Viaggi di Ali Bey el-Abbassi in Africa ed in Asia, v. 3

Part 11

Chapter 113,665 wordsPublic domain

Ridotti che fummo al luogo determinato, distrussi all'istante una cassetta contenente gl'insetti che aveva raccolti in Arabia, e getto lontano da me le piante ed i fossili trovati in questo tragitto dall'Iemboa: inghiottisco una lettera del principe _Muley Abdsulem_, che poteva compromettermi presso que' fanatici: consegno al mio maestro di casa poche piastre che tenevo ancora nel baule, e rimango affatto tranquillo. Lo stesso fanno i miei domestici rispetto al tabacco che avevano.

Un momento dopo vengono a guardarci a vista due _Wehhabiti_; abbastanza tardi per lasciarci sbarazzare da quanto poteva comprometterci: e sono di parere, che la difficoltà di dividere in cinque persone i pochi oggetti rapitimi, ci procurasse questo prezioso momento. Altre due ore dopo arrivano altri _Wehhabiti_, dicendosi spediti dall'Emir onde riscuotere da me 500 franchi per la mia libertà, e si ritirano dietro la mia risposta di non aver denaro.

Poco appresso un nuovo _Wehhabita_ porta l'ordine di condurci altrove, e partiamo con lui; e dietro una montagna vicina trovo.... la mia carovana intiera egualmente arrestata. I miei compagni di viaggio pallidi, tremanti, incerti della loro sorte, erano circondati da molte guardie. Mi pongo a sedere accanto agli Arabi Mogrebini: i Turchi rimangono in luogo separato. Intanto arriva un _Wehhabita_ coll'annuncio che ogni pellegrino Turco o Mogrebino deve pagare 500 franchi. A tale domanda i miei compagni di sventura gridano chiedendo grazia colle lagrime agli occhi. Rispetto a me dissi tranquillamente, d'avere già risposto; ed appoggiai le rimostranze di questi infelici.

Già il sole stava per tramontare, quando un _Wehhabita_ si presentò dicendomi che l'Emiro aveva ridotta la contribuzione a 200 franchi: nuove lagnanze, nuovi pianti per parte de' miei compagni, che effettivamente non avevano di che supplirvi. In sulla sera ci conducono in uno sfondato, ove ci dividono in due gruppi l'un dall'altro divisi. Sopraggiungono nuovi _Wehhabiti_; i miei compagni erano atterriti, ed io medesimo temeva d'essere in breve testimonio di una sanguinosa scena sui nostri Turchi. Non temeva per riguardo mio perchè veniva riguardato come un Arabo Mogrebino, ed i Turchi non potevano deporre il contrario; ma non perciò era io meno afflitto per questi sventurati, che senza di me non sarebbersi esposti a questo viaggio; ed intanto io non aveva veruna influenza, verun mezzo per salvarli da una terribile catastrofe.

Dopo un'ora d'angoscie altri soldati ne ordinano di montare sui dromedarj, dicendo che l'Emiro voleva esaminare isolatamente ciascun di noi. Costretti di rifare la fatta strada nella più oscura notte che immaginare si possa, attraversammo Djidèïda, ed a poca distanza ci fecero far alto pel rimanente della notte. All'indomani mattina, venerdì 3 aprile, prima che levasse il sole continuammo a retrocedere, scortati solamente da tre soldati Wehhabiti. Non si tardò a scoprire un campo di belle tende. Supponeva di essere presentato all'Emiro, ma non tardai ad accorgermi, ch'erano gl'impiegati, i domestici, e gli schiavi del tempio di Medina che _Saaoud_ scacciava dall'Arabia. Giunti al campo, ci fu ordinato di riempire ad una sorgente i nostri otri, e senza lasciarci riposare ci obbligarono a riprendere il cammino.

Mentre si andavano riempiendo gli otri, il domestico che guidava il mio cammello per la cavezza, preso da subito terrore, si mise a correre, traendosi dietro il cammello, per porsi meco sotto la protezione della carovana degl'impiegati del tempio, ma accorso uno de' _Wehhabiti_, levandogli di mano la cavezza, lo gettò a terra dopo avergli dato un calcio, e mi ricondusse alla carovana senza dirmi una parola.

Ci fecero passare per _Hamira_, piccola borgata somigliante a Djidèïda, ma in più amena situazione, circondata da giardini e da bellissime palme, nel centro di una gran valle, ed in vicinanza della bella sorgente ov'eransi riempiuti gli otri; sorgente considerabile che somministra una eccellente acqua, sebbene alquanto calda. Non tardarono poi a farci uscire di strada, e salendo le montagne ci fecero scendere dalle nostre cavalcature. Nuove discussioni pel pagamento della contribuzione prolungaronsi fino alle tre ore dopo mezzogiorno. I _Wehhabiti_ visitarono tutti i nostri effetti, ed in fine fecero pagare 20 franchi ad ogni turco; presero un _hhaik_, ed un sacco di biscotto ai Mogrebini; impadronironsi di tre piastre spagnuole ch'io aveva scordate nella mia cartella, ed il _caftan_ che apparteneva al mio maestro di casa. Volevano 15 franchi da ogni conduttore di cammelli: il mio vi si rifiutava, e partito per parlare all'Emiro; più non lo rividi. Allora ne dissero essere assoluto ordine di _Saaoud_, che i pellegrini non vadano a Medina, e ne riunirono subito alla carovana degl'impiegati del tempio, che in questo frattempo passava in fondo ad una valle scortata da altri soldati. In tal modo terminò, sto per dire felicemente, questo disaggradevole contrattempo, quantunque mi sia rimasto lo sconforto di non aver potuto fare un interessante viaggio, e di aver perduto l'orologio che serviva alle mie osservazioni astronomiche.

A mezzo giorno mentre disputavasi intorno alla contribuzione, quantunque non si vedesse alcuna nuvola, udironsi cinque o sei colpi di tuono.

Rispetto alla condotta tenuta dai _Wehhabiti_, deve riflettersi che noi non ignoravamo l'espressa proibizione d'andar a visitare il sepolcro del profeta a Medina. Avevamo dunque scientemente violata la legge, ed io mi era esposto a tentare l'avventura, sperando che il caso potrebbe favorirmi. Dunque i _Wehhabiti_ arrestandoci non fecero che dare esecuzione all'ordine generale precedentemente stabilito. La contribuzione esatta non era che un'ammenda della nostra trasgressione. La maniera di esigerla fu veramente alquanto dura; ma deve condonarsi ad uomini così poco inciviliti. Mi presero l'orologio ed il _bournous_; ma perchè lasciaronmi gli altri effetti?.... Questi Arabi benchè _Wehhabiti_ e sudditi di _Saaoud_ sono abitanti di un paese di fresco soggiogato, e per conseguenza diversi assai dalla brillante gioventù Wehhabita del Levante ch'io aveva veduta alla Mecca; perciò quando mi presero l'orologio, ed il _bournous_, gli condonai di buon grado questo avanzo di antichi vizj del loro paese; e resi grazie alla riforma d'_Abdoulwehhab_ per avermi lasciati gli altri effetti, e gli strumenti astronomici. Le minacce ed i cattivi trattamenti verso i Turchi non sono che una conseguenza del loro risentimento e del loro odio contro questa nazione, il di cui solo nome basta per renderli furibondi.

Questo sgraziato viaggio mi diede non pertanto una qualche idea del deserto di Medina, ed una vicina conoscenza della posizione geografica di questa città, fissandola a 2 gradi e 40 minuti all'est dell'Iemboa.

Riuniti alla carovana si camminò all'ouest. Speravo di rimpiazzare le piante che aveva dovuto abbandonare; si tenne la medesima strada, ma quando la carovana fece alto alle quattr'ore del mattino, mi vidi in mezzo ad una valle affatto sterile, ove non osservai che una dozzina di piante di niuna importanza. A mezzo giorno il termometro marcava all'ombra 28 gradi di _Reaumur_. Trovavasi in questa carovana il nuovo Kadì venuto da Costantinopoli, e destinato per Medina, col quale aveva contratta domestichezza alla Mecca. Feci pure conoscenza del tesoriere e primarj impiegati del tempio di Medina. Questi mi dissero che i _Wehhabiti_ avevano distrutti gli ornamenti del sepolcro del Profeta; che avevano chiuse e suggellate le porte del tempio, e che Saaoud erasi appropriati tutti gl'immensi tesori accumulati in tanti secoli. Il _tefterdar_ (tesoriere) mi assicurò che il valore delle sole perle, e delle altre pietre preziose superava ogni stima.

La carovana aveva un salvacondotto di _Saaoud_, con cui ordinava di rispettarla, lo che non impedì che fosse forzata ad abbandonare la strada tostochè si trovò fuori della santa città, e che le fosse imposta un'eccessiva contribuzione. Seppi pure che la carovana de' turchi della Mecca era stata interamente spogliata nel suo passaggio di Medina, non avendole nemmeno lasciati i viveri: talchè non si sa come costoro abbiano potuto sopravvivere in questi deserti alla sete ed alla fame.

Il giorno quattro d'aprile scopersi alle quattr'ore il mare, e l'Iemboa in sullo spontare del giorno susseguente, dopo avere viaggiato tutta la notte. Recatomi subito a bordo trovai la mia gente assai inquieta intorno alla mia sorte per le sinistre notizie che si erano sparse. Così finì questo viaggio, nel quale dopo aver corso grandissimo pericolo, si ebbe la fortuna di uscirne felicemente.

L'_Jenboa-en-Nahùl_, ossia _delle Palme_, trovasi una giornata lontana all'E. ¼ N. E. dell'_Iemboa-el-Bàhar_, ossia del _Mare_. Questa città situata in mezzo alla montagna è ben provveduta di acqua, di bei giardini, e di una notabile quantità di palme, da cui ebbe il nome. Gli abitanti sono tutti sceriffi o discendenti del Profeta, e grandi guerrieri. L'Iemboa del mare è posta in una vasta pianura, che conserva evidenti traccie d'essere stata in tempi non molto lontani abbandonata dal mare. L'alta marea entra ancora nel primo circondario esteriore della mura, ed inonda una parte della città. Il suo porto è buono, potendovisi ancorare le grandi fregate, ma gli scogli ne ingombrano l'ingresso. La città è circondata da vastissime mura affatto irregolari del diametro approssimativo di 350 tese dall'est al nord, e di circa duecento dal nord al sud. La sua popolazione è di circa tremila abitanti. Le case sono basse, e i tetti piani.

Benchè l'Iemboa-el-Bahar sia sotto il dominio del sultano Sceriffo della Mecca, che vi spedisce un governatore col nome d'_Ouisir_, riconosce ancora la sovranità del sultano _Saaoud_, che vi tiene un kadì; ma non gli si paga veruna contribuzione. Non è già perchè amino la riforma d'_Abdoulwehhab_, che gli abitanti dell'Iemboa abbiano preso il nome di _Wehhabiti_; ma perchè ne temono i seguaci, ch'essi odiano cordialmente. Perciò sono sempre armati per impedire ch'entrino le truppe wehhabite nel loro paese; e sono sempre disposti a respingerle colla forza. Fumano pubblicamente per le strade, quantunque ciò si riguardi come un grave peccato dai _Wehhabiti_.

Lo donne portano una grande camicia e mutande di tela turchina, con un grande velo o mantello nero in capo, un anello che loro attraversa la cartilagine del naso, anelli nelle dita, braccialetti e pendenti di orecchie. Sono libere in modo, ch'io ne vidi molte affatto scoperte.

Il loro colore è bronzino come quello degli uomini, e tutte quelle ch'io vidi sono sgraziate e deformi.

In tempo della mia dimora all'Iemboa si celebrò un pajo di nozze, ma non ne udii che il rumore. Una cinquantina di donne passò tre notti cantando ed accompagnandosi colle nacchere fin dopo mezza notte; e nell'ultima all'istante in cui la sposa passava in dominio dello sposo, incominciarono ad alzare acutissime grida con misura e ad intervalli; battevano in pari tempo palma a palma, di modo che rassomigliavano piuttosto ad una squadra di furie, che ad una unione di donne. Questa scena durò una mezz'ora, e così terminò la festa.

Tutti i contorni dell'Iemboa offrono l'aspetto di un orrido deserto; e non vi si trova che pochissime piante; ma le coste del mare mi diedero molte belle conchiglie.

Buone osservazioni mi diedero per longitudine orientale della città 35° 12′ 15″ dell'osservatorio di Parigi, e la latitudine settentrionale di 25° 7′ 6″.

CAPITOLO XLI.

_Tragitto per andare a Suez. — Incaglio della nave. — Isola Omelmelek. — Continuazione del viaggio. — Accidenti diversi. — Sbarco d'Ali Bey a Gadiyahia. — Prosiegue il viaggio per terra._

Tutti i _Daos_ che trovavansi nel porto dell'Iemboa riuniti a quelli che venivano da Djedda, ed a molti altri piccoli bastimenti carichi di caffè, misero alla vela il giorno 15 aprile a cinque ore e mezzo del mattino per passare a Suez. Il mio capitano comandava i _Daos_ dell'Iemboa; ed un altro era alla testa di quelli di Djedda.

In tre giorni arrivammo nella rada detta _el-maado_, di dove vedeva al S. O. l'isoletta dell'_Okàdi_, ove mi salvai dopo il naufragio del mio tragitto per venire alla Mecca.

_Domenica 19 aprile._

Sembra che la sorte non abbia voluto ch'io facessi verun viaggio marittimo senza qualche accidente. Alle quattro e mezzo del mattino la nostra flottiglia fece vela con un leggier vento che portava al nord, ed alle sei ore il mio _dao_ incagliò sopra uno scoglio a fior d'acqua: la scossa fu terribile, e riportò una grande apertura all'estremità della chiglia dalla banda di prua, per cui entrava l'acqua in abbondanza. Come dipingere la confusione ed il turbamento dell'equipaggio in così fatale momento...! Io mi affretto di guadagnare la scialuppa seguito da due domestici e da pochi pellegrini portando meco le carte, ed i miei strumenti. Presenti a tanto disastro, tutti gli altri bastimenti ammainano le vele, e mandano le loro scialuppe in soccorso del _dao_ naufragato.

Il nostro primo pensiero, tosto che fummo in sicuro, fu di presentarci per essere ricevuti in un altro bastimento. Il capitano cui prima mi rivolsi rifiutò di ricevermi. Ebbi lo stesso rifiuto da un secondo; e mi fu detto che in tali circostanze, sventuratamente troppo frequenti su questo mare, è stabilito di non ricevere a bordo alcun uomo, nè alcuna parte del carico del bastimento naufragato finchè il capitano non dia il segno di farlo, perchè la cosa interessa il suo onore. Fummo perciò costretti d'aspettare nella scialuppa la nostra sorte.

Convinto dell'impossibilità di fermare la quantità d'acqua ch'entrava nella stiva, il capitano diede il convenuto segnale, e tosto fummo ricevuti a bordo di un altro bastimento. Una parte del carico fu posto sopra le scialuppe per essere diviso sugli altri _Dao_; e così alleggerito si rimise a galla, e venne a dar fondo col rimanente della flotta tra un'isola vicina e la terra ove fu scaricato affatto, disalberato e messo alla banda. Questa scena non lasciava d'essere interessante. Figurinsi circa trecento marinai affatto nudi, quasi tutti neri in atto di tirare a terra il carcasso del _Dao_ disalberato; in faccia tutta la flotta ancorata, coperta di pellegrini, e di passeggieri chiamati sui ponti dalla curiosità, mentre il capitano del naviglio naufragato, ancora stordito sedeva sul fianco, e gli altri capitani comandavano la manovra; aggiugnetevi il tumulto e le confuse grida che impedivano d'intendersi; tale fu lo spettacolo che durò tutta la notte. Gli Arabi Bedovini non mancano mai d'accorrere coi loro battelli in somiglianti occasioni, quantunque assai lontani dal luogo del naufragio, per vedere se loro riesce di rubare qualche cosa. Molti ci si avvicinarono in fatti, e se fossimo stati soli, non avrebbero lasciato di spogliarci. Io era accampato sull'isoletta, la maggior parte del carico e gli attrezzi erano al mio lato, i battelli de' Bedovini erano ancorati a poca distanza dalla mia tenda; ma noi li osservavamo. Intanto si rimpalmava la nave, talchè la mattina del 20 si potè metterla più al secco, e tutti i falegnami della flotta travagliavano intorno alla medesima.

La mattina del 19 morì un passaggiere sul bastimento, pellegrino Turco, e personaggio di considerazione. Morì pure un marinajo di uno de' vascelli del sultano Sceriffo della Mecca, e furono sepolti senza veruna ceremonia nell'isola.

Si continuò il lavoro ne' giorni 21 e 22, nel qual tempo presi la latitudine dell'isola che trovai di 25° 15′ 24″. Non potei fissarne la longitudine per causa delle nubi, ma credo potersi fissare a circa 33° 59′ 45″ dell'osservatorio di Parigi.

Nel dopo pranzo del 22 le riparazioni del dao erano terminate. Allora i capitani e gli equipaggi di tutta la flotta si riunirono per metterlo a galla, lo che si fece durante la notte in mezzo alle grida, ed al tumulto come quando fu tirato a terra. Si occuparono in appresso a ristabilire i cordaggi e le vele, ed a rimbarcare il carico.

Il 23 il _Dao_ fu compiutamente ricaricato, ed avanti il cadere del sole era pronto per mettere alla vela.

_Venerdì 24._

Di fatti alle cinque e mezzo del mattino dirigendosi all'O. con una serie intermittente di venti variabili e di calme si andò ad ancorarsi alle tre ore presso all'isola _Schirbàna_.

_Sabato 25._

Essendo partiti alle quattro e mezzo del mattino con un vento contrario di nord assai forte, si corsero parecchie bordate fino alle tre, e si lasciò l'ancora all'isola Aleb.

I colpi di vento che avevamo provati, avevano cagionate delle avarie a tutti i bastimenti; il nostro ebbe l'antenna spezzata che fu rimessa all'istante; e molti altri _dao_ furono tirati a terra per aggiustare le vele squarciate. Alle sette della sera, sette _dao_ non erano ancora arrivati.

Qual mare è mai questo! esso è così sparso di scogli e di banchi, che la più leggiera negligenza basta per occasionare un naufragio; si deve ad ogni istante attraversare canali quasi impraticabili, ed ordinariamente con un terribil vento, che accresce il pericolo, e l'allarme.

_Domenica 26._

Alle cinque ore del mattino eransi già levate le ancore, e si viaggiava all'ovest.

Alle sette ore un _dao_ dello Sceriffo facendo una falsa manovra ci venne sopra, e toccò dolcemente il nostro bordo; ed in seguito rivolgendosi da poppa tornò sulla prora, e la urtò con tanta violenza che ne portò via una parte. Fortunatamente quest'accidente accadde in un mare aperto e tranquillo, senza di che poteva avere pessime conseguenze.

_Lunedì 27._

Vedemmo finalmente ricomparire i _daos_, che il cattivo tempo aveva tenuti addietro: partimmo di conserva a sette ore del mattino, e si raggiunsero que' bastimenti che avevano jeri continuato il loro viaggio. Rinforzando un vento contrario d'ovest, e fattosi il mare assai grosso, fummo costretti di ancorarci alle undici e mezzo del mattino presso di un'isola riguardata come il punto di mezzo del tragitto da Suez a Djedda, nella quale si venera il sepolcro di un santo detto _Scherih Morgob_. Dal mio bastimento vedeva la cappella, che è metà casa e metà baracca. L'isola porta il nome del santo, e come tutte le altre isole Hamarà è bassa, piccola, formata di sabbia, e circondata di scogli. Trovai la latitudine di quest'isola di 25° 45′ 47″ N.

L'acqua della nostra nave era già affatto corrotta, onde per beverla era duopo chiudersi il naso, tanto era puzzolente; ma ad ogni modo lasciava dopo bevuta nella bocca e nella gola un odore insopportabile.

_Martedì 28._

Alle cinque ore e mezzo del mattino la flotta veleggiava con leggier vento che ben tosto mancò. E dopo mezzo giorno essendosi rinforzato il vento contrario si camminò bastantemente per giugnere alle quattro ore a Vadjih sulla costa d'Arabia porto assai piccolo, ma bello molto e ben coperto dai venti, e l'unico di questa costa provveduto di buon'acqua. Quando arrivai vidi una specie di pubblico mercato per la vendita dell'acqua: erano molti Arabi, uomini e donne coi loro cammelli, e con una quantità d'otri pieni d'acqua posti a varj ordini sulla riva del mare.

Dietro buone osservazioni ho potuto fissare la latitudine settentrionale di Vadjih a 26° 13′ 39″.

_Mercoledì 29._

I venti di nord-ovest non ci permettono di uscire dal porto, ove ci raggiungono tre _dao_ rimasti addietro.

_Giovedì 30 aprile._

Una violenta burrasca non permette l'arrivo degli altri _daos_. In questi giorni d'ancoraggio aveva raccolti diversi oggetti di storia naturale; ma accortisi delle mie ricerche gl'ignoranti miei compagni di viaggio, ed incominciando a sospettare intorno allo scopo di questa raccolta, fui forzato di sospenderla.

_1 e 2 maggio._

Benchè arrivassero gli altri bastimenti, fummo costretti dal vento a restare ancorati.

_Domenica 3 maggio._

Finalmente tutta la flotta uscì dal porto alle cinque del mattino dirigendoci a nord-ovest; ed a mezzo giorno diede fondo presso ad uno scoglio.

_Lunedì 4._

Ad un'ora dopo mezza notte eravamo già in viaggio con vento variabile ed interrotto delle calme, finchè fissato all'O. N. O. ci portò felicemente al porto di Demeg, posto sulla costa d'Arabia. Avevamo fin allora generalmente tenuta la direzione di N. O. e sempre rasentando la costa; ma eravamo finalmente usciti da questo pericoloso labirinto di scogli, che per tanta parte della nostra navigazione minacciava d'inghiottirci ad ogn'istante.

Eccellente è il porto di Demeg e ben chiuso da montagne che sembraronmi argillose, e si prolungano fino alla riva. Nel circondario vedonsi alcune piante, ma in piccola quantità. Ci si presentarono diversi Arabi ed Arabe per venderci dei montoni. Mi fu detto che questa gente è assai cattiva.

_Martedì 5 fino all'8._

Si spiegarono le vele allo spuntare dell'alba, ma rinfrescatosi il vento assai si dovette dar fondo alle otto del mattino a _Libeyot_. Poco viaggio si fece anche i giorni 6, 7 e 8, in cui si rimase all'ancora presso ad una delle isole _Naamàn_, ossia degli _Struzzi_.

_Sabato 9._

Alle quattro del mattino eravamo in mare. Alla calma tenne dietro ben tosto un vento contrario assai violento, che durò fino alle sette ore, dividendosi allora in molti fili paralleli, di modo che la flotta che formava un solo ordine, presentava il più singolare spettacolo; mentre un _dao_ correva a piene vele, un altro rimaneva in perfetta calma, e così alternativamente sopra tutta la linea, benchè la distanza di un _dao_ all'altro non fosse maggiore di dugento tese. Questo fenomeno durò quasi un'ora, quando fissatosi il vento all'O. N. O. si potè continuare il cammino. Poco dopo mezzo giorno si gettò l'ancora a _Kalaat-el-Moïlah_ che è un _alcassaba_ quadrato, che può avere cento tese di fronte con una torre ad ogni angolo, ed un'altra in mezzo ad ogni lato.

Entro l'_alcassaba_ trovasi un cattivo villaggio con una moschea. L'acqua de' suoi pozzi è assai buona; e vi si trovano alcuni bestiami, polli, e piantagioni di palme fuori delle mura, ma il restante del paese non è che un arido deserto. Gli abitanti possedono alcuni pezzi di cannone che attestano l'antica loro indipendenza. Al nostro arrivo spiegarono bandiera rossa, e la nostra flotta fece lo stesso. Alcuni di loro vennero a visitare il nostro capitano, ma gli uomini di poche scialuppe smontate per cercare acqua e comperare commestibili ottennero con difficoltà di essere ammessi entro le mura; tanto sono essi diffidenti! Lagnansi costoro de' _Wehhabiti_, che li sottomisero, come gli altri popoli dell'Arabia, al loro dominio, ed al pagamento della decima; ma non entrò verun impiegato nel villaggio.

In questo luogo la costa forma una vasta baja, in fondo alla quale è situato l'_Alcassaba_. Vedevansi in questo giorno le montagne dell'Affrica, che d'ordinario le carte geografiche pongono lontane ottanta miglia da _Kalaat-el-Moïlah_, quantunque assai più vicine. La latitudine di questo _Alcassaba_ dovrebb'essere di 17° 10′ 51″.

_Domenica 10._

Si partì alle due del mattino con leggier vento, seguito da una perfetta calma, durante la quale avendo fatte nuove osservazioni che confermavano quella di jeri, non potei più dubitare dell'errore, di più di mezzo grado nella posizione che le carte danno a _Kalaat-el-Moïlah_. Osservai inoltre che le montagne vedute il giorno innanzi non appartengono altrimenti all'Affrica, come indicano le carte, ma alla terra di Tor, e fanno parte del capo _Mohamed_ nell'Arabia.

L'isola _Schram_, ove ci trovavamo ancorati è posta all'imboccare del _Bahar el-Aakaba_, ossia seno del mar Rosso, che s'interna nell'Arabia.

_Lunedì 11 e Martedì 12._

Si ebbero due burrasche terribili che danneggiavano il _dao_, e non ci permisero di oltrepassare la rada di _Ben-Hhaddem_, di dove vidi effettivamente le alte montagne dell'Affrica.

_Mercoldì 13._