Viaggi di Ali Bey el-Abbassi in Africa ed in Asia, v. 2

Part 9

Chapter 93,663 wordsPublic domain

Finalmente montai sul ponte, feci distribuire parte de' miei viveri, e somministrai denaro ad una quarantina di sventurati, onde potessero comperarsi i viveri da coloro che ne avevano. Riconfortata così alla meglio la gente; rimproverai acerbamente il capitano della sua condotta, che ci aveva ridotti in così trista situazione. Sentendo il suo torto e vergognandosi, voltò bordo al N. E., e facendo buona guardia tutta la notte, all'indomani 14 febbrajo rientrò in un piccolo porto dell'isola Sapienza, onde vettovagliarsi a Modone.

Questo piccolo porto, detto _Porta-Longa_ è bello e ben chiuso con un isoletta alla imboccatura, ed un fondo eccellente: vi si può dar fondo fino a quaranta braccia dalla riva, ed ancora molto più vicino coi piccoli bastimenti. È capace di dodici o quindici vascelli di guerra che vi possono restare in tutta sicurezza in qualunque vento, perchè coperto da tutti i lati, e protetto da montagne.

La stessa sera entrò in Porta-Lunga un bastimento greco proveniente da Livorno.

La domenica 16 febbrajo io sbarcai a Modone piccola città sei in sette miglia lontana da Porta-Longa.

Tre grosse figure turche mi ricevettero alla dogana su la riva del mare, e mi colmarono di gentilezze, invitandomi a prendere il caffè, e mi offrirono una delle loro lunghe pipe che io rifiutai. Siccome nessuno di loro intendeva l'arabo, nè verun altro linguaggio da me conosciuto, non potei rispondere che con segni di riconoscenza alle lor gentilezze. Ci lasciammo reciprocamente soddisfatti, ed io entrai in città, ove mi era stata destinata una casa nella contrada principale.

La città di Modone può riguardarsi come una buona fortezza. Posseduta un tempo dagli Spagnuoli, poi dai Veneziani, fu successivamente fortificata da quelle due nazioni. E circondata da alte fortissime mura con torri provvedute di numerosa artiglieria, larghe fosse, controguardie, strade coperte, palificate, ec., ma ciò che in particolar modo difende i ponti levatoj e la porta di terraferma è un gran bastione fatto dai Veneziani, sulle di cui facce vedesi tuttavia il leone di San Marco. La città dalla banda di terraferma ha una sola porta, e due in sul mare. Vien detto che abbia inoltre un portello segreto che mette in campagna, e per il quale, mentre i Russi l'assediavano, i soldati turchi fecero una sortita, e batterono così aspramente gli assedianti, che furono obbligati a fuggire abbandonando tutta l'artiglieria, e gli altri effetti di campagna.

Non pertanto questa piazza ha il capitale difetto di essere dalla parte del N. dominata da una piccola altura, sulla quale può facilmente il nemico stabilire delle batterie in distanza di sole centocinquanta tese dal corpo della piazza, senza che questa vi si possa opporre, e di dove il nemico signoreggia una gran parte della strada coperta, e batte fino ai piedi della muraglia. Per ovviare a questo inconveniente, gli Spagnuoli fabbricarono un'altissima batteria nel corpo della piazza; e questa opera, benchè in parte danneggiata dal fuoco russo, esiste ancora in buono stato: ma in vece sarebbesi dovuto spianare il rialto esteriore, che pure non sembra cosa assai difficile. Imperciocchè finchè resta, le batterie che il nemico sarà sempre in libertà di stabilirvi, malgrado gli sforzi della piazza, riusciranno ben tosto a far tacere il fuoco degli assediati; ed in allora gli assedianti possono stabilirsi liberamente su la cresta della strada coperta, e battere in breccia.

Questa piazza è piena d'una immensa quantità d'artiglieria d'ogni calibro, d'ogni nazione, di tutte le età, ma questi pezzi sono tutti mal montati; la maggior parte senza carro, e posti soltanto in prospettiva.

Modone è abitato dai Turchi. Credo che possa contenere un migliajo di famiglie; e si vuole che abbia settecento soldati pagati dal Gran Signore. I pochi ch'io vidi mi parvero belli, bianchi, ben fatti, e sopra tutto ben equipaggiati, e ben vestiti. Le loro armi sono una piccola carabina, due pistole, ed il _khanjear_, ossia coltello. Vidi pochissimi cavalli, e questi ancora assai cattivi.

In tempo della mia dimora tutti gli uomini d'arme uscirono di città per dar la caccia ad una masnada di briganti che pochi giorni prima avevano sorpreso un villaggio, e scannati gli uomini, le donne, ed i fanciulli. Queste orribili scene sono sgraziatamente nella Morea assai frequenti; manifesto argomento della disorganizzazione del governo turco.

Modone circondato di alte mura, con strade anguste, e sucide sembrommi un soggiorno insalubre, perchè vi si respira un'aria inprigionata, ed infetta di cattivi odori. Ho inoltre osservato nella campagna che l'argilla forma un terreno pantanoso e disaggradevole, ed a questa cagione io attribuisco quell'apparenza di putrefazione che vedesi egualmente nei legumi e nelle frutta. Il pane molle, ed affatto nero rassomiglia perfettamente ad un pezzo di fango disseccato per metà; e la stessa disgustosa apparenza trovai perfino nella carne. Pure gli abitanti vi si conservano sani e con bei colori; vantaggi che potranno forse ascriversi alla molta quantità di vino che vi si beve: in proporzione più considerabile che in qualunque città d'Europa malgrado la proibizione della legge.

In città non sonovi fonti, ma soltanto pozzi, la di cui acqua non è bevibile, e quella che vi si beve vien portata dalle bestie da soma, e presa in un ruscello che scorre a breve distanza dalla città. Eranvi in altri tempi alcune fonti, ma ne furono minati i condotti.

Quasi tutte le muraglie sono fatte di pietre tagliate; le case sono pure di pietra, coperte di tegole all'usanza d'Europa, e le strade ben lastricate. Queste pietre sono di varie specie d'ardesia, di pietra calcarea, o di marmo grossolano. I palchi delle camere sono di legno. Le case hanno molte finestre verso strada fatte all'europea, e chiuse da griglie assai fitte. Alcune porte, ed alcuni archi che preludono qualche idea d'architettura sono tutte di stile greco, e nulla vi si vede che ricordi lo stile arabo.

In generale l'aspetto di questa città è trista assai. Il color cenericcio degli edificj, le tegole dello stesso colore, l'altezza delle mura, le sozzure che si lasciano nelle strade, il cattivo odore che n'esala continuamente, la cattiva qualità dei cibi, la scarsezza d'acqua buona, la povertà e la inazione assoluta degli abitanti che non hanno nè arti nè commercio, la reciproca loro diffidenza, le diverse loro sette sempre armate e sempre disposte a battersi, il cupo silenzio che domina la città, la pubblica ubriachezza, tutto concorre a dare a questa città l'aspetto di una dimora infernale: pure per le sue fortificazioni può risguardarsi come una piazza di second'ordine, come ancora per la sua posizione geografica, che è l'angolo S. O. della Morea, ed il passaggio dall'Arcipelago ai mari d'Europa. Ella ha pure nelle sue vicinanze eccellenti porti, che potrebbero renderla un emporio di commercio.

Trovai con una buona osservazione la latitudine settentrionale di Modone 36° 51′ 41″. Una cattiva osservazione precedente dava due minuti meno. La sua longitudine è quella dell'isola Sapienza che gli sta al S. Non mi fu possibile di osservarvi le distanze lunari.

Nel tempo del mio soggiorno la temperatura fu fredda, l'atmosfera quasi sempre coperta di nubi, e piovve spesse volte.

Sopra un isolotto distante poche tese dalla città vi è un castello, o torre ottagona, composta di tre piani gli uni su gli altri; ed il più basso è guernito di artiglieria. In questa torre abita il capitano del porto, e per passare dalla torre all'isola fu costruito una specie di molo.

Presso Porta a mare eravi anticamente un altro molo, di cui più non rimangono che le ruine.

Mal tenuto e meschino è il bagno pubblico. Sonovi molti caffè nei quali i Turchi sono continuamente occupati a bevere, a fumare, ed a giuocare a scacchi. Vedonsi nella strada principale diverse botteghe mal provvedute, e di cattivo aspetto.

L'unità monetaria che si usa a Modone, siccome in tutta la Turchia, è una piccolissima moneta d'argento, o di rame inargentato, che chiamasi _para_. Centoquaranta para equivalgono ad una piastra spagnuola.

Il _Goeursch_ o piastra turca moneta della grandezza della piastra di Spagna vale quaranta _para_. È di rame con poca mistura d'argento.

Il _Yuslìk_ dello stesso metallo vale cento _para_.

Il _Mahboub_ del Cairo, moneta d'oro vale cent'ottanta _para_.

Il governatore di Modone la di cui autorità è sempre precaria, chiamavasi Mehemet Aga allora indisposto.

Il più influente abitante di Modone è certo Mustafà Schaoux, uomo ricco, che ha l'aspetto perfettamente di grossolano bandito. Esce sempre di casa armato di coltello e di pistole. Padrone del bagno pubblico, del grande caffè, e di tutte le biscazze della città e dell'isola Sapienza tiene l'Agà quasi confinato nel suo alloggio; ed il capitano del porto, che ugualmente lo teme, non osa d'entrare in città. Il gran caffè è un asilo sicuro per ogni delinquente. Dopo esservi entrato, non gli resta a temer nulla per conto della pubblica autorità finchè non sorte da quel sacro recinto.

Mustafà Schaoux proteggeva la pirateria nella sua isola. Era amico del mio capitano, e del suo secondo, che mi accompagnò dalla nave alla casa quando sbarcai. Poichè questi ebbe avvisato i doganieri che conducevami in una casa di Mustafà Schaoux, tutti chinarono il capo; mi si fecero singolari distinzioni, e fui spedito all'istante.

Pure questo Mustafà aveva di fresco sostenuta una guerra con una fazione sollevatasi contro la sua tirannia. Le ostilità durarono più mesi, i suoi partigiani assai numerosi eransi ritirati ne' suoi caffè e nelle sue case, di dove facevano fuoco sopra i nemici che uscivano dalle proprie abitazioni, ed osavano passeggiare per le strade. In fine trionfò e mantenne il suo dispotismo, che rinforzossi più che mai. Simili avvenimenti rinnovansi ad ogni istante nella maggior parte delle provincie sottomesse all'imperatore di Costantinopoli: onde non è difficile il prevedere che un tal'ordine di cose non può durare lungo tempo, e che quest'anarchia perpetua, queste parziali sommosse termineranno col distruggere l'impero de' Turchi.

Ho già detto ch'io ero alloggiato in una casa di Mustafà Schaoux. Suo fratello erasi incaricato de' miei affari, ed egli medesimo mi faceva continuamente la sua corte, ripetendo che _Ali Bey era il primo uomo del mondo_; volendo con ciò farmi sentire che la mia riconoscenza doveva essere proporzionata ai servigi, ed agli onori che mi rendeva.

Quest'uomo potente e feroce ha una figlia e due figli bevitori quanto il padre, ed egualmente grossolani e rossi; sicuro pegno della perpetuità di così nobile razza. La figlia dell'età di circa dodici anni venne tutta sola a recarmi la mia biancheria: entrando nella mia camera scoprissi intieramente il volto assai avvenente. Quando rientrò Mustafà gli chiesi perchè sua figlia avesse tanta libertà; _mio caro Signore_, mi rispose, _noi non formiamo che una sola famiglia_. Io mi mostrai grato alla distinzione che si compiaceva d'accordarmi.

Sul rovescio della collina che signoreggia la città è fabbricato il villaggio dei Greci, nel quale contansi a pena centocinquanta abitanti; e le loro case hanno l'apparenza dell'estrema miseria. Pure in questo luogo teneva la sua residenza il solo console straniero che trovavasi a Modone, quello di Ragusi. Era questi un uomo di gentili maniere; aveva seco un canonico, prefetto apostolico della Morea, personaggio istruito assai, e che nel suo lungo soggiorno di Roma aveva acquistata tutta la delicatezza dell'urbanità romana. Gli altri consoli Europei risiedono nella città di Corone distante un giorno di viaggio all'E. di Modone.

Tripolizza è la capitale della Morea in cui risiede il Pascià. Si pretende che la Morea racchiuda 88,000 Greci, e 18,000 Turchi. La popolazione Greca era in addietro infinitamente più numerosa; ma vessata di continuo orribilmente da' suoi brutali padroni, soffre ogn'anno una sensibile emigrazione. Continuando alcun poco ancora lo stesso ordine di cose, i Greci abbandoneranno affatto la terra de' loro padri. Se le virtù e le austerità de' costumi non salvarono la fiera Sparta dalla vergogna della schiavitù, quale mai nazione potrà lusingarsi d'esser libera!

La parte orientale della Morea forma un separato dipartimento, detto la _Maïna_, abitato da 30,000 abitanti. Questo dipartimento è sempre l'appanaggio del Capitan-Pascià della Porta Ottomana, che lo governa a suo capriccio, e ne percepisce tutte le rendite.

CAPITOLO XXIII.

_Porta-Longa. — Bastimenti Europei. — Ipsilanti. — Continuazione del viaggio. — Burrasca. — Arrivo in Alessandria. — Uragano. — Spaventosa burrasca. — Arrivo a Cipro. — Pessimo stato del bastimento. — Sbarco a Limmassol._

Io rimasi a Modone fino al 20 febbrajo dì sera, quando il capitano mi avvisò d'essere pronto a partire. Perciò entrai nella scialuppa che mi condusse a Porta-Longa, ove trovai tre bastimenti austriaci, i di cui capitani mi diedero all'indomani una piccola festa.

I venti d'E. ci obbligarono a restare tre giorni in quel porto della costa orientale dell'isola Sapienza. Due esatte osservazioni fatte in terra mi diedero la latitudine settentrionale di 36° 46′ 37″.

In questo frattempo si approvisionò la nave di viveri presi a Modone, come pure d'acqua piovana raccolta nell'isola.

Nell'ultimo giorno entrarono in porto una grande ourca Russa armata, ed un altro bastimento procedente da Napoli e da Corfù, i quali portavano ufficiali e soldati Russi sulle coste del Mar Nero.

Vennero a visitarmi un general maggiore ed alcuni ufficiali. Il generale parvemi un buon uomo; era vestito di nero, con una piccola berretta di cuojo in capo dello stesso colore, ed una corona composta d'una dozzina di grani grossi come una noce che teneva in mano. Gli ufficiali avevano tutti presa l'aria e le maniere inglesi. Erano accompagnati da un Greco, chiamato Costantino Ipsilanti, nipote del famoso principe di tal nome. Questo giovane che aveva servito in qualità d'ufficiale nelle guardie vallone di Spagna, mi parve un dizionario poliglotto ambulante, perciocchè parlava e faceva versi in dieci o dodici lingue. Io l'udii parlare inglese, francese, spagnuolo, italiano assai bene: sgraziatamente per altro con tante cognizioni e talenti, le sue idee erano frequentemente confuse.

Poichè si ritirarono, io mandai loro un piccolo regalo di latte, e di rinfreschi, cui corrisposero con una scarica generale dell'artiglieria dei due bastimenti. Ipsilanti mi spedì i seguenti versi:

«Volerà di lido in lido La tua gloria vincitrice, E d'oblio trionfatrice La tua fama viverà.

«E non solo in questi boschi Sarà noto il tuo coraggio Ma ogni popolo più saggio, Al tuo nome, al tuo valore Simulacri innalzerà.»

«In segno di verace stima e profondo rispetto «L'infimo sì, però servo sincero _Costantino Ipsilanti_.»

Se come pare questi versi improvvisati sono suoi, può riguardarsi il Greco Ipsilanti come l'uomo attualmente più istrutto della sua nazione.

All'indomani mattina 21 febbrajo si mise alla vela per continuare la nostra navigazione al S. O., avendo il capitano alla fine risolto di passare al largo di Candia senza entrare nell'Arcipelago.

Il vento di N. O. cominciò a rinfrescarsi a mezzodì, e verso sera erasi cangiato in decisa burrasca. Si corse tutta la notte, ed il susseguente giorno con colpi di mare terribili; ma in su le nove della sera il vento calmossi alquanto, ed il pericolo cessò.

Moderati furono i venti del susseguente giorno benchè il mare continuasse ad essere grosso. Io trovavami in un estremo stato di debolezza; niente potendo mangiare o ritenere nello stomaco, e vomitando sangue. Quasi tutti i passeggieri trovavansi egualmente ammalati, e nel più compassionevole stato. Il capitano peggiorava i nostri mali prolungando il tragitto, perchè faceva di notte piegar le vele onde poter dormire a suo agio, dopo aver passata un'ora a cantar canzoni in onore di Bacco in mezzo alle bottiglie; ciò che non lasciò di fare in tempo di burrasca. Io non avrei mai creduto d'incontrarmi in un capitano Turco così dedito all'ubbriachezza, e così poco guardingo nel celarla. Molte volte pregavami di alzarmi per osservare la nostra posizione, perchè egli non teneva verun conto di stima, nemmanco per approssimazione; e trovavasi come un cieco in alto mare senza sapere da qual parte andare: cosa che faceva disperare i passeggieri, onde mi pregavano tutti a levarli da tanto imbarrazzo.

Portato a guisa d'un moribondo su le spalle di alcuni uomini veniva spesso sul ponte. E perchè non avevasi veruna stima della nostra posizione, feci varie osservazioni del Sole e di Venere, e per approssimazioni successive, fui a portata di determinare con esattezza il nostro punto, che trovai di già ben vicino ad Alessandria. Tale notizia rincorò tutti i passaggieri.

All'indomani mattina 3 marzo avendo trovato che la nostra longitudine era vicinissima a quella di Alessandria, feci drizzar bordo al S. per trovar terra. Si scoperse infatti prima di mezzogiorno, e da quest'istante la gioja fu universale. Ma perchè è una spiaggia assai bassa ed uniforme, non trovavo verun punto che me la facesse distinguere.

Osservai la latitudine meridionale, e la trovai quasi affatto la stessa di quella d'Alessandria. Feci girar di bordo all'E. con vento fresco di N. O. che ci faceva avanzare gagliardamente.

Ad un'ora e mezza si scopri Alessandria in faccia a noi. Due ore dopo eravamo già presso al porto; e le case sembravano tanto vicine da toccarsi colla mano: tutti saltando per allegrezza, si vestivano, e disponevansi a scendere a terra; già preparavansi le ancore.... Nel medesimo istante in cui afferravamo la bocca del porto col vento più favorevole, uno spaventoso colpo d'uragano colpisce la nave ed impietrisce il capitano.

Il suo secondo, ed i marinaj si ostinano a voler entrare in porto; il capitano vi si oppone, si fa ubbidire a colpi di bastone, e correndo sul ponte rimette la prora al mare. Si scongiura di prendere l'altro porto d'Alessandria, o quello d'Aboukir: ma sordo alle preghiere riprende il mare, e ci porta in seno alla burrasca la più orribile che immaginar si possa.

La furia del vento e delle onde s'accrebbe a segno che verso sera tutti i passeggieri si credettero perduti, e già imploravano ad alte grida la Divina misericordia. Salii sul ponte, e vidi uno spettacolo d'orrore. Le onde più alte assai del vascello venivano le une sulle altre a rompervisi contro; e formavano come una specie di nebbia densa, che a traverso dalla incerta luce del crepuscolo confondeva la vista del cielo con quella del mare; tutti gli oggetti sembravano d'un color grigio che piegava al rossiccio; le vele erano squarciate, il bastimento faceva acqua da tutte le parti, e le pompe non bastavano per diminuirne la quantità. La maggior parte de' passeggieri tremanti, sembravano moribondi; molti marinai erano feriti, sia pei colpi loro dati dal capitano, sia per le cadute ed i colpi della manovra. Il bastimento era raggirato come una palla da giuoco tra i due elementi che lo battevano. Tale fu io spaventoso quadro che s'offerse a' miei occhi. Il capitano mi s'avvicinò colle lagrime agli occhi, e mi disse; _che potrei io fare, Sedi Alì Bey? Se è volontà di Dio che noi moriamo qui, questa notte, che andiamo noi ad essere?_.... Io gli risposi soltanto: _Ah! capitano_.... e non volli proseguire, perchè la cattiva sua condotta, e la sciocca sua ostinazione ne avevano condotti a tale estremità, ch'egli avrebbe potuto schivare entrando in uno dei porti d'Alessandria, o meglio ancora s'egli avesse vegliato la precedente notte; nel qual caso saremmo entrati in porto avanti il mezzogiorno.

Questa terribile burrasca si andò alquanto calmando in sul cominciar della notte. Così urgente pericolo non impedì al capitano di chiudersi nella sua camera, ove poich'ebbe bevute alcune bottiglie di vino s'addormentò così tranquillamente come se fosse stato all'ancora. Lo stesso fece il suo secondo poich'ebbe fatto assicurare il timone. I marinai stanchi e senza capo, sparirono l'un dopo altro andando per dormire sotto coperta. Io rimasi sul ponte con un marinajo maltese e due napolitani. Quale spettacolo presenta una nave della grandezza di una fregata, sbattuta da violenta burrasca, facendo acqua in ogni lato, senza capitano, senza piloto, senza marinaj, col timone attaccato, e totalmente abbandonata al furore dei venti e delle onde!

Alle dieci ore della sera il vento rinforzò ancora, ed i colpi di mare si resero più gagliardi e più frequenti. Vedendo che la burrasca prendeva nuovo vigore, ero preparato ad una crisi terribile nell'atto del passaggio della luna per il meridiano; e non potendo assolutamente contare sul capitano, nè sull'equipaggio, ritenni ogni cosa perduta.

Alle undici ore la luna passò il meridiano, crebbe la burrasca, ed a mezzanotte era più orribile che mai. Malgrado la luna, ci trovavamo tra le più dense tenebre; montagne di flutti ne coprivano di quando in quando, e la pioggia, e la grandine alternavano col furore del mare. I lampi illuminavano questa scena d'orrore, ma non si udiva il fracasso del tuono, reso nullo da quello delle onde somigliante al ruggito di mille lioni e tori; e per colmo di sventura il bastimento, in tale estremità era, per così dire, abbandonato dal capitano e dall'equipaggio!... Io mi trovavo affatto debole, ed omai fuori d'ogni speranza di salvezza: ma la considerazione che vent'anni di vita più o meno passano come un sogno, ed alcune altre riflessioni calmarono il mio spirito; e rimasi alcun tempo aspettando tranquillamente il fatale istante.

La burrasca continuava colla medesima forza. Vidi più volte cadermi il fulmine vicino, e parvemi ancora di averlo altra volta osservato guizzar dal mare verso le nubi. Ottenni intanto di risvegliare il secondo ed alcuni marinaj, i quali cominciarono a pompar acqua, mentre il secondo ch'era un uomo colossale, preso il timone, cercava di presentar la prora alle onde: queste due operazioni furono assai utili. Finalmente alle due ore dopo la mezzanotte vidi innanzi alla prora risplendere una fiamma che parvemi avesse tre piedi di diametro; ma perchè non potevo calcolarne la distanza non mi fu possibile di conoscerne l'effettiva grandezza. La sua esplosione si eseguì senza lampo e senza apparente movimento; la sua luce brillante come il sole durò tre in quattro secondi. La figura di questa meteora parvemi quella d'un sacco che si vuota, e di cui si svolge la tela. Turchino e rossastro fu l'ultimo raggio di luce.

Lo sparire della meteora fu seguito da un orribile colpo di mare, di vento, di grandine, che durò fino alle tre ore. Allora la tempesta cominciò a scemarsi quantunque fosse ancora assai violenta fin dopo il levarsi del sole; continuando a mantenersi tutto il giorno il vento N. O., e l'onda grandissima.

Il cinque di marzo poi ch'ebbi osservata la mia posizione, il capitano decise che non potevasi arrivare ad Alessandria; e risolse di passare a Cipro. Diressi perciò la nave a quella volta, ed in tre giorni di navigazione con venti sempre furiosi, ed il mare grossissimo, si diede fondo nella rada di Limmassol nell'isola di Cipro il 7 marzo 1806.