Viaggi di Ali Bey el-Abbassi in Africa ed in Asia, v. 2

Part 8

Chapter 83,699 wordsPublic domain

Magnifica veramente è la grande moschea, e di elegante architettura: il tetto tutto formato di cupolette viene sostenuto da sedici maestose colonne doriche di un bel marmo grigio, che mi fu detto essere state prese sopra un bastimento cristiano. Fu fabbricata dall'avo di Sidi Youssouf. Questo tempio, siccome gli altri ch'io vidi a Tripoli, non sono di quella meschina architettura che rimarcai a Marocco. La loro elevazione non manca d'imponenza; ed in tutte sonovi all'usanza delle chiese Europee, alcune tribune alte per i cantori. Tutte le moschee sono coperte di tappeti, mentre che quelle di Marocco, non esclusa pure la moschea del palazzo imperiale, sono coperte di stuoje: quella di Muley Edris a Fez è la sola che abbia tappeti.

Le torri di Tripoli sono di forma cilindrica, assai alte con una galleria circolare nella parte superiore, di mezzo alla quale alzasi una torricella, o garetta. Dalla galleria il _mudden_ suole chiamare il popolo alla preghiera.

A Marocco il culto è più semplice, e più misto; qui più complicato, e pomposo. Il venerdì a mezzo giorno danno cominciamento alla cerimonia molti cantori che intuonano alcuni versetti del Corano. L'imam sale la sua particolar tribuna, che consiste in una semplice scala come a Marocco, colla diversità che a Tripoli è di pietra, colà di legno. Recita una preghiera sotto voce in faccia alla muraglia, ed in appresso volgendosi al popolo, canta un sermone coi medesimi trilli e cadenze proprie di certe canzoni Spagnuole dette _polo andalous_. Parte del sermone è variabile, ed il predicatore canta leggendo il suo manoscritto; l'altra parte che è sempre la medesima viene recitata a memoria, con alcune preghiere ed altre formole di pratica, che canta sul medesimo tuono.

L'imam infine del suo sermone voltasi con affettazione verso il _meherèb_, o nicchia che sta alla sua diritta, cantando una preghiera in più alto tuono: indi voltandosi alla sinistra colla stessa affettazione, ripete la medesima preghiera: scendendo due o tre gradini della scala recita alcune preghiere per il pascià e per il popolo, infine d'ognuna delle quale il popolo risponde _amen_; finalmente, nel tempo che canta il coro, l'imam scendendo al mehrèb, recita la preghiera canonica col popolo, come costumasi a Marocco. Le grida che si fanno dalle torri per l'adunanza del popolo sono a Tripoli meno gravi che a Marocco, perciocchè in alcune moschee sono i ragazzi che fanno le funzioni di mudden, cosa che non eccita troppa devozione.

Nel tempo del Ramadan non si odono le trombette funebri che si usano a Marocco; ogni notte vengono illuminate le gallerie delle torri ove i mudden cantano alcune lunghe preghiere.

Le moschee possedono case e terreni provvenienti da donazioni volontarie: queste entrate servono al mantenimento dei ministri e degli altri impiegati nelle cose del culto.

Il muftì è il capo della religione, e l'interprete della legge. Stan sotto di lui due kadì, uno per gl'individui del rito ehanefi, l'altro per quelli del rito maleki.

La composizione dei tribunali del muftì e delkadi è veramente una istituzione rispettabile Questi giudici sono incorruttibili, e tutti i loro ministri sono mantenuti coi proventi delle moschee.

Sonovi in Tripoli tre prigioni, una per i Turchi, e due per i Mori, ma sono male governate ed i prigionieri sono obbligati a mantenersi del proprio, o col prodotto della carità pubblica.

I negozianti e gli oziosi sogliono riunirsi in un caffè; ed il basso popolo in due altri d'un ordine inferiore. Da pertutto vi si prende il caffè senza zuccaro.

Vi sono pure alcune taverne ove si vendono vini e liquori dai Mussulmani medessimi, che non si fanno scrupolo di beverne ancor essi malgrado la proibizione della legge. Questo ramo di pubblica entrata produceva all'erario centomila franchi.

Il mercato è assai ben provveduto, ed i viveri si vendono a prezzi moderati. Vi si trovano eccellente pane e carni, non così i legumi. I Tripolitani fanno il couscoussou meno fino che a Marocco; essi usano molti altri grani, alcuni de' quali provengono dall'interno dell'Affrica. Il paese produce l'olio necessario al suo consumo.

La terra è comune come a Marocco, purchè non sia circondata da qualsiasi siepe; e trovansi varj abitanti che possiedono quindici ed anche venti poderi chiusi; e mi fu detto averne uno bellissimo il Pascià. Mancando acque correnti s'innaffiano i giardini coll'acqua salmastra de' pozzi, che si attigne con una macchina posta in moto dai muli.

I Giudei che hanno in Tripoli tre sinagoghe sono assai meglio trattati che a Marocco. Sono circa due mila che vestono alla musulmana, e solo la berretta, e le pantofole devono essere nere, ed il turbante ordinariamente turchino. Si contano fra questi circa trenta famiglie ricchissime, gli altri sono artigiani, orefici ec. Il commercio d'Europa è quasi tutto nelle loro mani: essi corrispondono principalmente con Marsiglia, Livorno, Venezia, Trieste e Malta. Vi sono pure alcuni negozianti mori tra i quali Sidi Mehemet Degàiz primo ministro del Pascià, che ha fama d'avere in circolazione un milione di franchi.

Se sono sincere le notizie che ho potuto raccogliere, la bilancia del commercio di Tripoli coll'Europa è a suo vantaggio, perchè le esportazioni eccedono d'un terzo il valore delle importazioni; ma il suo commercio col Levante e coll'interno dell'Affrica conguaglia i vantaggi di quello d'Europa. Riunirò altrove le particolarità del commercio di questa città con quello degli altri paesi.

Le misure ed i pesi che vi si adoperano sono inesatti come a Marocco, tanto per la grossolana loro forma che per mancanza d'un tipo originale.

Dietro un grande numero di confronti diretti ho trovato i seguenti risultati.

Il pik o gomito di Tripoli, detto _dràa_ è la base d'ogni loro misura: corrisponde a venticinque pollici, nove linee e mezza del piede Parigino.

L'_Artàl_ o _rottla_ a sedici oncie, sei grossi, e 54 grani del peso di Parigi.

La misura dei grani è chiamata _ouiva_, ma perchè riesce incomoda a cagione della sua grandezza, adoprano d'ordinario un'altra misura che non è che la quarta parte.

Questa misura di capacità, _quarto ouiva_, è un vaso di legno che ha la figura di cono troncato fatto assai grossolanamente. Dopo fatte le possibili riduzioni trovai che la sua capacità era uguale a pollici cubi di Parigi 1200. Ma perchè si usa di colmare la misura, devono aggiungersi 130. Onde questa misura colla colmata contiene del piede Parigino 1330 pollici cubi.

Tali sono i piedi e le misure da me paragonati; ed avuto riguardo ai mezzi di cui mi sono servito, ho motivo di lusingarmi che i miei risultati siano più esatti di quelli avuti precedentemente.

Le monete in corso a Tripoli sono le seguenti:

In oro

_Scherifi_ — Vale 48 hamissinn: è la moneta di maggior valore.

_Nos scherifi_ — Eguale a 24 hamissinn.

_Mahbouh trablessi_ — Vale 28 hamissinn.

In argento

_Yuslik_ — Vale 10 hamissinn.

_Tseaout hamissinn_ — Eguale a 9 hamissinn, come lo indica il suo nome.

_Hamissinn_, ossia _bou hamissinn_ — È l'unità monetaria, e la moneta più comune in circolazione; 26 hamissinn valevano allora una piastra Spagnola.

_Nos hamissinn_ — La metà d'un hamissinn come lo indica il suo nome.

_Para_ — dodici para e mezzo equivalgano ad un hamissinn.

In rame.

_Para_ — Dodici para e mezzo equivalgono ad un hamissinn.

_Nos para_ — ossia mezzo para, de' quali 25 formano un hamissinn, è la più piccola specie corrente.

Moneta ideale.

_Piastra_ — Cinquanta piastre formano un hamissinn.

Tutte queste specie, ed in particolar modo quelle d'argento sono d'una bassa lega, e poco più che rame inargentato.

Il valore rispettivo di queste specie va soggetto ai capricci del momento: di modo che all'epoca in cui io mi trovavo a Tripoli eranvi dei _para_ di buon argento in circolazione, che avevano esattamente lo stesso peso di quelli di rame, e pure gli uni e gli altri avevano lo stesso valore rappresentativo di dodici para e mezzo per un hamissinn.

Gli Europei sono a Tripoli assai ben veduti, e rispettati. Oltre gli agenti delle diverse potenze d'Europa, eravi allora un negoziante Francese, fratello del Console, uno Spagnuolo fabbricatore di navi, un medico Maltese, ed un orologiajo Svizzero.

I Cristiani vi hanno una cappella ufficiata da quattro monaci del terz'ordine di Roma. È cosa assai singolare che questi monaci hanno nella loro cappella una campana, il di cui suono si fa udire ogni giorno in tutti gli angoli della città. Questa chiesupola è mantenuta cogl'incerti, colle donazioni, e con una pensione della corte di Roma.

Si dice che il clima è caldo nella state proporzionatamente alla latitudine, ma che tutte le altre stagioni offrono l'immagine d'una perpetua primavera. Pure, durante la mia dimora, ebbi alcuni giorni freddi, che però mi fu detto essere affatto straordinarj al paese. Dalle mie osservazioni meteorologiche fatte a Tripoli risulta, che il più alto grado di calore fu di 16° 1′ di Réaumur in diverse mattine, e durante la notte.

Questa minorazione di calore sarebbe in Europa poco sensibile, ma qui produce una così piccante sensazione di freddo, come in Europa il freddo dell'inverno, lo che senza dubbio è relativo allo stato abituale dei pori, che sono in questo paese sempre aperti.

Ho veduto regnare quasi abitualmente i venti del quartiere d'O.; cadde molta pioggia, e l'igrometro di Saussure segnò frequentemente 100 gradi, termine della estrema umidità.

Vidi un bel monumento presso alla casa del console di Francia; un arco trionfale inalzato dai Romani, e composto di una cupola ottagona, sostenuta da quattro archi posti sopra quattro pilastri. Il tutto è fatto senza cemento con pietre tagliate di enorme grandezza sostenute dalla propria gravità[5].

[5] _I Romani che fabbricavano per l'eternità conoscevano ottimamente, che il solo cemento che possa resistere all'urto del tempo è la gravità._

Questo monumento era ornato di sculture, di figure, di festoni e di trofei d'armi internamente, e al di fuori; ma la maggior parte di tali rilievi fu distrutta: non rimangono adesso che parti isolate incoerenti, che attestano ancora l'antica eccellenza del lavoro.

Sulle facciate al nord, ed all'occidente vedonsi gli avanzi d'una iscrizione, che pare essere stata la medesima in amendue i lati. Questa singolarità rese facile al sig. Nissen console di Danimarca il redintegrarle, riunendo ed ordinando, i frammenti delle due iscrizioni.

Lontano venti leghe da Tripoli vedonsi le ruine dell'antica _Leptis_, e _Lebda_; e mi fu detto rimanervi tuttavia molte colonne, capitelli, ed altri interessanti rottami. Il sig. _Delaporte_ cancelliere del consolato generale di Francia che visitò tali ruine ha copiato le iscrizioni.

A maggiori distanze entro terra vedonsi pure le grandiose ruine d'altre città antiche, con catacombe, statue, ed avanzi di edificj d'ogni specie.

La costa di Tripoli stendesi duecento venti a duecento trenta leghe dai confini di Tunisi fino a quelli d'Egitto, ed in tale estensione contansi i seguenti porti.

_Trabonca_ porto situato alla estremità della costa; dodici leghe al di là del quale verso occidente trovasi _Bomba_, rada con un buon ancoraggio. _Rasatin_ si trova otto leghe più lontano, porto che non ammette che i piccoli bastimenti che vengono a caricar sale. Altre quindici leghe più in là avvi _Derna_, il di cui basso fondo rende quel porto impraticabile nell'inverno: vi si caricano per Alessandria butirro, cera e lana, in cambio di riso, e della tela di cottone. Gli abitanti di Derna non conoscono altra moneta che quella del Levante, e le piastre spagnuole. Quaranta leghe al di là da Derna vedesi Bengàssi buon porto, ma non praticabile dai grandi bastimenti: pure vi si fa un ragguardevole commercio di lane, di butirro, di miele, di cera e di piume di struzzo, con Marsiglia, Livorno, Venezia, Malta e Tripoli. Cinquanta leghe più in là è situato il Capo _Messurat_, la di cui cattiva rada è esposta a tutti i venti: vi si caricano datteri per _Bengassi_.

Tripoli il di cui porto non ha bastante fondo per le navi da guerra, ed è aperto ai venti di N. E. trovasi lontano trent'otto leghe all'O. dal Capo Messurat: vi s'imbarcano lane, datteri, zafferano, soda, senape, donne negre, pelli, penne di struzzo per i porti d'Europa sopra enunciati, e per il Levante. Dieci leghe più occidentale era il _vecchio Tripoli_, il di cui porto non è ora praticabile che ai piccoli battelli, che caricano la soda per Tripoli. Vedesi finalmente altre ventiquattro leghe più in là Sovàra nella di cui rada le piccole barche vanno a caricare sale e pesce salato per tutta la costa.

In così vasta estensione del regno di Tripoli non si contano che due milioni d'abitanti, perchè la maggior parie del paese è deserto, e tranne gli abitanti della capitale, gli altri sono poveri e sventurati Arabi. L'autorità del governo sul paese è così poco rispettata, che niuno, se non è Arabo, può viaggiare a qualche distanza senza andare in carovana, o fortemente scortato; altrimenti sarebbe infallibilmente derubato, o assassinato.

Gli abitanti di Soàkem, di Fezzan e di Guddemes che sono tributarj di Tripoli, tengonsi in corrispondenza cogli abitanti dell'interno dell'Affrica. Il sovrano di Fezzan viene riconosciuto dal bascià di Tripoli sotto il nome di _Scheik di Fezzan_. I Fezzanesi sono neri grigi, poveri, ma di un carattere assai dolce. A Tripoli s'impiegano ne' più piccoli esercizj.

Abita due leghe lontano da Tripoli il maggior santo o marabotto del paese detto il _leone_. Ha un villaggio cinto di mura ove trovasi la moschea; gode il dono della santità ereditaria, come i santi di Marocco: il suo villaggio è un asilo inviolabile per i delinquenti, qualunque siano i loro misfatti, fosse anche l'assassinio del Pascià. Il _leone_ attuale è un uomo d'oltre quarant'anni.

Le montagne più vicine alla città trovansi ad otto leghe verso il S., i di cui abitanti sono tributarj del Pascià.

In vista del pericolo non potendosi viaggiare isolati, molte carovane vanno e vengono di levante a ponente ne' tempi tranquilli. Le grandi carovane di Marocco, di Algeri, di Tunisi, e di El-Gerid quando intraprendono il viaggio della Mecca, riposano quivi quindici giorni: attualmente non possono viaggiare per le turbolenze che agitano quasi tutta la Barbaria e l'Egitto. Questa circostanza mi costrinse ad intraprendere per mare il tragitto di Alessandria, e di continuare in tal modo il mio pellegrinaggio alla casa di Dio.

CAPITOLO XXII.

_Congedo d'Ali Bey dal Pascià di Tripoli. — Partenza alla volta di Alessandria. — Errore del Capitano. — Arrivo sulle coste della Morea. — Isola Sapienza. — Continuazione della strada. — Mancanza di viveri. — Ritorno a Sapienza. — Modone._

In conseguenza delle mie disposizioni sì allestì per il mio tragitto ad Alessandria un grosso bastimento Turco, che sortì dal porto di Tripoli il 26 gennajo 1806, colle mie genti ed i miei equipaggi, mentre io mi stavo ancora a Tripoli con due domestici, aspettandovi gli ordini dei Pascià, che mi aveva fatto prevenire che desiderava abbracciarmi avanti ch'io partissi.

Perchè il tempo passava, ed il Pascià non mandava a cercarmi, incominciai ad essere inquieto, come pure i miei amici, perchè il bastimento trovavasi già due miglia al largo, bordeggiando per aspettarmi.

Finalmente alle dodici ore del mattino ebbi ordine dal Pascià di recarmi al suo palazzo.

Mi accolse colla maggiore cordialità, mi fece sedere presso di lui, e rinnovò in una lunga conversazione i primi tentativi per indurmi a restare a Tripoli. Alzossi in uno slancio di cuore, e stando in piedi innanzi a me, mi disse: _Io sono tuo fratello; che vuoi tu? parla_. Lo accertai della mia riconoscenza, ma stetti fermo per la partenza. Poco dopo scherzando meco, condussemi ad una finestra, di dove vedevasi il bastimento che bordeggiava verso l'orizzonte, e prese a dirmi: _vedete, vedete come vi aspetta_. Avendo il bastimento tirato un colpo di cannone, soggiunse: _egli vi chiama_. Presi allora la parola per dirgli: _in nome di Dio, mio amico, lasciatemi partire_. Ci abbracciammo colle lagrime agli occhi, e partii accompagnato dai miei amici, e da alcuni suoi cortigiani. Trovai preparate al porto le scialuppe del Pascià: miei amici imbarcaronsi meco ad un'ora dopo mezzogiorno, e mi accompagnarono fino al bastimento, ove li congedai. Immediatamente dopo, il vascello si diresse al N. E. con buon vento, e si perdette ben tosto di vista la terra.

Questo bastimento era grande ma cattivo veliero; ed il capitano la più gran bestia che si potesse trovare. Quand'egli non vedeva più la terra, non sapeva più dove si fosse, e non sapeva pur fare il più piccolo conto di stima. Fortunatamente il suo secondo incaricavasi di tutto, e non rimaneva a quest'imbecille altra incombenza che quella di bevere a dismisura, e di dormire.

Trovavansi a bordo molti passeggieri, cioè: due negozianti Marocchini, un ufficiale del Pascià di Tripoli, due o tre piccoli negozianti Tripolitani, uno scheriffo Marabotto detto Muley Hassen, che vantavasi di essere stato grande distruttore dei Francesi nella guerra d'Egitto; cinque in sei donne, e molti pellegrini che andavano alla Mecca, i quali erano tanto miserabili, che sembravano piuttosto avventurieri che cercassero di fare fortuna, che persone che andassero a soddisfare ai doveri della divozione.

L'aria del mare mi era così contraria che ogni tragitto ch'io facevo mi ruinava sempre più il temperamento: di modo che questa volta mi trovai estremamente male, avendo dovuto restare due giorni a letto. Il 29 potei alzarmi, ed avendo fatte alcune osservazioni astronomiche mi accorsi che in vece di tenere la strada d'Alessandria, ci eravamo alzati in maniera verso il N. che il bastimento stava per entrare nel mare Adriatico, sulla direzione di Corfù.

Prevenni il capitano dell'errore, ed egli fece cambiare direzione all'E. per cercare la costa della Morea, sulla quale giugnemmo dopo quattro giorni di calma. Si gettò l'ancora all'isola Sapienza in faccia a Modone.

Questo paese offre una spaventosa prospettiva; sembrando tutto squarciato da eruzioni vulcaniche. La base del terreno è un'argilla glutinosa assai tenace, ed il fondo del mare è della stessa specie di terra, per cui le ancore vi si attaccano con una straordinaria forza. Avevamo dato fondo a quaranta braccia dalla costa al N. dell'isola Sapienza, in venti e più braccia di acqua.

Si rimase cinque giorni all'ancora nella medesima posizione, e quantunque ammalato scesi un giorno a terra, e trovai che la latitudine settentrionale dell'isola in vicinanza al nostro ancoraggio era 36° 49′ 51″; ma la longitudine vuol essere meglio discussa. Osservai altresì la declinazione orientale dell'ago magnetico di 14° 27′ 0″, non rispondendo per altro della differenza di uno o due gradi, perchè la mia bussola sofferta aveva l'avaria d'un colpo di mare nel tragitto di Laraïsch.

L'isola della Sapienza può avere otto in dieci miglia di circonferenza: è formata di terra argillosa coperta di roccie calcaree; ed è tutta sparsa di piccole montagne e di colline. Mancante di ruscelli, di sorgenti, di pozzi, non ha che un poco d'acqua che si raccoglie quando piove in alcune cavità delle rupi; ma anche quest'acqua sempre malsana non conservasi in tempo d'estate. Veruna famiglia vi soggiorna stabilmente, e soltanto finchè vi si trova acqua vi si conducono alcune mandre di pecore e di capre, custodite da pastori greci vestiti di una specie di giubbone, e di un pajo di mutande di pelli dì montone non spogliate della sua lana. Sembrano sani e robusti, e nella ilarità del volto mostransi contenti della loro sorte: bella è la loro carnagione, ed il loro sguardo penetrante e vivo. Siccome non conoscono che il linguaggio del proprio paese, non potei legar con loro conversazione; ma parvemi che conservassero ancora un avanzo della politezza e della urbanità che formavano il carattere degli antichi Greci.

Da questa isoletta vedesi la città di Modone posta sul continente in riva al mare alla distanza di mezza lega al N. N. O. Vedesi pure a poca distanza dal continente un isolotto assai alto, sul quale i Russi avevano nell'ultima guerra piantata una batteria di ventiquattro cannoni per battere la città: io per altro non so persuadermi, che in uno spazio così limitato, comecchè opportunissimo all'oggetto, si potessero manovrare ventiquattro cannoni.

Noi restammo all'ancora; ed il capitano continuava a bevere largamente: in fine la mattina del sette febbrajo si spiegarono le vele con un vento d'O. Poco prima gli avevo indicata la direzione che doveva prendere per tenersi al largo dell'isola di Candia, e andare direttamente ad Alessandria. Promise di attenersi ai miei ricordi; ma egli aveva intenzione d'entrare nell'Arcipelago, e di dar fondo sotto qualsiasi pretesto nel porto di Canea, o di Candia. Perciò durante la notte mutò direzione all'E., ed in sul fare del giorno mi vidi in faccia alle isole di Cerigo e di Candia all'imboccatura dell'Arcipelago. Rimproverai al capitano un'operazione che doveva prolungar molto il nostro viaggio, del che scusossi, dicendo di non aver potuto fare altrimenti, e che non si poteva a meno di entrare nell'Arcipelago. In tale stato di cose ci sorprese una perfetta calma.

I molti capi e montagne della Morea coperte di neve, e le varie isole poste sull'ingresso dell'Arcipelago presentano una sorprendente veduta. Tutte le isole assai alte mi parvero composte della roccia medesima ond'è formata l'isola della Sapienza. Quella di Cerigo che domina l'ingresso dell'Arcipelago pare ben coltivata, e contiene molti villaggi. Trovavasi allora occupata dalle truppe Russe.

In sul cominciare della notte si levò un piccolo vento, che facendo temere al capitano l'avvicinamento della terra, volse la prora al mare, indi s'addormentò affatto ubriaco.

Il giorno dopo voleva entrare nell'Arcipelago; ma eravamo troppo lontani. Il vascello con piccoli venti, o contrariato dalle calme avanzava assai lentamente; ed essendo sopraggiunta la notte prima di arrivarvi, il capitano rinnovò la manovra del precedente giorno, lo stesso fece cinque giorni consecutivi: lo che non sarebbe accaduto, e noi saremmo entrati il secondo giorno nell'Arcipelago, se, vegliando una sola notte, avesse corso piccole bordate per tenersi nella sua posizione.

Un giorno si dubitò d'essere minacciati da un pirata; e si approntarono le armi, ma il pirata s'allontanò rispettando forse la portata del nostro bastimento, ed il ragguardevole numero di uomini da cui lo vedeva montato. Il labirinto delle isole dell'Arcipelago favorisce i progetti di questi assassini, che con deboli barche senza artiglieria, e con iscarsi equipaggi, ma ben armati e decisi, attaccano bastimenti assai considerabili: il nostro capitano ed il suo secondo avevano molti anni esercitato questo nobile mestiere. Allorchè un pirata s'impadronisce di un bastimento, annega d'ordinario tutto l'equipaggio, e chiunque si trova con esso, onde non si palesi il segreto; conduce poscia il bastimento in alcuno dei tanti porti deserti di cui abbonda questo mare, e colà si gode pacificamente la sua preda: lo che prova evidentemente che il governo Turco non è capace, o non si cura di distruggere tanta infamia.

Durante questa nojosa navigazione, eransi consumati quasi tutti i viveri e l'acqua: molti passeggieri non avevano più nulla da mangiare; ed eravamo tutti ridotti ad un ottavo di razione d'acqua.

In tale situazione i viaggiatori, ed i marinaj tanto più rattristati, in quanto che non sapevano vederne il fine, tenevano tutti rivolti gli occhi sopra di me: ma che potevo io fare con quell'imbecille di capitano, il quale in mezzo a tanta sciagura continuava ad ubbriacarsi e dormire?