. Coi venti di mezzogiorno vidi l'atmosfera carica di una specie di nebbia.

Ebbi una notte la luna al mio zenit, ed un'altra dalla banda di settentrione: era questo effetto della latitudine, trovandomi press'a poco a due gradi al sud del tropico. Dopo il mio arrivo mi venivano presentati ogni giorno piccoli vasi d'acqua del miracoloso pozzo Zemzem della Mecca: io beveva, e pagava.

La vigilia della partenza alla volta della santa città essendo venuto a trovarmi il capitano del bastimento, ruppe il mio igrometro.

CAPITOLO XXXIII.

_Continuazione del pellegrinaggio. — El Hhadda. — Arrivo alla Mecca. — Ceremonia del pellegrinaggio alla Casa di Dio a Staffa ed a Meroua. — Visita dell'interno della Kaaba, o Casa di Dio. — Presentazione al Sultano Scheriffo. — Purificazione, o lavacro della Kaaba. — Titolo d'onore acquistato d'Ali Bey. — Arrivo dei Wehhabiti._

Trovandomi alquanto ristabilito in salute, benchè debole assai, partii per la Mecca il 21 gennajo alle tre dopo mezzogiorno sopra una macchina formata di travicelli, proveduta di un materasso in forma di piccolo soffà, coperta di panni sostenuti con archi, e collocata sopra la schiena di un cammello. Questa macchina chiamasi _schevria_, ed è abbastanza comoda perchè uno può adagiarvisi come vuole: ma il movimento del cammello che io non aveva prima provato, nello stato di attuale debolezza mi riusciva incomodissimo.

I miei Arabi incominciarono a disputare tra di loro nelle strade della città, facendovi altissime grida: e quando credeva terminata la lite, la vidi ricominciata appena sortito di Djedda, in modo da sospendere il cammino per un'ora e mezzo. Finalmente essendo succeduta alla burrasca la calma, e già caricati i cammelli, ci avviammo alle cinque e mezzo verso levante a traverso di una pianura deserta, terminata in fondo all'orizzonte da gruppi staccati di piccole montagne che rompono alquanto la monotonia del deserto.

Alle otto ore e mezzo della sera eravamo arrivati presso alle montagne, che sono piccoli ammassi di pietre affatto prive di vegetazione.

La serenità del cielo, e la luna che passava sulle nostre teste facevano la strada deliziosa, ed i miei Arabi cantavano e danzavano intorno a me. Ma io non mi trovava troppo bene, non potendo più sopportare il moto del cammello. A fronte di ciò stordito dal romore de' domestici, spossato dalla fatica e dalla debolezza, mi addormentai per due ore. Risvegliandomi sentii rinforzarsi la febbre, e mi venne un poco di sangue della bocca.

Intanto i miei Arabi, essendosi anch'essi addormentati, uscirono di strada. Dopo mezza notte accortisi d'essere su quella di Moca, piegarono a N. E. fra montagne di mezzana altezza qua e là coperte di boschi, finchè essendosi rimessi sulla direzione della Mecca, camminarono all'E. fino alle sei ore del mattino di giovedì 22 gennajo, facendo alto in un _dovar_ di baracche detto _el Hhadda_, ove trovasi un pozzo d'acqua salmastra.

Io non posso dar conto esatto dello spazio percorso, ma suppongo che ci trovassimo allora lontani circa otto leghe da Djedda. Le baracche di questo _dovar_ sono tutte eguali, affatto rotonde, del diametro di sette in otto piedi, con tetti conici alti da terra alla sommità circa sette piedi. Sono formate da una linea di pali piantati in terra, e coperte di foglie di palme, e di ramuscelli. Arrivando, ciascuno si prende una baracca senza chiederne il permesso a chicchessia.

Il pozzo ha un piede e mezzo in ogni lato del quadrato, e dieci braccia di profondità. Sta appeso alla sua apertura un secchio di cuoio con una corda per servizio de' passeggieri. Esaminando l'interno del pozzo vedesi, che il terreno fino a considerabile profondità è formato di arena sciolta, poichè per impedirne lo smottamento fu palificato dalla cima al fondo.

Le poche piante del circondario non hanno nè fiori nè frutta; e questo luogo è precisamente una valle che va da levante a ponente in mezzo a montagne di porfido d'un rosso più o meno oscuro.

Interessante parvemi il modo in cui in questo luogo si dà a mangiare ai cammelli. Viene prima stesa sul suolo una stuoja, o un pezzo di tela in forma circolare del diametro di cinque in sei piedi, sulla quale si pone un mucchio d'erba spinosa minutamente tagliata: fatti questi preparativi, si conduce un cammello che tranquillamente si adagia vicino a questa tavola, poi un secondo, un terzo, un quarto, che adagiansi nella stessa maniera a distanze eguali dalla tavola; allora cominciano a mangiare con una politezza senza pari, e con bell'ordine, prendendo ognuno l'erba a piccolissimi manipoli; e se taluno abbandona il proprio luogo, il suo vicino lo riprende amichevolmente, e l'indiscreto rientra in dovere; in una parola, la tavola dei cammelli è una fedele copia di quella dei loro padroni.