Viaggi di Ali Bey el-Abbassi in Africa ed in Asia, v. 3
Part 10
In novembre del 1803 _Abdelaaziz_ fu assassinato da un uomo ch'erasi messo al suo servizio per meglio assicurare il colpo, e che ebbe abbastanza ardire e sangue freddo per meditare sì lungo tempo il suo piano.
_Saaoud_ salì sul trono paterno, e pose particolar cura ad estendere e consolidare il suo dominio sulle coste del golfo Persico. Poco dopo trovò modo di rendere suo dipendente l'Iman di Muscate, e d'impadronirsi di Medina l'anno 1804. Del 1805 la carovana di Damasco non ottenne il passaggio che con enormi sacrificj; e _Saaoud_ fece dire al Pascià _Emir el Stagi_, o principe de' pellegrini, che non voleva che questa carovana venisse colla scorta de' Turchi, nè che si portasse il ricco tappeto che il Gran Signore mandava ogni anno per coprire il sepolcro del Profeta; cosa risguardata da' _Wehhabiti_ come un grave peccato. Voleva finalmente che la carovana fosse unicamente composta di veri pellegrini senza soldati, senz'armi, senza stendardi, senza musica e senza donne.
Malgrado questa dichiarazione l'anno passato la carovana di Damasco volle fare il consueto pellegrinaggio, senza strettamente uniformarsi agli ordini del vincitore; ma giunta alle porte di Medina fu costretta di ritirarsi in disordine inseguita dai _Wehhabiti_ che occupavano la città ed i contorni. A questi si aggiungano gli avvenimenti ch'ebbero luogo quand'io era alla Mecca, in conseguenza dei quali _Saaoud_ diventò assoluto padrone di tutta l'Arabia, ad eccezione di Moca e di poche altre città nell'Ieman, ossia Arabia felice; occupando tutto il deserto che trovasi tra Damasco, Bagdad e Bassora.
In questa vasta estensione di paese sonovi poche città; ma vi si contano non pertanto alcuni milioni d'abitanti che vivono nelle tende o baracche, sotto il dominio del Sultano _Saaoud_, cui essi ubbidiscono ciecamente, e pagano la decima delle loro gregge, e delle loro frutta. Questa decima è il tributo imposto dal Corano, e _Saaoud_ non chiede verun'altra contribuzione; ma tutti i suoi sudditi sono forzati di seguirlo in campagna quand'egli li chiama, mantenendosi a proprie spese, come vien pure ordinato dalla religione: di modo che il Sovrano de' _Wehhabiti_ ha sempre numerose armate che non gli costano veruna somma. Nelle sue spedizioni ogni cammello porta d'ordinario due uomini, coll'acqua ed i viveri necessarj per lui, e per gli uomini. Allorchè vuol gente scrive al capo delle tribù indicando il numero, il luogo, ed il giorno della riunione. Gli uomini si presentano nel giorno indicato coi viveri, armi e munizioni necessarie: tale è la forza delle idee religiose!
I _Wehhabiti_ hanno le medesime armi dei Mecchesi. Traggono dall'Europa le canne da fucile ch'essi montano assai grossolanamente: fabbricano polvere e palle, ma con sì poc'arte, che la polvere è quasi tutta in grani grossi quanto un pisello, e le palle non sono altro che una pietra coperta da una sottile lamina di piombo. Acquistano questo metallo e lo zolfo alla Mecca, ed in altre città marittime della penisola d'Arabia; ed hanno in paese il salnitro.
L'abito de' _Wehhabiti_ è affatto simile a quello degli altri arabi; soltanto ho notato che i figli di _Saaoud_ portano lunghi capelli come segno distintivo della loro famiglia. Mi fu detto che questo sultano vive con molto lusso, ma io lo vidi affatto nudo come gli altri.
_Draaïya_ capitale de' _Wehhabiti_ è una grande città, trenta leghe all'E. da Medina, cento a S. S. O. da Bassora, e cento sessanta a S. E. da Gerusalemme. Le isole _Bahareïnn_, ove pescansi le perle nel golfo persico lontane cinquanta leghe da Draaïya sono soggette a _Saaoud_. Il fiume _Aftan_ che passa lontano quattordici leghe dalla capitale sbocca in faccia a queste isole. Stando a quanto mi fu detto dai _Wehhabiti_ questa città trovasi alle falde di altissime montagne, ed il suo territorio abbonda di grani d'ogni specie. Le case di Draaïya sono fatte di pietra.
I _Wehhabiti_ non hanno ordini militari: e tutta la loro tattica consiste nel riunirsi sotto la direzione di un capo, e nel seguirne tutti i suoi movimenti senza conservare alcun rango: ma la loro disciplina è veramente spartana, e l'ubbidienza estrema; bastando il più piccolo segno del capo per ridurli al più rispettoso silenzio, o per sottoporli alle più dure fatiche.
Nè migliori sono i loro ordini civili. Ogni capo di Tribù risponde del pagamento delle decime, e della presentazione degli uomini per la guerra. _Saaoud_ manda i _Kadì_ alle città del suo dominio; ma non ha nè _Kaïd_, ossia governatori, nè Pascià, nè Visiri, nè altri impiegati. Il riformatore _Abdoulwehhab_ non assunse mai verun titolo d'onore o carattere pubblico, fu sempre il capo della sua setta, e non pretese mai distinzioni personali. Dopo la sua morte, suo figlio che gli succedette, conservò lo stesso spirito di semplicità.
La persona più influente presso _Saaoud_ è _Abounocta_, grande _scheik_ di Ieman, che tiene molte truppe sotto gl'immediati suoi ordini. Mi accadde talora di chiedere ad alcuni _Wehhabiti_: _appartenete voi a Saaoud_: — _Niente affatto; siamo d'Abounocta_, mi rispondevano con cert'aria di fierezza che mostrava il loro orgoglio di appartenergli; lo che mi fa credere che dopo la morte di _Saaoud_ potrebbe dividersi la setta de' _Wehhabiti_ in due parti, e così farsi incapace di ulteriori progressi. Vedo pure un altro ostacolo d'ingrandimento nell'estremo rigore delle sue dottrine onde questa grande popolazione che poco produce e poco consuma, rimarrà in fondo ai suoi deserti, nella consueta nullità, non per altro celebre che pei suoi ladroneggi.
Ma forse il tempo gli farà conoscere che l'Arabia priva delle relazioni commerciali delle carovane e dei pellegrinaggi non può sussistere. Allora la necessità farà cadere l'intolleranza, ed il commercio cogli stranieri farà insensibilmente sentire ai _Wehhabiti_ il vizio d'un'austerità quasi contro natura: a poco a poco lo zelo si raffredderà; le pratiche superstiziose che sempre sono l'appoggio, la consolazione e la speranza del debole, dell'ignorante, dell'infelice, riprenderanno il loro impero; e per tal modo la riforma dei _Wehhabiti_ scomparirà prima d'aver potuto consolidare la sua influenza, e dopo avere versato il sangue di più migliaja di vittime del fanatismo religioso. Tale è la trista vicissitudine delle cose umane!
Altronde io credo che i _Wehhabiti_ nel fondo de' proprj deserti saranno sempre invincibili, non già per la loro forza militare, ma per la natura del paese non abitabile da veruna altra nazione; e per la facilità ch'essi hanno di nascondersi ai loro nemici. Si potrà momentaneamente conquistare la Mecca, Medina e le altre città marittime[12]; ma semplici guarnigioni isolate in mezzo a spaventosi deserti potranno sostenersi lungamente? Quando si presenterà loro un potente nemico, i _Wehhabiti_ si nasconderanno per piombargli addosso e sterminarlo, nell'istante che sarà forzato di dividersi per cercar viveri. Ecco i motivi che m'inducono a credere che non saranno facilmente sottomessi colla forza delle armi; e queste appunto sono le cagioni per le quali sempre si è salvata l'Arabia da ogni straniera dominazione.
[12] _Come il Pascià d'Egitto, _Mehemed Aly_, ha fatto nell'ora decorso anno 1813._
CAPITOLO XXXIX.
_Ritorno d'Ali Bey a Djedda. — Sua posizione geografica. — Notizie. — Tragitto all'Iemboa._
Il 2 di marzo del 1807 dopo aver fatti i sette giri alla casa di Dio, e recitate le particolari preghiere di congedo innanzi ai quattro angoli del _Kaaba_, al pozzo _Zemzem_, alle pietre d'_Ismaele_, ed al _Makam-Ibrahim_, sortii dal tempio per la porta _Beb-l'oudaa_: lo che è di felice augurio, perchè il Profeta sortiva di là quando aveva terminato il suo pellegrinaggio: indi abbandonai la Mecca alle cinque e mezzo della sera per tornare a Djedda.
Appena fuori di città gli arabi che mi accompagnavano contendevano tra di loro con tanto calore che non potei mettermi in cammino avanti le sette ore della sera. L'atmosfera era coperta in modo che a fronte della luna eravamo in una perfetta oscurità. Alle quattro e mezzo del mattino si fece alto ad un _dovar_ detto _el-Hàdda_. Molti pellegrini che tornavano alle loro case coprivano la strada coi loro cammelli ed equipaggi.
Alle tre ore dopo mezzogiorno, quantunque ammalato, partii colla carovana tenendoci nella direzione d'O., e poco dopo il levar del sole si entrò in Djedda. Dalle più accurate osservazioni fatte al presente, e combinate con quelle della mia precedente dimora, trovai la longitudine Est di Djedda = 45° 54′ 30″, e la latitudine nord 31° 52′ 42″.
In questo paese circondato da deserti di sabbia, i giorni piovosi sono rari assai, fuorchè nell'equinozio di autunno, epoca in cui le pioggie sono abbastanza forti per riempire le cisterne. I venti che dominano sul Mar Rosso soffiano quasi sempre dal settentrione, fuorchè nei mesi d'agosto, di settembre, e di ottobre che passano al quarto del mezzodì.
I soldati turchi di Djedda congedati come quelli della Mecca, lasciavano la terra santa, e non rimanevano a Djedda che i cannonieri. Vidi imbarcarsi con bandiere spiegate, e tamburi battenti dugento soldati che lo scheriffo mandava sulla costa d'Affrica per riscuotere le contribuzioni; possedendo egli sulla costa d'Affrica l'isola di _Saouàken_, che i geografi chiamano _Suakem_, come pure _Messoua_ sulla costa dell'Abissinia, ed alcune altre isole a nome del Sultano di Turchia.
Per ordine di _Saaoud_, erasi soppresso a Djedda come alla Mecca, nella preghiera del venerdì che si fa alla moschea, il nome del Sultano di Costantinopoli. Il _Kadi Wehhabita_ era venuto a Djedda per amministrarvi la giustizia in nome di _Saaoud_ in tempo che il governatore Negro, schiavo dello Sceriffo, continuava a governare la città in nome del suo padrone. Questa mescolanza di autorità non lascerà di produrre il cattivo effetto che forse ne spera il Sultano _Saaoud_.
Oltre i _Mudden_, che dall'alto delle torri delle moschee chiamano il popolo alla preghiera, i _Wehhabiti_ hanno stabilito a Djedda una seconda specie di banditori, che potrebbero dirsi esecutori per costringere i fedeli a recarsi al tempio. Alle ore indicate vanno per le strade gridando: _Andiamo alla preghiera; alla preghiera:_ essi spingono tutti gli abitanti per obbligarli d'andare alla moschea, ed obbligando gli artigiani ed i mercanti ad abbandonare le loro botteghe, e i loro magazzini, perchè vengano ad assistere alla pubblica preghiera cinque volte al giorno com'è prescritto dalla legge. Prima che spunti l'aurora gridano pure e fanno un orribile fracasso per le strade, per costringere tutto il mondo ad alzarsi, ed a venire al tempio. Quanto non è ardente il loro zelo! L'abito di questi esecutori è assai semplice non avendo che un pajo di piccole mutande bianche, ed una coperta ripiegata sulla spalla, ed un enorme bastone in mano. Seppi che alla Mecca erasi di già cominciato a far uso di questi eccitatori per isforzare il popolo a recarsi alla moschea; ma si usa maggiore moderazione a Djedda perchè si limitano al gridare, al rimbrottare, ed allo spingere tutti quelli che incontrano: almeno ciò è quanto mi accadde di osservare dalle mie finestre che guardavano sulla gran piazza.
Durante il mio soggiorno a Djedda vi diede fondo un grosso bastimento procedente da Bengala con bandiera rossa musulmana armata di venti pezzi di cannone, carico di riso. Il commercio riceve tutti gli anni quattro o cinque bastimenti di questa specie che portano oltre il riso altri prodotti dell'India.
_Tragitto all'Iemboa._
Il sabato 21 marzo, giorno dell'equinozio, m'imbarcai dopo il cader del sole sopra una specie di battello detto _Sarabok_. Dopo un'ora e mezzo di ravvolgimenti tra i banchi e gli scogli della rada, arrivai al bastimento che doveva condurmi a Suez: era un daos come quello sul quale ero venuto.
A quattr'ore e mezzo del mattino del giorno 23 si levò l'ancora, e fu il bastimento rimurchiato a traverso di una infinità di scogli che chiudono la bocca del porto. A mezzo giorno rinfrescò il vento d'O., e si gettò l'ancora ad un'ora e mezzo in una cattiva rada, detta _Delmaa_, ove trovavansi all'ancora cinque altri _daos_ che tenevano la medesima strada. Il mare era grosso, ed il nostro bastimento era gagliardamente agitato dalle onde.
Il martedì 24 si mise alla vela alle quattro ore del mattino, e benchè il vento non fosse troppo favorevole, il bastimento marciava assai bene. Alle due dopo mezzogiorno si diede fondo otto miglia lontano del villaggio d'Omelmusk. L'ancoraggio era eccellente, e vi restammo tutto il giorno per ricevervi il sopraccarico di trecento quintali di caffè, che si erano esportati da Djedda senza pagare la gabella. Tra il bastimento e la gran terra eravi un'isola bassa, e molto estesa. Il capitano discese nella scialuppa colle sue reti, e riportò molto pesce. Il tempo si mantenne costantemente cupo, e dopo mezzogiorno il vento rinforzò, ed il mare in alto era agitatissimo, mentre al nostro ancoraggio era affatto tranquillo.
_Mercoledì 25._
Malgrado il vento del nord che contrariava la nostra direzione, si mise alla vela; il mare era grosso, ed il vento violentissimo. Il nostro bastimento soffriva assai per causa del suo eccessivo carico. Si ruppe l'antenna di un'altra nave, e noi fummo costretti di ritornare all'ancoraggio d'Omelmusk. Colà ci raggiunsero avanti sera altri bastimenti sortiti da Djedda, cosicchè formavamo una squadra di dieci _daos_ senza contare altri più piccioli bastimenti.
_Venerdì 27._
Alle quattro e mezzo del mattino si spiegarono le vele con vento contrario, ed alle due dopo mezzogiorno entrammo nel porto di _Araborg_. Mi feci portare a terra, e raccolsi alcune conchiglie e piante marine. _Araborg_ è provveduto di pochi giardini, e mi furono portati alcuni cocomeri e cetriuoli.
_Sabato 28._
Si fece vela alle dieci ore, e poco dopo, mancato il vento, la nave dovette farsi rimurchiare dalle scialuppe, come tutti gli altri daos. Alle quattr'ore della sera ci ancorammo presso ad _Elsthat_.
_Domenica 29._
Viaggiammo lentamente al N. O. facendoci rimurchiare per mancanza di vento sempre alla distanza di tre miglia, o poco più dalla costa in mezzo ad infiniti scogli a fior d'acqua. Dopo mezzogiorno il vento rinfrescò, e passato il tropico, si diede fondo in faccia ad Algiar alle quattr'ore.
A mezzogiorno avemmo lo spettacolo straordinario d'un combattimento di pesci. Il mare tranquillo presentava nello spazio di cento in cento venti piedi di diametro un subitaneo bollimento, accompagnato da molta schiuma e da un grande romore. Ciò durava un mezzo minuto, poi il mare tornava tranquillo, ma un minuto dopo ricominciava la stessa scena. Al di fuori intorno al cerchio osservasi durante questo bollimento un gran numero di punti, lo che indicava le parziali zuffe, corpo a corpo, che stendevansi e notabile distanza dal campo di battaglia. Il bastimento rasentò il cerchio nell'istante dell'attacco, sgraziatamente nel punto del mezzogiorno, mentre io stavo osservando il passaggio del sole. Posto al bivio tra i due oggetti diedi la preferenza all'astronomia, e perdetti l'occasione di osservare il genio guerriero delle genti acquatiche. I miei compagni di viaggio mi dissero che avevano veduto combattere un'immensa quantità di pesci della lunghezza d'un piede all'incirca.
Mentre durava ancora la battaglia si vide accorrere da tutte le parti anche lontanissime una infinità d'uccelli di mare affatto bianchi che andavano svolazzando sopra il campo di battaglia quasi a fior d'acqua, sperando, senza dubbio, di predare i pesci uccisi, e forse i piccoli ancora vivi. La pugna era in tale stato quando noi eravamo già troppo lontani per conoscerne l'esito.
_Lunedì 30 marzo._
Si levò l'ancora a mezza notte, ma durando tuttavia la calma i _daos_ erano di tratto in tratto rimurchiati dalle scialuppe. Alle dieci ore si levò un vento di mezzogiorno, che ci portò ben tosto alla città di Iemboa ove sbarcammo felicemente ad un'ora e tre quarti.
Desiderava di andare a Medina a visitare il sepolcro del Profeta, malgrado l'assoluta proibizione dei _Wehhabiti_. La cosa era rischiosa assai; ma non pertanto trovai molti pellegrini Turchi, ed alcuni Arabi Mogrebini disposti ad esporsi meco ai pericoli del viaggio.
Siccome il mio capitano aveva la sua famiglia a l'Iemboa, ove tutta la flottiglia doveva rimanere alcuni giorni, convenni con lui che sarei di ritorno il giorno otto d'aprile. Feci tosto cercare i dromedarj onde viaggiare più speditamente; ma a dispetto delle mie diligenze non mi fu possibile di partire avanti la sera del successivo giorno. Non presi meco che un piccolo baule con alcuni istromenti astronomici; facendomi accompagnare soltanto da tre domestici.
CAPITOLO XL.
_Viaggio alla volta di Medina. — Djideïda. — Viene arrestato dai Wehhabiti. — Dispiaceri che gliene derivano. — Viene rimandato con una carovana d'impiegati del tempio di Medina. — L'Iemboa._
Uscii da Iemboa il martedì 31 marzo alle cinque della sera, montato sopra un dromedario, e seguito da tre domestici, da alcuni pellegrini Turchi e Mogrebini, e da circa cinquanta dromedarj.
Si camminava all'E. un quarto S. E. lungo una pianura arenosa, sterile ad intervalli, ed offrendo qua e là alcune traccie di vegetazione: d'ordinario i dromedarj fanno più di una lega per ora; e noi li facevamo di quando in quando trottare; ma io non era abbastanza robusto per sostenere la violenza del loro moto: onde a mezza notte trovandomi estremamente abbattuto sia per lo scuotimento dell'animale, che per l'incomodità della sella tutta di legno e senza staffe, fui obbligato di andare più lentamente. Alle quattr'ore del mattino camminava all'est ¼ est in mezzo a piccole montagne, le quali andavano serrandosi di mano in mano che andavamo avanti. Si fece alto alle sei in una valle che io supposi lontana 15 in 16 leghe da Iemboa.
Le montagne da cui eravamo circondati sono tutte di schisti diversi, e non presentano la più debole traccia di vegetazione; ma nella valle benchè senz'acqua raccolsi alcune bellissime pianticelle, e tra queste una rarissima specie di _Solanum_ con fiori assai grandi. Io mi trovava sempre indisposto, ed ebbi avanti l'aurora violenti eccitamenti al vomito.
Il mercoledì primo aprile, ripresi il cammino all'est per una valle di singolare figura. Le montagne poste a mezzodì sono tutte di arena sciolta e bianchissime, quelle a settentrione compongonsi di roccie di porfido, cornee, e schistose.
La valle non ha più di cento tese di larghezza. Vedendo montagne di sabbia alte come quelle di pietra, non poteva a meno di non meravigliarmi della forza che ammucchiò, e che tiene accumulata tanta sabbia mobile, senza che i venti ne portino mai un solo atomo sulle opposte montagne di settentrione; le quali contengono una bella collezione di porfidi di pasta e colori diversi. Nelle rupi cornee vedonsi belle gradazioni di verde, alcune delle quali sono veramente singolari.
Da questa valle passai verso sera tra gruppi di nere montagne vulcaniche, che presentavano pittoresche vedute di rottami e di precipizj. Di là si cominciò a salire questa linea di montagne fino alle dieci della sera, quando si prese a scendere per l'opposta china tutta ingombra d'arbusti spinosi che ci riuscivano incomodissimi. Finalmente alle cinque del mattino oppresso dalle fatiche e dal disagio giunsi a Djideïda. I miei domestici mi levarono dal dromedario, e mi posero sopra il mio materasso in mezzo alla piazza.
Esemplare veramente è l'esattezza dei condottieri dei dromedarj: ad ogni ora canonica fermavano la carovana, e gridavano _Iova salàh, Iova salàh_: cioè: _andiamo a pregare, andiamo a pregare_. Allora ognuno smontava, facendo le sue abluzioni colla sabbia, e dopo avere recitata la preghiera in comune, si rimontava per continuare il viaggio.
Una sera che camminava alla testa della carovana sentendo farsi del rumore al di dietro di me, volsi il capo, e vidi uno dei condottieri de' dromedarj che con un grosso bastone in mano minacciava il mio maestro di casa e voleva obbligarlo a retrocedere. Accorsi subito per informarmi dell'affare. L'Arabo trasportato da un santo zelo, rispondeva sempre _Ah, Sidi Ali Bey; che peccatore è mai questo! — che ha egli fatto? — È un orribile peccatore._ Gli chiesi di nuovo: _ma che ha fatto? — Egli non deve andar più avanti; egli non anderà a Medina; no, non lo permetterò mai. Il mio domestico era affatto sbalordito. Io replicai: ditemi dunque qual è il suo delitto? — Sì Sedi Ali, egli fuma tabacco, questo grande scellerato; egli non anderà a Medina: io non lo permetterò mai._ A stento ottenni di calmarlo, dicendogli che il mio domestico, essendo uno Sceriffo marocchino, ignorava del tutto gli ordini di _Abdoulwehhab_: e gli promisi a suo nome che non fumerebbe più. Volle che lo giurasse, e che gittasse la sua pipa in terra col suo tabacco che aveva. A tali condizioni gli permise di proseguire il viaggio.
_Djiedeïda_ è un soggiorno assai tristo in fondo di una valle con case bassissime fatte di pietra a secco senza intonicatura, con alcune botteghe in cui si tiene il mercato. Sonovi alcune piantagioni di palme, ma la situazione è affatto malinconica. Il capo del popolo, soprannominato _Scheih-el Belèd_, ed il kadì sono naturali del paese, adesso sotto il dominio del sultano _Saaoud_, cui gli abitanti pagano la decima de' loro frutti.
È nel deserto di Medina che cresce l'albero che dà il balsamo impropriamente detto _della Mecca_. Siccome io non poteva trattenermi, mi riservava di fare al ritorno le mie indagini intorno a quest'albero.
Non potendo più soffrire la marcia dei dromedarj, lasciai partire la carovana, ripromettendomi di raggiugnerla ben tosto, e restai coricato in mezzo alla piazza, ove mi addormentai, non avendo ritenuti presso di me che i miei domestici. Quando mi risvegliai mi vidi circondato da un gran numero di persone accumulate vicino a me che mi guardavano. Apersi la mia spezieria che portava sempre meco, e posi delle filacce con balsamo cattolico su tutte le loro ferite o scorticature delle gambe e delle mani. Mangiai in appresso un cocomero squisito che mi rinfrescò a meraviglia: pure non era in istato di muovermi. Intanto i miei domestici facevano preparare quattro cammelli, ed una _schevria_ simile a quella di cui mi era servito nel viaggio della Mecca; e la mattina dello stesso giorno giovedì 2 aprile, montai in questa vettura scortato soltanto dai miei tre domestici, e dal cammeliere, prendendo il cammino di Medina di dove non era distante, per quanto mi fu detto, più di sedici leghe all'est.
Due ore dopo usciti da Djidèïda, due _Wehhabiti_ sortono dalle montagne, fermano i nostri cammelli, e mi domandano dove vado. A Medina, loro rispondo. — Voi non potete continuare il vostro viaggio. Allora un capo mi si presentò con due ufficiali anch'essi montati sopra cammelli, per farmi nuove interrogazioni. Sospettando il capo ch'io fossi Turco, minaccia di farmi saltare la testa: ma senza lasciarmi atterrire dalle sue minaccie, io rispondo tranquillamente alle sue inchieste; e le mie risposte sono attestate dai miei domestici. Benchè la mia immaginazione mi richiamasse in questo istante la notizia che circolava a Djedda, che tutti i Turchi partiti della Mecca erano stati scannati, non lasciai di conservare la più perfetta calma. Mi viene ordinato di consegnar loro il denaro, e gli presento quattro pezze spagnuole che aveva in tasca; ed insistendo essi per averne ancora, dichiarai di non averne, ed offersi loro di visitare il mio baule. Supponendo che io portassi denaro in cintura come costumano i Levantini, non si acquietarono alle mie negative; onde depongo il _bournous_, e comincio a spogliarmi per soddisfarli. Essi mi fermano; ma vedendo il cordone dell'orologio, lo tirano, e mi costringono a rilasciarlo loro. Dopo essersi appropriati il _bournous_, e l'orologio, minaccianmi di nuovo; poi si ritirano indicando al condottiere dei cammelli un luogo vicino, ove dovevamo aspettare i loro ordini.